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MELECHESH / W.E.B. / SELVANS @Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI), 17.01.2020

18 gennaio 2020

82084712_2443003662620155_4871620514377891840_oLo Slaughter Club questa sera si tinge di nero e si dà al black metal mediterraneo. Non potevano mancare, ovviamente, i Selvans, gruppo che ormai sono arrivato a considerare paladino del black metal italiano. Gli abruzzesi si presentano sul palco forti di un fantastico Faunalia pubblicato ormai quasi due anni fa. Pur non avendo ancora avuto il piacere di vederli live non avevo dubbi sulla loro bravura. Il locale purtroppo è sorprendentemente vuoto e non rende onore ad un gruppo che meriterebbe di essere seguito molto di più. A fine concerto mi sono messo a parlare con due tizi francesi che abitano a Varese, i quali mi dicono che hanno contato le persone durante i Selvans e ce n’erano ventisette. Tutto sommato non sono neanche poche in realtà, a qualsiasi metallaro che sguazza nell’underground sarà capitato di assistere a concerti con un pubblico ancora meno numeroso. Quindi forse erano gli ampi spazi dello Slaughter che ingannavano. Non lo so. Fatto sta che i Selvans hanno fatto un concerto fantastico che per me sarebbe potuto durare tranquillamente altre due o tre canzoni, soprattutto considerando che i Mortado di GL Perotti, annunciati una decina di giorni prima del concerto, hanno infine disertato la serata e ci sarebbe stato più spazio per tutti.

Ad un certo punto invece hanno comunque dovuto lasciare il palco ai W.E.B. In una serata del genere non poteva mancare un gruppo greco ovviamente. Oltretutto ascoltandoli è chiaro come le loro influenze agli esordi fossero soprattutto i primi Rotting Christ goticoni. Nell’ultimo album, Tartarus, si sentono invece molto di più i Septicflesh, i quali fanno pure qualche immancabile comparsata nei panni di Christos Antoniou, che si è occupato delle orchestrazioni, e di Sotiris Vayenas, che si è occupato di qualche linea vocale in una traccia. Da come si presentano sul palco e da come suonano le loro canzoni dal vivo mi ricordano un po’ anche i Behemoth, e mi rendo conto che, se col primo paragone avevo potuto accendere l’interesse di molti, ormai con questi ultimi due la curiosità è passata alla maggior parte di voi. Ma tutto sommato è quello che è successo anche a me, perché pezzi così pomposi e pompati è normale che perdano live. Parlando sempre coi due tizi francesi alla fine del concerto abbiamo convenuto che forse sarebbe stato meglio invertire W.E.B. e Selvans, almeno per i nostri gusti personali. (Leggi tutto)

FEN – The Dead Light

18 gennaio 2020

The Dead Light è uscito lo scorso dicembre ma io me l’ero perso bellamente, salvo poi recuperarlo fuori tempo massimo. Nonostante tutto è opportuno spendere alcune giuste parole per tributarne il valore, dal momento che oggigiorno, con il marasma di roba che esce tra revivalismi o “avanguardie” (si, viene da ridere anche a me), si finisce per perdere un po’ il fuoco della situazione, che dovrebbe essere sempre una e solo una: avere qualcosa da dire e dirla nel modo migliore possibile, indipendentemente dallo stile.

La forma scelta dai Fen probabilmente la conoscete già: la resa è molto buona, il suono del disco è bellissimo e aiuta a sprofondare in una dimensione sospesa, con il basso incredibilmente in evidenza, nonostante si senta tutto perfettamente. Quando l’ho messo su per la prima volta ammetto di aver sbuffato un pochino, soprattutto con la prima Witness, del tipo sì carino ma che palle, sicuramente ci vorranno un po’ di ascolti prima di trovarci qualcosa. E invece, cari amici, di ascolti ne sono bastati due per rendermi conto che stavo per prendere una cantonata; il meglio arriva col passare dei pezzi, e il disco merita una grossa fetta del mio tempo, affinché io possa parlarvene e mettervi la pulce nell’orecchio. Leggi tutto…

Recuperone di frattaglie 2019

17 gennaio 2020

771787Ecco arrivare un carico fresco fresco di budella da fare in padella. Iniziamo dalla sorpresa dell’anno, ovvero I nostrani FULCI. Nella mia personale playlist ho scritto “NULLA” nella sezione l’Italia Migliore per due motivi: nel 2019 non ho sentito tantissima roba italiana, ma quella che ho sentito, e di cui abbiamo anche parlato qua, francamente non mi ha detto assolutamente nulla. Vado quindi a sentire per la prima volta questo Tropical Sun, che con quella copertina là e quel moniker là non potrà che essere il solito (gradito) revival di sbudellamenti e orchi ruttatori degli anni Novanta, tra un omaggio agli Impetigo qua ed uno ai Cannibal Corpse là’. Invece no! Non fraintendetemi, c’è anche quello, ma non è certo l’aspetto che salta subito all’occhio (o all’orecchio). Piuttosto in alcuni tratti questo Tropical Sun potrebbe persino essere (attenzio’ attenzio’) il figlio che i Bolt Thrower hanno cercato di partorire in tutti quegli anni di silenzio prima dello scioglimento. Anni in cui cercavano le formule giuste, i riff, i pezzi. Ebbene, qua ci sono tutti. Ascoltate l’incipit di Legion of the Resurrected se non mi credete. Ma in un po’ tutti i pezzi si sente quel gusto per la melodia, la pesantezza opprimente ed uno stile anche piuttosto “raffinato” per death metaller compìti e di un certo livello, senza mai sfociare nel tecnico.

