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ContrAppunti Prog #4: Concerto Grosso per i NEW TROLLS

24 maggio 2018

Morire… dormire… forse sognare.

Qualcuno forse si ricorderà di questa rubrica. Per gli smemorati riprendo il vecchio disclaimer:

Cosa è ContrAppunti Prog: uno spazio dedicato alla progressive italiana; un appuntamento (si spera) fisso dove riscoprire e approfondire piccoli capolavori del rock nostrano più o meno noti; un salto in un passato musicale che va dalla fine degli anni ’60 alla fine dei ’70.

Cosa non è ContrAppunti Prog: una rubrica per esperti, collezionisti e maniaci del prog curata da esperti, collezionisti e maniaci del prog; una rassegna che segue un criterio o una logica precisa; un’idea nostalgica.

Alla fine non è stato un appuntamento fisso (ma effettivamente non ha seguito alcuna logica), essendo questa la quarta puntata in otto anni di blog. Del resto è talmente facile dire banalità a proposito di dischi su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e, allo stesso tempo, talmente difficile dire qualcosa di personale che almeno una decina di volte in questi anni mi sono ritrovato a scrivere e poi cancellare quanto buttato in bozza. Parimenti non voglio che questa rubrica, la cui evoluzione è stata a dir poco travagliata, muoia. Quindi la riesumo, dedicando la presente a quello che considero uno dei migliori album della storia del rock progressivo italiano, nonché del rock italiano tutto, che va conosciuto a prescindere dal fatto che vi sentiate vicini al prog o totalmente lontani da esso in quanto a gusti musicali. Signore e signori, ecco a voi Concerto Grosso(Leggi tutto)

W la foca: RIOT V – Armor of Light

24 maggio 2018

I Riot sono, insieme ai Voivod, uno dei gruppi heavy metal con la proporzione diretta più clamorosa tra meriti artistici e sadico accanimento del destino cinico e baro, accanimento culminato in entrambi i casi con la morte prematura del chitarrista e compositore principale seguita da una reunion improbabile ma riuscita contro ogni presupposto. Agli statunitensi, forse, andò ancora peggio che ai canadesi, i quali a metà anni ’90, con l’innesto di Eric Forrest, vissero quantomeno una seconda giovinezza, per quanto di breve respiro (nel ’98 il nuovo frontman rimase gravemente ferito in un incidente con il tour bus in Germania, sempre perché la dea bendata li ha molto a cuore). Nel frattempo i poveri Riot, pur pubblicando album della madonna come The Brethren of the Long House e Inishmore, erano stati del tutto dimenticati, vendendo pressoché solo in Giappone. Nemmeno il successivo ritorno di fiamma per il metal classico dovuto al boom del power aiutò il gruppo a conquistare almeno un pezzetto di quell’affermazione commerciale alla quale il leader Mark Reale aveva sempre agognato invano. Sons of Society, classe ’99, era bellissimo ma non se lo filò quasi nessuno. Altri tre dischi e Mark lasciò, nel 2012, questa valle di lacrime, dopo aver rimesso in piedi la formazione di Thundersteel. La saga di una delle più grandi e sfortunate band della storia dell’heavy metal sembrava finita per sempre. C’è chi sostiene che a portare sfiga fosse Johnny, il simpatico uomo-foca che appare su buona parte delle loro copertine, considerato la mascotte più tremenda da quando l’uomo ha inventato il metallo. Non diciamo cazzate, Johnny è bellissimo. Soprattutto da quando ha iniziato ad andare in palestra.

Sicché l’altro chitarrista Mike Flyntz e il bassista Don Van Stavern decisero di tenere la baracca in piedi aggiungendo, per rispetto nei confronti del caro estinto, una “V” al moniker originale. Alla batteria esce Bobby Jarzombeck, che si installa dietro le pelli dei Fates Warning, ed entra Frank Gilchriest dei Virgin Steele; al posto di Reale arriva il pressoché sconosciuto Nick Lee e al microfono, nel difficile ruolo di sostituto di Tony Moore, viene arruolata una delle migliori ugole sulla piazza: lo straordinario Todd Michael Hall, già visto all’opera con i Burning Starr di Jack Starr. Unleash the Fire esce nel 2014 e, considerando pure le naturali perplessità che si potevano nutrire per l’operazione, è semplicemente fantastico, uno dei migliori dischi di metal classico usciti dagli Usa dall’inizio del nuovo millennio. Li vedrò sul palco con questa line-up due volte: la prima al Rock Fest di Barcellona, la seconda a Roma, in un Jailbreak gremito e adorante. Fu quest’ultimo un concerto davvero mostruoso: un Gilchriest caricato a pallettoni e un Todd Michael Hall quasi sovrannaturale (Charles parlò di una delle migliori prestazioni vocali che avesse mai visto dal vivo e mi sentirei di confermare). Era quindi legittimo che le mie aspettative per questo Armor of Light fossero altine. Sono state rispettate? Così così. (Leggi tutto)

