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Doppia recensione: WHITE WIZZARD – Infernal Overdrive

19 febbraio 2018

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Marco Belardi: A ottobre mi sono imbattuto nel debut dei Witherfall, che mi ha sorpreso a tal punto che di lì a poco l’avrei considerato il disco dell’anno. La presenza in formazione di Jake Dreyer e Joseph Michael ha fatto sì che mi interessassi di conseguenza ai White Wizzard, che avevo velocemente bollato come un act di heavy metal tamarro, con un nome di merda e titoli degli album ancora più discutibili. In parte realizzai che avevo ragione, ma ripassandomi tutta la loro discografia entro la fine dell’anno, mi sono reso conto di quanta energia sprigionassero e – al netto di influenze che rendevano la loro musica davvero troppo derivativa – di quanta gente tecnicamente dotata fosse passata al fianco del loro leader e bassista Jon Leon in così poco tempo. Se il debut Over The Top era forse ciò che di loro preferivo, la linea più elegante e meno sfrontata portata avanti da The Devil’s Cut – appunto con i due membri dei Witherfall nei ranghi – non mi dispiaceva affatto. Li faceva apparire meno cazzoni e più propensi a una certa evoluzione sonora, piuttosto di sembrare una tribute band di lusso che anziché suonare cover si giustifica con gli inediti, ma a caro prezzo. Inutile dire che quando ho letto di Infernal Overdrive mi ci sono fiondato sopra all’istante. In pratica sono rientrati il primo chitarrista James LaRue, tecnicamente un pelino meno appariscente di Dreyer e in certi assoli debitore nei confronti di Marty Friedman, e Wyatt Anderson – il cantante di Over The TopFlying Tigers – che quando non adotta un timbro eccessivamente priestiano riesce ad essere pure trascinante e più adatto al sound del gruppo americano, senza però ripetere la profondità del più maturo e completo predecessore.

Il disco si presenta con una copertina meno anni ottanta e ridicola delle precedenti, con un look stavolta in direzione di Fury Road, un sound più pesante rispetto a The Devil’s Cut e – senza dimenticarne la forte vena hard rock – una complessità di fondo che ne accentua sensibilmente la componente prog. Il problema principale sono ancora una volta le influenze, se così dobbiamo chiamarle: non è facile iniziare ad ascoltare un qualcosa che, già alla prima traccia, ti ripropone pari pari la melodia vocale della strofa di Painkiller. Non il blues di One For The Road che riconoscerebbero in cinque, ma una delle canzoni più universalmente conosciute dai metallari. Potete interpretarlo come un omaggio o un plagio, fate davvero quello che volete ma la tentazione di fermarsi lì ci sarà, eccome. Il pezzo di per sé ha anche una bella energia, ma suona un po’ troppo da biglietto da visita atto a inquadrare Infernal Overdrive come un prodotto pesante quando, in realtà, il materiale al suo interno è decisamente vario – il tutto in favore della scorrevolezza e di dare un certo risalto alle qualità dei musicisti in alcune fasi, piuttosto che in altre. La cazzata, il cui dolore è ancora fortissimo, si ripete poi al quinto capitolo, quando in Voyage Of The World Raiders (titolo passato da George Lucas?) i nostri prendono To Tame A Land e fanno in modo e maniera di andarci pericolosamente vicini. Fatta eccezione per questi due passaggi, il disco è una bomba e lo è soprattutto nella prima metà: Storm The Shores si presenta anch’essa più maideniana che può ma poi azzecca il ritornello del disco; Pretty May tira fuori per prima un gusto fortemente rock e lo abbina a certe ritmiche cadenzate che mi hanno ricordato alcune cose dei Nevermore – tanto per ribadire che il gruppo ha sì invaso l’Inghilterra, ma si riferirà al proprio paese in svariate occasioni. Chasing Dragons è come se ne chiudesse un primo e brillante capitolo e pur non bissando il livello del pezzo che la precedeva, ci invita ad andare avanti; tranne Cesare Carrozzi, che è una persona orrenda e fortemente traviata dallo stile di vita tipicamente rurale da redneck-appenninico.  (Leggi tutto)