I KINGDOM hanno fatto il disco migliore nel 2019 nella sezione death metal, secondo me. Impossibile metterlo su senza scapocciare o mimare i grassi, grassissimi riffoni che partono e tornano, tornano e ripartono, uno più devastante dell’altro. Testi principalmente in inglese, e in misura minore in polacco, sulla miseria esistenziale e la decadenza fisica e spirituale. La puzza di decomposizione è fortissima. Questo è death metal nell’accezione più genuina, fatta di suoni claustrofobici e ferocia pura. Provare per credere. Rotting Carcass Arise Upon the Burial Mound vi schiacceraà in una mezz’oretta scarsa.

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I disgustosi SANGUISUGABOGG, veramente grotteschi e sozzi, sono l’ultima trovata della Maggot Stomp, sempre più sul pezzo per quanto riguarda l’underground e le copertine bicolori con loghi illeggibili. Questo Pornographic Seizures (basta il titolo) va in setticemia e puzza come una busta della spazzatura con frattaglie dentro lasciata a riposare per una settimana. Nessun blastbeat qui, solo grassi riffoni e voci cavernose per quattro pezzi da ascoltare e riascoltare. (Leggi tutto)

L’alternativa alla briscola al bar: RAGE – Wings of Rage

16 gennaio 2020

Essendo nato vecchio, come a volte mi hanno apostrofato certe brutte persone, uno dei crucci che ho sempre avuto riguardo l’intraprendere il mestiere di musicista è stato quello del progressivo ed inarrestabile avanzare dell’età anagrafica (oltre alla possibilità di entrate con almeno una parvenza, pure lontana, di stabilità), dubbi conclusisi con la ragionevole certezza che, se già sei poco convinto, poi le cose finisci che non le fai; infatti la vita mi ha definitivamente portato altrove, anche se per gli affari miei continuo a suonare roba, perché poi la passione è rimasta e rimarrà sempre. Però immaginate di essere uno di cinquantacinque anni che pratica il metallo in giro per il mondo da più di trent’anni e rotti, con enne cambi di formazione, che adesso suona con uno di circa quindici anni di meno (anzi, francamente credevo che Marcos Rodriguez ne avesse anche meno, invece ha la veneranda età di quarant’uno anni e manco un pelo bianco) ed un altro tizio greco alla batteria (dal nome impronunciabile) che pure avrà più o meno la stessa età dell’altro, con oltretutto la priorità di dover produrre un disco all’incirca ogni due anni, pena la riconversione con un qualche mini-job sottopagato alla tedesca oppure una confortevole sistemazione sotto un ponte. Ecco, ad uno così, a Peavy Wagner dico, vagli a parlare di passione. (Leggi tutto)

Cristina D’Avena è per poser. La saga dei CAVALIERI DEL RE

15 gennaio 2020

Sono nato nel 1990, mi dichiaro prigioniero politico!”. Scherzi a parte, è vero, sono del ’90 ma molto spesso mi sono sentito di un’altra epoca, un’epoca non molto antecedente alla mia, quella diciamo dei bambini nati a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli 80’; i… Primi Millennials? Quasi Millennials? Proto-Millennials? Oppure i ritardatari della Generazione X? Vabbè, comunque, quella roba là.

Questa disforia di generazione mi prende molto più spesso di quanto capiti a un normale ragazzo della mia età, e, siccome ve lo state chiedendo tutti (in questo momento vi immagino con gli occhi sgranati, incollati allo schermo del PC e con un tremito incessante lungo la spina dorsale che manco un fan degli Iron Maiden quando sta per uscire il nuovo Best Of con due bonus tracks inedite e Run to the Hills live at Molo di Cesenatico), vi dirò anche il perché: perché mi ammazzo di cartoni e di sigle vintage.

Nostalgia di epoche mai vissute? No, è che erano migliori, PUNTO. I cartoni e le relative sigle.

E poi capitemi: quando ero piccolino io si stava affacciando prepotentemente sulla scena un certo Giorgio Vanni: la versione maschia, borgatara e un tanto al chilo di Cristina D’Avena (artista più che dignitosa, ottima mestierante, ci tengo a precisarlo perché so che stavate già lì con le pietre in mano per averla canzonata nel titolo ad effetto del pezzo… Dovete avere pazienza, ragazzi, ecchecazz!). Dicevo, è normale quindi che tra i tunz tunz, una marea di inglesismi improbabili e quell’onnipresente atmosfera da discoteca est-europea, io abbia cercato la poesia altrove, mi sembra chiaro, si chiama sopravvivenza.

