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GOD SAVE THE LP – Mamma mi si sono accorciati i dischi

18 ottobre 2017

Skippare le tracce è una cosa che mi ha sempre dato un certo fastidio, perché considero l’album, inteso come Long Playing solo per motivi di durata e non di formato fisico, un po’ il fermo immagine di quello che la Band era nel preciso “momento” in cui lo ha registrato. C’erano delle determinate persone dietro agli strumenti, uno studio di registrazione con una crew scelta appositamente per realizzare i suoni in una certa maniera, e un periodo storico – ovvero tecnologia, contesto, età anagrafica, e quindi anche modi di pensare e di atteggiarsi – che in precedenza ed in seguito sarebbero per forza di cose stati differenti. Tutte queste cose, sommate alla casa discografica del momento, agli ascolti temporanei di chi componeva e a un sacco di altri fattori, determinavano la realizzazione di un album. Sebbene alcuni possano risultare simili fra loro – chiedere a Peavy Wagner per ulteriori delucidazioni – tutti godono di una pressoché totale unicità: perfino quelli studiati a tavolino in base ai risultati di cosa avesse venduto di più negli anni passati, soprattutto quelli delle grandi pressioni che si potevano ricevere da una potente major.

Il formato CD – che è stato lanciato negli anni ’80, ossia circa un ventennio dopo la musicassetta – ha visto la sua versione scrivibile finire sul mercato solo intorno al 1988. All’ epoca possedere un masterizzatore era più raro di adesso, e i fruitori di musica acquistavano ancora molte cassette perché era estremamente facile copiare la musica. Insomma, per farla breve, l’esplosione del formato “compatto ma piatto” è avvenuta un po’ in ritardo rispetto a quelle che erano le sue annunciate potenzialità. Negli anni ’90 il passaggio – rapido e definitivo – da formato cassetta a CD ha sicuramente comportato una miglioria in termini di qualità e praticità, tuttavia sono accadute delle cose che hanno compromesso la longevità e la credibilità futura degli LP. Ripensate per un attimo agli ultimi grandi trend musicali in ambito rock: quante cazzo di canzoni c’erano in alcuni dischi di punta grunge, o nu metal?

Saltiamo prima agli anni in cui il CD si era già affermato – ma le cassette si reperivano ancora in abbondanza a mio avviso per colpa dei pochi masterizzatori, ed anche dei meccanismi antisalto assenti sui primi lettori portatili, ossia quelli che avrebbero a breve soppiantato i cari walkman. Citerò il 1994 perché è un anno a me caro, nel bene e nel male: mi appassionai al rock, ma purtroppo morirono personalità molto forti come il biondo di Seattle o, uscendo dal contesto strettamente musicale, il mio attore preferito Gian Maria Volontè. In quell’anno uscì inoltre uno di quei dischi che successivamente avrei consumato: Superunknown. Un vinile LP –o 33 giri- raggiungeva la durata di circa un’ora di musica suddivisa in due lati. Col CD si arrivò intorno ai 74 minuti complessivi, una vera goduria per le etichette discografiche che spinsero i musicisti a non scartare più nulla, fornendo al consumatore sempre più materiale a discapito della qualità.

Ciò che sarebbe finito in pattume o release di “B-Side”, acquisì un posto importante all’ interno di album che stavano rivoluzionando il mondo della musica, in un certo senso castrandoli. Ecco perché, pure in un colosso come Superunknown, che ha sedici pezzi al suo interno, finii inevitabilmente per skippare alcune tracce. Ed era di per sè un gesto semplicissimo, ma che poteva far perdere a un metallaro nerdizzato come me alcuni importanti dettagli, che in quel preciso momento storico componevano il sound di alcuni musicisti capaci di attirare la mia attenzione e quella di molti altri rock freaks. Mi sono soffermato su questo aspetto quando ho notato che, dagli anni ’90 fino poco tempo fa, era esplosa la tendenza all’ infarcire di minutaggi eccessivi i nuovi lavori. E la cosa si accentuava nei gruppi di punta: ad esempio ogni album dei Korn da Life Is Peachy fino all’omonimo del 2007, vantava un numero di canzoni non inferiore a tredici. Dopodiché si è invertita la tendenza, sebbene non sia uscito un nuovo Issues.