AT THE GATES – To Drink From The Night Itself

23 maggio 2018


Charles: Pensavo di doverci mettere più tempo per digerire questo disco e invece così non è stato. Se dismetto i panni dello scribacchino e indosso quelli del metallaro medio che nella sua formazione ha avuto gli svedesi tra i suoi punti di riferimento, mi risulta ancora più facile dire quanto segue. Dopo At War With Reality le aspettative da fan erano, ovviamente, ridimensionate, per una serie di ovvi motivi che è inutile elencare. Premesso questo, e premesso il fatto che la gioia per il ritorno fu talmente grande da avermi fatto chiudere un occhio su alcuni momenti di calo del precedente, è conseguenza naturale che nei confronti di To Drink from the Night Itself io abbia un livello di tolleranza più basso. Il disco è proprio ciò che mi aspettavo e che, per certi versi, temevo. Temevo, infatti, che pur mantenendosi su un livello medio-alto, questo album avrebbe sofferto di ulteriori momenti di calo. Preso da solo e paragonato all’attuale contesto in cui si muove, ‘sto disco è una bomba. Preso invece nel suo di contesto, nel suo di mondo, è una roba che mi fa incazzare non poco. Primo perché è inutilmente lungo, secondo perché i momenti migliori spaccano di brutto e allora, per la puttana, mi chiedo perché Tompa e compari non ci mettono un po’ più di attenzione, cristo santo. Della serie: se avessero messo insieme i momenti migliori del precedente e di questo qui adesso staremmo a dire quanto cazzo sono superiori gli At The Gates invece che farne questo discorso del cazzo e staremmo celebrando il fottuto Slaughter of the Soul parte seconda. Non sono chiacchiere da bar, perché le capacità le hanno ancora e lo hanno ampiamente dimostrato. Si può fare. Fatelo, diobuono.

Trainspotting: Sinceramente ero preso benissimo dalla prospettiva di un nuovo disco degli At The Gates. Senza alcuna motivazione razionale, peraltro: il precedente album lo avevo completamente dimenticato, non essendomi mai più venuta voglia di riascoltarlo, come del resto già previsto nella recensione; inoltre, nel frattempo sono riuscito a vederli dal vivo al Fosch Fest, e le motivazioni per cui quella prestazione mi è piaciuta così tanto sono più o meno le stesse per cui questo To Drink From The Night Itself ha finito sostanzialmente per non farmi né caldo né freddo. Quel concerto, come detto, fu bellissimo perché divertente, coinvolgente, opera di una band ormai rodata che portava in tour i propri grandi successi con l’intento di intrattenere il pubblico, riuscendoci peraltro benissimo. Ma non c’era dolore, sofferenza, intimismo; non c’era nulla che aveva reso gli At The Gates quel gruppo così enorme e peculiare. In To Drink From The Night Itself Tompa e compari cercano di recuperare il vecchio approccio di Terminal Spirit Disease e Slaughter of the Soul, ma purtroppo quegli uomini sono ormai sono cresciuti, e il vecchio approccio è ormai perduto per sempre. La dozzina di tracce qui presenti non ha nulla di sbagliato, e in alcuni momenti si viaggia a livelli piuttosto alti, ma – giocoforza – non si tratta più di quegli At The Gates. I pezzi, presi singolarmente, potrebbero fare la propria porca figura in qualche playlist, ma è molto probabile che anche stavolta non mi verrà più voglia di riascoltare il disco per intero.

