Skip to content

Avere vent’anni: AETERNUS – Beyond the Wandering Moon

29 aprile 2017

Gli Aeternus sono un mio gruppo feticcio da quando li vidi a Milano di spalla ai Mayhem, nel tour di Grand Declaration of War. Erano norvegesi e suonavano black metal alla vecchia, ma con il particolare straniante di avere un growl tipo autospurgo otturato. Li trovai da subito molto evocativi. Peraltro a quel concerto andai insieme a un tizio, amico di amici, che avevo visto un paio di volte e con cui avevo condiviso un Gods of Metal; aveva casa libera, quindi mi avrebbe potuto ospitare lui. Questo era un soggetto totalmente fuori di testa che aveva la capacità di ritrovarsi sempre in situazioni assurde (e ovviamente a frequentarlo ci si capitava in mezzo) uscendone sempre con assoluta nonchalance, essendo lui il più scocciato di tutti. Conosceva chiunque a Milano, frequentava giri paurosi sia in alto che in basso, e si comportava allo stesso modo in ogni situazione: mi sono sempre meravigliato di come facesse a uscirne sempre vivo. Viveva in un quartiere degradatissimo in periferia, palazzoni alti e squadrati tra stradoni larghi e deserti, e silenzio. Silenzio ovunque. Silenzio e nebbia. Io vivevo a Roma a piazza Bologna, la notte c’erano sempre traffico e studenti calabresi con la Peroni in mano, sinceramente ero un poco a disagio; gli chiesi dunque se ci fosse qualcosa di cui dovermi preoccupare, e lui col suo solito tono enfatico mi disse di no, è una zona tranquillissima, non ti preoccupare. Dopo qualche secondo, con voce un po’ più bassa e guardando davanti a sé mentre camminavamo, disse, stranamente serio: “Comunque tu corri veloce, no? In ogni caso tu basta che fai tutto quello che faccio io”. Mi pare di non averlo più rivisto dopo quella volta; ci perdemmo un po’ di vista perché lui si lasciò con la fidanzata storica, che era la cugina di un mio amico, quindi non capitarono più occasioni. Giusto qualche telefonata e qualche promessa di rivedersi assolutamente entro l’estate. Sapete come vanno queste cose.

Dopodiché, anni dopo, mentre facevo pigramente zapping durante il collasso postprandiale me lo vedo su Mtv, ospite a TRL. Vestito come un truzzo, tutto bianco, pettinatura ingiustificabile, ostentava un’aria indolente e salutava da lontano le minorenni che urlavano il suo nome giù dal marciapiede di piazza San Babila. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SLO BURN – Amusing The Amazing

28 aprile 2017


Il mio amico Michele ha una casa a Gallipoli, sul mare, dove in gioventù andavo spesso a bivaccare durante i mesi estivi nella vana speranza che settembre non arrivasse mai. Il mio amico Michele ha anche un fratello, più grande di un paio d’anni ma entrato in contatto col sacro fuoco del rock ‘n’ roll assai precocemente. La sua conoscenza di un universo a noi ancora piuttosto oscuro ce lo faceva apparire come una sorte di stregone sapiente, custode di antichi segreti che un giorno, forse, ci sarebbero stati rivelati. All’epoca ascoltavo praticamente solo power metal crucco, e la cosa mi rendeva anche piuttosto fiero. Diciamo che quando a 15 anni senti Blind Guardian e Grave Digger dalla mattina alla sera, il mondo prende inevitabilmente una piega abbastanza particolare: inizi a guardare i compagni di scuola come se tu fossi un Elfo silvano e loro dei nani di Moria, trattando chi ha gusti musicali diversi dai tuoi con lo stesso spirito caritatevole adoperato da Legolas nei riguardi degli Uruk-hai.

