Il nuovo ARMORED SAINT è un semplice buon disco. Avercene

A gennaio stavo per prendere il file in cui annoto i titoli per la playlist di fine anno scrivendo in cima “Armored Saint”. No perché lo immaginassi, o lo sperassi. Con assoluta certezza sapevo che sarebbe andata così.

Un buon disco talvolta è una vera e propria delusione. Dagli Armored Saint ho cominciato a pretendere un po’ troppo: il nuovo corso inaugurato con La Raza – ultimamente poco discusso, recuperatelo perché vale la pena – non aveva sbagliato un solo colpo. Per il sottoscritto, però, Win Hands Down era stato un titolo di caratura e spessore superiori, e il successivo Punching the Sky, appunto in cima alla mia playlist del 2020, uno dei migliori di tutta la loro carriera. Per cui avevo una gran fame di questo Emotion Factory Reset, col santo corrazzato in copertina disegnato in un modo tale da farlo assomigliare a Noise dei Kanonenfieber. Sei anni dal predecessore, un titolo che suonava tutto sommato bene. Poteva solo andare alla grande. O no?

Non cominciate a menare i coglioni, non lo sto stroncando. Il fatto è che certe volte ci si deve mettere seduti e accettare di buon grado un album di discreta fattura anche laddove ci si aspettava un mezzo capolavoro o giù di lì. Questo disco è talmente discreto che, appunto, non lo sto accettando. Di Punching the Sky al singolo Standing on the Shoulders of Giants avevo prediletto di gran lunga canzoni come Fly in the Ointment, debitrice dell’hard and heavy novantiano di La Raza, e Unfair, l’eccelsa power ballad posta quasi in chiusura a quel lotto di straordinarie canzoni.

Stavolta i due singoli di anticipazione, Close to the Bone e Hit a Moonshot, sono forse i pezzi migliori del disco. In particolar modo la seconda, dedicata al baseball, che già regolarmente canticchio fra me e me. Vorrei proseguire nell’ascolto e scoprire tanto altro che gli preferisco ma sono venti giorni che sto sull’album e la faccenda non cambia. Non c’è una End of the Attention Span qui, per sentire dal vivo la quale farei i chilometri, con un sentimento pari a quello che riverserei, in transenna, per i classici dell’era David Prichard.

Emotion Factory Reset è un ascolto piacevole e variopinto, con una seconda metà un po’ più spompa. Bello il riffone che apre Not on Your Life, heavy rock allo stato puro. Buono anche il ritornello di Throwing Caution to the Wind così come l’inno agli anni Novanta a titolo Buckeye. Il blues è sempre dietro l’angolo. Lo noti solo se ti metti a seguire uno per uno gli strumenti. Ce l’hanno sempre avuto quell’elemento, non l’hanno mai ostentato, mai sottolineato, mai messo in primissimo piano in maniera sfacciata. E proprio per questo motivo fa funzionare la loro musica. Stavolta funziona un po’ meno del solito, seppure molto più della media che ci passa sottomano giorno dopo giorno, mese dopo mese, fino ad accorgerci, a fine anno, che l’inimitabile stoffa degli Armored Saint vorremmo vederla diffondersi come un contagio. (Marco Belardi)

Lascia un commento