Marco Belardi: Per interpretare nella migliore maniera possibile un nuovo album degli At The Gates, dovete togliervi dalla testa che sia un successore di Slaughter of the Soul. Quel disco non avrà altri figli, è stato un punto di arrivo, ed ogni cosa che seguirà non farà altro che aprire un percorso parallelo, ripartendo da Terminal Spirit Disease. La mia impressione iniziale in risposta a At War With Reality fu freddina, considerando che oggi di esso ricordo con estremo piacere solo un paio di pezzi tra i più veloci e standard. In sostanza, quello degli At The Gates avrebbe potuto essere una bomba di EP, ma si perse in un mare di materiale ordinario che ci descriveva quella dei fratelli Bjorler come una band vittima del suo passato ingombrante. Se con i primi due album l’innovazione era stata portata all’estremo a fronte di mezzi di registrazione ancora approssimativi, Terminal Spirit Disease e il successivo capolavoro rappresenteranno per me l’essenza definitiva di quello stile: un qualcosa da cui potrai muoverti di qualche pedina, senza però discostarti troppo, pena la probabile cessazione della tua esistenza. E così, dopo anni di rodata carriera con i The Haunted, che presero appunto Slaughter Of The Soul come punto di partenza per spostarsi dalle parti del groove efferato e della violenza, gli At The Gates odierni vanno interpretati come un logico prosieguo del sound di Terminal Spirit Disease, cancellando dalla lavagna il nome del suo scomodo successore e frenando le aspettative prima che si schiantino oltre il punto stabilito.
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SLEEP // LIQUIDO DI MORTE @Santeria Social Club, Milano 17.5.2018

22 maggio 2018

Report a cura di:  MANN O)))

Io e i miei scagnozzi arriviamo al Santeria verso le 8.30, a metà tra l’apertura delle porte e l’inizio dello spettacolo. Ci sembra strano arrivare ad un concerto mentre c’è ancora il sole in cielo, non fa parte delle nostre radici terrone, ma va comunque bene così. Il Santeria si presenta strano, essendo una specie di risto-pub con i tavolini ed un grande bancone da bar: avevo già spulciato qualche foto su internet, ma vedere un simile posto occupato da qualche centinaio di metallari vestiti male ha qualcosa di surreale. Io ero seriamente convinto che il concerto si sarebbe tenuto nella stessa sala, con giusto i tavoli e le sedie spostate, invece passiamo attraverso una grande porta anti-panico che ci porta dove materialmente c’è il palco; e io ci rimango malissimo per questa cosa.

Mentre ritiriamo i biglietti, io e i miei amorevoli sicari iniziamo a guardarci un po’ attorno e a bere qualcosa, chiedendoci se quella che si percepisce da fuori sia musica in diffusione dalle casse o i LIQUIDO DI MORTE che hanno già cominciato a suonare. Ovviamente è la seconda opzione, quindi chiedo scusa alla band ma purtroppo siamo già abbastanza stravolti. Entriamo finalmente nella stanzona dove si terrà il concerto e veniamo accolti da due muri di amplificatori Orange e Ampeg; prendiamo posto al centro, più o meno vicino al palco, e niente, siamo ancora convinti che i Liquido di Morte debbano suonare, quindi continuiamo ad aspettarli come dei cretini.

E invece no: parte un interminabile discorso preso da chissà quale documentario della NASA con due persone che, tra fruscii e bip bip vari, si parlano di coordinate o che cazzo ne so io. Dopo un quarto d’ora la mia birra è diventata brodo di pollo, ma in compenso arriviamo alla conclusione che i Liquido di Morte hanno effettivamente già suonato. Certo, con questi ritmi ci vorranno un paio d’ore per capire che quelli sul palco sono gli SLEEP e non gli Exodus però ehi, la lagna in diffusione finisce e finalmente gli Sleep arrivano sul palco, proprio quando stavo iniziando a disperare.  (Leggi tutto)

Hipsteria: IHSAHN – Àmr

22 maggio 2018


È tornato Ihsahn, quello che oggi è diventato il blackster più hipster di tutti – secondo solo a Nergal, forse. Con la differenza, però, che The Satanist era, paradossalmente e al netto dei momenti più rock, uno dei dischi più neri dei Behemoth. Esclusi ovviamente i primi due che però sono abbastanza insulsi da un punto di vista stilistico e qualitativo. Non si può invece dire la stessa cosa di Àmr o degli ultimi album di Ihsahn.

Il black metal ha lasciato i pensieri del nostro norvegese da un po’ di tempo ormai; forse già da Das Seelenbrechen, che, seppur lontano dai fasti dei precedenti, manteneva delle fantastiche atmosfere claustrofobiche. Già per Arktis. non si poteva più dire la stessa cosa. Ora con Àmr siamo oramai in territori che si possono definire anche solo progressive e manco troppo metal – con l’eccezione delle tracce In Rites of Passage e Marble Soul – la cui unica “particolarità” è l’inconfondibile scream che ogni tanto scappa a Vegard Tveitan, quasi suo malgrado. I synth hanno pressoché preso il sopravvento e non si può neanche più dire che sia avantgarde. Quindi manco si può più usare la solita scusa che non ti piace perché sei ignorante e non lo capisci. Qua semmai il rapporto può essere invertito: se non lo capisci sei ignorante. Perché cosa c’è da capire? Sicuramente che Ihsahn è un gran compositore e tira fuori sempre e comunque delle pregevoli opere quantomeno da un punto di vista formale. Ma poco altro, anche perché ha saputo fare molto di meglio, pure da solista.  (Leggi tutto)

