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Avere vent’anni: EDGUY – Theater Of Salvation

23 febbraio 2019

Potreste pensare che ho un problema coi cantanti. In realtà no, o meglio, non coi cantanti particolarmente, però capirete bene che il ruolo del cantante per la riuscita di un gruppo, per la sua alchimia diciamo, è di fondamentale importanza. Il cantante è quello che fa svoltare delle canzoni che altrimenti sarebbero poco più che merda pressata, quello che rende capolavori dei pezzi solamente buoni e immortali quei quattro accordi che diversamente sarebbero ‘solo’ dei capolavori. È il biglietto da visita del gruppo, in altre parole.

Pensate a come suonerebbero i Judas Priest senza Rob Halford (e, se state ritornando a Jugulator con una lacrimuccia, siete degli intenditori, cari amici), oppure ai Manowar senza Eric Adams o che cazzo ne so, si potrebbero fare miliardi di esempi. Ecco, tra questi provate ad immaginare gli Helloween del periodo dei Keepers senza Michael Kiske: impossibile, no? Certo, ci sono Master Of The Rings e tutti gli album dell’era Deris, ma non è proprio la stessa cosa, vero? Sono sempre gli Helloween, come no, ma non sono ‘quegli’ Helloween, quelli è impossibile replicarli, perché tanta è l’importanza di un cantante, in un certo contesto, in un dato periodo storico. È questo è stato Michael Kiske, importantissimo, fondamentale, iconico, tanto da definire un’era e diventare l’archetipo del cantante castrone power metal, quello a cui in seguito si sarebbero ispirati un’infinità di colleghi, seppur con alterne fortune. Uno di questi, quello forse che più ha rischiato il plagio, è Tobias Sammet. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: GRIP INC. – Solidify

22 febbraio 2019

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La storia è più o meno questa: nel 1988 uscì History Of Hate, il primo album dei Despair. Erano tedeschi, e di thrash tedesco ce ne era già in abbondanza. Forse erano pure venuti allo scoperto in ritardo di un paio d’annetti, affinché potessero affermarsi sul serio. Eppure due di loro lo avrebbero fatto lo stesso, ma non tramite quella band.

I Despair si possono considerare l’unione delle forze di due menti importanti; la prima avrebbe consacrato uno dei produttori più ricercati degli ultimi tre decenni, Waldemar Sorytcha. Era l’uomo dietro alla sala dei bottoni di molti album che probabilmente già apprezzate, e che portavano la firma di Tiamat, Therion, Sentenced, Samael, e la chiudo qui. Il suono di Wildhoney era roba sua, per intenderci. Il secondo personaggio illustre dietro ai Despair si tolse dal cazzo subito dopo History Of Hate, e venne sostituito da un altro cantante: non ci fu una sostanziale o traumatica differenza a caratterizzare il passaggio di testimone, perché si trattava di due interpreti assolutamente nella media, e in particolar modo perché – nel frattempo – il defezionario Robert Kampf aveva già fondato la Century Media. La stessa casa discografica, o colosso, che appunto produsse Wildhoney, e che oggi oltre ad essere entrata nel gruppo Sony, ha fatto un botto di quattrini anche grazie ai Lacuna Coil. Fine della storia, tranne per Waldemar Sorytcha, che una volta uscito fuori dai Despair, non si prese nessuna pausa o boccata d’aria. Formò i Grip Inc., perché a lui non riusciva restare fermo un solo minuto.

Il chitarrista, polacco ed emigrato in Germania, dopo il trascurabile Beyond All Reason – un album inconcludente e tutto quanto sovrastato dalla sezione ritmica – lasciò perdere i Despair. Puntò tutto su un nuovo gruppo che avrebbe incluso un cantante completamente fuori di zucca e proveniente dal punk – a patto che i due termini non siano sinonimi – oltre a Dave Lombardo e Jason Viebrooks, il bassista che adesso è in giro con gli Exhorder. Nel frattempo fece anche un album con i Voodoocult, perché era un’occasione molto golosa per suonare insieme ad altri nomi che contavano, ma l’esperimento in buona parte fallì. L’estro dei Despair, l’innesto di un carismatico frontman come Gus Chambers e l’esperienza passata con i Voodoocult diedero origine a Power Of Inner Strenght, uno di quegli album che da decenni vengono etichettati con il termine post-qualcosa, e che in realtà era più coerente e sensato nel tentativo di rinnovare il thrash metal, rispetto a ciò che i Forbidden misero in scena nello stesso anno con Distortion. Era il 1995, erano passati sette anni da History Of Hate. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: IMMORTAL – At the Heart of Winter

21 febbraio 2019


Se Anthems To The Welkin At Dusk può essere considerato un punto d’arrivo per il black metal, un altro album cruciale di quegli anni fu sicuramente il primo degli Immortal senza Demonaz alla chitarra, messo ai box dai noti problemi di tendinite. Non si poté parlare di traguardo per il genere come nel caso del capolavoro targato Emperor. Fu piuttosto una sorta di nuovo inizio, perché, se non fatico a considerare quello suonato da molte altre band celebri come un qualcosa di contaminato dal black metal, ciò che mise in scena Abbath nel 1999 pur ponendo le sue fondamenta su di un solido riffing di chiara ispirazione heavy/thrash, era catalogabile in un solo modo. Black metal, in ogni maledetto senso e da qualunque angolazione lo si osservasse.

