Avere vent’anni: maggio 2002

THE CROWN – Crowned in Terror

Barg: Devo fare una rivelazione sconcertante: questo è il mio disco preferito dei The Crown. Ho smesso di dirlo in giro perché di solito la reazione è uno sguardo schifato o, nella migliore delle ipotesi, la frase “quello non è un disco dei The Crown”. Il fatto è che questo è l’unico album in cui alla voce non c’è Johan Lindstrand (a parte Doomsday King, che però venne molto dopo) ma nientemeno che Tompa degli At the Gates, la qual cosa contribuì a fare di Crowned in Terror un disco un po’ più quadrato e meno casinaro rispetto alla media dei The Crown. La loro prima parte della discografia aveva comunque una media qualitativa altissima ma Crowned in Terror sparigliò un po’ le carte e ne uscì qualcosa di relativamente diverso, al punto che solo due anni dopo la band decise di riregistrarlo completamente con il rientrato Lindstrand alla voce; quindi si può dire che Crowned in Terror è il disco rinnegato dei The Crown. Eppure i pezzi spaccano talmente tanto che non potevano proprio permettersi di lasciarli nel dimenticatoio, a partire dalla title track in apertura che sarebbe capace di sfondare un rinoceronte. E capisco anche l’ego ferito di Lindstrand, ma in quest’album Tompa sfodera una prestazione da antologia. Lo ridico senza vergogna: questo è il mio disco preferito dei The Crown.

CATAMENIA – Eskhata

Michele Romani: I Catamenia sono uno di quei gruppi che, per quanto mi riguarda, hanno raccolto molto meno di quanto meritato, in una carriera che ha oramai raggiunto il quarto di secolo. Premetto che non li seguo più assiduamente dai tempi di Winterninght Tragedies del 2005, complice anche la svolta death metal degli ultimi dischi che nulla hanno a che vedere con la prima produzione, di cui questo Eskhata a mio parere è l’episodio migliore insieme al magnifico esordio Halls on Frozen North del ’98. Parliamo di quello che, ai tempi, era un ottimo esempio di black metal sinfo-melodico di matrice senza dubbio derivativa ma comunque suonato con personalità e con alcune soluzioni abbastanza inusuali per l’epoca. Solo che qualcuno ai tempi li ha cominciati a tacciare come cloni dei Dimmu Borgir e da lì non si è più usciti, cosa tra l’altro non vera perché l’unico punto in comune con la creatura di Shragath e Silenoz sono le tastiere. Di pomposo e “bombastico” infatti nei primi Catamenia non c’è mai stato nulla, parliamo anzi di un black metal che nella sua accezione melodica è stato una sorta di apripista per quel tipico suono black finlandese che oggi va tanto per la maggiore. Unica pecca, la produzione davvero troppo ovattata che non rende giustizia ai brani presenti, quasi tutti ottimi con una menzione particolare per Rain of Blood, Landscape, la spettacolare title track e Time In My Hands col suo arpeggio iniziale di notevolissima fattura. Come già detto i finlandesi subiranno un brusco calo con le ultime produzioni, ma a chiunque non li conosca ancora consiglio vivamente di dargli una possibilità, a cominciare proprio dal disco in questione.

HIGH ON FIRE – Surrounded by Thieves

Lorenzo Centini: Il primo Pike non si scorda mai: il mio primo approccio col sudato chitarrista californiano fu il video di Hung, Drawn and Quartered, che mi affascinava, ma non è che lo inquadrassi benissimo, all’epoca. Marcio era marcio, barbarico. Ovvio, lo sapete. La copertina mi affascinava, col guerriero cornuto che dispensa fendenti di ascia a destra e a manca. Ancora di più mi affascinava il titolo. Tutt’ora: circondato dai ladri, non dai nemici. Abbinato alla copertina mi fa pensare ad un intento politico e allora mi immagino Pike che entra con una scure bipenne nella filiale di una banca o a Wall Street per sterminare chi affama la povera gente. Il disco è meno Sleep-iano del predecessore e avvia di fatto lo standard successivo, quello del metallo mascolino, scacciafighetti e svuotapiste per cui lo ringraziamo ogni santo giorno. Dopo la sciagura del fallimento Man’s Ruin, da qui in avanti, per tre dischi, si viaggerà su Relapse. Che al disco successivo ci piazza Steve Albini e infatti la musica di Pike ne gioverà, ma Surrounded by Thieves è già un discone e ci si trova il Pike-pensiero espresso con lucidità. Sì, lo so, ho usato la parola “lucidità” in un pezzo su Pike. Scusate.

HAEMORRHAGE – Morgue Sweet Home

Barg: Io sono pazzo di questo disco. Adoro l’approccio cazzone e spensierato di questi scoppiati spagnoli alla materia carcassiana, non riesco a rimanere fermo quando partono quei riffoni, non riesco a non stamparmi un sorriso in faccia quando sento la voce del mitologico Lugubrious che vomita i suoi giochi di parole su autopsie e setticemie. L’apertura Mortuary Riot è un capolavoro e avevo quasi convinto Ciccio a chiamare così il gruppo grind che a un certo punto volevamo far partire. Virulent Mass Necropsy è una delle cose che più mi viene da canticchiare quando sono schiacciato dalle ascelle altrui in metropolitana. Tredici tracce effettive per 35 minuti di musica, una scarica di violenza fumettosa e parossistica capace di farti giungere alla catarsi anche nei momenti peggiori. Morgue Sweet Home avrebbe meritato una recensione lunghissima piena di superlativi assoluti, ma tant’è. Fatevi un favore e ascoltatelo a volume spaccatimpani.

MORRIGAN – Enter the Sea of Flames

Griffar: Come già anticipato l’anno scorso celebrando il loro album d’esordio Plague, Waste & Death, i tedeschi Morrigan – già Mayhemic Truth – sono la band che più si è avvicinata alla musica dei Bathory periodo Blood Fire Death/Hammerheart/Twilight of the Gods, e in questo successivo Enter the Sea of Flames il processo di bathorizzazione del loro suono si sviluppa in modo ancora più definito e definitivo. Ci sono, è vero, sciocchezze come l’assalto thrash in stile Assassin di Come on Bitch, be my Victim, di per sé non una schifezza ma inutile e del tutto fuori contesto, oppure la seconda clonata consecutiva di Pace ‘til Death qui intitolata In Cold blood, e rimangono anche in bell’evidenza le influenze della band di Quorthon vecchia maniera che qua e là emergono prepotenti (nel vero senso della parola) ma, laddove la musica mira ad evolvere quanto fatto dalla Leggenda svedese, partono una serie di brividi uno dietro l’altro grazie a pezzi come Beyond the Green River, Thy Ravens Lay, To Honour the Brave o Anam Cara, tutti lenti, cadenzati, maestosi, esaltati da melodie struggenti in grado di far tremare i polsi al più insensibile agnostico blackster. Con i Morrigan il pagan black epico raggiunge i massimi livelli immaginabili, Beliar alla voce è un Quorthon “evoluto” un po’ più bravo, i riff sono tutti favolosi, persino gli effetti medieval/guerreschi s’incastrano alla perfezione (oltre a richiamare alla mente non poco i Bathory). Non è ancora uno dei loro capolavori assoluti, quelli arriveranno dal successivo Celts in poi, nei quali non si troverà nemmeno una nota fuori posto, ma Enter the Sea of Flames ci propone una band molto in forma ben lanciata verso la storia del black metal epico. Ho già detto che nel corso degli anni i Morrigan hanno superato i loro maestri e non smetterò mai di ribadirlo. Obbligatorio se vi piacciono i Bathory o gradite il pagan black, consigliatissimo comunque a tutti. Hail Morrigan! Chissà se faranno mai uscire un nuovo disco?

