Fra la Via Emilia e il death: ICONOCLAST – The Unmutated Revelation 1990 – 1994

Agonizing in the silence
I am lost inside of me
In the windings of my psyche
In the maze of my mind

Upcoming Grave – Eternal Void, 1991

È sempre un grande miracolo quando esce una raccolta come The Unmutated Revelation 1990 – 1994 degli Iconoclast, non soltanto perché mette a disposizione musica che per decenni è sopravvissuta in forme fragili, parziali, spesso quasi clandestine, ma soprattutto perché restituisce al mondo una testimonianza concreta delle origini del metal estremo. Nei primissimi anni Novanta il death metal non era ancora un genere stabilizzato e riconoscibile, come lo sarebbe diventato pochi anni dopo: era una zona di frontiera, un territorio ancora in via di definizione, in cui gruppi lontani tra loro provavano contemporaneamente a forzare i confini dell’heavy metal, del thrash, del doom, delle tenebre sonore, senza sapere fino in fondo dove li avrebbe portati la loro ricerca. Gli Iconoclast nacquero, come tanti altri gruppi di quell’epoca, dalla passione iniziale di ragazzi giovanissimi che si agitavano nelle pieghe della loro realtà locale e che a un certo punto decisero che ascoltare non bastava più: dovevano creare, fare qualcosa che fosse soltanto loro, contro tutto e tutti, spesso persino contro i mezzi che avevano a disposizione. In questo senso la loro vicenda è emblematica: prima di tutto perché nasce in una città come Modena, allora tutt’altro che centrale per una musica del genere, poi perché quei ragazzi non si limitarono a replicare quel che avevano sentito fare da altri, ma iniziarono a suonare qualcosa di nuovo, perché si collocava sul bordo di ciò che allora il metal estremo stava appena cominciando a diventare. 

Guèrda bein só, dai… 1992.

Questa storia cominciò ancora prima, negli anni Ottanta, quando un giovanissimo Andrea Zanetti fondò il suo primo gruppo, che chiamò Grave; restò un’esperienza breve, acerba, ma la passione che lo animava era già evidentissima. Non molti anni dopo, Andrea si ritrovò a scuola con Sergio Padovani, il quale aveva la stessa passione per il metal e aveva da poco cominciato a suonare la batteria. Nacque così la prima formazione degli Upcoming Grave, che cambiarono nome anche per non confondersi con i più celebri Grave svedesi, e vennero raggiunti da Alessandro Stefani alla chitarra. Questo gruppo di ragazzi riuscì, dopo poche ore di prove nel luglio 1991, a incidere il primo demo intitolato Chasm of Mortality. Tre brani: Andrea e Alessandro si occuparono principalmente della musica, mentre Sergio di testi, copertina e logo. Gli Upcoming Grave erano degli esordienti, per forza di cose, ma già sorprendentemente centrati per il momento storico. Il loro brano più antico e maggiormente apprezzato dal vivo, Eternal Void, ha una classica impostazione doom death, possiede già una cadenza molto personale, poi improvvisamente si apre in un finale più veloce. Gli altri due pezzi si muovono invece su coordinate più propriamente death e colpiscono perché non sono semplicemente aggressivi, ma hanno un andamento complesso e narrativo, come se il gruppo cercasse già una forma di sviluppo interno più ampia del puro impatto, usando una fantasia che andava oltre la semplice imitazione di materiale già sentito.

