Duo greco-americano dedito a un black/death furioso e tecnico che in meno di mezz’ora passa da spietati assalti brutal a suggestioni progressive.
Speriamo sia solo un test (o un dispetto) la prima uscita dei texani addirittura dal 2020. Non è che abbiamo aspettato tutto questo tempo per avere 18 minuti di ambient.
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Un classico assoluto del thrash, più influente di quanto si ritenga. La gara a suonare il più tecnico e veloce possibile iniziò anche da qui. Trentacinque minuti di massacro.
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Duo greco-americano dedito a un black/death furioso e tecnico che in meno di mezz’ora passa da spietati assalti brutal a suggestioni progressive.
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Uno stile personalissimo, atmosfere ammalianti e, soprattutto, uno screaming da brividi. C’è ancora qualcosa da smussare, ma potremmo essere davanti a un gruppo destinato a esplodere.
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I tedeschi devastano tutto con un’ora di show senza cali, Stanne e amici hanno melodie così orecchiabili da poter gareggiare a Sanremo, gli americani sono impeccabili ma Eschbach, passato al microfono, non convince.
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I belgi si confermano fuoriclasse anche al dodicesimo album, per oltre la metà in blast beat fisso. Una cavalcata demoniaca verso l’annichilimento totale.
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Ritorno a strettissimo giro del rozzo progetto epic/viking/black di un giovane polistrumentista finlandese. Anche questa volta non si fanno prigionieri.
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L’ex cantante degli Arch Enemy ha presentato l’8 marzo un nuovo progetto allo scopo, testuali parole, di “costruire qualcosa di forte per le donne nella musica pesante”. Perché non c’è nulla che sfidi il patriarcato come esporre l’epidermide per attirare i soliti gonzi.
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Lo standard dell’heavy metal odierno è piatto, innocuo, pulitino. Una musica che non fa paura a nessuno, che non è più la voce degli emarginati. E allora a che genere di pubblico si rivolge?
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In un’America distopica 50 ragazzi vengono costretti a un’estenuante marcia che si conclude solo quando ne resta vivo solo uno. Portare sullo schermo i libri di Stephen King non è mai facile. Francis Lawrence può dire di avercela fatta.
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Duo greco-americano dedito a un black/death furioso e tecnico che in meno di mezz’ora passa da spietati assalti brutal a suggestioni progressive.
Uno stile personalissimo, atmosfere ammalianti e, soprattutto, uno screaming da brividi. C’è ancora qualcosa da smussare, ma potremmo essere davanti a un gruppo destinato a esplodere.
I belgi si confermano fuoriclasse anche al dodicesimo album, per oltre la metà in blast beat fisso. Una cavalcata demoniaca verso l’annichilimento totale.
Ritorno a strettissimo giro del rozzo progetto epic/viking/black di un giovane polistrumentista finlandese. Anche questa volta non si fanno prigionieri.
Un album dove tutto è così spinto all’eccesso che anche le cose buone finiscono per fare schifo. Peccato perché questi ragazzi i riff li sanno scrivere.
Una puntata dedicata al black metal, con i Viserion ispirati all’universo di George R.R. Martin, i Møl che riprendono i Deafheaven, le atmosfere urbane degli Unmother e gli scozzesi Cnoc an Tursa, una versione migliorata degli ultimi Saor.
Ancora qualche pregevole rimasuglio di black metal uscito l’anno scorso: le atmosfere degli A Different Cloud, la violenza e la tecnica dei polacchi Actum Inferni e i “cascadici d’Australia” Atra Vetosus.
Quando cupezza fa rima con tenerezza. Un gruppo per chi alterna i Black Sabbath ai My Bloody Valentine. Perché tutti, ogni tanto, abbiamo bisogno di un abbraccio.
Speriamo sia solo un test (o un dispetto) la prima uscita dei texani addirittura dal 2020. Non è che abbiamo aspettato tutto questo tempo per avere 18 minuti di ambient.