KOTIPELTO – Waiting for the Dawn

Barg: Vent’anni fa Timo Tolkki iniziava a dare di matto e di conseguenza le cose negli Stratovarius non sembravano più essere così stabili come in passato. Non so se il motivo fosse effettivamente questo ma sta di fatto che, proprio in quel momento, Timo Kotipelto decise di uscirsene col suo primo disco solista. Waiting for the Dawn venne alla luce abbastanza in sordina, dato che nel 2002 l’onda lunga del power era già diventata una risacca che si stava ritirando, e mediamente di un disco solista di Kotipelto interessava ormai a pochissimi. Eppure le intenzioni erano delle migliori: alla chitarra c’è addirittura Michael Romeo per metà del disco, oltre a una alternanza di ben noti musicisti, da Roland Grapow a Janne Wirman. Purtroppo, come detto, l’epoca d’oro del power era finita e in pochi seppero apprezzare l’album. Che però non è male, anzi: c’è da sottolineare lo sforzo di fare qualcosa di diverso rispetto alla band principale, con un maggiore apporto di influenze prog e un dinamismo alieno allo stile degli Stratovarius. In questo senso è da apprezzare la cura degli arrangiamenti, di sicuro anche merito dei musicisti coinvolti. Sinceramente non riascoltavo Waiting for the Dawn da più di un decennio, ma è molto meglio di come lo ricordassi; in certi punti, come in Arise, il respiro si avvicina nientemeno a quello del Dickinson epico. Peccato solo per la terrificante copertina di Derek Riggs, di sicuro una delle peggiori mai ideate dall’illustratore inglese.

ENTWINE – Time of Despair

Michele Romani: Gli Entwine furono ai tempi tra i massimi esponenti del cosiddetto love metal o altrimenti gotico pipparolo, termine coniato ai tempi da un vecchio caporedattore di Metal Shock per catalogare quel tipico goth metal abbastanza leggerino e dalle influenze molto più rock che doom che andò per la maggiore soprattutto nel periodo tra il  1999 e il 2005, più o meno. Time of Despair è il loro terzo lavoro ed è considerato uno dei loro dischi meglio riusciti, anche se il botto vero e proprio lo fecero col successivo Dieversity, di cui qualcuno ricorderà il famoso singolo Bitter Sweet passato un po’ da tutti i canali televisivi rock/metal all’epoca. Musicalmente siamo in un ideale ponte tra il romanticume degli HIM e il tipico suicide metal di scuola Sentenced; le liriche parlano tutte ovviamente di tematiche legate all’amore e al suicidio e i pezzi sono tutti potenziali singoli dal fortissimo appeal commerciale, tra tutti la bellissima Learn to Let Go. Insomma i componenti che hanno fatto la fortuna di questo genere ci sono tutti, ma ovviamente se la cosa non vi aggrada potete tranquillamente passare oltre.

ANNIHILATUS – Blood and War

Griffar: Gli Annihilatus sono un gruppo finlandese facente parte della generazione Northern Heritage, cioè quei gruppi brutal black metal minimali, lanciati dall’etichetta super-estrema di Mikko Aspa dei Clandestine Blaze, che avevano come comune denominatore l’assoluta intransigenza musicale e lo scopo di insultare quanto più possibile il politicamente corretto, dio e i suoi derivati, il clero e tutto ciò che ha odor di santità. Sto parlando di gente come Incriminated, Bloodhammer, Baptism, Blasphemous Evil, Musta Surma, Stabat Mater, Exordium e via discorrendo – e se vogliamo possiamo includere anche Mgła, visto che li ha scoperti Mikko. Blood & War è una carneficina di otto brani (sette + intro) per trentadue minuti circa di macello sonoro (che diventano undici grazie a tre bonus track – due pezzi dal vivo e un inedito – nella ristampa in digipak uscita tre anni fa) scaraventati addosso all’ascoltatore a velocità assurde, riff minimali chitarra/basso distorto in monocorda zero-tecnica-tutto-impatto, reminiscenze thrash metal in qualche sparuto tratto meno brutale (Death to our Enemies, ad esempio, oppure Fanatics of Battle), voce in screaming impazzita. Antesignani del war black metal che sarebbe andato per la maggiore una decina d’anni dopo, gli Annihilatus sono sempre stati un gruppo per pochi aficionados che consideravano qualsiasi cosa uscisse per Northern Heritage roba da possedere ad ogni costo, vista la limitazione sempre molto stretta del numero di copie (spesso per rivenderle a carissimo prezzo qualche tempo dopo: la pessima abitudine del flipping è nata più o meno in questo periodo) e la generale qualità molto elevata; si finiva così per comprare anche i loro dischi – non moltissimi invero: un demo nel 2000 poi un EP, due split e questo full prima di sciogliersi nel 2003 – quasi per forza d’inerzia, e non ce se ne pentiva, anche se non è errato più di tanto definire la loro musica abbastanza derivativa. Da recuperare più per curiosità che per l’effettivo valore della proposta, gli Annihilatus sono comunque uno spaccato di un periodo storico che, se non fosse stato per le doti di talent scout del trucissimo Aspa, probabilmente ci saremmo persi. Si sono riformati cinque anni fa ed hanno pubblicato un altro full, che non ho mai ascoltato.

CRYSTAL BALL – Virtual Empire

Barg: Con Crystal Ball ci puoi giocare, o in alternativa ci puoi fare dei viaggi in macchina col finestrino abbassato ora che è arrivato il caldo e che di conseguenza i consigli sui gruppi stupramadonne di Griffar iniziano a perdere di attrattiva. Ci puoi far cose divertenti, perché il loro hard rock ultramelodico da stadio è spensierato e allegrotto, perfetto per fare da accompagnamento senza pretese alle più svariate attività, casalinghe o meno, rimanendo sempre in sottofondo senza il rischio che ti faccia perdere la concentrazione. Non rompe niente e poi non macchia, dato che in fondo Virtual Empire, terzo album della banda svizzera, è un dischetto innocuo, esplicitamente derivativo e senza alcuna pretesa, che scorre via come niente e di cui, una volta finito, rischi di non ricordare nulla che non sia una vaghissima sensazione di presa bene. Per cui, se hai voglia di un sottofondo il più possibile neutro per questo inizio di primavera, non esitare: gioca un po’ con Crystal Ball.