Avevano, dunque, una personalità abbastanza forte da riuscire a emergere e questo primato venne loro riconosciuto già allora in quanto, molto semplicemente, ne parlavano gli altri: gli altri musicisti, i redattori di fanzine, i tape trader che diffondevano i loro volantini e i loro indirizzi, in pratica ne parlava quel mondo sotterraneo in cui un gruppo esisteva davvero solo se qualcuno, spontaneamente, lo faceva circolare. Io stesso li conobbi così, per effetto di questo passaparola fra appassionati e posso tranquillamente testimoniare che gli Upcoming Grave, già al loro primo demo, venivano considerati qualcosa di serio, di vero, qualcosa che meritava attenzione, all’interno dell’underground musicale che adesso ha un alone mitico e romantico, ma che in realtà non aveva nulla di indulgente: era un sistema spontaneo, rudimentale quanto rigoroso, entro cui la passione, prima di chiedere spazio, si prendeva il disturbo di meritarselo. In anni del genere non era un dettaglio: era tutto, perché il metal estremo stava nascendo dai gruppi emergenti, in particolare dalle loro idee, che governavano la musica molto più della tecnica o dell’estetica. A questo concorreva anche un’inevitabile povertà di mezzi, che costringeva a partorire idee particolarmente forti e durature. Le forme potevano dunque essere precarie, ma la volontà di creare si sentiva subito. Per completare la cronaca, il demo Chasm of Mortality è stato ripubblicato nel 2020 dalla Unholy Domain di Milano in cassetta, edizione limitata in 100 esemplari, subito esaurito, ma è rimasto disponibile in versione digitale.

La svolta vera per gli Upcoming Grave arrivò a marzo 1992 con il Promo Tape 1992, che resta il punto più alto della loro carriera, perché accadde qualcosa di decisivo: la voce di Andrea Zanetti cambiò completamente, assumendo uno stile molto più definito e autorevole, fra John Tardy e Martin Van Drunen. Da quel momento in avanti, non a caso, Andrea si guadagnò la reputazione di cantante death di livello altissimo e venne chiamato a far parte di altri progetti. Parallelamente, anche la scrittura musicale fece un salto impressionante: i brani Apocryphal Sleep Gethsemane e Tenebrous Deity of Grief rivelano una capacità immaginativa davvero notevole, aiutata anche dall’ingresso del secondo chitarrista, il bolognese Daniele Lamberti, che aveva suonato nei Cerebral Disfunction. Si può accostare lo stile di questo lavoro ai primissimi At The Gates, ai Morgoth, ai Vital Remains, a un certo modo di intendere il death metal non solo come violenza sonora, ma come qualità compositiva. È in occasione di questo Promo che il gruppo modenese trovò il proprio carattere: visionario, potente e oscuro. Davvero strabiliante, in quel contesto, fu anche la scelta di incidere The Old Coffin Spirit dei Rotting Christ. In sé la cover era molto rispettosa dell’originale, ma proprio per questo assumeva un significato ancora più forte: non era una semplice prova di bravura, era piuttosto una dichiarazione di intenti, in quanto indicava un’apertura verso un mondo nuovo e più vasto, la volontà di dialogare con la scena internazionale, quindi una lungimiranza e una larghezza di vedute che sono sempre state molto rare. 

Poche settimane dopo decisero di cambiare nome in Iconoclast, che è quello con cui tutti se li ricordano. Andrea spiega che, a parte essere un nome più adatto al progetto che si stava delineando, era ispirato dall’omonima canzone dei Necrodeath e anche questo era un’ulteriore dichiarazione d’intenti. In quei giorni, il gruppo trovò la collaborazione di Roberto Mammarella, il quale li mise anche in contatto con la Wild Rags di Roberto Campos, che dalla California li promosse in tutta l’America, e la Drowned Productions di Dave Rotten (David Sánchez González), che li diffuse in Europa. Venne quindi fatta una riedizione del Promo Tape sotto il nome Iconoclast in una veste più professionale, stampato in tipografia e con il logo ridisegnato da Daniele. Del valore degli Iconoclast si accorse anche Hervé Herbaut della Osmose Productions, che avvicinò soprattutto Andrea e pensò di scritturarli, ma poi il contratto non si concluse. La Drowned Productions offrì al gruppo di produrre un sette pollici, che doveva presentare incisioni nuove, così il gruppo si mise al lavoro, ma come spesso accade, proprio quando le cose cominciano a farsi più grandi, arrivano dei cambiamenti: sia il batterista Sergio che il chitarrista Daniele lasciarono il gruppo, ciascuno per ragioni proprie e vennero entrambi sostituiti da due amici di Piacenza, Paolo Piccani alla batteria e Stefano Lancini alla chitarra. Nel 1993 la Drowned Productions pubblicò l’EP The Unmutated Revelation, che in realtà portò avanti solo a metà l’evoluzione degli Iconoclast: sul lato A si trovava una nuova incisione di Apocryphal Sleep Gethsemane, mentre sul lato B compariva l’inedito Impurity Mine, realizzato dalla nuova formazione, che va considerato una sorta di forzatura: lì tentarono probabilmente qualcosa di più tecnico, più contorto, più originale nelle intenzioni, ma il risultato non convinse. Nell’ultimo anno in cui esistettero, alla batteria arrivò Paolo Quadri dei Trifixion. Molto migliori risultarono i due brani incisi nel 1994, Daylight Communion e Alienate, inizialmente pensati per un nuovo EP in sette pollici intitolato Outermost Color Blind, che avrebbe dovuto essere pubblicato dall’australiana Dark Oceans Productions, invece rimase inedito e circolò solo su cassetta in forma ristrettissima per i fan. In questo ultimo lavoro il gruppo tornò a uno stile più confacente alle proprie origini, ma in pratica si era già sciolto e ognuno dei membri seguì la propria strada.

