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ASTRAL DOORS – Black Eyed Children

25 maggio 2017

Non mi piace. Cioè, non è tutto tutto male ma complessivamente non mi piace. C’è da dire che magari non sarò il più grande fan degli Astral Doors. L’unico disco della loro discografia che mi fa realmente impazzire è New Revelation, dell’ormai lontano 2007, compositivamente parlando un incredibile colpo di culo anche dovuto, suppongo, al tour coi Blind Guardian avvenuto immediatamente prima di entrare in studio. Leggo poi sulla sempre ottima wikipedia che New Revelation avrebbe ‘sti elementi power metal (?) tali da disturbare i fan della prima ora, che di conseguenza all’epoca si chiesero quale direzione avrebbe preso il gruppo in futuro. Bene, dieci anni dopo mi sento di poter rassicurare quei poveri imbecilli che lo stato attuale degli Astral Doors è esattamente lo stesso di prima ed è anzi lo stesso da quasi quindici anni, ovvero un hard rock totalmente derivato dai Rainbow/Dio dei tempi che furono, dove nove volte su dieci i testi sono di critica alla religione cattolica, che mi starebbe bene se non fosse che in pratica scrivono solo di ‘sta roba. Che palle. Direte voi, ma dei testi chisseneincula, dopotutto? Vabbè, sì, ma senno’ di che parliamo?

E parliamo del cantante, questa sorta di tributo a Ronnie James Dio a nome Nils Patrik Johansson: va bene cantare come Ronnie J. per affezione e tutto, ma se canti SOLO così e ci fai pure dieci album non è che ti tramuti per magia in Ronnie J. redivivo, più che altro dopo un po’ rompi solo i coglioni e diventi una macchietta. (Leggi tutto)

Nella salute e nella malattia: LES DISCRETS – Prédateurs

24 maggio 2017

a1834986031_10Potremmo dire che Alcest, Lantlôs e Les Discrets stanno al blackgaze come Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema stanno al death doom? Probabilmente no, ma mi diverte vedere questi parallelismi un po’ dovunque e pensare che non tutto sia dovuto al caso. Per esempio, e se World Metal: Kosmopolis Sud dei Solefald assumesse il ruolo che in passato ebbe Death Metal dei Possessed e nascesse un nuovo genere omonimo? Ma forse questo è soprattutto un delirio dovuto al mio recente soggiorno ad Amsterdam. Non tanto per la droga e le tette in vetrina nel distretto a luci rosse. Più che altro per i pullman che arrivano in orario manco ci fosse ancora lui e per la gente che fa la fila, sale solo dalla porta anteriore, scende solo da quella posteriore e timbra sia in entrata che in uscita.

Tornando alle cose serie, tutto sommato i primi tre gruppi citati in passato sono stati legati a doppio filo. Neige ha fondato gli Alcest per poi suonare nei tedeschi Lantlôs. Insieme a Fursy Teyssier dei Les Discrets fa e disfa gli Amesœurs – i quali probabilmente avrebbero più diritto dei Les Discrets stessi di stare sul podio. Inoltre, il buon Teyssier sforna copertine, tra gli altri, per tutti e tre i gruppi. Il circolo virtuoso viene rovinato da Shelter nel 2014: i tedeschi, dopo un magnifico Agape, pubblicano un insipido Melting Sun e, quest’anno, esce Prédateurs. (Leggi tutto)

WOLFBRIGADE – Run With The Hunted

23 maggio 2017

Run With The HuntedQuando si parla degli Wolfbrigade le chiacchiere, generalmente, stanno a zero; la band svedese riveste all’interno del crust/d-beat più o meno lo stesso ruolo che i Vomitory hanno (o meglio, avevano ahimé) nel death metal, ovvero quello di una band che non ha certamente inventato il genere, una band per molti aspetti giovane ma che incarna forse pure meglio delle colonne portanti del genere l’attitudine e lo state of mind che stanno alla base del crust.