INNER HELVETE – Total Bloodshedding Devastation

Griffar: La verità è che Total Bloodshedding Devastation dei portoghesi Inner Helvete, unico full in una discografia che comprende anche 6 split e tre demo per la maggior parte usciti nel 2000-2004, è un disco che non ha senso. Di sicuro è uno tra quelli con meno senso in assoluto tra quelli che ho ascoltato in vita mia (e non sono pochi). L’idea di impostare il black metal come fosse grindcore avrebbe anche potuto essere vincente, ma non in questo modo. Se fate sentire questo disco a qualcuno che non ha mai ascoltato nulla di heavy metal come potrete poi convincerlo che il metal non è solo rumore? Che questa è solo l’estremizzazione grottesca di un genere tendenzialmente già estremo di suo, ma che il metal è tutt’un’altra cosa? La batteria si sente pochissimo, sembra provenire da universi distanti ed è sparata a mille come in certi dischi death/grind sudamericani registrati col culo, qualcosa che fa sembrare il disco d’esordio dei Bathory musica uscita dagli Abyss Studios; il cantante grugnisce versi incomprensibili come neanche la voce brutal death più invasata e fa sembrare Craig Pillard Pavarotti; la chitarra-decespugliatore pare suoni sempre lo stesso riff tanto è registrata da schifo; il basso probabilmente non è neanche stato registrato. Manca tutto: mancano tecnica, concezione di come si compone un brano metal estremo, una benché minima prospettiva di arrangiamento. E che due palle i continui intermezzi di effetti da film horror: ce n’è uno alla fine di ogni brano, il che ne dimezza il numero totale da dodici a sei, e ne riduce il minutaggio effettivo da 38 a 26 unità, più che sufficienti tuttavia per farsi un’idea della loro direzione musicale e di come sia rimasta solo un’ipotesi sulla carta. Deve proprio piacervi il bordello puro e semplice per apprezzare Total Bloodshedding Devastation, ma io non posso che suggerire di rivolgere altrove i vostri sguardi. Comunque, prima di tirare fuori anche un solo euro per acquistarne una copia andatevelo ad ascoltare prima, perché il rischio di aver dovuto rinunciare ad un ben più confortante caffè spendendo invece i soldi per gli Inner Helvete è altissimo. Il disco non è mai uscito in CD (solo in vinile e in cassetta, il che è tutto dire) e stento a credere che qualcuno sentirà mai il bisogno di ristamparlo in quel formato. Dopo il 2004 i portoghesi hanno pubblicato solo un demo nel 2010 e partecipato ad un 4-way split nel 2014, poi – pur risultando ancora attivi – sono spariti nel nulla. Non che ci sia molto da rammaricarsi, suvvia.

RUSH – Vapor Trails

L’Azzeccagarbugli: Partiamo da un dato preliminare: i Rush in quarant’anni di carriera non solo non hanno mai pubblicato un brutto disco, ma neanche uno sciatto o svogliato. Il che ha già dell’incredibile. A ciò si aggiunga che, dopo una serie di buoni – in alcuni casi ottimi – lavori pubblicati dalla metà degli ’80 (Power Windows) a quella dei ’90 (Test for Echo), e dopo una pausa forzata di sei anni che ha rischiato seriamente di mettere la parola fine alla storia della band (le morti ravvicinate della figlia e della moglie di Neil Peart), Vapor Trails ha rappresentato non solo il disco della rinascita del gruppo, ma anche il loro miglior lavoro da Grace Under Pressure. E forse uno dei più interessanti in assoluto nella loro discografia, un gradino sotto i capolavori intoccabili. Non ci credete? Trovatemi voi un gruppo che dopo trent’anni di carriera è capace di cacciare fuori una tripletta come One Little Victory, Cealing Unlimited (dove i nostri si divertono a giocare in casa degli U2, con risultati diametralmente opposti a quelli raggiunti da Bono & co dal 1997 in poi) e Ghost Rider. Un incipit che sarebbe capace di fagocitare anche ben più blasonati album, mentre, nel caso di specie, è solo l’inizio. Perché Vapor Trails è uno dei lavori più eclettici di una band in stato di grazia, come testimoniano canzoni come How it is o Nocturne. Settanta minuti che scorrono come quaranta e che restano nella mente come il più orecchiabile dei three minutes records che ci facevano battere il cuore quando eravamo più giovani. L’ultimo granissimo disco dei Rush. E fatevi un favore, ascoltate la ristampa del 2013, perché il missaggio dell’originale era un po’ un casino.

KYLESA – st

Barg: Credo che i Kylesa abbiano raggiunto la notorietà coi dischi del periodo di mezzo, e io stesso scoprii la loro esistenza con il bellissimo Static Tensions del 2009, il quarto album. Andando a ritroso nella loro discografia, però, ci si accorge come la band di Savannah abbia pian piano mutato pelle col passare degli anni, tanto che ad ascoltare di fila questo debutto e l’ultimo Exhausting Fire (del 2015) sarebbe complicato accorgersi che si tratta dello stesso gruppo. Infatti Kylesa è un esempio di sludge metal piuttosto peso, per certi versi assimilabile a una versione più intricata degli Eyehategod, che lascia solo intravedere la deriva psichedelica futura. So che alcuni preferiscono questa versione dei Kylesa, e, pur non approvando (il mio preferito rimane sempre il suddetto quinto lavoro Spiral Shadow), ne comprendo benissimo i motivi. La cosa comunque che stupisce maggiormente è quanto questo debutto sembri già opera di un gruppo compiuto e maturo, con un’idea ben precisa di come strutturare e far suonare una canzone.

MALLEUS MALEFICARUM – Taedium Vitae

Griffar: Dispiace dover parlare al passato di una band, l’ennesima, che avrebbe meritato molto di più e che è stata sempre calcolata da pochissime persone. I francesi Malleus Maleficarum esordiscono nel 2002 con il full Taedium Vitae, il primo dei loro tre album, per la piccolissima Oaken Shield records in una tiratura di (credo) 300 copie in CD. Ed è un massacro di black metal cattivissimo e brutale come dio comanda, senza che nemmeno un secondo della non eccessiva durata dell’opera possa definirsi inutile, inappropriato o, peggio, rumoroso o moscio. Sette pezzi di quel fast black metal che quando lo ascolti ti fa digrignare i denti e ti mette voglia di azzannare il collo del primo rompicoglioni che in quel momento appesantisce la tua bestialmente pacifica esistenza. Riff di chitarra sintetici, efficaci e precisi vengono sostenuti da una batteria superveloce ben mixata in primo piano e da una voce che sprizza odio da ogni poro, il tutto a costruire una manciata di brani di black metal fast&furious dal feeling hardcore che non ha difetti e che intrattiene l’ascoltatore per un tempo che sembra volare, per quanto il disco è scorrevole ed efficace. Ascoltatevi l’iniziale Bleeding Runes, Lord of War oppure la grandiosa Ancient Blood (che ha pure una intro di chitarra non distorta prima di abbandonarsi alla devastazione) e concorderete con me che i Malleus Maleficarum erano un signor gruppo che avrebbe meritato molto, ma molto di più dello scarsissimo interesse che purtroppo li ha accompagnati nel corso della troppo limitata carriera. Risulterebbero ancora attivi ma sono 16 anni che non pubblicano niente, il che mi fa ovviamente pensare che si siano sciolti da una vita. E porca troia, io li adoravo, li adoro ancora adesso. Misi Tedium Vitae ai vertici della mia poll di fine anno, e credo lo rimetterei anche oggi perché questo disco spacca, frantuma, tritura, disgrega, spacca e ancora spacca. Questo sì che si chiama “reggere il tempo”.

