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L’angolo Troy McClure: MORTEM – Ravnsvart

12 novembre 2019

“Buonasera, sono Troy McClure. Forse vi ricorderete di me per Slow Death”

Visto che attualmente sono un po’ fuori dal mondo e tra cazzi e mazzi non riesco più a stare appresso a news ed anticipazioni, non avevo la minima idea che stesse per uscire un disco dei Mortem, nome che non sentivo da eoni e che associavo alla prima incarnazione degli Arcturus – anche se la definizione non è proprio esatta al millimetro, ma ci siamo capiti. Anche perché dei Mortem esisteva solo un demo del 1989 a nome Slow Death, che ero riuscito a sentire solo scaricandolo in cattiva qualità tramite qualche programma che probabilmente ora non esiste neanche più; quel demo non lo ascolto da almeno quindici anni e per quello che mi ricordo non mi lasciò esterrefatto, diciamo: mi parve una di quelle cose estreme incasinate senza costrutto tipo gli Old Funeral, reliquie di un’epoca in cui il black non era ancora stato codificato e quindi ci si concentrava semplicemente a suonare incasinato e sporco. Chiaro che ora (ma anche vent’anni fa) cose come i Mortem vengano elevate a nero culto elitario o qualcosa del genere, ma è fisiologico: chi bazzica l’ambiente da abbastanza tempo ha imparato a farci l’abitudine.

Insomma, l’altra settimana ero a cena da Charles e come benvenuto lui mi chiede se voglio sentire il nuovo dei Mortem. “Chi cazzo sono i Mortem”, gli faccio io. “Ma come, quelli di Sverd degli Arcturus, ci suona pure Hellhammer”. “Ah, quei Mortem. Ma veramente? Sono usciti anche i Morbid? Il nuovo Nihilist ce l’hai?”. Nel frattempo il disco parte; il primo impatto non è ottimo, anche perché i primi pezzi sono anche i peggiori, e dopo un po’ lo togliamo per scendere nel torbido di alcune uscite che altrimenti da soli non avremmo mai ascoltato, tipo Lacuna Coil e altre amenità.mortem ravnsvart

 

Nei giorni successivi mi sarei nuovamente dimenticato dell’esistenza del nuovo Mortem se non fosse per gli innumerevoli post sulla mia bacheca Facebook che ne celebravano la bontà. A questo punto mi sono sentito in obbligo di approfondire la questione e ho ascoltato Ravnsvart con calma e serenità, così da poterne parlare in quel refugium peccatorum che è Metal Skunk. (Leggi tutto)

Proposta di sceneggiatura per un biopic su MIKE MANGINI

11 novembre 2019

La commessa del centro di collocamento osservò con sospetto il suo nuovo cliente, un ragazzone dai lunghi capelli scuri, muscoloso e sorridente, ma che sicuramente stava tentando di giocarle un brutto scherzo. E così, subito dopo averlo schedato gli pronunciò la domanda che teneva a mente fin da principio: “Signor Mangini, perchè si sta rivolgendo a noi? Ci risulta che ha appena trovato un impiego in Canada, come batterista, presso una band di nome Annihilator.

Mike alzò gli occhi nella sua direzione e si limitò a rispondere: “Appunto”.

Un anno più tardi negli Annihilator non rimaneva più nessuno, come se la regione dell’Ontario fosse stata distrutta da insostenibili venti provenienti da Nord. O meglio, un tale di nome Jeff Waters, nel pretendere di fare tutto da solo, assunse giusto Randy Black per registrare la batteria ai limiti dell’osceno di King Of The Kill.

Mike fece ritorno in Massachusetts, dove trovò conforto presso un piccolo box garage acquistato per lavorare in proprio. E iniziò subito: lontano da occhi indiscreti fuse l’acciaio, allineò gigantesche barre di metallo e forgiò dischi taglienti come rasoi, e al termine d’ogni giornata chiudeva il bandone con un enorme lucchetto. Perché lì dentro non custodiva altro che il suo piccolo ma pesante segreto. (Leggi tutto)

SWALLOW THE SUN // OCTOBER TIDE // OCEANWAKE @Traffic, Roma 07.11.2019

9 novembre 2019

Era il 7 Novembre, era l’anno che precedeva gli anni ’20 di un nuovo e infausto millennio destinato al collasso, quando tre sorelle (Solitudine, Tristezza e Oblio) decisero di scendere silenziosamente dal cielo scandinavo per atterrare nell’Urbe, precisamente sulla via Prenestina, in uno spicchio di strada tra un gigantesco bar di viandanti e l’Unieuro. Tre complessi musicali erano al seguito delle tre sorelle, dovevano suonare e cantare inni in loro onore. Si chiamavano: Oceanwake, October Tide e Swallow the Sun, in ordine di scaletta.

