Avere vent’anni: agosto 2006
CRADLE OF FILTH – Thornography
Gabriele Traversa: C’è stato un periodo in cui i Cradle of Filth tentarono di entrare nel salotto buono dei cattivoni commerciali da MTV, e magari sedersi allo stesso tavolo degli Slipknot o di Marilyn Manson. Un progetto sicuramente ambizioso per una band che agli esordi voleva solo veder scorrere sangue di giovani vergini giù dalle feritoie dei castelli della brughiera, sorseggiando vino d’annata, con un libro di poesie maledette in mano e due sataniche note d’organo di sottofondo. Gli riuscì abbastanza bene con Nymphetamine (la title track era un singolone che nel 2004 conoscevano TUTTI, ma veramente TUTTI), molto meno col successivo Thornography, di cui non si ricorda una nota un cazzo di nessuno, nemmeno un fanboy come il sottoscritto. Basta, non so che cazzo dire, non mi disse niente all’epoca e non mi dice nulla nemmeno oggi. L’unica cosa che mi ricordo bene era la cover di Temptation degli Heaven 17. Una cafonata orecchiabile ma tutt’altro che indimenticabile. Vabbè, basta, torno a sentirmi To Eve the Art of Witchcraft.
SABATON – Attero Dominatus
Barg: Ne ho già parlato in qualche report del Wacken: non ho mai capito il successo dei Sabaton. Non è questione di un genere che non mi piace o di un tipo di musica che non riesco a cogliere, magari per una questione generazionale. È proprio che fatico a comprendere i motivi per cui un gruppo del genere sia riuscito a raggiungere un simile status, con tour nei palazzetti e posizioni da headliner nei festival. Seriamente, cosa c’è di bello nei Sabaton? Cosa ci trova la gente? Musica moscissima, cantante monocorde e spompato, quasi totale assenza di riff, assoli impalpabili, tecnica irrilevante, niente tiro, niente pompa, niente respiro, un’epicità costantemente ricercata e mai raggiunta neanche per sbaglio. Sarà il fascino dei testi sulla guerra? Ma ce ne sono a migliaia di gruppi con quelle tematiche, quindi l’argomentazione non sta in piedi. Pure questo Attero Dominatus, secondo disco degli svedesi dopo il celebratissimo Primo Victoria e quindi in teoria risalente agli anni d’oro del gruppo, è uguale a sé stesso in ogni sua parte e non ha particolari differenze neanche con gli altri album. Le mie perplessità sono serissime: se qualcuno riesce a illuminarmi gliene sarò grato.
PESTE NOIRE – La Sanie Des Siècles. Panégyrique De La Dégénérescence
Michele Romani: C’era molta attesa ai tempi per questo disco d’esordio dei Peste Noire, gruppo che aveva già fatto parlare di sé nella scena underground transalpina. I francesi infatti si erano fatti conoscere grazie a ben cinque demo pubblicati e soprattutto per le posizione politiche del leader tuttofare Ludovic “Famine” Faure, non proprio inneggianti al multiculturalismo. È innegabile come questo aspetto abbia avuto una certa influenza sullo status di culto raggiunto dalla band, anche se c’è da dire che, comunque la vogliate mettere, La Sanie Des Siècles. Panégyrique De La Dégénérescence Des Siècles è un buon lavoro di black metal malinconico che fa della varietà la sua arma vincente. Il disco infatti non segue un filo logico ben preciso, spaziando tra classiche sfuriate black, momenti più malinconico-atmosferici che ricordano un po’ i Celestia, assoli di ottima fattura e parti di sola chitarra acustica. Spleen è di gran lunga l’episodio migliore, il resto del disco è di buon livello ma non mi sento di parlare di capolavoro come fecero molti all’ epoca. Di certo a volere scegliere per forza un album dei francesi andrei dritto su questo, senza indugi.
