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Avere vent’anni: agosto 1996

31 agosto 2016

nocode

PEARL JAM – No Code

Stefano Greco: I Pearl Jam (a Roma noti anche come p’ggeem) hanno avuto la sfortuna di non avere un cantante morto e di non essersi sciolti al momento giusto. Questo purtroppo li ha avviati alla tipica carriera fatta di primi album belli e bellissimi seguiti da una lunga serie di cose inutili. Dopo cinque anni vissuti alla velocità della luce, nel 1996 il gruppo decide di dimostrare al mondo di essere divenuto una band formata da persone adulte. La carta d’identità fasulla si chiama No Code e ce li presenta non grandi ma improvvisamente vecchi. Alla base c’è l’equazione sballata secondo la quale una cosa per essere intima debba necessariamente suonare acustica. La presunta sensibilità degli ex-ragazzi si traduce quindi in una collezione di lagne e lamentazioni nel solco del tipico suono dei vaccari americani. Una roba tristissima amplificata dal fatto che quando (due/tre volte) si ricordano di accendere gli ampli le canzoni gli escono pure benino. E quindi qualcosa da dire forse ce l’avevano ancora. Da qui in avanti l’assimilazione nel suono e nei circuiti mainstream sarà sempre crescente e li porterà ad assumere lo status di campioni del ‘vero ruock’; un po’ come Springsteen e gli U2 anche loro possono oggi contare su una fanbase di primati per i quali il verbo è unico e solo e tutti gli altri finiranno all’inferno. Tanti bei ricordi, sì, ma da allora me ne tengo abbondantemente alla larga.

Theli - 1997

THERION – Theli

Cesare Carrozzi: Tralasciando una di quelle famigerate copertine fatte col culo figlie dell’avvento del digitale, Theli è stato in assoluto uno dei cd che più mi sorpresero al primo ascolto. Ricordo che ficcai il dischetto nel lettore aspettandomi un metal vagamente ispirato ai Celtic Frost e quello che uscì fuori dalle casse dello stereo fu, dopo la classica intro che pure era carina, questo magnifico coro che fa da riff portante per il primo pezzo, To Mega Therion. Pensai che sarebbe stata una vera figata se tutto il disco fosse stato così. Lo era. Theli è un lavoro fantastico, che giunse completamente inaspettato se si considera quanto fatto dai Therion in precedenza. Ovviamente a livello commerciale fu un trionfo e lanciò gli svedesi in una carriera che vent’anni dopo in pratica si poggia ancora sulle basi fondate da quel magniloquente coro di To Mega Therion. I lavori successivi rimarranno mediamente buoni (specie l’accoppiata Lemuria/Sirius B) ma questo è la vera pietra miliare. Recuperatelo.

THEATRE OF TRAGEDY – Velvet Darkness They Fear

Trainspotting: Per questo album mi viene in mente il concetto accennato con Irreligious e Dusk and Her Embrace: l’equilibrio. Forse il 1996 è stato davvero l’anno dell’equilibrio; equilibrio tra innocenza e consapevolezza, purezza e mestiere, primordialità e riflessione. Non si spiegano altrimenti i dischi succitati, così come pure Velvet Darkness They Fear, seconda prova dei norvegesi nonché loro capolavoro – e qui, a differenza di Moonspell e Cradle of Filth, non c’è neanche la scuola di pensiero per cui era meglio il primo. Questo è uno di quei dischi la cui buona riuscita sarebbe dovuta essere data a quotazioni altissime in qualsiasi agenzia di scommesse, ed è davvero assurdo, a pensarci razionalmente, che una formula del genere sia riuscita a funzionare. Partendo innanzitutto dall’accostamento tra la voce superna di Liv Kristine e il growl a sturalavandini di Raymond, una combinazione che in seguito sarebbe stata copiata fino alla nausea, quasi sempre con risultati tali da confermare l’assurdità della sua buona riuscita in questa sede. Ma poi l’estetica da lettrice di Anne Rice, con le tettone nude in posa sofferta tra lenzuola di seta viola, i pizzi, i merletti, i broccati, gli strascichi di organza, le rose rosse con un petalo avvizzito, il mezzosoprano, il lessico scespiriano, gli sguardi languidi: funzionano. Funziona tutto. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: GRAVE DIGGER – Tunes Of War