Un pomeriggio ce ne stavamo tutti e tre in veranda, io e Michele ciondolando sull’amaca cullati dal rumore delle onde e suo fratello sbracato sotto la tettoia di casa, a smanettare col computer. Ricordo ancora nitidamente il momento in cui sentii provenire dalle casse del suo pc il suono grasso e distorto di una chitarra che pareva sul punto di esplodere. Non avevo mai ascoltato nulla di simile e mi avvicinai incuriosito. “Che ne dici, Enrì? È una roba abbastanza diversa da quella che ti piace, ma magari può interessarti. Loro sono i Kyuss, un gruppo californiano, e questa canzone si chiama Gardenia”. Rimasi letteralmente folgorato. Sì, per carità, conoscevo e già apprezzavo i Black Sabbath, ma più per una forma di devozione eteroimposta che per la sincera adorazione che sarebbe arrivata solo successivamente, con la maturità. Fino ad allora mi erano bastati spadoni, mutande di pelle e CD coi draghi in copertina. Quel riff, quel giro di basso ipnotico, quell’atmosfera alterata e viscerale cambiò tutto. Chiesi subito al fratello di Michele una lista di album che fossero in qualche misura simili a quanto avevo appena sentito e che non potevo fare a meno di conoscere. Lui mi stilò un elenco che conservo ancora gelosamente, in cui c’erano tutti i dischi che sarebbero poi diventati i miei album preferiti, da In Search Of… dei Fu Manchu a Holy Mountain degli Sleep, passando per Songs For The Deaf dei Queens of the Stone Age e Dopes To Infinity dei Monster Magnet. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ENSLAVED – Eld  

28 aprile 2017

Signori e signore, il viking metal. Quello vero, quantomeno inteso nell’accezione originaria, piuttosto lontano da ciò che spesso oggi è considerato tale. Eld, secondo disco (e mezzo) degli Enslaved, già mostrava la tendenza allo slancio in avanti della band norvegese, che peraltro adesso, a vent’anni e dieci dischi di distanza, ne è diventata probabilmente la caratteristica principale. Dopo Frost, tutto sommato perfettamente contestualizzato all’interno del movimento black norvegese di quegli anni, con Eld gli Enslaved iniziano a cercare la propria strada, da spiriti inquieti, pronti ad abbandonare il guscio protettivo dello status di gruppo di genere.

Viking metal, si diceva: un concetto sfuggente quanto il suo gemello, l’epic metal, di cui il viking è diretta emanazione spirituale. Laddove adesso questa definizione ha preso ad indicare pressoché qualsiasi gruppo a tema vichingo e dai toni vagamente epici, incluse certe carnevalate buone giusto per il fomento della terza birra sul pratone di un festival estivo all’aperto, in origine le sfumature erano molto più sottili. Eld è davvero una versione black dell’epic metal, quantomeno in spiritu: e, in certi passaggi, del black metal ha giusto il necessario retaggio stilistico che un gruppo con la biografia degli Enslaved non poteva non avere. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: BRUCE DICKINSON – Accident of Birth

27 aprile 2017

A posteriori posso tranquillamente affermare (e senza tema di smentita perché ho sempre ragione) che il vero dramma del ricongiungimento degli Iron Maiden con Bruce Dickinson ed Adrian Smith non sono certo stati i vari dischi di merda (ed anche di merdissima) che ne sono scaturiti, non è stata neanche la mancata defenestrazione di quel cazzo di pagliaccio di Janick Gers o il brutale allontanamento di un idolo della classe operaia come Blaze Bayley, arruolato, sfruttato e poi mandato via senza troppi complimenti, no no, cari amici lettori: il dramma vero è che per forza di cose (leggi: Steve Harris) si è dovuta interrompere la collaborazione tra Dickinson e Roy Z, chico californiano scemo come la merda (ce l’ho per amico su Facebook e per l’amore di Gesù ho disattivato le notifiche che non si regge) e che però dal punto di vista compositivo creava col vecchio Bruce una coppia funzionalissima la quale ha dato alle stampe il trittico dei migliori dischi dei Maiden senza i Maiden. O meglio, senza Steve Harris, fatto non secondario e che dovrebbe rendere più che evidente a voialtri simpatici amici qual è in effetti il problema dei Maiden e la causa ultima se oggi sono ridotti così (tolta la senescenza, la quale ovviamente è un dato di fatto e non è che ci si possa fare un cazzo).

