Il nuovo IRONFLAME è una limonata su un tavolo di motociclisti

Due settimane or sono ho deciso che mi sarei occupato della recensione degli Ironflame perché i vari Masticatore e Carrozzi erano tutti alle prese con i castelli di sabbia o col commercio illegale di rare formazioni coralline (eh, sì. perché di solito il Masticatore scrive ndCiccio). Non sono riuscito a scriverne niente. Il motivo è un po’ lo stesso per il quale duro una gran fatica a descrivere gli album di metal tradizionale prodotti da formazioni contemporanee. Una volta scritto che ci sono di mezzo gli Hammerfall, potrei chiudere bottega. Così la recensione degli Ironflame è diventata tutt’altra cosa. Il loro nuovo album Worlds to Conquer a parer mio non funziona, a dispetto delle entusiaste recensioni che ho individuato in giro mentre buttavo giù queste righe. Nondimeno, mi ha fatto riflettere su come il metodo di scrittura delle canzoni sia profondamente cambiato rispetto a qualche decennio fa.

Partiamo quindi da un presupposto: che cosa suonano questi ragazzoni statunitensi, che qualcuno ha paragonato perfino ai Crimson Glory (!!!)? Cinquanta percento heavy metal e cinquanta percento power metal, non propriamente quello dei Crimson Glory, per carità. Una forte componente epica, una forte componente melodica, riff al centro di tutto non perché i brani culminino in essi, come fossero i Gojira, ma perché saltano all’orecchio solamente loro. Riff scritti pure bene: a un livello strettamente scolastico si potrebbe persino azzardare che gli Ironflame non sbaglino assolutamente niente, ed è una caratteristica accomunabile a quasi tutti i gruppetti di adesso che sulle prime ti esaltano ma non poi non ti entrano in testa, né tantomeno sfondano. Non hanno in discografia un solo album che riterresti quello da ricordare. Non gli Ironflame; tutti quelli come gli Ironflame, un esercito di band tutte uguali che omaggiano gli anni Ottanta senza il carisma che tracimava dagli anni Ottanta. Apro e chiudo immediatamente parentesi: il singolo Dynasties Fall è carino, quantomeno carino, sì, ma è una limonata buttata su una tavolata di motociclisti.

Che cosa occorre a una canzone heavy/power perché ti rimanga in testa? Sforziamoci un pochino, buttiamo lì qualche titolo celebre a casaccio. Che vi viene in mente per prima cosa se vi dico Eagle Fly Free? Che non la sapete cantare. Proviamo con Hunting High & Low allora. È costruita su un climax che comincia con un fortunato giro di Jens Johansson e arriva al celebre ritornello: persino io che ascolto i Sextrash e i Volcano non ho alcuna difficoltà a canticchiare fra me e me Diving from the Sky above – looking for – more and more, tanto funziona quella canzone. Peccato che Infinite non fosse tutto così figo. Dove voglio arrivare? Senza stare a citare ottomila altre canzoni power metal celebri, andrò direttamente al nocciolo della questione: Heeding the Call e Legacy of Kings. Se vuoi fare gli Hammerfall in differita dall’America, madonna gazza ladra, non ti ci devi mettere finché non ti sgorgano giù dal culo dei ritornelli che, non appena partono, riempiono sistematicamente una piazza con persone che li cantano. Altrimenti è inutile, sei una cover band. E quelli che recensiscono gli Ironflame su Metal Archives con un voto ben sopra l’ottanta per cento sono criminali da rinchiudere nello stesso carcere di Fuga di mezzanotte.

L’espressione del primo a partire da sinistra è da manuale operativo del photo bombing.

I gruppi devono smetterla di costruire tutto a partire dal riff. Tanto non ce l’avete James Hetfield. I riff dovete ricominciare a individuarli dopo. Finché un pezzo power metal non ha il suo climax, il suo ritornello della madonna, il suo buon motivo per esistere, non dovete azzardarvi a dargli un titolo perché non vi farà alcuno onore.  E guardate bene che non serve avere dentro uno Joacim Cans – a volte lo scrivo con la H, a volte senza; non capirò mai – per avere risultati, anzi, sono fermamente convinto che il mondo anche oggi sia pieno di persone piene di assoluto talento, ma con pochi mezzi a disposizione per poterlo esprimere al meglio.

Altra cosa, non da meno. Il triste momento in cui questi gruppi di NWOTHM citano i colossi degli anni Ottanta, nel giro di basso alla Iron Maiden, o in qualche altra maniera, è assolutamente dannoso. Più girerete vicino alle band che chiunque conosce, più la vostra musica non sarà percepita come vostra ma come una copia sbiadita. Rifatevi agli Eldritch, rifatevi ai Labyrinth, Cristo, oppure non rifatevi proprio a nessuno, e questa sarebbe la parte intrigante, bella e difficile di questo giochino chiamato “portare avanti la storia dell’heavy metal”. Non rifatevi eternamente a quella roba lì, al riffone alla Metallica, alla cavalcata di pura talleria dei Judas Priest di Freewheel Burning. Non siete loro, e fargli il verso è da cosplayer. Voi dovete costruire della musica della quale andare fieri, ce ne è assoluto bisogno. Non dovete ricalcare per forza. E poi c’è un ultimissimo argomento da trattare.

Credo che questo problema sia presente un po’ dappertutto, che si sia perso un po’ il filo logico con cui Dan Swano definiva il death metal un genere che funzionava, perché lo si costruiva su forti melodie, forse non ostentate ma comunque ben presenti. Dan Swano aveva ragione a quei tempi, lo disse quando tutto divenne più tecnico, più veloce, più brutale, e certamente anche più vuoto. Penso che in ciascun filone del metallo ci siano delle priorità da individuare e degli obiettivi da raggiungere per primi, allorché ci si siede a scrivere una canzone. E sapete perché questi obiettivi non li raggiunge più nessuno? Perché queste band si autoproducono, fanno tutto di testa loro, non investono perché gli investimenti non comportano un ritorno economico. Non vanno più da chi un tempo avrebbe detto loro che cosa fare per realizzare un grande disco anziché l’ennesimo buon dischetto. E questo è un grandissimo male: comprate un drone in meno per spiare le casalinghe che si cambiano il reggipetto e assumete un manager in più. (Marco Belardi)

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