In Nomine Doomini vol. 14: più riffoni che caproni

Sono andato a risentirmi Your Time to Shine, che ricordavo proprio come un bel dischetto. Perché invece l’ultimo dei MONOLORD, intitolato Neverending, non mi sta facendo proprio lo stesso effetto, diciamo. Gestazione manco corta, cinque anni tra le due uscite, poi oh, come sono andate le cose lo sanno loro, mica io. Di fatto però, si sapeva, i Monolord hanno abbandonato la via ortodossa, quella che transita tra i due colossi Sleep ed Electric Wizard, e procedono ora su percorsi più classic rock, oppure post-rock (non proprio post-metal), dipende dai punti di vista. Di fatto come i Pallbearer, che però con l’ultimo album hanno tirato fuori qualcosa di eccezionale (opinione certo non popolare, lo so). Strada non dissimile quella intrapresa dai tre svedesi, ma stavolta il risultato non convince. Voglio dire, un brano in apertura come Iodine fa sicuramente il suo, non lo nego, ma non è mica qualcosa di inatteso per gente del mestiere e con tutto quel mestiere. O il singolo You Bastard, riff nerboruto e vocina flebile. Vocina aliena, scuola Ozzy, ma sicuro più vaga, tutt’altro che magnetica. I brani stavolta sono contenuti nel minutaggio, facendo trasparire appunto intenzioni più rock che doom metal. Niente di male in sé, anzi. Ma il risultato stavolta è moscio. Non intimo, crepuscolare, meditabondo. No: moscio. Spiace, ma questa volta non mi vengono in mente parole migliori per descrivere un disco dei Monolord.

Veterani della scena stoner/doom, addiruttura trent’anni di attività, i SOLACE del New Jersey. Formazione rimaneggiata attorno ai due chitarristi, anche a causa della scomparsa del cantante storico. Fading Failing Ruin è un album lunghetto e monolitico, fatto di riff mid-tempo, influenze southern (Corrosion of Conformity) e prossimità con stoner ed hardcore, secondo la tradizione della scena doom della East Coast statunitense. Nulla di particolarmente nuovo, va da sé. Musica con la barba lunga e gli occhiali da sole. Con la lattina di birra aperta sopra l’amplificatore. Quintessenza americana. Le coordinate non è che siano stravolte, rispetto agli storici 13 e Further. Ancora voglia di svarioni figli di Kyuss e Monster Magnet. Ma un suono un po’ più definito. Non perché addomesticato, ovvio. Ma più “maturo”: a voi stabilire se si tratta di un bene o no. Un buon album, comunque.

Dallo Stato di New York, i RESTLESS SPIRIT portano avanti da qualche anno la bandiera di uno stoner doom sabbathiano, piuttosto indebitato con The Sword e Mastodon. Quindi maschio, vagamente psichedelico, grasso e progressivo. Il nuovo album, intitolato semplicemente Restless Spirit, viaggia su quelle coordinate lì. Riff avventurosi, voci piene di eco, ritmiche massicce, solismo relativamente fantasioso. Red in Tooth and Claw, per dire, ha visionarietà ruffiana. Altri brani, tipo Desolation’s Wake, pure se con fraseggi articolati, procedono dritti e sfrontati, rock ed energici, diretti. Non sono originali, i Restless Spirit, né particolarmente ispirati. Sono un gruppo cazzuto che ci sa fare, anche decisamente bene. Sono sicuro che ad incontrarli dal vivo si suderebbe copiosamente, e anche felicemente. Su disco, comunque complice una produzione eccellente, il disco intrattiene. Non restano in mente canzoni in particolare, ma l’approccio grezzo e comunque articolato, oltre all’ascendenza melodica coi ’90 grunge e stoner,  strappa più di un headbanging convinto.

Immagino i REZN come dei Deftones votati anima e corpo a una versione doom progressiva della loro musica. Che c’azzeccano i Deftones col doom? Beh, siamo nell’epoca post del post e ormai le combinazioni si provano tutte. Cycles in the Infinite Dream è addirittura il sesto album e io ammetto col capo cosparso di cenere che era almeno dagli ultimi due che avrei potuto/dovuto occuparmene. Perché, anche se non esattamente la mia tazza di té, godono di buona reputazione nella “stampa” virtuale. Questo perché sicuramente valgono. E vale questo disco, anche se su coordinate ormai del tutto post rispetto a quelle più consuete della rubrica. Questo perché, a livello melodico/armonico, nei Rezn domina il Nu Metal, piuttosto che l’ortodossia sabbathiana. Arduo quindi giustificarne la presenza qui, oggi, in questo calderone. Ma non aspettatevi una boy band di pagliacci coi chitarroni, anzi. L’iniziale Rites of Passage è formidabile, procede di notte sulla strada costiera che parte dal quartetto/quintetto di Sacramento e arriva ai Tool. Poi c’è sempre una vena psichedelica che, senza tirarla davvero troppo per i capelli, potrebbe persino accumarli agli Yob. Qualche lamento di troppo, forse, ma anche diversi momenti parecchio ispirati. Ecco, se un giorno non dovesse essere più possibile continuare a riciclare i riff di Iommi (e speriamo non accada mai), questa sarebbe una possibile deriva alternativa. Poi, che Cycles in the Infinite Dream possa suonare nuovo e moderno, nonostante si rifaccia pesantemente a musica di venti/trenta anni fa (anzichè di cinquanta anni fa), ci dà la misura di quello che possiamo ritenere “nuovo” e “moderno” nella palude in cui ci troviamo. (Lorenzo Centini)

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