Lo stesso Josh Homme, uno dei miei musicisti preferiti e ultimamente uno dei più abili nel farmi incazzare, non ha voluto superare le dieci tracce all’ interno dei suoi ultimi due lavori, giovandone tantissimo perlomeno su …Like Clockwork dopo che aveva pubblicato in sequenza tre album lunghissimi. Quella di accorciare ritornando (solo) in questo senso ai tempi del vinile e della musicassetta, è una cosa sicuramente successiva al 2010, ma anche un dato di fatto consolidato: oggi gli album stanno ritornando pian piano più brevi, e la prima volta che me ne sono accorto in maniera lampante fu proprio con i QOTSA. Quali scenari si aprono a questo punto? (Leggi tutto)

Dopo la pizza con l’ananas, la quattro stagioni: WINTERSUN – The Forest Seasons

17 ottobre 2017

Sono su queste pagine da luglio, e ricordo che nei primissimi giorni mi passò per la testa di recensire The Forest Seasons dei Wintersun, oggi finalmente una band a tutto tondo dopo che nel debutto avevano assunto la forma di un progetto solista di Jari Maenpaa più un batterista per le sessioni di registrazione. Ancora oggi troviamo Kai Hahto dietro alle pelli, e i due musicisti aggiunti per la realizzazione di Time I sono tuttora presenti, segno di una buona alchimia di gruppo raggiunta – ma dopo questa mia frase faranno certamente la fine dei Wolfmother. Sfortunatamente, l’età che avanza mi ha fatto completamente dimenticare che il disco era uscito, che gli avevo dato un rapido ascolto e che avevo pure letto un paio di recensioni – ricordandomene con Two Paths. Probabilmente, fra altri sei mesi girovagherò per il quartiere coi cani al guinzaglio senza ricordare via e civico a cui riaccasare, e mi verrà affidata una badante bulgara di 19 anni che mi introdurrà -negli ultimi anni di vita- al bondage ed altre pratiche tutto sommato definibili affini al Metal. O forse no.

Senza scomodare Vivaldi e le sue Quattro Stagioni, va detto che già Nargaroth – ovvero il tedesco René Wagner – aveva messo in opera una cosa del genere in ambito Metal col suo Jahreszeiten, che all’ epoca ascoltai quasi per caso apprezzandolo non poco. Ma The Forest Seasons ha fatto parlare di sé in altri termini, nel corso dei cinque anni trascorsi dalla release del suo predecessore in studio: crowdfunding, pubblicità ultrapompata e l’annuncio di una serie di edizioni per accalappiare il fan più esigente. Tutte cose degne del Lars Ulrich dei tempi peggiori, non fosse che Jari Maenpaa (scusate se ometto tutte le volte i puntini, ma potreste avere problemi di visualizzazione e leggere qualcosa di simile a una serie di smile da tastiera Android) è da considerarsi, oggi, uno dei personaggi più influenti -in termini di capacità e risultati raggiunti- della scena metal intera. Soprattutto dopo essere uscito dal guscio degli Ensiferum che, come ho detto poco fa, sicuramente gli stava stretto nonostante ci avesse realizzato un esordio da paura. (Leggi tutto)

Malvagità e iconoclastia: INCANTATION – Profane Nexus

16 ottobre 2017

Nella vita di un uomo arriva una fase in cui si cominciano ad apprezzare le piccole cose positive della vita quotidiana, come il sorriso di un bimbo dal volto paffuto, un tramonto dai colori saturi o le carezze amorevoli della compagna al termine di una giornata faticosa. Fortunatamente per noi, agli Incantation di tutto ciò non è mai fregato proprio un cazzo.

Altrimenti ciò avrebbe comportato quel passaggio impercettibile quanto netto dalla fase giovanile a quella adulta, in cui il compositore heavy metal svuota in primo luogo la propria rabbia contro la società e altri bersagli facili da colpire – ma assai difficili da abbattere; per poi decidere se rivoluzionare le proprie tendenze musicali al passo con la sua naturale trasformazione, oppure entrare in pilota automatico, replicando i suoi migliori successi o accennando ad essi in un secondo e nostalgico momento. In nessuno di questi casi c’è alcunché di male, a meno che  sfornino dischi che non si possono ascoltare. Ma quel salto, non perché siano #giovanipersempre, gli Incantation non ce l’hanno mai fatto avvertire. Non hanno realizzato una cosa carina come Christ Illusion pochi anni dopo averci presi a botte con God Hates Us All, tanto per spiegarvi quanto pensi che gli Slayer siano diventati una band di ottimi mestieranti dopo essere stati la perfezione e la furia allo stesso tempo.

