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THE CROWN – Doomsday King (Century Media)

15 ottobre 2010

 

Del ritorno dei The Crown e delle dinamiche della reunion con un nuovo cantante (l’ottimo Jonas Stålhammar, convincente e non troppo lontano dallo stile dell’ex singer Lindstrand, credo inoltre sia il primo frontman della storia del metal estremo a portare gli occhiali sul palco) vi ho già parlato ad agosto. All’epoca era uscito pure un brano nuovo, Blood O. D., che lasciava presagire un album magari non eccezionale ma cazzuto e sfascione come nel loro stile. Doomsday King, che arriva dopo sei anni di stop, magari non è eccezionale ma è cazzuto e sfascione come nel loro stile. Il sottovalutatissimo quintetto di Trollhättan è un gruppo al quale non mi potevo non affezionare. Hanno un’attitudine blasfema e caciarona muy 80’s, suonano un violentissimo death/thrash di marca swedish, pesantemente slayeriano e cento volte più viscerale e cruento di quanto suonato dalle moltitudini di cloni dei The Haunted che tanto ci riducevano i gioielli di famiglia in poltiglia nei primi anni duemila. Insomma, ci sono troppi elementi che te li fanno stare simpatici a prescindere, un po’ come avviene con i Sodom.

Il primo brano, nonché title-track, è bellissimo, spacca veramente il culo, uno di quei pezzi che ti fa scapocciare da solo in camera facendo le cornine e sperando che l’Armageddon si abbatta su questo miserabile pianeta. Il titolo riecheggia Deathrace King, del 2000, una delle loro prove migliori, e non è un caso. Ci troviamo da quelle parti, la componente thrashettona fatta di cori da stadio e riffacci ottantiani è meno presente rispetto a un Hell Is Here (il mio preferito) ma più marcata rispetto a un Crowned In Terror. Questo album ha un paio di picchi irresistibili (la sulfurea e cadenzata The Tempter And The Bible Black, la furiosa e ipercatchy Soul Slasher) e qualche spunto notevole (i riff blackettoni della conclusiva To The Light) ma non è un capolavoro. Però se vi piacciono questo sound e questo approccio al metal estremo i The Crown non vi possono lasciare indifferenti. Anche nei loro brani più anonimi (e qua ce ne stanno giusto un paio) restano sempre incorreggibilmente cattivi e orgogliosamente intransigenti. E sfido qualunque amante del genere a non commuoversi di fronte allo stacco dismemberiano di Desolation Domain. Parlarne troppo bene sarebbe fazioso, ma se vi garba ‘sta roba non fatevelo scappare. (Ciccio Russo)

 

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