Epicus Doomicus Siculus: OBSIDIAN CHURCH – Stonebound
Stupidamente, davo per scontato che l’epic doom fosse una scuola ormai relegata ad una scena di appassionati abbondantemente “sugli ‘anta”. Ancora di più, mi aspettavo di ascoltarlo ormai solo da musicisti incanutiti. E per di più provenienti dalle solite e prevedibili aree geografiche. In realtà erano usciti qualche tempo fa i Tabernacle, dagli Emirati Arabi. Più epic che doom, giovanissimi e volenterosi, ma anche scarsi, purtroppo. Certamente meno esotica del Golfo (ma se ci pensate nemmeno tanto) la provenienza degli Obsidian Church, divisi tra Palermo e Messina. Giovanissimi anche loro: l’età media, se supera i venti anni, non lo fa di molto. Li guiderebbe (a quanto sembra) un duo che già collaborava in precedenza, un polistrumentista ventiseienne solitamente dedito al metallo estremo, tale Nokturat (qui alla batteria e alla produzione) e Vicar Nocturnus, cantante che parrebbe portare qualche anno in più sulle spalle, ma di cui non so molto altro, non riportandone esperienze pregresse nemmeno l’Enciclopedia del Metallo. Questi i due messinesi, mentre l’asse palermitano composto dal bassista Jos Curtis e dalle due chitarriste Sara Scavo e Giada Seidita è ancora più giovane, molto, e per davvero alle primissime armi. Informazioni, queste che vi do, utili solo a rimanere nel caso stupiti di fronte alla possanza di Stonebound, il loro album autoprodotto e da poco disponibile su Bandcamp. Album che, fosse stato registrato da una band di consolidata esperienza, europea o americana, probabilmente avremmo salutato come una delle uscite doom più significative tra quelle incontrate di recente. Forse gli avremmo imputato solo il fatto che non si scosti in nulla, o quasi, dal canone costituito dai primi, primissimi album dei Candlemass con Johan Langquist o Messiah Marcolin alla voce.

È vero, Stonebound non si scosta praticamente in nulla da quel riferimento lì. Non nel suono, non nella composizione, non nelle prove strumentali o nelle scelte di produzione. E rientra in quella schiera di esperienze contemporanee “mimetiche”, quei dischi che scelgono di replicare in tutto e per tutto una singola esperienza classica, del passato, senza desiderare (per ora) di reinterpretarla. Chiaro che così non è che vi stia invogliando molto. Ma tenete presente che l’epic doom, come scuola, offre in realtà già di suo un campionario di possibilità piuttosto angusto. Dall’altro, soprattutto, tenete presente quanto raccontavo prima: un gruppo di ragazzi, alcuni alle primissime armi, che scelgono di rifarsi a una delle esperienze più magnifiche del Metallo tutto. E come risultato producono un album come Stonebound. Senza investimenti di case discografiche, senza gavetta o quasi, senza altro che non le proprie forze freschissime. E il risultato è un album riuscito in pieno.
Quaranta minuti di epic doom da manuale. Impressionante, se chiedete la mia opinione. Non c’è nulla, ma davvero nulla, da appuntare a Stonebound, una volta che si tiene a mente che si tratta di un album derivativo (il 90% almeno della scena mondiale d’altronde lo è). I riff sono grossi, maestosi ma anche hanno quel suono più cupo, opaco, come negli anni ’90. In The Great Circle of Summoning si riprende più o meno fedelmente quello di Demon’s Gate, ma non sarò certo io a lamentarmene, perché sarà tra i miei cinque riff preferiti in assoluto. C’è una buona padronanza anche nella parte solista, non parti lunghissime, ma di gusto e realtivamente lussureggianti (in quello di Fallen quel po’ di shred è davvero un dettaglio prezioso). Anche la batteria fa davvero un ottimo lavoro, pesante, cadenzata, incalzante quando parte con la doppia cassa. Ed ha quel suono lì, quello che aveva la batteria in certi capolavori degli anni ’90. E non dite che vi dispiace, la cosa. Buona pure la prova di Vicar Nocturnus, che se vogliamo si fa carico della sfida più difficile, confrontarsi con due delle ugole migliori di quella generazione (e non solo). Intelligentemente, sa cosa si può permettere e cosa meno, punta molto sull’interpretazione e sulle linee vocali (solenni, salmodianti). E io sul risultato non ho davvero nulla da ridire. Anzi.

Stonebound è davvero un esordio eccellente e chi volesse puntare il dito sulla mancanza di originalità, questa volta, secondo me perderebbe di vista la luna accontentandosi del dito. Stonebound è un disco scritto bene, interpretato bene, suonato bene e prodotto bene (benissimo). L’originalità gli Obsidian Church hanno tutto il tempo di farla emergere. Parlo di originalità, perché secondo me di personalità con Stonebound i ragazzi ne dimostrano eccome. Dichiarano pure orgogliosi di avere suonato tutto e di aver registrato tutto come esce dagli ampli, come arriva nei microfoni, senza effetti di produzione digitale, post produzione o diavolerie peggiori. Spero davvero non ci sia nessun trucco, anche perché un’altra cosa bella di questo disco qui è vedere delle nuove leve che hanno pure voglia di fare i dischi come si facevano una volta, senza scorciatoie. Intanto, non so come stiano messi quest’anno i colleghi di redazione che stilano la classifica dei migliori cloni dei Dissection. Io credo che non ne ascolterò uno migliore, di dischi “alla Candlemass”, quest’anno qui, nemmeno forse se lo facessero uscire i Candlemass stessi. Chissà. Supportare il Metallo underground e le band di giovanissimi è particolarmente facile, quando incontri dischi come questo. (Lorenzo Centini)