Dischi brutti per quanto mi riguarda non ne hanno mai fatti, e neppure questo Run With The Hunted lo è, anzi. Semmai mancano certe sfaccettature nel sound che mi hanno fatto innamorare dei loro lavori precedenti: i refrain di stampo maideniano qui sono ridotti all’osso, in generale c’è meno spazio per la melodia e il tutto è più improntato alla “botta” pura e semplice. Nulla di male intendiamoci, ma ho sentito la mancanza dei ritornelli da cantare a squarciagola come potevano essercene in una The Road To Dreams, dal precedente full a titolo Damned (se non lo conoscete, vi state perdendo uno dei lavori migliori di questo decennio). (Leggi tutto)

La finestra sul porcile: Alien Covenant

22 maggio 2017

Se dovete ancora vedere il film, non leggete questo articolo. Anzi, non andate proprio a vederlo, casomai.

Stramaledetto Ridley Scott. Alien era bellissimo (il primo, quello di fine anni ’70), tra l’altro, proprio perché l’astronave aliena, il tizio enorme col torace aperto e l’origine dell’Alien erano dei misteri irrisolti, che ti facevano sentire, molto lovecraftianamente, piccolo ed indifeso in un universo spaventoso, enorme, dove ci sono mostruosità al di là di qualsiasi immaginazione, quell’immaginazione che appunto ti si accendeva in testa prima di ritrovarti buttato a capofitto nell’orrore di quest’affare spaventosamente disumano alto due metri e mezzo tutto acidità, artigli e denti che uno ad uno si mangia i tizi dell’equipaggio, senza contare nei cattivi pure il cazzo di androide (o sintetico che dir si voglia), figlio di puttana inquietantissimo, che su direttive di questa fantomatica Compagnia deve prendere in custodia l’alieno anche a costo di sacrificare l’equipaggio e ‘sti cazzi muoiano tutti. D’altra parte nello spazio nessuno può sentirti urlare, no?  Ecco. Poi è arrivato Aliens di James Cameron, che è altro genere di pellicola comunque fica assai, e dopo il nulla di due sequel del cazzo e stronzate annesse, tipo Alien vs Predator 1 e 2 (due ne hanno fatti, mannaggia la puttana).

Senonché il nostro prode Ridley, invecchiato evidentemente male, si mette in testa di riscrivere la saga, o per meglio dire gli antefatti al film originale, ovvero: da dove viene l’astronave aliena? E l’alieno enorme col torace squarciato? E l’Alien da dove arriva? E io mi chiedo, invece, ma perché cazzo Ridley caro non hai girato un Robin Hood 2 con un’altra fantastica sequenza di battaglia finale sulla spiaggia coi nani sui pony che ad un certo punto arrivano perché, che cazzo, non ce li vuoi mettere i nani suoi pony in un film di Robin Hood? Perché ti è venuto in testa di inventare qualcosa che non aveva nessunissimo bisogno d’essere inventato?  Ma soprattutto, cazzo, le leggi le sceneggiature che ti scrivono, prima di filmare? Perché boh?, mi sa proprio di no. E d’altra parte che mi vado chiedendo pure io? Ho letto gente a cui ‘sto film piace, per dire. Appassionati di fantascienza e tutto, a cui magari è piaciuto pure quella merdata fumante di Prometheus, o forse quello un po’ meno ma questo TANTO. Tanto, capito? Madonna. (Leggi tutto)

Sleep tight for me, I’m gone

20 maggio 2017

I Soundgarden sono il primo gruppo che mi sono scelto da solo. Sai com’è, hai quindici anni e ci sta questa nuova moda fichissima che è la musica di Seattle. Gli Ac/Dc, i Metallica, i Maiden e tutti questi primi amori provenivano tutti dalla collezione di dischi di mio fratello più grande. Sui Soundgarden invece potevo rivendicare un’appartenenza esclusiva. Era robba mia. Che poi all’inizio mi pareva che ‘sti gruppi grunge fossero un po’ una palla, tutta gente che non menava abbastanza. Forse sarei rimasto per sempre di quell’opinione se Videomusic non avesse passato il video di Rusty Cage. Quattro minuti per cambiare opinione e invertire radicalmente di rotta. I Soundgarden andavano a trecento all’ora, avevano i chitarroni e soprattutto quest’iradiddio di cantante riccioluto che strillava peggio di un Robert Plant in calore. Poi quant’era bello esattamente? Uno di quei due/tre tipi per i quali abbia provato una certa spinta omo-erotica rilevante al pari di altri personaggi quali Jimi Hendrix e/o Daniele De Rossi. La personificazione vivente dell’essere fico.