BESEECH – Souls Highway

Barg: Amici e fratelli del vero metal, ora io sono un uomo sposato con prole e non vagabondo più in giro per locali rock il venerdì sera, quindi non so se esista ancora tutto quel giro di locali para-darkettoni che richiamavano una quantità così varia di persone vestite male a ballicchiare su musica mediamente bella. Così su due piedi però direi di no, per due motivi: 1-ormai c’è Tinder 2-non c’è più tanto la moda dei gruppi gothic. Ma quando la moda c’era, e la gente affollava lo Zoobar nella speranza di infilarsi nelle mutandine di pizzo viola delle gothic lolitas daa Garbatella, era anche il tempo di gruppi come i Beseech, che in quell’humus prosperavano e riuscirono anche a diventare piuttosto famosi. Non che non se lo meritassero: questo metallino gotichino da fratellino abbonatino dei Sisters of Mercy era decisamente adorabile. Di gruppi del genere ce n’erano una valanga (anche perché ad andare nei locali vestiti e truccati da Lestat magari si rimorchiava, ma se arrivavi a fondare un gruppo in quello stile potevi fare proprio la pesca a strascico), però i Beseech erano tra i migliori e Souls Highway è uno dei loro album più riusciti, insieme al successivo Drama. Ascoltare il singolo Between the Lines per credere.

THE STONE – Словенска крв

Griffar: Il titolo in caratteri latini si scrive Slovenska Krv ed è l’esordio della prolifica band black metal serba The Stone, che a nome Stone to Flesh aveva pubblicato quel Неке ране крваре вечно (Neke rane kravare vechno) ristampato successivamente col nome attuale nel 2006 e facente parte della nutrita discografia di questo gruppo, che in Serbia sarà anche un’icona ma che, nonostante tutti gli sbattimenti tra dischi, split, tour di supporto e festival, fatica a ritagliarsi una effettiva e solida fama internazionale. In totale hanno pubblicato 9 album, 4 EP e 4 split, eppure difficilmente li avrete visti citati, che so, in una poll di fine anno, in una playlist o in una copertina di qualche rivista metal e, se magari erano inclusi nelle pagine interne, li avete cagati appena di striscio saltando a piè pari l’intervista. Questo perché il loro black metal, pur se suonato con convinzione e competenza, alla fine è abbastanza standardizzato. Alla fine non ha nulla che non vada, è solo che sembra sempre che gli manchi qualcosina, quel pizzico di non-so-che in più che tramuta un pezzo in un Gran Pezzo, di quelli che ti fanno saltare sulla sedia, ti fanno esclamare “minchia, senti che roba!” e correre ad aumentare il volume dello stereo per iniziare un po’ di sano headbanging. Io di loro dischi ne ho diversi (non tutti, praticamente esce qualcosa di loro ogni anno ed avendo i titoli in slavo alla fine si finisce per confondersi), nessuno è una ciofeca e contemporaneamente nessuno mi fa benedire il dio del Metallo per aver permesso l’esistenza dei The Stone. Sono bravini e qualche brano lo hanno anche azzeccato, ad esempio qui in Slovenska Krv ci sono Dabog, U Kamenu e Pevalo Hiljadu Maèeva che sono piuttosto interessanti, ma gli altri cinque pezzi, nonostante non siano malvagi, non hanno neanche nulla di particolarmente esaltante. Gli strumenti li sanno suonare, i brani li sanno comporre ma la musica con i coglioni quadrati a mio parere è altra. È vero che questo è uno dei loro primi dischi ed in seguito con l’esperienza sono migliorati anche notevolmente, ma non riesco a scrollarmi da dosso la sensazione che, tirate le somme, i The Stone siano piuttosto derivativi. Carini, sì, li si ascolta un paio di volte volentieri – anche molto volentieri – ma poi si finisce inesorabilmente per passare ad altro in breve tempo.

35007 – Liquid

Lorenzo Centini: Per me Liquid è forse tra i dieci dischi stoner più belli di sempre. Semplice, non scherzo. E sapete bene che tre posti su dieci sono occupati dai soli Kyuss. I 35007 sono quello che speravate fossero i Tangerine Dream prima di ascoltarli la prima volta. Il fatto è che i tedeschi, Ultima Thule a parte, non hanno i riffoni. Intendiamoci, i Tangerine Dream sono una figata, come quasi tutto il krautrock, ma ditemi che riuscite ad ascoltare tutto Zeit senza distrarvi un attimo e vi pago una birra. Liquid è composto di quattro lunghi strumentali, due per lato di Lp (io però l’ho sentito sempre in digitale). Tsunami, Crystalline, Evaporate, Voyage Automatique. Ha gli artifizi space perfetti, onde, mellotron, antenne, riverberi, navicelle spaziali in fiamme nell’orbita di Saturno (e non rompetemi le palle con la vostra scienza, io voglio vedere le navicelle spaziali esplodere tra fiamme luminose nei neri abissi dell’universo). Ma ha anche i riffoni mastodontici che generano più energia di un reattore nucleare. Dilatato e liquido (ça va sans dire), prende tutto dalla psichedelia tradizionale inglese e americana, ma non sembra un disco space rock, È lo space rock. E, considerando la quantità di avventura concentrata in meno di quaranta minuti, è perfetto per un bel viaggio di evasione tipo romanzo sci-fi. Viene un po’di nostalgia a pensare che gioiosa macchina da guerra (spaziale) fosse ancora lo stoner all’epoca. Ti viene quasi quasi voglia di gridarlo: make stoner “space” again!

