In verità, vi dico che The Politics of Ecstasy dei NEVERMORE è un capolavoro

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (Matteo 23,27)

Quanti di voi (o quanti anche qui tra noi) pensano che i Nevermore siano solo una melassa nauseabonda, spalmata dei vocalizzi gallinacei di un indecoroso alcolizzato, con tanto di cappello da cowboy. In verità, in verità vi dico che non avete mai capito nulla. Ma fate in tempo a redimervi, perché con il trentennale di The Politics of Ecstasy avete l’occasione di tornare sui vostri passi, col capo cosparso di cenere. Come il figliol prodigo che torna a casa. Umiliato e pentito. E la triste parabola discendente del martire Dane, conclusasi in Brasile manco fosse quella di un terrorista latitante, non riuscirà più a scalfire quello che rappresentavano per davvero i Nevermore. Ovvero una delle ultime occasioni, di certo non andata persa, di pensare il Metallo in maniera attuale. In chiave moderna e contemporanea, certo, eppure senza recidere alcun legame coi due decenni di tradizione precedente. Non pensando nemmeno per un minuto di perpetrarlo in formato fotocopia. Cosa assurda, a pensarci oggi, che siamo ormai talmente abituati, io per primo, al cosplay da convincerci a volte che il Metallo dei giorni nostri possa chiamarsi NWOTHM, grazie a un’ondata di uscite, spesso anche buone, ma che sanno ormai quasi di gaslighting.

“Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane” (Giovanni 9,41)

Seconda metà degli anni ’90. Il Metallo tradizionale arranca, coi giganti che cercano di fermare l’emorragia di attenzione del pubblico, con figuranti più o meno dotati al posto dei cantanti storici. Chi aveva creato il thrash nel decennio precedente ormai lo ha abbandonato per non rischiare di rovinarsi lo smalto sulle unghie. In parallelo, il metallo estremo sta impazzendo (e da un bel po’): sempre più estremo, disco dopo disco, sempre più oltranzista. Con una vitalità eccezionale, ma chiaro, “accessibile” solo a chi accetta un certo livello di sfida sonora. Tanti nel frattempo impazziscono per il progressive, o per lo meno per come lo intendono i Dream Theater. Vai a capirne il motivo. Ecco, in questo contesto operano nel 1996 tre ex Sanctuary ed il loro nuovo sodale, un batterista fenomenale. Con The Politics of Ecstasy l’heavy metal gioca un’ultima carta, ecumenica, per sopravvivere al dissesto: ravvivare il fuoco dell’heavy classico, recuperando dall’estremo le energie fresche (riff, ritmiche, strutture) e la capacità di sfidare la sopportazione del pubblico metallaro generalista, fondendole con power americano, thrash e prog. Per niente un guazzabuglio, come certi farisei vogliono farci credere, perché tutto sempre resta ricondotto alla radice essenziale della musica metallica: le canzoni. Che, per quanto tendenti a tratti nei suoni verso l’estremo, all’estremo opposto si confrontano persino con totem e tematiche popolari. Magari anche sarcasticamente. La citazione sardonica di Lucy In the Sky With Diamonds in This Sacrament io la scambiavo inizialmente per un atto di amore per i Beatles. E forse lo è pure, ma è soprattutto altro.

“Razza di vipere, come potete dire cose buone essendo malvagi?” (Matteo 12,34)

Perché The Politics of Ecstasy è qualcosa di più, molto di più che una manovra di Heimlich tentata sulla carcassa di una musica heavy destinata a diventare zombie, di lì a poco. Ha un programma politico, questo disco, ed è una cosa nobile. Anzi, nobilissima. Parte da Timothy Leary, dalla speranza che la droga lisergica fosse in grado di aprire chissà quali nuove porte di libertà e percezione per l’Uomo. E invece, trent’anni dopo, nel 1996, la realtà è un’altra (e figuriamoci ora, ad ulteriori trenta anni di distanza). In pratica, il medium che doveva aprire l’infinità della percezione diventato invece gabbia e catena al servizio del potere coercitivo, come Leary (o i Beatles) magari non si aspettavano nemmeno lontanamente. Magari. Stessa cosa poi successa con internet, trent’anni dopo, ragnatela tesa a stringere quasi definitivamente il cappio lasciatoci scorrere attorno al collo dal Demiurgo. Ed era già successo con la religione, trenta secoli indietro. Ogni volta che qualcosa dovrebbe liberare l’Uomo finisce per essere strumento della sua persecuzione. Discorso questo magari troppo complesso perché possa essere digerito con il rutto di una birra da discount. O con un video YouTube che vi spiega come suonare le canzoni dei vostri musicisti preferiti. Non dubito quindi che possa essere sminuito o frainteso, deriso dai sopra menzionati farisei del Metallo, dai Sacerdoti del Tempio che contano i denari che accumulano e che reinvestono esclusivamente nelle fondamenta del loro stesso potere. Ciechi.

“Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione” (Marco 7,9)

Costoro non vedono che The Politics of Ecstasy è un capolavoro. Noi li perdoniamo, perché semmai saranno gli Dei del Metallo, al secondo e ultimo grado di Giudizio, che li condanneranno ad una Vita Eterna di ascolti insoddisfacenti, cloni senza creatività e produzioni Nuclear Blast di boy band con le chitarre elettriche (suonate per finta). Perché costoro, distratti dalla pagliuzza nell’occhio del loro fratello (le prestazioni di Dane, straordinarie per noi Giusti, ma di sicuro sopra le righe), non vedono la trave nel loro stesso occhio. Ovvero la potenza di un disco formidabile. Musica metal, ma non intesa come riproposizione di stilemi tutti interni ad uno steccato ben delimitato. E a suo modo politica, ma non intesa come manicheismo partitico, semmai come occasione di interrogarsi e fare interrogare sulla condizione degli uomini. Con linguaggio artistico, ovvio. Mica messianico.

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Luca 5, 31-32)

In quest’ottica, ma mica solo in questa, The Politics of Ecstasy è formidabile. Fonde musica e concetto in canzoni formidabili. Tipo l’iniziale The Seven Tongues of God, estremismo priestiano, complesso, articolato, condotto col misticismo di un muezzin da Dane, prima che Loomis e Pat O’Brien (poi nei Cannibal Corpse) diano forma sonora alla lussuria delle tentazioni di Satana nel deserto. Next In Line, ancora più esotica, desertica, mistica. Durissima, poi si scioglie in una coda psichedelica. Cupissima pure quella. A proposito di misticismo, il doom di Passenger. Desertico anche questo. Tutto il disco è una successione di durezza e immaginazione, misticismo e controllo tecnologico, distopia talmente reale da essere già presente. O persino passato, relativamente recente, come la piazza della stupenda The Tienanmen Man, vertice del disco. Un brano dal coro emozionante, che comunque poi lascia spazio ad un Loomis straordinario, fantasioso, melodico, concreto, benché ipertecnico. E poi il finale, questo sì, quasi profetico. in The Learning, dolente, le parole di trenta anni fa suonano come fossero cronaca del presente (“If you cannot linguistically differentiate a person from a computer / Could the computer be internally conscious? / To emulate flesh machines I am learning / Download, process, analyse / When man and machine become one / Innocence is lost, a new age begun
Download, process, analyse / When man and machine become one / Innocence is lost, a new age begun / This raises a question of philosophy / Should machines be considered a conscious entity?”)

“Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Matteo 23,24)

Ora, pare quasi di vederli, i farisei del Metallo, allineati lungo il muro del Tempio, additano con le loro unghie adunche e scherniscono con le loro smorfie. Sfuggenti, come faine, come iene attaccano in branco. Non argomentano. Deridono la prestazione di Warrel Dane perché troppo teatrale, troppo enfatica, troppo disssonante. Loro, che osannano i vocalizzi eunuchi di teatrantucoli del sogno. Loro, che si sbracciano per le linee castrate del power europeo degli anni ’90. Loro, che difendono le grida gallinacee dei Cirith Ungol soltanto perché non abbastanza popolari da correre il rischio di dover argomentare le loro esternazioni di sovente. Noi non ci curiamo delle loro miserie, appartengono al loro triste mondo ed a quello che incontreranno, nella ricerca vana di entrare nel Valhalla. Il loro futuro, un girone dantesco assomigliante molto più ad un concerto di Ultimo. Coloro invece che in questa vita avranno operato con Misericordia e riconosciuto la grandezza di The Politics of Ecstasy nulla avranno da temere.

Ora, a parte gli scherzi, gente, questo disco è semplicemente meraviglioso. Davvero, che gli vuoi dire. Che ha una copertina terribile? Che la produzione ha qualcosa che non va? Ok, basta, non vedo altri difetti. Un capolavoro vero. Altroché. Se non vi piace per davvero vi rispetto, ok, ma davvero non so allora cosa diavolo cerchiate poi nella musica. (Lorenzo Centini)

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