Si dice che quando i finnici Oceanwake attaccarono a suonare, Gabriele Traversa stesse battendo il record di semafori rossi consecutivi su via Prenestina, ma che arrivò comunque in tempo per godersi l’ultima parte del loro show. La proposta più moderna, e se vogliamo sperimentale, della serata: post-metal cadenzato, funereo doom, ispirazioni prog, growl, voci pulite, tutto condensato in un solido blocco di marmo, troneggiante in mezzo alla tundra. Alla tv nei pressi del bar davano la partita della Roma, ma il pubblico (discretamente numeroso, e che aumenterà man mano) era tutto sotto al palco ad ascoltarli; e quando è così, conoscendo la follia dei romani per il calcio, una band può essere solo soddisfatta di quanto ha fatto. (Leggi tutto)

Il nuovo video dei BLIND GUARDIAN orchestrali, perché la vita è sacrificio e sofferenza

8 novembre 2019

Cosa fa più schifo dei Blind Guardian orchestrali? Un video dei Blind Guardian orchestrali. Perché, fratelli e sorelle del vero metal, oggi è il tristo giorno in cui l’abominevole Legacy of the Dark Lands esce nei negozi, e la Nuclear Blast non ha perso tempo nel rendere pubblico il primo video estratto da uno dei pezzi a caso. A caso perché, da quello che ho sentito, i pezzi sono tutti uguali, fanno tutti più schifo di una cacata di gabbiano che vi cade in testa facendo splash lasciandovi completamente ricoperti di liquame bianco con pezzettoni di pesce maldigerito, e sono tutti ugualmente privi di senso.

Blind Guardian, voi non mi dovevate fare questo. Io sono cresciuto con il vostro mito e per me eravate più di un semplice gruppo musicale: eravate il mio stesso immaginario. Capisco che dopo una ventina d’anni è normale che un gruppo finisca bollito, ma c’è un limite a tutto: dischi di merda, e ok, rimasterizzazioni e rifacimenti di antichi capolavori assoluti della storia dell’Occidente, e ok, ma questa poltiglia indigeribile su DUE dischi non è giustificabile. Sarebbe giustificabile solo se fosse stata concepita per torturare i talebani come facevano i marines con il black album dei Metallica, che per inciso non mi ha mai fatto impazzire ma un confronto con questo autospurgo intasato è un insulto mortale non solo per il black album, ma – mi voglio rovinare – pure per St. Anger. Pure per Lulu, che possiate passare il capodanno sulla tazza del vostro cesso tedesco per indigestione di crauti marci. Anzi no, che l’esperienza potrebbe darvi l’ispirazione per un altro abominio del genere.

Non so più che dire. La vita è una merda. Vi prometto comunque che sarò forte e coraggioso, e ascolterò tutto il disco. Poi ve ne parlerò. Nel frattempo, lasciatemi solo con il mio dolore. (barg)  (Guarda il video, se ne sei proprio sicuro)

ALCEST – Spiritual Instinct

8 novembre 2019

alcest spiritual instinct cover

Il nuovo disco degli Alcest è sempre un evento attesissimo in quel covo di omosessuali che è la redazione di Metal Skunk. Inveterati pederasti come Ciccio e Charles, oppure aspiranti emuli degli eunuchi ottomani come Edoardo Giardina, o ancora inqualificabili personaggi come Marco Belardi, che se riescono ad ascoltare i Leprous è palese che abbiano il culo chiacchierato: tutti fan degli Alcest. Persino il crudele distruttore di mondi Mighi Romani e il truce pugilatore Enrico Mantovano non sono immuni al fascino umbratile del glabro polistrumentista francese. E, manco a dirlo, io stesso amo addormentarmi al neghittoso suono di scenari fatati decantati dal fioco sospiro di Neige, sognando sottoboschi imperlati di rugiada su cui vagolano eterei folletti dal cuore innamorato. L’unica differenza è che io, a differenza dei miei colleghi succitati, sono eterosessuale.