36 CRAZYFISTS – Bitterness the Star

Barg: Per una probabilmente irripetibile combinazione di fattori parecchi anni fa rimasi invischiato col terzo disco dei 36 Crazyfist dall’Alaska, ovvero Rest Inside the Flames, un delizioso esempio di commistione tra generi di cui io non sono mai del resto stato un grande fan, tra metalcore, screamo e chissà cos’altro. Come spesso accade in questi casi ho provato ad ascoltare il resto della loro discografia ma, data l’irripetibilità dei fattori di cui sopra, non sono mai riuscito ad affezionarmici troppo. Riascolto quindi il loro esordio Bitterness the Star oggi, a più di un decennio dall’ultima volta, e rimango piacevolmente sorpreso nel constatare che è molto meglio di come lo ricordassi. Sono tutti pezzi scritti a fine anni ’90, quindi rispetto ai dischi successivi i 36 Crazyfist sono ancora legati a fisime e stilemi nu metal, e qui e lì si riconoscono un po’ i Korn, un po’ i Deftones, un po’ i Sepultura di Roots, eccetera; però il loro stile è comunque riconoscibile, al di là di questi rimasugli del passato. Il problema di questo genere fu che diventò una moda e quindi le uscite si concentrarono fittissime in un limitato lasso di tempo; ma forse, a distanza di anni, i tempi sarebbero maturi per un recupero ragionato di tutto ciò che seppe proporre di buono.

EMPYRIUM – Weiland

Charles: Ci sono stati gli Empyrium fino a Weiland e ci sono gli Empyrium dopo Weiland. Nel mezzo un lungo periodo in cui la band si sciolse. Già ai tempi di Weiland di metal non vi era rimasto praticamente nulla (pure da prima se ci rifletto bene). Questo qui, infatti, faceva il paio con Where at Night the Wood Grouse Plays che era un disco tutto strumentale. Ma il metal è solo un dettaglio insignificante che non dà e non toglie nulle quando l’ispirazione è tale. Vado a memoria: sul cd era stampata questa frase in tedesco, misticismo naturale in tre capitoli, che stava a indicare le fasi dell’opera (non è esagerato definirla tale): umore della brughiera, poesia della foresta e spiriti dell’acqua. Album manifesto dell’Empyrium-pensiero e vetta mai più nemmeno sfiorata in seguito.

HORNA – Korpin Hetki

Griffar: Raro EP uscito nel maggio 2002, Korpin Hetki è uno degli innumerevoli dischi degli Horna usciti in formato 7” e contenente brani inediti. Il vinile uscì in un elegante gatefold in 500 copie per Apocalyptic Empire Records e fin da subito fu una faticaccia trovarne qualche esemplare; io riuscii ad averne per le mani 3 sudando una certa quantità di camicie. Ciò che lo rende assai ricercato è appunto il fatto che contiene tre tracce altrove irreperibili (in formato ufficiale, ovviamente) e che queste sono spesso incluse nella scaletta dei loro concerti. Ikuisuuden pimeyden varjoihin, Synkän muiston äärellä e la cover degli Impaled Nazarene Condemned to Hell le hanno suonate tutte e tre le volte che li ho visti suonare dal vivo, suscitando spesso reazioni entusiaste, perché è vero che gli Horna hanno il loro sound e non se ne distaccano per nessun motivo al mondo, ma è altresì vero che questi brani sono vicini a quanto di migliore abbiano mai composto. Per metterci le mani sopra bisogna calcolare un budget di minimo 50 euro, non pochissimi per un disco che dura appena tredici minuti, ma per chi ha piacere di collezionare piccole gemme non è un ostacolo insormontabile. Piccola storia di vita vissuta: più o meno all’epoca dell’uscita di questo disco io avevo una minuscola distro molto artigianale. Ogni tanto sui forum mettevo in palio un CD che si sarebbe portato a casa chi avesse risposto correttamente a un paio di domandine riguardo questo o quell’altro disco (completamente diverso da quello che mettevo in palio, in genere roba che non riuscivo a vendere). Uno dei quiz riguardava appunto Korpin Hetki:  per rispondere correttamente alle domande in pratica il disco bisognava avercelo in mano, e chi si aggiudicò il CD omaggio ci mise tre buoni mesi per dare le risposte giuste. Non pochi, visto che Google o Yahoo esistevano già. Forse se lo comprò solo per ricevere un Cd gratis… chi lo sa? Chiedevo ai “vincitori” l’unico favore di far girare il nome della distro, magari avrei potuto espanderla… un paio di palle. Tant’è vero che la smantellai qualche tempo dopo.

SKINLAB – Revolting Room

Lorenzo Centini: Da ragazzino ero in fissa per gli Skinlab, i cugini poveri e sfigati dei Machine Head (che in quanto a sfiga…), ma per il disco prima, Disembody: the New Flesh, non per questo qui. Che all’epoca non mi cagai troppo e direi a ragione. Ognuno ha un suo primo metal. Il mio è stato il groove/crossover seconda metà dei ’90. Quindi gli Skinlab che erano un po’ a metà tra Sepultura senza bonghi e Fear Factory senza campionamenti a me piacevano un casino. Erano marci, sporchi, brutti e cattivi. Ma quella era una stagione chiusa e nel 2002 per tirare a campare dovevi scimmiottare qualcun altro, tipo gli Slipknot. E scimmiottare un pagliaccio non è che porti lontano. Revolting Room è così un disco scemino e troppo JUMP-DA-FUCKA-MADAFFACCA perché me ne fregasse qualcosa all’epoca o anche oggi. Peccato. Almeno non mi risulta che si fossero fatti i capelli ossigenati a punta, ma in realtà non sono mica andato a cercarmi le foto dell’epoca. Ve l’ho detto che non me ne frega poi molto.

EVENFALL – Cumbersome

Barg: Ho un ricordo ben preciso di questo disco perché mi capitò di recensirlo per il Metal Shock cartaceo all’epoca. Ormai in Avere vent’anni sono già parecchi i dischi che sto recensendo per la seconda volta dopo averlo già fatto per Metal Shock, come ad esempio Macbeth dei Rebellion che sono riuscito ad elevare idealmente a disco del mese per due volte. Ma Macbeth ho continuato a sentirlo ossessivamente dal giorno della sua uscita, mentre Cumbersome non lo ascoltavo più dai tempi in cui Hector Cuper veniva intervistato a Controcampo da Piccinini. Però ci sono due cose che me lo avevano fatto rimanere in testa, e cioè le tette della tipa in copertina e la cover di Entre dos Tierras degli Heroes del Silencio, ovvero i Litfiba spagnoli, come venivano chiamati all’epoca. Del resto non ricordavo nulla, e sì che all’epoca gli misi 8. A riascoltarlo adesso trattasi di disco indefinibile, pieno di qualsiasi cosa e anche di più, a cui sarebbe impossibile dare una categorizzazione per quanto ampia; sembra quasi che i Nostri fossero un po’ imbarazzati del loro passato vampiresco e che volessero smarcarsi il più possibile da quell’immaginario. L’ho riascoltato 4-5 volte e non sono riuscito a capire cosa mi fosse piaciuto così tanto all’epoca, a parte le suddette tette in copertina. Non che sia un brutto disco, anzi mi arrischierei anche ad usare il termine gradevole, solo che non sembra avere né capo né coda; le potenzialità per piacere a qualcuno comunque ci sono, quindi magari i più curiosi tra di voi possono provare a dargli un ascolto. Nel dubbio lunga vita al team tette.