Mannaggia a Cavalera: ORPHANED LAND – Unsung Prophets & Dead Messiahs

16 febbraio 2018

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Credo non ci sia mai stata un’altra occasione in cui le anticipazioni precedenti l’uscita dell’album me ne abbiano influenzato così tanto il giudizio. Prima viene estratto il singolo We Do Not Resist, abbastanza groove nel suo stile; poi Kobi Farhi rilascia alcune interviste in cui descrive l’album come un concept “di protesta, molto arrabbiato” incentrato sui “rivoluzionari e [sui] leader [che] finiscono sempre per essere uccisi”. In un altro passaggio cita come esempi Che Guevara (non poteva mancare), Mahatma Gandhi, Martin Luther King e – punto più divertente – Yitzhaq Rabin e Anwar Sadat, due militari al governo dei rispettivi paesi. Tralasciando gli assassinii mirati di leader palestinesi o sciiti da parte dell’esercito israeliano (di cui ovviamente quest’album non parla), tutto ciò mi ha ricordato quelle pose un po’ alla Max Cavalera ora che sta nei Soulfly. Cioè tutte quelle dichiarazioni da prossima fine del capitalismo, da rivoluzione imminente, da anarco-insurrezionalisti col conto in banca… Insomma, come dice un vecchio adagio: tutti froci col culo degli altri.

Se devo essere onesto, non mi è mai piaciuto troppo mettermi a leggere i testi degli album, soprattutto prima di doverli recensire. È un aspetto a cui non do neanche troppo peso proprio in generale. Tuttavia, di recente mi è tornato sottomano un neanche troppo vecchio articolo di Ciccio sullo stato del giornalettismo metallico online. Subito dopo, in rete sono comparse come funghi recensioni in cui si elogia senza mezzi termini il profondo e fantastico messaggio politico – da qualche parte ho letto addirittura di pace – veicolato da Unsung Prophets & Dead Messiahs. Quindi, visti anche i precedenti e quanto ho scritto nel paragrafo sopra, mi pareva giusto scavare un po’ più a fondo. A onore del vero, dunque, c’è da dire che il gruppo, per esempio, ha anche fatto lo sforzo di far entrare due frasi in arabo nei testi di questo album. La prima è, in The Cave e totalmente fuori contesto, una parte della shahāda; e, francamente, mi ci sono scervellato, ma non riesco a capirne il senso. La seconda è in We Do Not Resist e tradotta significa all’incirca “lode a Satana, Signore dei venti”. Facendo qualche veloce ricerca in rete pare che sia tratta da un’opera del poeta egiziano Amal Donqol. A ben vedere, però, è un poema intitolato Le ultime parole di Spartaco nel quale l’autore si immedesima nel gladiatore della Tracia. Qua è abbastanza evidente il nesso col concept della ribellione. Più che altro fa ridere che lo stesso autore abbia scritto un poemetto ben più famoso in cui si scaglia contro Sadat e invita gli arabi a non fare pace (con Israele).  (Leggi tutto)

Zakk Sabbath: BLACK LABEL SOCIETY – Grimmest Hits

15 febbraio 2018

No, non è una raccolta di b-sides o un best of, ma un nuovo disco di inediti con un titolo del cazzo. Alla fine, nei confronti di Catacombs of the Black Vatican ero stato pure troppo severo: si sa che Zakk Wylde da parecchi anni va avanti col pilota automatico, quindi non c’è bisogno alcuno di stupirsi se in mezzo a prove più efficaci e convincenti (diciamo pure mezzi capolavori), quali ad esempio Mafia e Order of the Black, ti tira fuori album di transizione, come lo era, appunto, Catacombs. Inizialmente avevo scritto che questo disco qui non era particolarmente più fico del precedente, ma perseverando negli ascolti ho rivisto abbastanza la mia posizione in suo favore. Il cambiamento fondamentale sta nell’essere più cupo, doom e ispirato dai Padri. Voglio sviluppare una affermazione (che io trovo azzeccatissima) fatta da Enrico (il quale non recensisce più niente e si limita a distribuire la sua saggezza con molta parsimonia) a proposito di Zakk Wylde che sarebbe, a suo parere, uno che ha sempre cercato di individuare un equilibrio tra l’ignoranza e una qualche ricercatezza, tra i demoni personali sporchi del fango primordiale del southern rock e il tentativo di avvicinamento di questo mondo intrinsecamente crudo a un pubblico più ampio, più avvezzo a musiche easy-listening, come fanno certi cantautori country-folk americani che non si drogano o non si rovinano la vita appresso agli abusi e a qualche altra stupida dipendenza. Si aggiunga pure che lui, di fatto, continua a scrivere album per Ozzy, sperando, magari, che lo stesso ritorni a fargli uno squillo. In questo caso specifico, invece, alcuni pezzi sono stati scritti pensando chiaramente anche a Tony Iommi, con la dovuta deferenza del caso.  (Leggi tutto)

