Il ritorno del lupo col canne mozze: URAL – Anthropic Genetic Involution

A metà di Extreme Paranoia e God of Lies ci sono due passaggi che richiamano molto da vicino i Voivod. A quel punto ho pensato: questi ragazzi dovrebbero veramente fondere la loro musica, che è un hardcore thrash molto diretto e funzionale dal vivo, con le influenze che avevano macchiato la copertina di Psychoverse e che adesso emergono in maniera assai più prepotente.

A proposito dei Voivod, gli Ural saranno di spalla ai nostri beniamini canadesi alla serata di riscaldamento del Frantic Fest, prevista al Legend di Milano il 10 luglio prossimo. E poi assalteranno Francavilla al Mare in compagnia di tutti gli altri. A proposito invece della copertina, anche stavolta è toccata a Luca Martinotti, in arte SoloMacello, il disegnatore del lavoro che sta sulla ristampa di Sub Basement dei Pentagram, di alcune opere minori realizzate per gli Elvenking e molto altro. Si può dire che l’iconico lupo sia oramai suo. In realtà mi piace poter invecchiare con l’idea che tale animale sia quello su Just For Fun, che usciva da una foresta in fiamme con un cappellino in testa e un fucile a canne mozze in mano per minacciare i potenti.

A proposito infine delle loro musiche: sono andato a rileggermi la mia recensione del 2023, dopodiché ho ridato un rapido ascolto al terzo album degli Ural. A ogni nuova uscita i torinesi aggiungono qualche elemento di evoluzione sonora ma, di questo passo, alla settima o ottava pubblicazione saranno ancora un po’ fermi sulla propria mattonella di comfort. Di gruppi che suonano come i Municipal Waste siamo pieni fino in cima ai palazzi: non accennate a ciò che vi piacerebbe fare, fatelo e basta. Altrimenti finisce che si perde del tutto.

Detto questo, Anthropic Genetic Involution è un ottimo album. Andrea Calviello sta a metà fra la melodia dei ritornelli degli Anthrax e un approccio più aggressivo e caustico, ed entrambe le cose gli riescono benissimo. I cori stanno dappertutto, in Break the Fall come in Wasteland. Forse quest’ultima è l’episodio che in assoluto preferisco, impreziosito dall’ottimo riff in mid-tempo nella seconda metà, da manuale del thrash metal, e dall’assolo conclusivo in dissolvenza.

Vorrei finalmente vedere questo gruppo dal vivo dalle mie parti perché, per il poco che sono riuscito a trovare in giro o a farmi raccontare, sono certo che ne uscirei soddisfatto. C’è pure una cover del J.J. Johnson Quartet, Flat Black, swing dagli anni Sessanta col trombone risuonato per l’occasione e il thrash metal che dapprima la fa da padrone, poi cede lo scettro. Degne di menzione anche Rat in a Cage (singolo con tanto di videoclip, e magliette di Napalm Death e Machine Head in bella vista) e, piazzata subito dopo l’altro singolo, intitolato Terror Eyes, la brevissima To Change Your Vision, formalmente quasi una outro, sorretta da un solo riff portante senza che perda un solo colpo o susciti il minimo sbadiglio. Uno di quegli esperimenti alla Primal Concrete Sledge, per capirci, con le dovute proporzioni del caso.

Bene, anzi molto bene, ma non benissimo per un solo motivo, che poi è lo stesso che attanaglia la stragrande maggioranza dei gruppi thrash contemporanei: una discografia che non mostra un cammino evolutivo netto e ambizioso come ai tempi d’oro del genere. (Marco Belardi)

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