CREMATORY – Klagebilder
Barg: I Crematory sono il classico gruppo che a un certo punto ha trovato una formula efficace e replicabile e non ha voluto più correre grossi rischi, non spostandosi più di tanto da un equilibrio quasi miracoloso. Questo ha ovviamente i suoi lati positivi ma, ovviamente, anche qualche aspetto negativo: a parte i primissimi album più incentrati sul death metal, è difficilissimo distinguere un disco dall’altro, e arrivati a un certo punto tendi anche a lasciar passare sotto traccia le varie uscite. Al momento attuale sono arrivati a diciassette full, meno di uno ogni due anni; questo Klagebilder è il numero nove ed è esattamente come ce lo si aspetta: batteria quadratissima, riffoni da scapocciamento, tastieroni coticoni, sintetizzatori industriali, ritmi danzerecci, atmosfere da Wave Gothic Treffen e alternanza tra la voce pulita e il growl del mitologico Felix Stass, da sempre uno dei punti di forza del gruppo. E tutto funziona benissimo, come prevedibile. Come in ogni loro album ci sono alcuni riempitivi, molti pezzi carini per battere il piedino e qualche bomba atomica, tipo Höllenbrand, diventata giustamente uno dei cavalli da battaglia dal vivo. Ad ogni modo Klagebilder è uno di quei dischi che gli uscirono particolarmente bene.
CATAMENIA – Location: Cold
Gabriele Traversa: Location: Cold, nonostante sia forse il titolo più bello mai dato ad un album, non è assolutamente il migliore dei miei pupilli della tundra finnica, che avevano già sparato tutte le migliori cartucce all’inizio della loro gloriosa storia. Però, fermi tutti, attenzione, qui c’è la mitica TUHAT VUOTTA (di cui esiste addirittura un video), una fucilata melodic black metal che ti entra a gamba tesa sui denti e te li spacca in mille pezzi. Per il resto è un disco di mestiere, senza picchi particolari. Ah, in chiusura c’è una cover degli W.A.S.P. Anche la buonanima di Alexi Laiho (loro conterraneo) amava e coverizzava gli W.A.S.P. Perché i finlandesi sono sì dei depressoni che stanno tutto il giorno col culo ammollo nel ghiacciaio a fantasticare sui mille modi con cui potrebbero porre fine alla loro esistenza; ma in realtà sognano di sfrecciare in moto per le assolate strade della California, lerci di rum, con due bionde nude appese al parabrezza.
KÄLTETOD – Verstummt, Erblindet, Verdorrt, Erfroren
Michele Romani: Su questo lavoro dei Kältetod non mi dilungherò più di tanto, visto che avevo già parlato del loro ottimo esordio Leere pubblicato appena un anno prima. Del disco sopracitato questo Ep (pubblicato solo su vinile in edizione ultralimitata) riprende praticamente tutto, tanto che ho il forte sospetto faccia parte delle stesse sessioni di registrazione. La ricetta è quindi sempre la stessa, depressive black metal teutonico di ispirazione burzumiana, registrazione caotica e uno screaming a tratti appena percettibile. Purtroppo mancano però quelle malinconiche linee melodiche che erano la marcia in più del full precedente: il suono qui infatti è molto più grezzo e si fa veramente fatica a distinguere un brano dall’altro, ad eccezione della conclusiva Vom Horizont Im Tal Der Schmerzen che è anche la migliore del lotto.
STORMWARRIOR – At Foreign Shores
Barg: Fermi tutti: questo è seriamente uno dei miei dischi dal vivo preferiti di tutti i tempi. Tre quarti d’ora di speed power metal alla vecchia maniera, epicità distillata che ti costringe fisicamente a scapocciare tutto il tempo e cantare i ritornelli col pugno in aria. Loro sono di Amburgo, sono stati scoperti da Kai Hansen che li ha subito presi sotto la sua ala e nei primi dischi compaiono sempre quasi tutti i membri dei Gamma Ray, tra partecipazioni, produzioni, missaggi e varie. Gli Helloween di Walls of Jericho ovviamente non hanno eredi veri e propri, né potrebbero mai averne data l’importanza storica di quell’album, ma gli Stormwarrior sono coloro i quali ci sono andati più vicini di tutti. Registrato in Giappone dopo soli tre album della band, At Foreign Shores è veramente un gioiellino che non può mancare nella collezione di qualsiasi persona che apprezzi anche solo vagamente i primissimi Helloween. Ascoltare la versione live di Heavy Metal Fire per credere. Fomento puro.