Insomma Spiritual Instinct è il sesto disco degli Alcest, il primo per Nuclear Blast e il secondo dopo la catastrofe Shelter, l’album in cui avevano provato a fare direttamente gli Slowdive con risultati diciamo controversi. In questo Spiritual Instinct non è troppo diverso dal precedente Kodama: un album che stabilisce un canone fisso su cui poter campare finché sarà possibile, senza troppi scossoni e senza rischiare più di tanto. Da questo punto di vista gli Alcest sono un gruppo artisticamente finito proprio con Shelter, che era brutto e noioso ma che era anche il disco in cui si sono assunti più rischi: dunque, a meno di imprevisti, non si dovranno mai più temere sorprese da parte loro, e il giochino reggerà finché Neige sarà ispirato abbastanza da trovare le melodie e le atmosfere giuste. (Leggi tutto)

Stroncare l’attesa di un album con pubblicità alla cazzo di cane

7 novembre 2019

indiana jones storage raiders of the last ark

Delle riviste accumulate presso la mia vecchia abitazione scandiccese, o meglio, dei ricordi di una vita metallara costruiti edicola dopo edicola, feci una pira sacrificale che trasudava profonda ingratitudine. Per fortuna oggi mi ha dato una mano il Cortesi, la cui abitazione la immagino più o meno come l’enorme magazzino in cui, al termine de I predatori dell’arca perduta, viene stipato il prezioso ritrovamento del professor Jones. Scaffali strabordanti giornali di settore, dei quali egli conosce a menadito ogni riga scritta anche un quarto di secolo fa.

La sequenza di immagini che vi propongo è estratta da un vecchio Metal Shock, il numero 274 di novembre 1998, e rappresenta benissimo quello che potevamo sapere di un disco di imminente uscita fino a poco più d’una quindicina di anni fa.

Fonte: Metal Shock numero 274, novembre 1998

Uscirà un nuovo album dei Rotting Christ, mi suggerisce la rivista. Mancano più o meno cinque mesi, ma questo dettaglio sono io a immaginarlo: è novembre, e il trafiletto me lo ipotizza per i primi mesi dell’anno nuovo. Non significa di per sé un cazzo, e non è un male in senso assoluto. Si tratta piuttosto di un fattore che mi terrà attivo su quel determinato argomento, e potrò solo supporre che nelle prossime uscite della rivista arriveranno gli altri pezzi del puzzle, in un’ulteriore e ultima comunicazione: titolo, data ufficiale, e, solo se lo spazio sarà sufficiente, tracklist e copertina. Il resto lo farà la mia immaginazione, ponendo il caso che io sia un fan dei Rotting Christ dell’era di mezzo: che cosa avranno cambiato da A Dead Poem? (Leggi tutto)

Daemon, il disco del cazzo dei MAYHEM

6 novembre 2019

Non so cosa dire esattamente di questo nuovo strombazzatissimo disco dei Mayhem perché, dopo una decina d’ascolti, ancora non sono riuscito a farmi un’opinione. In giro leggo commenti entusiastici, che parlano di Daemon come di un ritorno alle origini, eccetera. Ma i Mayhem non hanno vere e proprie origini fissate su disco, a meno che con questo termine si voglia intendere Deathcrush (e non credo) oppure l’epoca Euro/Dead, e quindi il De Mysteriis Dom Sathanas, il quale in realtà era un disco evoluto di un gruppo in pieno processo evolutivo: dunque cristallizzare quel particolare momento trattandolo come la forma ideale dei Mayhem è quantomeno fuorviante. Lo aveva infatti capito benissimo Blasphemer, che prendendo in mano il timone della band era riuscito a darle un’identità nuova, che musicalmente aveva pochissimo a che spartire con l’ingombrante passato.

Ma è indubbio che questo Daemon sappia di Mayhem, nel senso che non puoi non pensare ai Mayhem quando lo ascolti. Com’è possibile? È possibile solo se si finisce a riconoscere che Daemon è un disco ruffiano e paraculo, scritto a tavolino per non scontentare nessuno e piacere a più gente possibile, cercando sempre di mantenere l’identità del gruppo, qualunque essa sia. E infatti qui dentro c’è tutto: i riff alla Euronymous e i riff alla Blasphemer, il volume del basso che improvvisamente si alza, la voce evocativa di Attila come nell’Hic noenum pax dell’eponima del De Mysteriis, eccetera. C’è proprio tutto quello che uno potrebbe aspettarsi da un disco dei Mayhem: certo, manca l’anima, ma arrivati a questo punto, e conoscendo i personaggi coinvolti nell’operazione, sarebbe da stupidi aspettarsi il contrario. (Leggi tutto)

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