Insomma, ad un certo punto, verso la seconda metà degli scorsi anni novanta, artisticamente il nostro Bruce Dickinson non se la passava benissimo. Dopo Balls To Picasso, un buonissimo esordio post Maiden realizzato con 4/5 dei Tribe Of Gypsies, il gruppo di Roy Z dedito ad un rock/blues di derivazione santaniana, ‘sto scempiato pensò bene di mandare tutto a puttane dedicandosi ad un rocchettino/grungettino all’acqua di rose con altri tre sfigati in un progetto a nome Skunkworks, che dopo un album omonimo venne ovviamente accantonato non avendo venduto praticamente un cazzo di niente o poco meno, e col demerito, peraltro, di aver gettato ombre sulla credibilità artistica del nostro nano strillone, arrivato troppo tardi per acchiappare il treno del grunge, che stava già – fortunatamente – scomparendo all’orizzonte, e soprattutto con pedigree, curriculum e doti vocali SBAGLIATISSIME per un’operazione del genere, stramaledetto lui e gli Alice in Chains. Sicché se ne stava lì moribondo quando gli arriva ‘sta telefonata di Roy Z che gli propone di fare un album di vecchio e sano heavy metal, così a cazzo di cane e senza avere nulla di meglio da fare. Perché poi, che accidenti vuoi avere di meglio da fare, se stai già senza fare un cazzo e pure con la carriera compromessa? Ci provi, no? Quindi, reclutato anche quell’altro relitto di Adrian Smith, un altro che bravo e tutto ma che da solo non si sa allacciare manco le scarpe e che dopo i Maiden non ha combinato un cazzo manco per sbaglio, senza particolari sforzi danno alle stampe Accident Of Birth, un album bellissimo che, di colpo, rimette Dickinson in sella alla sua carriera, redini, speroni e tutto l’armamentario da provetto cavallerizzo compreso.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: STRATOVARIUS – Visions

26 aprile 2017

Trainspotting: Con Visions si apre definitivamente il periodo truzzo degli Stratovarius. Per fare un paragone cinematografico, se The Fourth Dimension fosse Pitch Black, Visions sarebbe The Chronicles of Riddick. O Rambo 1 e 2, o Rocky 1 e 4. Insomma, ci siamo capiti; e, come detto, Episode sta nel mezzo.

La caratteristica dei primi Stratovarius era proprio l’unione del power metal con il lacerante spleen tipico della Scandinavia – e della Finlandia in particolare. Arrivati a Visions, il sesto disco, di quello spleen non rimane che un’ombra, quasi un sottilissimo trait d’union di sottofondo ai pezzi, e riconoscibile perlopiù dai testi; perché, musicalmente, Visions è il perfetto disco power estivo da macchina, con la produzione ipertrofica e i ritornelli da cantare con il finestrino abbassato e il vento in faccia. Ma Visions fu anche di più: fu, forse insieme a un altro paio di album, il vero detonatore responsabile dell’esplosione del power metal di fine anni novanta, specie in termini di popolarità. Un gruppo come gli Stratovarius, finlandese e malmsteeniano, era un’assoluta novità per la grande massa dei metallari, che magari fino a quel momento pensavano che il power fosse morto con l’addio di Kai Hansen agli Helloween. Visions ebbe il merito di mostrare al mondo che il power aveva ancora molto da dire, e molti risvolti da esplorare, e che persino dei finlandesi dalla storia personale decisamente atipica potevano dire la loro e proiettare il genere in avanti.

Visions è ovviamente più immediato e di più facile fruibilità rispetto ai precedenti, per capire i quali bisognava quantomeno entrare sulla stessa lunghezza d’onda emozionale di Tolkki. Qui invece c’è Jorg Michael che suona in 4/4 robotico con la doppia cassa ad elicottero, Kotipelto che pensa solo ad andare il più alto possibile e Tolkki in pieno delirio d’onnipotenza (in senso iperbolico, ovviamente, perché il vero delirio di onnipotenza arrivò quando si mise a dire in giro che Gesù Cristo gli mormorava kabbalah-kabbalah all’orecchio). Poi vabbè, con le copertine non sono mai stati dei draghi, ma quella che vedete lì sopra rimane a tutt’oggi una delle più grandi tamarrate di cattivo gusto della storia di, boh, delle illustrazioni?

La partenza lenta con The Kiss of Judas è fuorviante, perché dopo il suddetto mid-tempo hardrockeggiante si passa subito al frullar di cassa, con Timo Kotipelto che strilla su velocissime cascate di note della coppia Tolkki/Johansson, che da parte loro scardinano l’influenza helloweeniana rendendola molto più quadrata, asfittica e tamarra. Legions è l’equivalente power di Gabry Ponte, o giù di lì. Ovviamente Visions è un capolavoro, non mi si fraintenda; il fatto che non abbia nulla della profondità emotiva di Dreamspace o Fourth Dimension (ma neanche di Episode) non esclude il fatto che, in un modo diverso, sia ugualmente memorabile. Del resto a ogni persona, per quanto miserabile e sfortunata, può capitare un periodo positivo: e, anche se non conosco dettagliatamente la biografia di Timo Tolkki, giurerei che il suo periodo positivo abbia coinciso proprio con la composizione di Visions. Il pezzo forse più lacerante, quello in cui l’antico spleen torna a riaffiorare, è The Abyss of your Eyes, che però viene così pompato dalla produzione da rendere irriconoscibile quel tocco delicato con cui, in passato, venivano toccate determinate corde. Ma tutto questo non toglie, ripeto, il fatto che Visions sia un capolavoro.