30 agosto 2016

Grave_Digger-Tunes-Of-War-1996

 

Charles: Tunes of War, coi suoi Brave, Bruce e Rebellion, è l’inno power-epic per antonomasia; è anche l’inno al crauto, alla birra e allo stinco di maiale, nonché, cosa più importante per chi vi scrive, la colonna sonora delle millemila riunioni redazionali di Metal Skunk, fedele compagna di innumerevoli sbronze allegre, momenti di amicizia sincera e sano cazzeggio. Tunes of War è un inno alla vita e al saperla prendere per il verso giusto. In quanto a capacità di fomento delle masse qui siamo ai livelli dei Manowar e a volte anche oltre, quindi volerne parlarne in modo razionale e ragionevole non ha alcun senso, come non ha alcun senso starvi a spiegare le proprietà organolettiche della salsiccia al forno con le patate. E dunque, cari amici e soprattuttamente amiche della salsiccia, ribadiamo ancora una volta che Tunes of War è il miglior disco dei Grave Digger e che i Grave Digger sono il miglior gruppo della storia dell’heavy metal e che l’heavy metal è la cosa più bella del mondo dopo la fregna.

Piero Tola: Funesti ricordi evoca in me questo epico album. Proprio nei giorni in cui uscì e lo ordinai al volo su uno scrausissimo mailorder crucco, mi beccai un virus intestinale. Che dico: IL virus intestinale par exellence, quello che ti fa piegare in due dal dolore e ti impedisce di stare in posizione eretta perché non puoi distendere stomaco e intestini (cit. Enciclopedia Medica Italiana).  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MONSTROSITY – Millennium

29 agosto 2016

monstrosity_millennium

Paul Di’Anno è il cantante degli Iron Maiden. Chris Barnes è il cantante dei Cannibal Corpse. E George Fisher è il cantante dei Monstrosity. Erano i Monstrosity la sua band; i Cannibal Corpse, la botta di culo che va avanti tuttora. È andata così: Six Feet Under era il nome del passatempo di Chris Barnes e Allen West, più Terry Butler dei Massacre e il suo fratellastro; dal 1993 suonavano in cazzeggio nei bar cover di pezzi famosi con la distorsione e il vocione orchesco, primariamente quando Cannibal Corpse e Obituary non erano in tour. Nel 1995 esce Haunted, solo materiale inedito, musiche di Allen West testi di Barnes, in pratica un disco degli Obituary con frasi di senso compiuto al posto di grugniti bestiali in mezzo a parole a caso; scritto, registrato e mixato in poche settimane, a detta dei diretti interessati uno sfizio da levarsi tanto per. Inaspettatamente fa il botto: cifre grosse, letteralmente impensabili in un periodo in cui il death metal alla vecchia pativa una saturazione del mercato insostenibile da una parte, l’avanzata delle nuove leve tecnologiche dall’altra (il 1995 è anche l’anno di Demanufacture). I Cannibal Corpse sono nel mezzo delle registrazioni di Created to Kill, il seguito di The Bleeding; per qualche ragione che non sapremo mai, Barnes molla – o viene cacciato – Fisher sale a bordo a tempo di record (nessun’altra audizione), è l’exit strategy per entrambe le parti. Al posto di Created to Kill uscirà Vile; Fisher completa le registrazioni di Millennium, un atto dovuto, poi Monstrosity addio. I Six Feet Under diventeranno la priorità numero uno per Chris Barnes. Complessivamente la più grande perdita nella storia del death metal: i Cannibal Corpse continueranno a buttare fuori grande musica ma i primi quattro sono e restano tutt’altra faccenda, irripetuta da chiunque; i Six Feet Under con l’abbandono di Allen West diventeranno progressivamente sempre più irrilevanti, una versione semplificata per bambocci in età prescolare della frangia estrema del metal che fino a tutto il 1995 ha saputo dettare legge. Chris Barnes punkabbestia con dread sporchi e dilatatore nemmeno una pallida copia dei tempi di Tomb Of The Mutilated con strascichi mainstream connessi (la comparsata in Ace Ventura li rese ai tempi più famosi dei Beatles): la dimostrazione che fumare troppo fa male al cervello molto prima che ai polmoni. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – Dusk… And Her Embrace