L’ex cantante degli Arch Enemy ha presentato l’8 marzo un nuovo progetto allo scopo, testuali parole, di “costruire qualcosa di forte per le donne nella musica pesante”. Perché non c’è nulla che sfidi il patriarcato come esporre l’epidermide per attirare i soliti gonzi.
Ci ha lasciati un grande scrittore di fantascienza e letteratura horror, autore, tra le altre cose, del famosissimo ciclo dei Canti di Hyperion.
Ormai la regola di Michael Amott è chiara: dietro al microfono ci deve stare la patata. Barg ne approfitta per vantarsi di come avesse già capito tutto ventisei anni fa.
Lo standard dell’heavy metal odierno è piatto, innocuo, pulitino. Una musica che non fa paura a nessuno, che non è più la voce degli emarginati. E allora a che genere di pubblico si rivolge?
In un’America distopica 50 ragazzi vengono costretti a un’estenuante marcia che si conclude solo quando ne resta vivo solo uno. Portare sullo schermo i libri di Stephen King non è mai facile. Francis Lawrence può dire di avercela fatta.
Come ogni anno, il nostro Gabriele Traversa va alla ricerca di quanto di più sanremese e zuccheroso c’è attualmente nel panorama “metal” (o presunto tale). Quest’anno ha vinto la Tradizione.
Nel secondo capitolo della nostra storia della psichedelia turca anni ’70 ci dedichiamo al lato più pesante e rock con 3 Hürel, Bunalım e Erkin Koray, formazioni la cui energia dal vivo era a un passo dal proto-metal.
I tedeschi devastano tutto con un’ora di show senza cali, Stanne e amici hanno melodie così orecchiabili da poter gareggiare a Sanremo, gli americani sono impeccabili ma Eschbach, passato al microfono, non convince.
Mesetto moscetto ma qualcosina c’è. Zu, Cryptosis, Saor, Novembre, Furor Gallico e Zolfo gli appuntamenti di rilievo.
I gelidi viennesi fanno scapocciare in silenzio con il loro post-black metal. Di supporto una nostra vecchia conoscenza che segna il traguardo del centesimo show.
Gorgoroth, Kanonenfieber, Pestilence, Saor, Primal Fear, Xasthur, Airbourne, il terzetto Kataklysm / Vader / Blood Red Throne, l’Unholy Dead Fest con gli Impaled Nazarene e tantissimo altro.
Tappa toscana di un cartellone, passato anche per Roma e Napoli, completato dalle rivelazioni Bianca e Patristic, in questa occasione accompagnati anche da Barbarian e Sinister Ghost. E i padrini del depressive black italiano sono sempre una sicurezza.
Un concerto che celebra la chiusura di uno straordinario ciclo durato dieci anni. Per una band dotata di un simile talento arrivare così in alto è stato relativamente semplice. La parte difficile arriva ora: dimostrare di avere le spalle per restarci.
Un classico assoluto del thrash, più influente di quanto si ritenga. La gara a suonare il più tecnico e veloce possibile iniziò anche da qui. Trentacinque minuti di massacro.
Un capolavoro che segnò una svolta per la band di Mark Shelton che, forte di una sezione ritmica impareggiabile, abbracciò un suono più diretto e pesante e, allo stesso tempo, più tecnico e progressivo.
Katatonia, The Sword, Sadus, Kataklysm, Runemagick, Aborym, Mötley Crüe, Eldritch e altri ventennali.
È tutto sbagliato, dalla produzione posticcia alla voce da orticaria di Friden, fino all’insopportabile look da fighetti scan rock. Eppure…
Se un professore di musica vi costringesse a sorbirvi per tutta l’estate gli sciamani supremi del culto riccardone, quando tutto quello che volete è scapocciare con gli Antropofagus, come ne uscireste?
Il disco che inaugura la fase “punk” delle leggende norvegesi è anche uno dei migliori di quel periodo. Sporco, sguaiato, grezzo, all killer no filler .