Ricordo benissimo che continuavo a ripetere la solfa per la quale Pure Holocaust fosse il loro intoccabile masterpiece, e che gli Immortal non si sarebbero mai dovuti avvicinare alle sonorità esplorate nel feroce Blizzard Beasts, nè tantomeno a quelle del successivo album. Sulle prime At The Heart Of Winter non mi piacque troppo, e così lo misi un po’ in disparte. Fu un carissimo amico dell’epoca a spalancarmi gli occhi, definendolo l’unico modo che aveva per ascoltare black metal dopo avere constatato la propria intolleranza verso Battles In The North. Problemi suoi, pensai. Aggiunse anche che At The Heart Of Winter aveva uno fra i suoni di chitarra più belli che avesse udito nel metal estremo, e per quanto avesse ragione continuò a non convincermi. Il mio innamoramento nei confronti di questo pazzesco album sarebbe arrivato molto gradualmente, fino al punto che non sarei riuscito più a toglierlo dallo stereo. Considero i loro primi cinque dischi qualcosa come gemme assolute del black metal. E vi includo di diritto anche Blizzard Beasts, perché, anche se mi piace la metà degli altri, ha un’anima nera che fatico a rintracciare in tutta la produzione targata Immortal che seguì l’anno Duemila. Damned In Black compreso. Però è verso At The Heart Of WinterPure Holocaust che nutro sentimenti pressoché unici. Li sento miei in una misura in cui non sono mai riuscito a sentire mio l’epico, e feroce, Battles In The North. Che era un capolavoro pure lui, ci mancherebbe.  (Leggi tutto)

La capra vince sempre sull’invidia e sull’odio. E INFATTI ABBIAMO I VINCITORI

20 febbraio 2019

c’è fermento in redazione per la scelta del vincitore

I tempi di reazione sono quelli classici nostri, ma le promesse le sappiamo mantenere. Quindi, inesorabile come la morte, arriva la premiazione dei tre vincitori del grande concorso: fatti una foto con la capra e vinci una maglietta di Metal Skunk usata a turno dalla redazione durante l’ultima stagione concertistica (e mai lavata).

Innanzitutto, come si confà a delle personcine per bene quali siamo nonostante le apparenze, ci teniamo a ringraziare con viva e vibrante soddisfazione tutti coloro che si sono prestati al gioco, inviandoci foto molto belle o molto brutte (le vie di mezzo non ci piacciono), ma che comunque hanno emozionato il web e noi stessi. Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicarle tutte (tutte quelle che rispondevano ai criteri indicati). Di seguito la carrellata (con commentino a latere) e, verso la fine, la triarchy of the lost lovers che ha addolcito i nostri cuori impietriti da anni di rude metallo e che, di conseguenza, si vedrà recapitare a casa la lurida maglietta di Metal Skunk di cui sopra, piena zeppa del nostro DNA caprino, affinché potrà estrarne un campione e dar vita allo stallone che monta il mondo, realizzando così la profezia.

Iniziamo con la categoria “sapore di mare” e la foto inviataci da Giacomo, ambientata in quella che potrebbe sembrare una qualche isoletta greca dove non è insolito incappare in incontri sì piacevoli.

Stessa spiaggia stesso mare: una pucciosissima foto inviata da Maria Teresa, questa scattata sicuramente in Grecia, come ci conferma anche lei. (Leggi tutto)

ROTTING CHRIST – The Heretics

19 febbraio 2019

Recentemente è uscita un’interessantissima biografia autorizzata dei Rotting Christ, chiamata Non Serviam, che aiuta a vedere da un’altra prospettiva la discografia dei fratelli Tolis. Ne parlerò più approfonditamente in sede di recensione, ma nello specifico ci interessa un dettaglio molto importante che fa da fondamento teorico a qualsiasi discorso intorno al presente tredicesimo disco della band greca. E cioè: c’è una linea di demarcazione nettissima tra Khronos e Genesis (loro sesto e settimo album) dovuta al fatto che da quel momento Sakis ha iniziato ad usare strumenti digitali nella registrazione e nella produzione della sua musica. Questo ha cambiato totalmente l’approccio alla composizione, ed è infatti proprio da allora che i Rotting Christ sono cambiati, assumendo quella ritmica marziale e ossessiva che è diventata una costante in tutti i loro dischi successivi e massimamente in determinati album, come Sanctus Diavolos, Rituals e appunto il presente The Heretics.

