Recuperone metallo tetesco 2019: RUNNING WILD, STORMWARRIOR, FREEDOM CALL

È uscito un nuovo EP dei RUNNING WILD! e noi siamo contenti per definizione. Poco importa dell’effettiva resa del disco in sé: non ce ne frega un cazzo. L’importante è che i RUNNING WILD! continuino ad esistere e che da qualche parte tra i barbecue della Germania Magna continui ad esserci Rock’n’Rolf con la bandana in testa e la chitarra in mano, a cantare inni alla vita piratesca ficcandoci quei meravigliosi assoli esattamente dove dovrebbero stare. Quest’anno peraltro cade il quarantennale, quindi ahoy! a Rolf Kasparek, gesùcristointerra del metallo tetesco, il compagno di ciurma che tutti vorremmo al nostro fianco se dovessimo prendere la via del mare e del cannoneggiamento delle navi mercantili al largo del mar dei Sargassi. Stavolta inoltre non è più da solo, perché ha chiamato altri tre musicisti per fare una band – in vista, speriamo, di un prossimo tour. Crossing the Blades contiene quattro pezzi: esclusa la cover di Strutter dei Kiss, le altre sono perfettamente nello stile a cui i RUNNING WILD! ci hanno abituato negli ultimi dieci-quindici anni. Chi leggendo quest’ultima frase ha pensato e cioè dal momento in cui hanno iniziato a fare schifo è un pendaglio da forca e verrà accompagnato a fare una bella nuotatina coi pescicani. In tutta risposta io stasera mi cucinerò una bella bistecca e la dedicherò a lui, Rock’n’Rolf, nome che in antico babilonese significa colui che ha il dono dell’assolo.

Dai tempi del debutto omonimo del 2002 gli STORMWARRIOR non si sono spostati di un millimetro dal loro obiettivo fondante: essere l’epitome del metallo tetesco, il suo grado zero, la sua rappresentazione plastica. Dopo sei album siamo arrivati a questo Norsemen, che è meno ruvido e più rilassato rispetto ai precedenti, ma lo stile è sempre quello, immediatamente riconoscibile: speed power metal ispirato agli Helloween di Walls of Jericho ma con un respiro più ampio ed epico. Del resto è stato proprio Kai Hansen, loro concittadino, a scoprirli e aiutarli sia con alcune collaborazioni ad inizio carriera sia affidandoli alla sapiente consolle dell’amico di sempre Piet Sielck. Com’è d’uopo nel metallo tetesco, non c’è una gran differenza tra i vari episodi della discografia degli Stormwarrior, anche se purtroppo il passare del tempo li ha ammosciati e ha reso meno preponderante il loro assalto speed e la loro carica epica. E in effetti, pur essendo Norsemen un dischetto carino, non può in alcun modo rivaleggiare con i primi album, in special modo i primi due (poi immortalati dal vivo nello spettacolare At Foreign Shores – Live in Japan) ma anche i successivi Heading Northe ed Heathen Warrior. Però in pezzi come Blade on Blade il fomento sale a mille come sempre.

Siamo su Metal Skunk, e quindi non potremmo mai esimerci dal parlare del nuovo FREEDOM CALL, chiamato, con un enorme slancio di fantasia, M.E.T.A.L. Con questo siamo a dieci dischi in più di vent’anni di fulgida carriera e non considerando l’estemporaneo progetto solista di Chris Bay dell’anno scorso. Sarà cambiato qualcosa in tutto questo tempo? Ovviamente no, amici del vero metal: la band di Norimberga rimane sempre piantata ben saldamente nel terreno da loro conquistato ai tempi di Stairway to Fairyland, con melodie zuccherosissime, sorrisi a trentadue denti e balletti felici tutti mano nella mano. Ed è pur vero che in passato hanno sperimentato, anche parecchio, ma senza mai contaminare il proprio nocciolo esistenziale; addirittura in Ace of the Unicorn (chissà che cazzo vorrà poi dire, peraltro) omaggiano l’eponima Freedom Call con cui si apriva il secondo album Crystal Empire, giusto per ricordare all’udienza che razza di capolavori è riuscito a scrivere Chris Bay in questi ventidue anni. E in Wheel of Time c’è un coro che ricorda terribilmente Se una regola c’è di Nek, addirittura. Ma questo penso proprio non sia voluto, o almeno spero: si sa che in Germania riusciamo regolarmente a esportare tutto il peggio della musica italiana.
Ad ogni modo ricordiamo a tutti i vecchi e nuovi lettori di Metal Skunk che, ogni volta che qualcuno parla o pensa male dei Freedom Call, un piccolo gattino viene barbaramente squartato.

“Ti prego, pregiato lettore di Metal Skunk! Questi fanno sul serio!”

Quindi fate poco gli stronzi e ascoltate M.E.T.A.L., non sia mai che diventiate persone migliori. Ah, e facciamo tutti insieme un grandissimo HAIL a Francesco Ferraro, italianissimo bassista già nei Vexillum che da quest’anno è diventato membro stabile nei Freedom Call. (barg)

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