Così nel 1997 gli Stratovarius passano agilmente dallo status di gruppo da riflessione a gruppo da cazzeggio: visto che la primavera sta nuovamente entrando nelle nostre vite, il miglior modo per godersi ancora una volta un disco come Visions è portarlo in macchina e andarci a fare una scampagnata, cantando e tamburellando le dita sul volante, con tutto lo spirito liberatorio che chi non è uno di noi non può capire.

Cesare Carrozzi: Come scrissi poco meno di un anno fa, Visions è un discone. Non ai livelli di Episode, almeno per quanto mi riguarda, ma comunque un disco della Madonna Addolorata. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: TIAMAT – A Deeper Kind of Slumber

25 aprile 2017

Per molti anni, anche successivi all’uscita di A Deeper Kind of Slumber, ho annoverato i Tiamat fra i miei gruppi in assoluto preferiti. Sono stati formativi per me, al livello di un vero imprinting che neanche le famose oche studiate da Lorenz, soprattutto per l’evoluzione chiaramente stramboide che hanno avuto i miei gusti musicali in generale. Perché nel 1994, mentre alcuni si crogiolavano, anche giustamente, all’interno dei confini ben tracciati del metallo, Johan Edlund se ne usciva con la sua opera massima, Wildhoney, album assolutamente nuovo, atipico, delirante, anche dal punto di vista della sua collocazione in una qualsiasi ipotetica dimensione spazio-temporale-concettuale, personale colonna sonora di un periodo di vita indimenticabile, nonché album mai più superato e letteralmente inimitabile/non imitato, più una sfilza di superlativi assoluti che vi risparmio, ma che se vorrete rileggere li trovate nella recensione che ne feci ai tempi dei miei ingenui esordi su questi canali.

Per qualche strana combinazione astrale, il live in Israele, se non ricordo male, è stato uno delle prime ‘cose metal’ che ho ascoltato; e ne conservo il digipack, trovato anni dopo chissà dove, con gelosia. Dando per scontato il dogma che l’unicum rappresentato dal suddetto Wildhoney sia da considerare più un’anomalia lungo il percorso della storia umana che un album da annoverare in una qualsiasi discografia, diamo anche per scontato che approcciarsi ad A Deeper Kind of Slumber facendo in qualsiasi modo riferimento ad esso, o semplicemente pensando che ne rappresenti una qualche evoluzione/involuzione è teoreticamente errato e fuorviante. L’assenza di Waldemar Sorychta qui si sente, è vero, ma Deeper Kind resta comunque l’ultimo grande disco prodotto dai Tiamat e il rappresentante di un’epoca d’oro che, come tale e per antonomasia non tornerà mai più, mettetevi l‘anima in pace tutti quanti. I Tiamat sono sempre stati senza mezze misure: in quel periodo erano una spanna sopra a tutti, oggi sono veramente il nulla che più trascurabile non si può. (Leggi tutto)

Vi prego, ridate da bere agli Alestorm

24 aprile 2017

Forse chiedere che gli Alestorm durassero più di quanto sono durati sarebbe veramente stato ingenuo. Già il disco precedente era pericolosamente pieno di riempitivi senza troppi motivi di esistere; questa Alestorm, apripista per l’imminente nuovo album No Grave But Sea, conferma i nostri peggiori timori. Moscia, stupida in senso deteriore, con le melodie che ti passano attraverso senza lasciare traccia e, soprattutto, senza neanche essere divertente. Non so quale siano state le cause scatenanti, ma gli scozzesi sembrano aver perso l’innocenza. Forse il matrimonio di Bowes, forse l’abbandono del chitarrista ciccione, forse il fatto che bevono di meno, forse tutte queste cose insieme. Di sicuro l’aver cambiato punto di riferimento dal power al folkettino scemo rischia di diventare la loro pietra tombale. Tuttavia finché c’è rum c’è speranza, quindi speriamo. (barg)  (Guarda il video)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: