Avere vent’anni: TOOL – 10.000 Days
Un album magnifico, doloroso e cupo, il cui problema principale è l’inevitabile confronto con quel classico colossale che è il suo predecessore.
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Un album magnifico, doloroso e cupo, il cui problema principale è l’inevitabile confronto con quel classico colossale che è il suo predecessore.
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Due colonne della scena oscura genovese rendono un meritato e meritevole tributo all’esoterico telefilm del ’95 scritto da Pupi Avati, perla nascosta del gotico italiano.
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Un album dove tutto è così spinto all’eccesso che anche le cose buone finiscono per fare schifo. Peccato perché questi ragazzi i riff li sanno scrivere.
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La band di Einar Solberg dal vivo è una certezza e può essere un’esperienza perfino divertente, a suo modo. Soprattutto insieme a un piatto di casoncelli.
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Il collettivo belga ci immerge in un nuovo rito iniziatico tra progressive radicale e black metal avanguardista, drone e free jazz. Il serpente cosmico non è mai sazio.
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