Hello darkness my old friend: PORTAL – Ion

14 febbraio 2018

I Portal sono la dimostrazione che, a volte, anche in un genere “statico” e stilisticamente introiettato su se stesso come il death metal si possono ottenere ottimi risultati sperimentando. Gli australiani sono, ad oggi, una delle poche band nel vastissimo panorama death a godere di una propria personalità ben definita, contornata da dei tratti che li rendono inconfondibili con qualsiasi altra realtà, passata o presente che sia. Sarà l’altissima concentrazione di animali e piante ad elevato tasso di odio anti-umano presenti in quella precisa zona dell’emisfero sud del globo, fatto sta che ai Portal girano i coglioni. E gli girano in un modo tutto particolare: non è quell’incazzatura ferale tipica del death metal, è più una sorta di superamento dei limiti stessi dell’odio e della misantropia, una forma mentis nera come la pece condita da una spruzzata di occultismo che strizza l’occhio a Lovecraft e dal desiderio di precipitare l’intero universo in una melma caotica e furente. (Leggi tutto)

Metal Skunk Trip: tre dischi che ci ricordano perché amare l’Australia

13 febbraio 2018

Qualche anno fa, un amico appassionato di surf è andato per qualche mese in Australia e – al ritorno – mi ha raccontato galvanizzato della sua esperienza nel continente. Quel luogo mi ha sempre affascinato, e penso di avere consumato decine e decine di documentari che lo riguardavano: la sua terra rossa, le ampie zone desertiche e gli animali pericolosi sparsi un po’ ovunque; ma anche tratti costieri da sogno e città moderne, costruite e sviluppate con un certo rigore. Ma noi ci troviamo su Metal Skunk e di tutta questa meraviglia, in questo momento, non ce ne frega veramente un cazzo. Parliamo quindi della scena australiana e delle sue chicche più o meno nascoste.

Mortal Sin – Face Of Despair (1989)

Ho recensito da poco Catharsis dei Machine Head. Qualche giorno fa, al termine di un faticoso tentativo di ascoltarlo, ho mollato, iniziando istantaneamente a pensare a qualche disco thrash da mettere su. Essendo nella mie future intenzioni un inspiegabile articolo su Hobbs’ Angel Of Death e Destroyer 666, ho deciso di infilarci a forza i Mortal Sin in quanto australiani, e perciò mi sono ritrovato a riascoltare Face Of Despair a distanza di, boh, qualcosa come quindici anni? Il suo predecessore si intitola Mayhemic Destruction e probabilmente lo preferisco pure a questo, perché è un vero pugno in faccia. Qui, due anni dopo avevano già affilato le lame e comparivano come una versione più aggressiva e meno stradaiola degli AnthraxFace Of Despair è articolato quanto spereresti da una formazione al suo secondo disco in studio; le chitarre dialogano assai bene e sfornano riff degni delle migliori formazioni californiane. Manca forse un pizzico di carisma, ma vi assicuro che i Mortal Sin sono un nome da non trascurare se siete appassionati della Bay Area e, nel loro caso, delle più degne repliche nate chissà dove oltre il Pacifico. I Am Immortal si conclude come Hetfield avrebbe impostato le liriche di una delle sue fast-track, e l’evoluzione di The Infantry Corps prova quanto in termini di stile a questi australiani non si potesse insegnare proprio nulla. Peccato che i frequenti cambi di line-up e un disco inconsistente come il successivo Every Dog Has Its Day ne abbiano compromesso anzitempo la carriera: arrivati sulla scena con qualche anno di ritardo, ma non così tanti da non permettere loro di lasciare il segno.

Destroyer 666 – Phoenix Rising (2000)

Se dovessi elencare alcuni dei concerti più belli della mia vita, cascherei di frequente dalle parti del Siddharta di Prato in cui – fra la fine dei novanta ed i primissimi anni duemila – vidi due eventi che non dimenticherò mai. I Necrodeath in supporto a Mater Of All Evil, band che ho osservato da vicino almeno sei volte e che MAI ripetè l’energia sprigionata in quella serata, ed i Destroyer 666 nel tour di Phoenix Rising. Sfortunatamente, questi ultimi li conoscevo solo di nome, così decisi di ascoltarli e constatai che un gruppo australiano che ti sbatte davanti a Unchain The Wolves una copertina più norvegese di quelle delle band norvegesi, merita di essere supportato ad ogni costo. L’album mi piaceva eccome, Australian And Antichrist mi mandò completamente in delirio ma è tuttora Phoenix Rising il loro capitolo a cui mi sento più affezionato. (Leggi tutto)

I’m getting ready for Alfano: TURBONEGRO – RockNRollMachine

12 febbraio 2018

Dopo Hank Von Helvete, che sembrava impossibile da rimpiazzare, se ne era andato pure Pal Pot Pamparius. A Sexual Harassment mi ero quindi avvicinato con diffidenza. Però non era peggio di Retox, l’ultimo, spento disco con l’ex frontman. Poco dopo ebbi l’occasione di spararmeli dal vivo all’Hellfest e fu fantastico. Ok, non li ho mai visti con Hank (sigh) ma fu davvero clamoroso, posto che all’Hellfest non furono gli unici a fare il concerto della vita, quindi c’entrava pure il contesto. Forse pure per questo mi ero approcciato a RockNRollMachine con aspettative piuttosto alte.