FLOWING TEARS – Serpentine

Michele Romani: I Flowing Tears si erano fatti un certo nome nel florido panorama gothic doom metal di fine anni ’90, quando in realtà si chiamavano ancora Flowing Tears and Withered Flowers e avevano pubblicato un paio di full estremamente debitori di My Dying Bride e Anathema periodo doom (il primo soprattutto). Col tempo e col successivo cambio di nome la proposta dei tedeschi si è parecchio semplificata, confluendo in un goth piuttosto leggerino prima con Jade e poi con questo Serpentine, che vede il tentativo di alleggerirsi con un suono più moderno e brani maggiormente immediati. Se proprio vogliamo fare un paragone si sentono parecchie influenze dei The Gathering del periodo di mezzo, senza purtroppo la genialità del gruppo olandese e senza la voce di Anneke, anche perché il timbro di Helen Vogt non mi ha mai fatto propriamente impazzire. Il brano migliore è sicuramente la title track, per il resto molti alti e bassi per un disco che scorre via senza particolari sussulti. Dopo un altro paio di full la band si ruppe il cazzo e si sciolse, e molti dei suoi membri andarono a confluire nei ben più remunerativi Powerwolf, su cui non mi esprimo che è meglio.

DIMENSION ZERO – Silent Night Fever

Barg: Il LET’S FUCKING GO che dà inizio al festival del tupatupa apre uno dei dischi con cui più rimasi di sotto nel 2002. I Dimension Zero piombarono sulla scena con la delicatezza di un elefante strafatto di crack, forti di una formazione che li qualificava istantaneamente come supergruppo: alle chitarre due colonne portanti degli In Flames, Jesper Stromblad e Glenn Ljungstrom; alla batteria Hans Nilsson, già nei Diabolique e in parecchi altri gruppi; alla voce Jocke Gothberg, storico cantante dei Marduk nei primi tre dischi. I Dimension Zero avevano già fatto uscire un EP meraviglioso nel 1997, salvo sparire subito dopo; Silent Night Fever è invece poco più che un clone di Slaughter of the Soul con qualche armonizzazione figlia degli In Flames di The Jester Race, ma uscito benissimo. Probabilmente tutto questo entusiasmo è figlio di un opinabile gusto personale, ma non riesco a non esaltarmi col ritornello di Not Even Dead o col riffone di Through the Virgin Sky. In sostanza Silent Night Fever è l’album che gli In Flames avrebbero potuto fare se dopo Whoracle avessero deciso di indurirsi invece che di ammosciarsi, e se avessero preso un cantante con le palle; a ben vedere, è il migliore complimento che possa fare a questo disco.

NINNGHIZHIDDA – Demigod

Griffar: Un altro gruppo che è sempre stato (ingiustamente) sbeffeggiato all’inverosimile sono i Ninnghizhidda, lanciati dalla Invasion records quattro anni prima con il debutto Blasphemy, che contiene una manciata di pezzi godibilissimi per chi ama il symphonic black metal melodico composto ed arrangiato da dio. Invasion records, a dispetto del proprietario che si rivelò essere un rip-offer di primo livello, era in grado di piazzare bei colpi, i dischi erano sempre confezionati alla grande e le registrazioni sempre di primissima qualità. Demigod esce per la olandese Displeased, anch’essa etichetta di primo livello. Una semi-major, se così possiamo definirla, un po’ come Hammerheart, il rango è quello. Demigod  è appena un gradino sotto il debutto ma rimane un bellissimo disco di metal melodico, incredibilmente sottovalutato in nome di non si sa bene che cosa. Dicevano che copiavano i Cradle of Filth, ma quando mai? Per qualche voce femminile che di tanto in tanto fa capolino? Tipo, ascoltarli i dischi no, eh? Poi dicevano che copiavano i Dimmu Borgir, stesso discorso di cui sopra. Le sonorità delle tastiere si avvicinano a quelle dei norvegesi, prendiamone pure atto, tastiere che sovente si caricano in spalla il brano e lo portano verso cime non raggiungibili da chicchessia. Negli otto pezzi effettivi del disco hanno gran spazio anche le chitarre, questa volta meno smaccatamente black metal essendo più ibridate con certo gothic death di maniera; i tempi sono più lenti, cadenzati e tutto l’album ha un carisma tristemente romantico. Rape the Virgin Mary assomiglia di più ai God Dethroned di Under a Silver Moon con più tastiere piuttosto che ai Cradle of Filth, così come la voce prevalentemente in growling e i frequenti assoli di chitarra. Tra arrangiamenti orchestrali, melodie sontuose e bestemmioni di ogni sorta i quaranta minuti del disco volano via in un Nema; naturalmente se vivete a birra scura e war black metal è preferibile che stiate ben alla larga dai Ninnghizhidda, per tutti gli altri però è un CD che vale la pena riscoprire. Demigod fu il loro epitaffio, e loro si divisero poco dopo per prendere altre strade.

INSOMNIUM – In the Halls of the Awaiting

Charles: Li seguo da sempre e non credo di aver mai detto oh sto disco è brutto. Allo stesso tempo ammetto che non ce n’è uno che possa dire di ricordare. Sai quando senti una canzone in un film, a casa di un amico o alla radio e ti dici aspetta questa la conosco, fa così e cosà. Niente, con gli Insomnium ‘sta cosa non succede. Credo pure di averli recensiti sulle gloriose pagine di Metal Skunk. Chissà cosa riuscii a scriverne visto che è pressoché impossibile dire qualcosa di intelligente su una banda del genere. Questo di cui parliamo oggi fu il primo disco di una lunga serie. Ricordavo che era bello. Con la scusa di scriverne, ho voluto riascoltarlo perché sapevo che mi sarebbe tornata alla mente qualche piacevole sensazione dell’epoca e così è stato.

PRIMAL FEAR – Black Sun

Barg: Tra dischi vecchi e nuovi ho perso il conto di quante volte mi sono trovato a recensire i Primal Fear, e di conseguenza ho perso le parole, come diceva quello. Perché onesto, cosa si può mai dire di originale su un disco dei Primal Fear? Scenari di risse, di boccali di birra ghiacciata da un litro elevati al cielo per glorificare gli dèi del metal e poi sbattuti violentemente in faccia a qualcuno, esplosioni nucleari, carrarmati che sparano con sopra un tizio a gambe larghe che suona un assolo pieno di fischi, etc. Sapete già tutto, non c’è bisogno che mi ripeta per l’ennesima volta. Però sappiate che Black Sun è uno dei loro album più riusciti, e se avete l’abitudine di sollevare pesi in palestra è un sottofondo perfetto. Il ritornello di Lightyears from Home è responsabile di più di una mia raucedine.