L’Italia migliore: MESSA – Feast for Water

21 maggio 2018

Ne avevamo parlato nel report dell’ultimo Tube Cult, e, anche grazie a quella prestazione memorabile, non potevamo esimerci dal parlare pure di Feast for Water, il secondo album dei trevigiani Messa. Non che il debutto Belfry ci fosse sfuggito, ma l’abbiamo semplicemente scoperto troppo tardi, e purtroppo è finito nelle manacce spietate di Charles, che non è riuscito ad esserne affascinato allo stesso modo. Ad ogni modo, quel disco si muoveva su territori a metà tra doom esoterico e ambient-drone, con le parti più canoniche basate su riff più classicamente sabbathiani che lo ancoravano alla tradizione stoner metal. Una delle caratteristiche più intriganti era poi la voce di Sara, che addolciva i momenti più claustrofobici con il proprio timbro evocativo che la poneva sulla scia delle migliori cantanti-sacerdotesse del doom metal.

Feast for Water segna in maniera netta uno slancio in avanti nello stile dei Messa. Innanzitutto la struttura dell’album, rispetto al precedente, è decisamente meno basata sul riff di chitarra, quindi meno tradizionale in senso sabbathiano del termine; di contro, le suggestioni drone sono meglio amalgamate alla trama portante dei pezzi, senza che questi ultimi si succedano l’un l’altro tendendo a seguire lo schema intermezzo-canzone-intermezzo. Il disco è dunque più omogeneo, più personale e più di ampio respiro, arrivando ad inglobare anche altre influenze rispetto al passato. Gli esempi più evidenti sono gli svarioni jazz presenti qua e là, grazie anche – ma non solo – all’utilizzo del sassofono, e al blastbeat della bella Tulsi, con tanto di screaming ad opera del batterista.  (Leggi tutto)

Incantation/ Suicidal Causticity/ Vilemass @Circus club, Scandicci (FI) 18/05/2018

20 maggio 2018

La sfiga si è abbattuta su di me come una scure dopo che, al termine di un’attesa durata anni, ero finalmente riuscito a vedermi dal vivo gli Incantation all’ennesimo passaggio per le terre toscane. In passato erano stati gli imprevisti dell’ultimo minuto e soprattutto la febbre a farmi desistere, stavolta si è messo di mezzo il computer. Il mio vecchio ASUS è imploso. Probabilmente ha ceduto il processore, dopo otto o nove anni di onorato servizio in cui mi aveva dato qualche avvisaglia solamente nel corso degli ultimi mesi, e lo ha fatto mentre mettevo a posto le foto di questa serata (una minima parte delle quali già riversata sul cellulare, il resto forse lo recupererò fra un po’ di tempo). In compenso mi ritrovo a scrivere di ieri sera su un portatile che mi sento totalmente impedito nell’utilizzare, come un anziano alle difficoltose prese con quei telefoni Brondi dai bottoni larghi diversi centimetri. Devo farcela, lo devo a Kyle Severn, il taglialegna.

La data non è andata per niente male: ero rimasto più scioccato ai Necrodeath,in occasione del cui concerto mi sarei aspettato un pubblico più folto, ma anche ieri sera è stato l’inizio a decollare troppo a rilento. A farne le spese i pugliesi Vilemass, che a locale praticamente vuoto si sono ritrovati a dover salire sul palco in un contesto che aveva l’aspetto della sala prove settimanale. A un certo punto mi sono girato e c’erano una trentina di persone: la cosa è però migliorata gradualmente, e chi era presente ha potuto godersi il loro death metal essenziale, debitore nei confronti dei Cannibal Corpse e di buona fattura. Semplici e dritte al punto le linee di batteria, nonostante il mixaggio ne penalizzasse non poco la cassa; ottimo il growl, e, se proprio devo trovare un difetto, probabilmente lo cercherei nella tranquillità con cui hanno tenuto il palco, quel palco su cui si sarebbe di lì a poco avvicendata gente a dir poco indemoniata. Ma li promuovo, specie per l’umiltà e la passione, ma anche per la stoffa .  (Leggi tutto)

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