Il primo impatto era stato abbastanza negativo, a parte quei due singoli già noti, e pure piuttosto remoti (Special Education è di due anni fa, Hot For Nietzsche addirittura del 2015). L’intro richiama quella di The Age of Pamparius, suscitando subito confronti inopportuni. Fist City, basata su uno stupidissimo riff boogie alla Ac/Dc da gruppo d’apertura del festival stoner primaverile di Skrotenburg, è una puttanata ma una volta resoti conto che lo è di proposito dà meno fastidio. La title-track, al primo impatto, mi era risultata quasi respingente, con quelle tastiere cafone anni ’80 e quel ritornello stucchevole. Ormai sono riuscito a farmi piacere pure quella. E le suddette tastiere cafone anni ’80 hanno iniziato a conquistarmi. In Skinhead Rock&Roll e nell’adorabile John Carpenter Powder Ballad l’intento premeditato è ripercorrere le gaie gesta dei migliori Van Halen e Bon Jovi. E funziona. Estraendo una metafora dalla loro passata ossessione per la sodomia, si potrebbe dire che all’inizio fa male ma poi scorre che è una bellezza.  (Leggi tutto)

Pestilence // Rebaelliun // Distillator // Sudden Death @Traffic, Roma, 08.02.2018

10 febbraio 2018

21764977_1296183813844094_8363483528596760028_nDopo essere mancato da Roma per tre mesi ed essermi perso molti concerti di gruppi che aspettavo di vedere da anni, torno finalmente a vedere un concerto al buon vecchio Traffic. Mi sembra che sia cambiato qualcosa. Se la memoria non mi inganna, i tavolini e i divanetti all’esterno non erano così numerosi, e all’interno credo abbiano anche cambiato le luci del palco.

Purtroppo arrivo in ritardo e mi perdo i Sudden Death, che ormai da un ventennio fanno parte del panorama underground italiano. Nonostante una carriera non troppo prolifica e soli tre album all’attivo, il gruppo gioca in casa e il loro brutal death metal attira parecchi spettatori, tanto che la sala è già discretamente gremita quando finiscono di suonare. Questa volta vorrei dare la colpa al capitalismo, che ci spinge a lavorare più di otto ore al giorno e a non tornare a casa prima delle sei di sera; e anche all’Europa, che ci vuole trasformare tutti in brave formiche nordiche che fanno iniziare i concerti all’ora di cena come in Belgio e in Olanda. Io nel dubbio, arrivato vicino al Traffic, ho parcheggiato in via della cicala.

Il tuffo nel passato inizia già con i Distillator, trio olandese dedito a un thrash metal da fine anni Ottanta. Si presentano sul palco con pantaloni di pelle, cinture e tracolle di proiettili e gilè di jeans strappati. La toppa degli Slayer sulla schiena del cantante-chitarrista è una dichiarazione d’intenti. Insomma, tutto in loro riporta indietro di quarant’anni; anche le linee vocali e il filtro vintage applicato a tutte le foto promozionali. La loro musica e il loro stile saranno anche parecchio anacronistici, ma sul palco danno una grande prova del loro talento e il pubblico, in ogni caso, apprezza.

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Il chitarrista è la controfigura di Ragnar Lothbrok in Vikings.

Dopo di loro tocca ai brasiliani Rebaelliun. Anche loro salgono sul palco in tre, suonano un death metal in cui però sento un po’ di quel thrash violento di Arise dei Sepultura (di cui ovviamente il batterista indossa la maglia). Talvolta mi ricordano pure i Behemoth, ma potrebbe essere solo un riflesso incondizionato dovuto alla sovrapposizione del growl del bassista e dello scream del chitarrista. La loro musica è tendenzialmente velocissima alternata a qualche stacco più lento e quasi sludge, i passaggi da una linea all’altra sono spesso un po’ macchinosi. L’importante, però, è che durante tutto il concerto sembra di tirare delle revitalizzanti craniate contro il muro. Unico problema: negli assoli di chitarra c’è talmente tanto wah wah che bisogna per forza suonarli aprendo e chiudendo la bocca e che Kirk Hammet li apprezzerebbe.  (Leggi tutto)

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