THE THIRD AND THE MORTAL – Memoirs

Michele Romani: Difficile per me parlare di un disco come Memoirs, ultimo parto dei The Third And The Mortal prima dello scioglimento. Difficile perché si tratta di una band che ho letteralmente adorato sia nella incarnazione con Kari Rueslatten (il primo Ep Sorrow e lo straordinario Tears Laid in Earth sono assolutamente obbligatori per chiunque si professi amante di doom metal a tinte melodiche) sia in quella con Ann-Mari Edvardsen, soprattutto per quanto concerne Painting on Glass, disco che ascoltato con la mente un po’ annebbiata ti assicura viaggi considerevoli – provare per credere. Se in quest’ultimo e nel successivo In This Room una per quanto minima componente avantgarde rock-metal aleggiava ancora, per quanto riguarda Memoirs siamo in pieno campo trip hop – rock sperimentale, un genere che con tutta la buona volontà faccio proprio fatica a digerire. Non saprei cos’altro aggiungere perché non ho proprio le basi per parlare di sta roba, dal mio limitato punto di vista posso solo dire che questi non sono i The 3rd And The Mortal che ho imparato ad amare nel corso degli anni. Peccato.

EWIGES REICH – Zeit des Erwachens

Griffar: Einleitung, una strumentale di un paio di minuti di tastiere molto atmosferiche e malinconiche, ci introduce al secondo lavoro dei tedeschi Ewiges Reich, un assalto frontale di otto brani (esclusi la suddetta intro e la outro) per circa mezz’ora di musica. Il genere proposto è war black metal, di quello veloce – no, velocissimo, da follia omicida – che in patria trova paragoni negli Endstille ed altrove nei Marduk periodo Panzer Division e giù di lì. Il disco è spontaneo e genuino, appassionato e convinto; suonato più che discretamente e composto cum grano salis, ci mostra una band solida che poteva ottenere più di quanto abbia fatto. Per un certo periodo vennero considerati degli sfigati cloni dei Marduk e per questo insultati in ogni modo possibile ed immaginabile, ma di quante altre band si potrebbe dire altrettanto senza che vengano criticate in modo così assiduo e feroce? Zeit des Erwachens è un buon disco, divertente se vi piace il black metal tirato a velocità assassine con il malcelato intento di far venire l’acufene a chi se lo spara doverosamente nelle casse a volume da denuncia da parte del vicinato. La voce ricorda molto il cantato di Shatraug degli Horna, apprezzabile lo sforzo di diversificare i pezzi inserendo parti più meditate e stacchi meno estremi (tipo la strumentale Finsternis, brano d’impostazione dark) ma gli Ewiges Reich non sono mai stati al livello dei Marduk, quindi un certo difetto nel settore classe c’è e il responso sonoro dei pezzi li rende assai simili l’un l’altro. Ciononostante il disco è coinvolgente ed ha retto il tempo perché è rimasto attuale come se fosse uscito una settimana fa, i riff sono gradevoli ed efficaci ed è ancora gustoso da ascoltare una volta ogni tanto. In totale gli Ewiges Reich hanno fatto uscire 6 album e due split prima di sciogliersi nel 2016. Più o meno il livello delle loro uscite è questo quindi, se non li avete mai sentiti nominare e vi piace il black metal ultraveloce, Zeit des Erwachens è un buon inizio.

DESIRE – Locus Horrendus

Barg: Probabilmente se ho ascoltato così tante volte Locus Horrendus è merito dei Linkin Park. Come già detto, per disintossicarmi dal preoccupante numero di ascolti di Hybrid Theory mi diedi ad ascoltare le cose più pesanti, claustrofobiche e intricate su cui riuscissi a mettere mano. E Locus Horrendus non sarà intricato, ma pesante e claustrofobico sì. Settanta minuti di tempi lentissimi e growl catacombale, death doom leggiadro come un ippopotamo e capace di farti piombare nella depressione più cupa, il secondo e ultimo album dei Desire dal Portogallo è una roba che sinceramente non consiglierei a chi sta passando un brutto periodo. Avete presente quei dischi che sembra si accaniscano su di te, cercando ogni possibile soluzione per appesantire ogni singolo secondo, scegliendo puntualmente la soluzione che possa farti più male? Locus Horrendus è così. Il suo fascino risiedeva anche nel sembrare un disco uscito fuori da metà anni Novanta, con i primissimi My Dying Bride come punto di riferimento, possedendo quindi un senso per la, diciamo così, melodia che riesce a non rendere insostenibile l’esperienza. Da ascoltare rigorosamente di notte, al buio, da soli, e con una bottiglia a portata di mano.

NORDLICHT – Nebelmeer

Griffar: Leggo nelle vostre menti la domanda “e questi chi cazzo sarebbero? Il solito gruppo del cazzo che conosce solo Griffar”. In un certo senso è così, nessuno saprebbe chi sono se non fosse per il fatto che Nordlicht è il progetto solista di Nimosh, cioè il proprietario della Kunsthall Produktionen il cui catalogo è cannibalizzato dai ben più famosi Paysage d’Hiver. Questo Nebelmeer, uscito in 250 copie in formato Cd-r nel maggio di vent’anni fa, viene ricercato dai collezionisti di tutto il mondo che se ne contendono una copia a fior di soldoni (l’ultima volta è stato venduto su E-bay ad oltre 200 nEuri = follia) ed io, nella mia stratificata ignoranza, non riesco a capacitarmi del perché. Teoricamente sarebbe un full ma non lo è, dato che cinque delle nove tracce sono brevi o brevissimi interludi ambient che nella maggior parte dei casi al minuto nemmeno ci arrivano. I quattro pezzi che rimangono sono black metal registrato molto lo-fi, scolasticamente influenzato dai DarkThrone e dai primi Mayhem, piuttosto velocei e dall’impatto significativo anche se abbastanza sgraziato e di conseguenza un po’ confusionario. In totale siamo sui 24 minuti di musica, un po’ pochini per essere definito un full-length: un mistero il cercare di acquistarne una copia qual che sia il prezzo. Forse la gente li considera un’emanazione della kvlt band svizzera che incide per la sua etichetta, chi lo sa? In realtà, a parte le influenze ambient, Nordlicht ai Paysage d’Hiver nemmeno ci somiglia tanto: molto più grezzi, meno cosmici, meno interessati a contaminazioni elettroniche (interludi a parte, poco significativi tra l’altro). Sparito per lustri, il nome è riapparso nel 2017 in uno split (indovinate con chi? Bravi, avete indovinato!) prima di tornare nell’oblio. Se avete soldi da buttare potete provare a cercare Nebelmeer, una copia è a casa mia quindi avete altre 249 possibilità. Non credo che ne sarete granché soddisfatti, io vi avverto (feticismo a parte).