Non perché – come a detta di molti – facciano album tutti uguali al precedente, oppure perché siano succubi del meraviglioso Onward To Golgotha (un po’ il loro Altars Of Madness, cioè di una qualità altissima ma di forma espressiva tutt’altro che definitiva). Gli Incantation sono ancora quelli del 1992 semplicemente perché ci trasmettono le medesime emozioni. Rabbia controllata, malvagità e iconoclastia concentrati in un death metal oscuro come pochi artisti di spicco hanno saputo farci sentire, fra cui Trey Azagthoth e l’affiatato duo Dolan/Vigna. Ma per me gli Incantation sono la migliore band di sempre del genere, sottomessi – si fa per dire – per carisma e intensità solamente dai Morbid Angel della prima era Vincent (per inciso, quella in cui il nostro adorato growler non si era ancora dato ai Genitorturers, al rimorchio delle milf ai Rodeo nella North Carolina ed al radikult). (Leggi tutto)

PARADISE LOST // PALLBEARER @Kwadrat, Cracovia, 9.10.2017 o “della bollitura di Nick Holmes”

15 ottobre 2017

Medusa è carino. È il disco che ci si doveva aspettare dai Paradise Lost, fortunatamente ormai ben lontani dalle pippe pseudo-depechemodiane di un tempo ben preciso e definito. Una parentesi che va dimenticata, e presto. I nostri eroi ora cercano di scrollarsi di dosso quei retaggi, cosa evidente anche dalle setlist proposte dal vivo, con pochissimi pezzi dall’inutile repertorio della fine degli anni novanta e dei primi duemila. Tragic Idol invece era un grandissimo disco, e fa specie vedere che in scaletta, oggi, c’è un solo pezzo dal loro miglior album dai tempi dell’epocale Draconian Times.

La sorpresa è che, dopo aver letto le selezioni delle serate precedenti a questa (unica in Polonia), sentirli eseguire addirituttura un pezzo da Gothic (Eternal) è inaspettato e quanto più apprezzato. Due pezzi da Icon e due da Draconian Times sono una tappa obbligata, anche se con i problemi di cui parleremo più in là.

Ma prima due parole sui Pallbearer. Heartless, probabilmente e al netto di grandi sconvolgimenti di fine anno, finirà nella mia playlist, e la band dell’Arkansas, sempre più vicina ai Katatonia per sensibilità melodica ma con un tocco tutto particolare, propone uno show veramente piacevole. Da ascoltare con calma con una bella birra in mano mentre si scapoccia lentamente. Poi arriva una seconda birra. Ed un terza. E così via. Alla fine vado a comprare il disco, che ancora non avevo, e a prendere la quarta birra.

Intanto leggo qua e là le ultime notizie riguardo al potenziale serial killer catturato in citta’ questa settimana. Sarebbe il terzo negli ultimi cento anni nella città di Cracovia di cui si è scoperto l’operato, dopo i leggendari Władek il Bello e Karol il Vampiro. Questo tizio avrebbe prima fatto conoscenza con una studentessa della prestigiosa Università Jagellonica e l’avrebbe frequentata per alcune settimane. Dopodiché, una sera, l’avrebbe legata, seviziata e infine scuoiata, con l’intento di procurarsi un orgasmo. La pelle della vittima è stata poi ritrovata sulla riva della Vistola. Tutto ciò accadde nel 1998, e il colpevole è stato ora catturato dopo quasi vent’anni. Personale considerazione: secondo voi, uno che ha questo modus operandi e queste finalità può aver fatto una sola vittima? Infatti la polizia locale si sta sforzando di capire se abbia commesso altri crimini, indagando tra le scomparse degli anni precedenti e recenti. In tutti questi anni però il tizio in questione si aggirava tranquillamente in città ed aveva avuto una profonda conversione cattolica, prestando opere di carità presso le comunità locali.  (Leggi tutto)

SAINT VITUS // MOS GENERATOR @Traffic, Roma, 11.10.2017

14 ottobre 2017

L’altra volta c’era Wino e già qua dovrei essere di parte perché avevano fatto tutto Born Too Late (dal quale stasera estraggono H.A.A.G., Look Behind You e la title-tracke i dischi dei Saint Vitus ai quali sono più affezionato sono quelli con lui. Inoltre scopro pochi giorni prima che il bassista storico Mark Adams se ne è andato lo scorso anno, ed è un duro colpo. Enrico mi spiega che pure lui era stato beccato con la droga in Scandinavia e non può più tornare in Europa, sebbene quel tour – rimpatriato Wino – fossero riusciti a concluderlo in tre. Al suo posto hanno chiamato la persona più giusta possibile: Pat Bruders, il bassista ufficiale di New Orleans. Oggi Down, in passato Crowbar e Goatwhore. Eppure questa volta è stato ancora meglio. Non solo perché Wino l’altra volta era scazzato, mentre Scott Reagers è un frontman clamoroso: sembra sempre che quello che si sta divertendo più di tutti sia lui.