Il cd di Badmotorfinger l’ho comprato a un negozietto di dischi dietro Piazza Istria che non esiste più, poi sono andato a fare i compiti da un mio compagno di classe che abitava lì dietro e l’ho ascoltato appena tornato a casa in cuffia sullo stereo grande del salotto. Per leggere i testi il libretto dovevi srotolarlo tutto, una cosa di una scomodità senza pari, nulla che mi abbia impedito di impararne tutte le parole a memoria in tempi brevissimi. E ai Soundgarden di divenire immediatamente il mio gruppo preferito tra quelli “moderni”. (Leggi tutto)

R.I.P. Chris Cornell (1964-2017)

18 maggio 2017

È difficile non scadere nella retorica tentando di commemorare la voce che più ha segnato la mia adolescenza, e con lei quella di tanti altri miei, nostri, vostri coetanei. La morte di Chris Cornell ha colto tutti alla sprovvista, perché era ancora giovane e bello come un eroe omerico che pensi possa rimanere così in eterno. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo una sola volta, all’Hellfest 2014, con i Soundgarden. Ero insieme agli amici che anni prima contribuirono a farmi scoprire il sound di Seattle e quel concerto in qualche misura chiuse un cerchio. Cantammo ogni singola canzone a squarciagola, abbracciati l’uno all’altro, come fossimo in curva e davanti a noi stesse giocando la nostra squadra del cuore. E forse, in fin dei conti, era davvero un po’ così. Fu uno show strano, imperfetto, barcollante ma a suo modo epico. Chris cominciò sottotono e prese diverse stecche. Poi però, verso metà set, iniziò a carburare e la qualità dello spettacolo aumentò esponenzialmente. Sul finale osò ben oltre l’osabile, azzardando in sequenza Jesus Christ Pose, Fell on Black Days e una Beyond the Wheel potente e caparbia, fuori tempo massimo ma finalmente perfetta. Ci sciogliemmo all’unisono e di quel concerto, di quell’abbraccio, di quel ruggito orgoglioso sento ancora il calore. Come l’eroe omerico che oggi abbiamo amaramente scoperto non essere, aveva peccato di ὕβϱις e, alla fine, aveva avuto ragione lui. Riposa in pace, Chris.  (Leggi tutto)

Rogga Johansson Zar di tutte le Svezie

17 maggio 2017

Ma Rogga Johansson, non dorme mai? È iperattivo come manco Dan Swano negli anni ’90. Il mese scorso è stato pubblicato Garpedans, semplicemente a nome “Rogga Johansson”. E non è manco la sua unica one man band. Da qualche anno ci sono pure i devastanti Humanity Delete, che hanno aggiunto un nuovo tassello a una produzione sterminata che sembra avere l’obiettivo di mostrare al mondo che si può suonare death metal svedese old school con decine di sfumature diverse, tutte sufficienti a giustificare la fondazione di un nuovo progetto. Obiettivo raggiunto, dato che Rogga un disco brutto lo deve ancora firmare. Garpedans spacca discretamente, più pulito e doomy rispetto alle sue creature principali, ovvero i sempiterni Paganizer (che daranno alle stampe un nuovo album – il decimo in diciotto anni – ad agosto) e gli altrettanto egregi Ribspreader che lo scorso giugno hanno pubblicato l’ottimo Suicide Gate – A Bridge to Death, di una brutalità solenne, più vicina alla scuola inglese che alla svedese, nonostante le necessarie reminescenze entombediane e alcune schitarrate quasi black metal. Rogga non se lo fila nessuno ma, di fatto, è la più grande macchina da riff di tutta la Scandinavia, una figura alla quale tutti dovrebbero guardare con devozione e rispetto, lo zar di tutte le Svezie.

 

Metal Archives, al momento, lo dà attivo su 18 progetti.  I Revolting ve li ho già magnificati.E a ciascuno andrebbe dedicato un articolo a parte, dai notevolssimi Megascavenger (recuperate almeno l’ultimo As Dystopia Beckons, a tratti goteborghiano) ai più estemporanei Severed Limbs (sorta di via svedese allo slam), dagli scapocciosi The Grotesquery, con nientemeno che l’ingestibile Kam Lee dei Massacre dietro il microfono, ai crustoni Down Among The Dead Men, con Dave Ingram dei Benediction alla voce Leggi tutto…

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