NOCTURNAL RITES – Shadowland

Barg: Partiamo dal principio: Shadowland è un bel disco. Lo dico perché dei Nocturnal Rites di solito si prendono in considerazione solo il secondo e il terzo album, ovvero Tales of Mystery and Imagination e The Sacred Talisman, con il pubblico che da sempre si divide e si scanna tra chi predilige uno o l’altro (io sono del partito The Sacred Talisman, per la cronaca). Dopodiché sembra come se la carriera degli svedesi si sia fermata al 1999, nonostante loro abbiano poi prodotto altri sei dischi; e così arriviamo a questo Shadowland, quinto album della banda di Umeå, che raramente ho sentito nominare in giro. Non siamo ai livelli dei capolavori sopradetti, ma si tratta comunque di un lavoro solido, compatto, scritto e suonato con esperienza, che scorre dall’inizio alla fine senza cedimenti. Manca l’epica degli esordi, e manca anche quella sorprendente continuità ad altissimi livelli che contraddistinse The Sacred Talisman, così come – fortunatamente – manca la voglia di innovazione a ogni costo che aveva contraddistinto il quarto Afterlife, ma non mancano certo le melodie vincenti. Qui si può anche intuire l’inizio del processo che li porterà, pian piano, a diventare un gruppo assai tendente all’hard rock, con la composizione che diventa più snella e con l’apporto dato dal nuovo cantante, Jonny Lindqvist, molto più dotato tecnicamente del suo predecessore. Sono ancora presenti qui e lì le cavalcate in doppio pedale, ma in generale la tendenza è quella di muoversi verso atmosfere meno fantasy, diciamo così. Da rivalutare.

DISGORGE – Consume the Forsaken

Griffar: Terzo episodio per i fenomenali americani Disgorge, dei fuoriclasse in ambito brutal death tecnico, probabilmente migliori di gente come Suffocation e Cryptopsy anche se in pochi glielo riconoscono. Consume the Forsaken è un massacro puro di poco più di mezz’ora, da ascoltare rigorosamente in cuffia con tutta l’attenzione possibile ed immaginabile perché contiene un milione di riff che cambiano di continuo senza poi essere ripresi/reiterati ed è un vero peccato perdersene anche solo uno. La tecnica d’esecuzione è mostruosa, il cantante A.J. Magaña (che partecipa solo a questo disco) è un growling-hero che in seguito ha militato anche in Defeated Sanity e Relics of Humanity, il chitarrista non so come faccia ad evitare di annodarsi le dita e lo stesso discorso vale per il bassista Ben Marley (venuto a mancare pochi anni dopo, sempre i migliori quelli che se ne vanno prima, porco schifo), e infine il fondatore Ricky Myers è un batterista dalla precisione spaventosa e dalla tecnica strabiliante. L’ascolto del disco è un’apnea che sfianca, sfinisce, annienta. Nove tracce brevi ma per nulla immediate, solo la conclusiva Divine Suffering arriva ad un più consistente minutaggio di quasi cinque minuti ed è la più meditata, per quanto sia improprio usare questo termine in un contesto musicale così estremo. Spararsi a volume apocalittico Consume the Forsaken è un’esperienza di vita: se non avete mai ascoltato nulla di brutal death questo è un ottimo disco con il quale cominciare perché siamo nell’Olimpo del genere, uno dei migliori dischi di tutti i tempi in questo ambito ostico da approcciare ma generoso donatore di band strabilianti, chicche impressionanti e capolavori di cristallina inusitata violenza.

WYRD – Huldrafolk

Barg: Per il debutto Heathen avevo scritto una recensione a sei mani insieme ai due demoni del freddo per eccellenza, Griffar e Mighi Romani. Questa volta mi toccherà fare tutto da solo, ma sarò breve perché non c’è molto da dire: Huldrafolk è il mio preferito degli Wyrd (in realtà all’epoca progetto solista del solo Narqath) e l’apertura Ashes of Man and Oak and Pine il pezzo più incredibile della loro discografia e uno dei migliori tra tutti i gruppi che hanno quest’approccio verso il black metal. In un certo senso sembra di sentire gli Agalloch del periodo The Mantle: certo, la struttura è molto più semplice, i suoni sono quelli para-amatoriali tipici del black underground, la differenza di perizia tecnica è evidente e tutto tende a essere più europeo, ma le sensazioni sono molto simili a quelle restituite dalla band di John Haughm. Huldrafolk è molto eterogeneo: si va da un black atmosferico lento, soffuso e silvano a pezzi più ortodossi e sparati, fino a un folk black piuttosto ruspante; di questi tre elementi, però, a rimanere più impresso è il primo, sia perché è il più riuscito sia perché i due pezzi così definibili (la suddetta Ashes of Man and Oak and Pine e Misanthrope’s Masterplan) durano tredici minuti a testa, costituendo più della metà della durata complessiva del disco. Se vi piace passeggiare nei boschi durante le pioggerelline primaverili Huldrafolk potrebbe darvi grandi soddisfazioni.

6 commenti

  • Mi hai fatto venire in mente quando i Dimension Zero sono passati dalle mie parti a Bergamo, penso che in sala eravamo circa 5 persone.

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  • Solo una mia opinone eh Griffar, ma con tutto il bene che gli voglio i Disgorge non hanno mai inciso né un “Effigy of the forgotten” né un “Non so vile”. Circa i Third and the mortal a me, per quanto distante dal passato, “Memoirs” piacque: in quel periodo in molti giocavano con il trip hop, alcuni con risultati pessimi (My dying bride) altri con risultati non male come i nostri. Certo che i Portishead (o i Massive attack) sono proprio di un altro pianeta.

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    • pure a me non dispiace “memoirs”, ma se penso a che gruppo era quando usci “tears laid in earth” mi viene ‘na tristezza. Le cantanti di “Third and the Mortal” e “The Gathering” all’epoca secondo me si montarono non poco la testa per decidere le loro strambe carriere soliste. Appena se ne sono andate i gruppi hanno perso la bussola e le due tipe sono finite a fare il tour per i baretti di periferia con LivKristine, una specie di Klinsmann con la gonna che personalmente non ho mai sopportato granchè

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      • Uhm… circa i Gathering non so, non li ho mai seguiti un granché. Kari Rueslatten ha fatto dei dischi interessanti per quanto lontanissimi dai due con i Third and the Mortal, credo che in patria abbia un buon seguito e non le sia andata poi così male. Certo che “Memoirs” rispetto ai primi due dischi è un’altra cosa… ci sono fior di mutazioni in mezzo e la sig.ra Edvardsen è comunque bravissima. Secondo me comunque resta un buon disco e meglio di chi rifà lo stesso disco all’infinito…

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  • Ma quanta roba! Prima Fear e The crown su tutti. I miei complimenti.

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  • bella selezione! i miei preferiti: Dimension Zero (ovvero cosa sarebbero potuti diventare gli In Flames), The Crown (grazie Tompa, ma Deathrace King è un’altro pianeta) e i troppo sottovalutati Insomnium, che con gli anni sono diventati veramente tanta roba.

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