Non la solita Svezia: CIRCULAR RUIN e GOLD SPIRE

Venire da una città di relativa periferia rispetto ai centri principali di una scena del peso di quella svedese non è un vantaggio dal punto di vista pratico, come è emerso dal recente excursus sui gruppi svedesi sfigati che meritavano. Se Stoccolma e Goteborg sono circuiti affollatissimi segnati da un’identità sonora molto precisa da cui pochi si distaccano, è da posti come Uppsala che arrivano i suoni più liberi e refrattari alle classificazioni.

I CIRCULAR RUIN hanno un nome borgesiano e il pensiero non può che correre al pezzo di At War With Reality che cita la stessa opera dell’immenso scrittore argentino. Lo spettro di Tompa aleggia, ma quello dei sottovalutatissimi The Great Deceiver, formazione che vide il compianto cantante dietro il microfono per un Ep e 4 Lp, usciti negli anni 2000. Il metal estremo svedese incontra l’hardcore quindi, e proprio l’hardcore nazionale, perché in una Perisher, forse il pezzo migliore dell’album, c’è l’ombra dei Refused.

The Altering Altar sembra d-beat al rallentatore. The Storm I Keep Within spara il più classico dei tupa tupa dopo un attacco stortissimo ma finisce per ricordarmi gli Hypocrisy. Ropes to Salvation in alcuni momenti richiama i Neurosis più dolorosi, in altri pare una sorta di ballata black metal. La crescita è impressionante in termini di personalità rispetto al mini di debutto Future Graves, dove resisteva una componente stoner/doom un po’ banalotta. Efficace quanto sfuggente, A Sermon in Tongues cerca un equilibrio difficile tra disorientamento e linearità e ci riesce quasi sempre.

L’omonimo, e assai apprezzabile, esordio dei GOLD SPIRE era in sostanza gothic/doom con flauto e sax al posto del violino con i suoni delle band funeral conterranee. Con il secondo Steps into Shadow, uscito a un lustro di distanza dal predecessore, il quintetto alza il tiro ma non osa fino in fondo.

Il sassofono si prende la scena sin dall’inizio, detta le linee melodiche, a volte è protagonista assoluto come in The Mire, strumentale d’atmosfera un po’ stucchevole e tirata per le lunghe. Quando il gioco funziona, però, funziona davvero bene. Starvation è notevolissima, con un crescendo ben orchestrato. Manca quella scintilla di follia che avrebbe reso il salto davvero compiuto. I brani migliori sono infatti quelli meno canonici, come Liberation at Dawn, dove i Katatonia incontrano l’hardcore. E una Crown of Disfigurement, una cavalcata death/doom più classica nello stile del primo disco, paradossalmente sembra un po’ fuori posto. Ho nondimeno il sospetto che a qualche lettore con gusti diversi dai miei potrebbero piacere parecchio. (Ciccio Russo)

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