I Mos Generator da Seattle ingranano dopo un paio di pezzi ma poi non mollano più la presa. Nel marasma ingestibile di una scena affollata e tuttavia assestata su livelli alti, come lo stoner, per me hanno sempre fatto parte della categoria di gruppi che avevi beccato a caso con i suggerimenti automatici di youtube o spotify, ti ricordi che ti erano piaciuti, magari un paio di album restavano a giro per un po’ (Nomads mi era rimasto abbastanza impresso) ma non li avevi mai approfonditi. Con una ricerca su Google mo’ ho pure scoperto che ne avevo parlato tre anni fa, il che vi dà la misura dello stato irrecuperabile del mio degrado cerebrale. (Leggi tutto)

Dei MASTODON non si butta niente: Cold Dark Place

13 ottobre 2017

Vi ricordate di Beyond Magnetic? I Metallica avevano appena fatto un flop clamoroso con Lulu, e circa due mesi dopo se ne uscirono con quell’EP di quattro tracce riprese dalle sessioni di scrittura di Death Magnetic. Inutile dirlo, ma la sua qualità da sei politico – tendente più al cinque e mezzo che al rialzo – lì per lì non servì a molto. Rileggendolo a mente fredda oggi, ci vedo un forte accenno alla futura intenzione di virare verso l’heavy metal onnipresente nei brani di punta di Hardwired… To Self Destruct , ma questo è un altro discorso – e lo riprenderò più avanti. Da allora sono diventato estremamente perplesso ogni volta che mi mi avvicino a un nuovo dischetto di outtakes di qualche LP più o meno fortunato, specie se a realizzarlo sono i miei gruppi preferiti. Così – dopo avere accolto tiepidamente Emperor Of Sand, che per chi scrive è stato un passo indietro rispetto a The Hunter e soprattutto a Once More ‘round The Sun – arrivo a questo EP dei Mastodon con la consapevolezza che esso contiene tre potenziali B-side dell’album del 2014, ed una dell’ ultimo – che a mio avviso non avrebbe affatto sfigurato proprio all’interno della scaletta di Emperor Of Sand.

Il virus sui social network coi Ray-Ban a 19 euro spopola

La realtà è che i Mastodon hanno composto un trittico iniziale di una potenza incredibile, che ha consacrato la band di Atlanta grazie alla commistione letale fra semplicità, pesantezza e una tecnica di base buonissima (mi soffermo in particolar modo sul batterista Brann Dailor, per me uno dei migliori in circolazione nel panorama Rock). Poi l’album della svolta prog metal, Crack The Skye, che detestai alla sua uscita e che ho apprezzato fino alla follia solo riprendendolo in tempi recenti, ed un secondo trittico più recente in cui la forma canzone ha finito per predominare sul resto, ammorbidendo generalmente i toni. I pezzi di Cold Dark Place, eccezion fatta forse per Blue Walsh che dispone di un efficace ritornello e di Toe To Toes – ipotetico singolo dei loro tempi odierni – ci fanno capire come il gruppo di Troy Sanders abbia messo in commercio questo EP ipoteticamente per due ragioni, delle quali spero vivamente prevalga la seconda. (Leggi tutto)

Il metallo, quello vero: PAGAN ALTAR – The Room of Shadows

12 ottobre 2017

Quella dei Pagan Altar non è una storia di successi e riconoscimenti, ma è comunque una di quelle tante storie cariche di significato e di amore per la musica, iniziata verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo. Ribadisco lo scorso secolo perché quella degli inglesi è una vicenda un po’ paradigmatica di come andavano le cose a quei tempi (e anche di come vanno oggi): tempi che molti di noi non hanno vissuto, perché troppo giovani o non ancora nati, anche se comunque siamo in grado di comprenderli, in quanto siamo fondamentalmente rimasti legati al secolo passato per molti aspetti. Aspetti che coprono un ampio spettro, che va dal modo di comunicare a quello di gestire le relazioni, di coltivare le passioni, di intendere la vita quotidiana non come il bancone di una tavola self-service da cui attingere finché si è sazi, stufi e annoiati, ma come un dare/avere che riconosce il senso dell’equilibrio delle cose. La vita è una bilancia, e come tale pende da una parte e dall’altra; l’unico modo per non sfracellarsi al suolo è restare in equilibrio, l’equilibrio tra ciò che prendi e ciò che dai, tra ciò che gli altri fanno per te e ciò che fai per loro. Il senso del sacrificio e del merito in tutti i suoi più seri o faceti aspetti, ambiti, eventualità, situazioni.

Un giovane trentatreenne, Terry (il padre), ed un giovanissimo sedicenne, Alan (il figlio), nel 1978 mettono su una band di NWOBHM, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi semplicemente Pagan, scrivono i primi pezzi e tengono i primi live nel dintorni dei sobborghi proletari a sud-est di Londra. Testi e musiche saranno sempre e comunque scritte da padre e figlio anche in futuro, fino a 1986, anno in cui di fatto Terry, stanco dei pochi successi raccolti fino a quel momento, complice lo scarso appeal riconosciuto alla New Wave inglese in quel periodo, e, chissà, forse gravato da problemi economici, mette da parte il progetto artistico e si trova un lavoro.  (Leggi tutto)

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