In Nomine Doomini vol. 15: cultisti di tutto il mondo, unitevi!
ITALIA. Le mele non cadono mai tanto lontane dall’albero. Specie quelle marce, specie quelle che cadono dagli alberi marci. I WIZARD MASTER fanno parte di quel nutrito plotone di band italiane che si rifanno, del tutto o quasi, ai sermoni perversi degli Electric Wizard, come anche Black Spell, Demonio, Sonic Demon e Witchsnake (purtroppo “bucammo” le loro ultime due uscite, ma la materia è quella lì). Il disco nuovo si intitola V.I.T.R.I.O.L. e comincia con quella melodia debosciata che i due amichetti sconsolati di Laura Palmer improvvisano in soggiorno con la cugina della defunta, in una scena davvero di culto. Qui il brano ovviamente diventa I Want Your Blood, anziché Love. Poi se vi ricordate succede qualcosa, e infatti l’album poi procede all’insegna della depravazione e della lascivia più pericolosa. Titoli come Vampire Society sono del tutto devoti al verbo di Jus Oborne & co. Titoli come The Electric Wizard, ovviamente, lo sono ancora di più. Un culto, insomma. Una religione internazionale, nera. Al punto che la digressione inaspettata in campo raw black dell’ultima Holoprogram sembra quasi un gemellaggio coi cugini dagli intenti analoghi e compatibili. A parte inizio e fine (comunque “di genere”), un disco puramente “in stile”, stra-godibile per noi manigoldi depravati che teniamo Witchcult Today sul comodino. Non cercateci originalità, sarebbe una ricerca del tutto fuoriluogo, in operazioni così.
INGHILTERRA. Grassi riffoni fuzzosi e necro-doom, campane a morto e organo da messa nera. Parte benone, come da manuale, The Devil and All His Works, ritorno sulle scene degli albionici WITCHSORROW (già quattro album sulla coscienza). Noi di rimestare nel marciume generato dagli Electric Wizard e dai loro seguaci non perdiamo occasione mai, come si era capito, e quindi accogliamo di buon grado i sette brani del terzetto inglese. Scuola anche qui perfettamente definita dal riferimento di cui sopra. Aggiungiamoci anche una dose di Cathedral (da bravi gentlemen inglesi) e un’attitudine a tratti sludge, o comunque estrema. Vi direi, per delucidazioni, di recuperare nel caso una loro vecchia cover di Freezing Moon. Oppure di affidarvi ad un titolo come In Triumph We Rot!!! su questo disco qui. Ovvio, quindi, che invitiamo a farsi avanti quanti amano il doom anche nella sua versione adatta a depravati che glorificano il disagio. Disco riuscito in pieno, in questo.
GRECIA. Caproni in copertina, un font e una palette di colori che fa tanto un certo album del 1973. E noi, poveri scemi, siamo già conquistati. Poi gli OATH sono pure di Atene. E voi sapete con che riguardo ci focalizziamo sulle uscite provenienti dalla Grecia. Unteach è poi un esercizio di sabbath-ianesimo che più ortodosso non si può. In assenza di karaoke. E quindi noi non possiamo che incensare di lodi gli ateniesi Oath, per un album che non sarà un capolavoro, come lo era un certo album del 1973, ma che potrebbe, anzi, dovrebbe mettere d’accordo tutti: il fattone, il gotico, il defender, il funereo, insomma, qualsiasi affezionato alla musica doom. Ricondotta alla sua essenza più pura, ovvero: Osbourne, Iommi, Butler e Ward. Così Unteach, con titoli meravigliosi come Dies Capri e Alucarda 77, diventa d’ufficio il mio guilty pleasure stagionale.
RUSSIA. Parecchio sabbathiani nonché wizardiani pure i GRAVE DISGRACE, da San Pietroburgo. In realtà sotto il mio radar, da un po’, ma per recensire il precedente Visions of Tomorrow ero arrivato tardi, alla fine. Quest’ultimo album, Helldiver, è ormai il sesto in diciotto anni di attività. Una presenza storica, quindi, nella scena della seconda capitale russa. Avrebbero potuto uscire ben prima, come nome, dai confini patrii, ma si sa che problemi ci sono ai confini, appunto. In casa loro, spero nessuno li additi per titoli come We Came From Hell. Helldiver è, per noialtri, un esercizio solido di sabbathianesimo sonoro e acidità luciferina. Il suono grasso, i riff circolari e fangosi, la voce nasale, la batteria cavernosa. Un canovaccio nient’affatto nuovo, ma riproposto davvero per benino. Se siete sempre in vena di inalare effluvi solforosi, un album coinvolgente.
MESSICO. Da Guanajuato, città montuosa del Messico famosa per le sue mummie, tornano con un album i SANTO FUZZ, che avevamo incontrato qui. Sabbat a la Mexicana dice già tutto con titolo e copertina. Dentro folklore messicano, ovvio, e riffoni fuzz-sabbathiani, ancora più ovvio. L’idea è seducente, anche perchè portata avanti a bassissima fedeltà, tra campionamenti, suoni da festa macabra e chitarre registrate senza filtro e suonate con l’accetta. Melodie sgraziate, da processione. Pare davvero una specie di Dark Sound come lo si interpreta storicamente, a volte, dalle nostre parti. Ma come andrebbe interpretato invece laggiù, in Messico. Con dosi importanti di occultismo (Espiritismo), psichedelia e, perché no, ironia. In Huapango al Nahual la processione del santo Benito avanza pesante, tra chitarre classiche, trombe, cani che abbaiano. L’identità di chi si celi dietro il nome Santo Fuzz è ignota, non esistono foto e non dubito che, se esistessero, il Santo sarebbe ritratto mascherato o incappucciato. D’altronde, se si tratta di un culto esoterico…
INDONESIA. Chiudiamo in bellezza con gli IRON HEAD, una band (o gang) di biker dalle foreste tropicali dell’Indonesia. Come si fa ad andare in Harley tra le fronde lussureggianti e le radici degli alberi? E che ne so io. L’album si intitola Fundamental e no, se qualcuno se lo stesse chiedendo, non ha nulla a che fare con i portoricani Puya (tanto chi se li ricorda…). Gli Iron Head oggi sono i più stoner del lotto, i meno riconducibili a un capostipite definito (Sabbath o Wizard che sia), anche se il riff di Nafas è chiaramente quello di Green Machine. Non è chiaramente una critica, né un problema. Gli indonesiani suonano con tigna e convinzione un grado zero di stoner-doom, pieno di deviazioni space e cantato solo con voce growl cavernosa (impossibile afferrare una singola parola, sempre che i testi esistano effettivamente). E Fundamental è una mattonata in testa, in senso buono, nel senso che è un disco di riffoni che girano e trascinano il giusto. Noi non possiamo non promuovere certe operazioni di appropriazione culturale, come già successo con l’India, la Malesia, la Cina e con la stessa Indonesia), noi che una certa trascendenza spirituali, più che nei raga, la cerchiamo nei riffoni. Come in quello di Raga. E promuoviamo anche certe copertine che sono cult istantanei come questa qui. (Lorenzo Centini)