Iconoclast, 1993.

La fisionomia degli Iconoclast non si definiva soltanto sul piano della musica: a rendere ancora più riconoscibile la loro identità c’era anche l’aspetto, per nulla scontato, dei testi. Fin dall’inizio erano stati opera del batterista Sergio Padovani e già allora rappresentavano un elemento di novità, perché mentre molti gruppi continuavano a muoversi dentro i temi più ovvi del metal estremo di allora, ovvero satanismo, anticristianesimo e horror da cassetta, gli Upcoming Grave e poi gli Iconoclast si orientavano verso registri più introspettivi, filosofici. C’era la follia, l’alienazione, ma anche la contemplazione del bene e del male, come accade nella polarità fra Apocryphal Sleep Gethsemane e Tenebrous Deity of Grief. Anche dopo l’uscita di Sergio, il tono generale dei testi rimase su questa linea: personale, riflessiva, meno dipendente dai repertori consueti dell’estremo ed era un’altra prova del fatto che il gruppo non si limitasse a inseguire l’estetica di altri, ma cercasse davvero una propria forma espressiva. Lo stesso vale per l’aspetto visivo, ovvero loghi e copertine, dei quali fino al 1992 si occupò ancora Sergio, che in effetti anni dopo sarebbe diventato un artista affermato, mentre la copertina dell’ultimo 7″ venne disegnata da Daniela Giacobino e il logo da Roberto Messina dei Sinoath. Anche questi dettagli avevano ed hanno la loro importanza, perché già a livello underground nulla era accessorio: grafica, logo, testi e suono facevano parte di uno stesso insieme creativo. Quando arrivava il demo a una fanzine, a un’etichetta o semplicemente a casa di qualcuno, ogni elemento serviva a definire l’identità e, nel caso degli Upcoming Grave/Iconoclast, il messaggio arrivava chiarissimo.

Uscita a febbraio 2026, questa raccolta The Unmutated Revelation 1990 – 1994 è una coproduzione fra Terror From Hell Records e Despise The Sun Records che restituisce per la prima volta tutte le registrazioni degli Iconoclast durante la loro esistenza dal 1990 al 1994, includendo anche il primo demo degli Upcoming Grave. È disponibile in digitale, in CD con libretto di dodici pagine contenente intervista, foto e volantini d’epoca, e due versioni in vinile, nera e splatter viola-nero, entrambe con inserto A4 di otto pagine. I brani contenuti sono dieci: i due del demo Outermost Color Blind (1994), i due del 7″ The Unmutated Revelation (1993), i tre del Promo Tape 1992 e i tre del demo Chasm of Mortality degli Upcoming Grave, inciso nel 1991. The Unmutated Revelation 1990 – 1994 documenta la storia breve di uno straordinario gruppo di Modena, ne recupera ordinatamente i passaggi e mostra in forma concreta che cosa volesse dire fare metal estremo quando non c’erano scorciatoie, quando l’aspetto umano era parte della musica stessa e quando la reputazione si fondava su una disciplina spontanea e al tempo stesso severa, fatta di fiducia, costanza e forza delle idee. Come accadde ad altri, si fermarono molto prima di sapere dove sarebbero potuti arrivare.

A presto l’intervista con Andrea Zanetti. (Stefano Mazza)

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