Ecco, io non so se I Cavalieri del Re siano quella poesia che andavo e vado tutt’ora cercando, ma sicuramente smuovono dentro di me qualcosa che ha molto a che fare coi concetti di intimità, fierezza e, perché no, fomento. (Leggi tutto)

R.I.P. Neil Peart [1952-2020]

13 gennaio 2020

Quando l’ho letto non ci volevo credere. Non perché Neil Peart avesse solo 67 anni, che è comunque e decisamente un’età prematura per la dipartita, specialmente se non ti droghi o non fai evaporare bottiglie di liquore come un’idrovora. Era malato, sì, ma dignitosamente, ed essendo il grande personaggio che era non l’aveva sbandierato ai quattro venti. Un uomo che sapeva cos’era il dolore, avendolo provato sulla sua pelle. Aveva perso l’intera famiglia anni prima e ciò gli aveva causato un dolore interiore inguaribile, ma che catarticamente era riuscito a sviscerare nei suoi romanzi. Perché Neil Peart era un artista a tutto tondo. Questo sarebbe l’epitaffio migliore per un gigante del genere.

Qual è il vostro batterista preferito? In che gruppo suona? Chiedetegli chi gli ha fatto prendere in mano le bacchette per la prima volta e poi non ditemi che la risposta vi pare inaspettata.

Neil Peart era un genio. Oltre ad avere completamente rivoluzionato il modo di suonare la batteria, con un gusto, una classe, una tecnica e una precisione metronomica mostruosa, ha anche scritto alcuni dei testi più belli ed intimi della storia del rock tutto. Andateli a leggere e vi diranno tutto quanto c’è da sapere su di una delle menti pensanti della storia del rock; un leader, e non un seguace, per dirla come direbbero i Napalm Death. Uno che, circa una decina di anni prima che il cosiddetto prog metal esplodesse, quelle strutture le aveva già pensate e proposte su dischi come Hemispheres, ennesimo lavoro segnante di una carriera, quella dei Rush, che si suddivide in epoche scandite da uno o due lavori per periodo storico che possono essere considerati apici o capolavori tra i capolavori. (Leggi tutto)

Skunk Jukebox: quel gommificio nella nebbia

13 gennaio 2020

Ragazzi, è inverno. Fa freddo, c’è vento, ogni tanto piove e qui nel regno delle tenebre padane la nebbia inghiotte i pioppi. L’odio per la gente sale ancora di più e di uscire la sera non se ne parla neanche dietro lauto compenso; e con tempismo micidiale esce il nuovo video dei MY DYING BRIDE, che è meraviglioso. Niente mezzi termini: ascoltatelo e non potrete che essere d’accordo. Quasi otto minuti che scorrono via veloci come il sangue da una vena tagliata in una vasca da bagno calda e tutto esattamente dove deve essere, con un violino da lacrime, la voce di Stainthorpe che ti strappa via il cuore e le chitarre di Craghan che ti trasportano nel cuore della desolazione. Il disco si chiamerà The Ghost of Orion e uscirà i primi di marzo, quando sarà già troppo caldo per goderselo appieno; ma intanto abbiamo questa The Broken Shore ad accompagnarci nel buio.

I VISION DIVINE sono più o meno da sempre un gruppo perfetto. Questo sia inteso nel bene e nel male, perché il rischio è sempre quello di apparire eccessivamente freddi e distanti. The 26th Machine non fa eccezione: è tutto fatto bene, anche troppo, dalla parte strumentale alla parte vocale agli arrangiamenti; nessun difetto, niente che possa fornire appiglio per una critica formale, nessuna sbavatura. Sono la sublimazione di tutto il meglio del power metal italiano, lo stadio finale della sua evoluzione, e se nel 1997 mi avessero detto che l’Italia sarebbe riuscita a partorire qualcosa del genere sinceramente non ci avrei mai creduto. Purtroppo, però, non mi ritrovo ad ascoltarli troppo spesso; ma ogni volta che capita mi ritrovo sempre piacevolmente sorpreso.

Come avrete sentito, stanno tornando i DEMONS & WIZARDS, a quindici anni esatti dal secondo Touched by the Crimson King. Vi abbiamo parlato della commovente esibizione al Wacken e ora è tempo di guardare il primo singolo, Diabolic, tratto dall’album in uscita il 21 febbraio e intitolato con enorme sforzo di fantasia III. Il pezzo è lungo e complesso, tanto che all’inizio non riusciva a prendermi più di tanto; con il crescere degli ascolti invece sono riuscito a entrare di più nello spirito della cosa e ora sono abbastanza fomentato per l’uscita dell’album. Jon Schaffer con l’età è se possibile diventato ancora più cazzuto, e d’altro canto è bello sentire la voce di Hansi Kursch su qualcosa che non faccia schifo ai cani morti. (Leggi tutto)

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