Dato che, come noto, è dai tempi del terzo Triarchy of the Lost Lovers che Sakis si occupa di qualsiasi cosa riguardante i Rotting Christ (escluse le parti di batteria e, a volte, di tastiera, che comunque scrive lui), non c’è stato alcun apporto esterno che abbia potuto modificare la rotta intrapresa nel 2002. Chi ci ha provato, come l’ex bassista Andreas Lagios, ha dovuto sbattere la testa contro la testardaggine di Sakis per poi andarsene via bofonchiando. Gli unici ad avere contribuito al risultato finale sono stati alcuni produttori, ma chiaramente lì è più una questione di suono e di arrangiamenti che di sostanza. In pratica i Rotting Christ sono una one-man band sin dai tempi dell’abbandono di Jim Mutilator, più di vent’anni fa; e questo comporta aspetti positivi e negativi.  (Leggi tutto)

La Maggot Stomp Records e una riflessione sull’underground

18 febbraio 2019

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Oggi parliamo di underground, quello vero. Quello che usa ancora le cassette non perché qualche hipster barbuto con la maglia a righe e gli occhiali con la montatura spessa dice che è di nuovo fico, ma perché i demo su cassetta e i 7” furono l’humus dell’underground ai tempi in cui questo era più fertile, e evidementemente c’è chi oggi vuole portare il proprio sincero e genuino tributo a questi supporti. Parliamo quindi di Maggot Stomp Records. Questa è probabilmente gente che è cresciuta come me nell’epoca del tape-trading e dei volantini fotocopiati in bianco e nero e, in quanto nostalgici dei vecchi formati, vuole recuperarne le sensazioni: lo scartare una cassetta e aprirne il libretto, lo shock visivo di una copertina in bianco e nero con qualche colore acceso qua e là (rosso vivo o blu intenso) o il 7” che puoi comodamente trasportare a mano. Alcuni demo di cui parliamo qua oggi sono successivamente stati stampati in 12”, garantendo un’opzione anche per quelli che, come il sottoscritto, pur ricordandone con piacere l’epoca e le sensazioni, si sono liberati definitivamente del formato-cassetta da tantissimo tempo, seppure vedendo alcuni annunci su eBay o simili recentemente devo ammettere che mi è venuta la tentazione di recuperare un pezzo nuovo per il mio impianto.

1Sono quindi andato a spulciare il contenitore che davvero tiene vivo l’underground del metal estremo di questi tempi, ovvero Bandcamp, per andare a curiosare tra le ultime uscite. È così che ho scoperto i prodotti dell’ottima Godz ov War, di cui ho già parlato in precedenza, e alla stessa maniera sono venuto in contatto per la prima volta con questa misconosciuta etichetta californiana di cui ho sfogliato i prodotti e ascoltato le band. Il risultato? I miei fedeli altoparlanti della DALI hanno sanguinato per un po’. Sì, perché tutto quello che viene trattato dalla Maggot Stomp è una poltiglia sanguinolenta che si cerca di far passare per lo scarico di un lavandino, con conseguenti gorgoglii e rumori di ogni sorta.  (Leggi tutto)

DESERTED FEAR – Drowned By Humanity

17 febbraio 2019

Per motivi di tipo anagrafico è stato impossibile che iniziassi a seguire molte delle band che preferisco fin dalle loro primissime pubblicazioni. Tanto per dirne una, mi sono interessato alle uscite dei Cannibal Corpse quando già il loro cantante era George Fisher. Certe volte, però, è andata esattamente in quel modo, il che in altre parole inizia a tradursi solo ed esclusivamente in concetti come la vecchiaia. Questo non significa che venti o venticinque anni dopo mi possa considerare ancora appassionato di tutti coloro che si sono messi a pubblicare dischi in quell’epoca, attirando la mia attenzione: a volte si verifica uno spiacevole e particolare avvenimento, che è come se ti costringa a gettare tutto ad un tratto la spugna. Tutta la dedizione riposta nel leggere ogni puttanata di Blabbermouth riguardante quel moniker andrà in fumo, magari perché è uscito il disco sbagliato dalla band giusta, ed è così che non ti interesserà più sapere che il bassista ha adottato un cane, o altre cose del genere. Credo che uno di questi tetri eventi sia stato Hate Crew Deathroll, o almeno, è fra i primi che mi vengono in mente.  (Leggi tutto)

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