28 agosto 2016

cradle of filth - dusk and her embrace

È particolarmente difficile parlare di Dusk and Her Embrace a vent’anni di distanza perché nel frattempo è cambiata totalmente la percezione del disco. Quantomeno per quanto mi riguarda. All’epoca avevo quindici anni e un retroterra culturale profondamente intriso da un’immaginario libresco gotico-vittoriano, partito da piccolino con i consigli letterari degli speciali di Dylan Dog e poi proseguito senza freni grazie agli scassatissimi tascabili economici della Newton & Compton, sempre sia lodata. Nottate interminabili passate su romanzi dell’orrore, antologie di racconti di fantasmi e opere omnie strizzate in pochi volumi per risparmiare carta, quella carta il cui odore peraltro ricordava in maniera inquietantemente involontaria quello del marciume spesso evocato dalle atmosfere di quelle opere. Un ragazzino con la fantasia spiccata ha bisogno di mondi immaginari in cui immergersi per distaccarsi dalla realtà; e i miei mondi erano fatti di sinistre dimore in brughiere coperte di nebbia, e di infiniti monologhi di personaggi che, parlando in prima persona, descrivevano le loro lunghe passeggiate in un lungo e opprimente climax di tensione che poi, inevitabilmente, finiva con l’apparizione di una larva evanescente o con qualche spaventoso fenomeno paranormale. Non credo sia per queste letture che ho poi cominciato ad ascoltare metal; più che altro, penso che entrambe le cose fossero e siano sintomi di mie fascinazioni radicate o innate.

Dunque il motivo per cui all’epoca impazzii totalmente per Dusk and Her Embrace non è solo musicale; per me era il disco che più si avvicinava a quelle atmosfere, e inoltre era suonato e prodotto in un modo tale da renderlo unico rispetto a qualsiasi altra cosa avessi mai ascoltato prima. Conseguenza innanzitutto della provenienza britannica, che rendeva l’approccio al black metal molto differente rispetto agli scandinavi e ai greci, nonché per ovvi motivi più aderente all’immaginario della letteratura gotica. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SAMAEL – Passage

27 agosto 2016
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Samael-Passage-1996

Gli svizzeri sono gente strana. Dev’essere un effetto collaterale del vivere in un paese lindo, ordinato e noioso per definizione: posti del genere sono perfette incubatrici di angoscia e follia. Del resto Lovecraft sognava infiltrazioni dall’Oltre nel noioso, lindo e ordinato New England – non serve stirare tanto l’immaginazione per immaginare che in certi villaggi da cartolina del bernese si celebrino sagre paesane con sacrificio umano a sorpresa. E si comprende anche come proprio dalla Svizzera siano potute uscire band come Celtic Frost, Coroner e Samael, diverse ma accomunate da un modo obliquo di intendere la musica che se da una parte le ha rese imprescindibili, dall’altra le ha quasi sempre condannate ad essere eterni fenomeni di culto.

Rispetto agli altri, i Samael hanno avuto se non altro un certo vantaggio anagrafico che li ha portati ad emergere in un momento in cui la scena metal europea era in piena esplosione. Che fossero una bestia strana era stato chiaro fin dall’esordio Worship Him, ma furono i due album successivi a marcare il vero inizio della loro accelerazione tecnofila, trainata soprattutto dall’apporto compositivo del tastierista Xy: dischi in cui la materia grezza del black veniva man mano diluita in una colata di riff rallentati, atmosfere ritualistiche e infiltrazioni elettroniche sempre più presenti. Passage in questo senso segnò il raggiungimento della velocità di fuga. E oggi che il concetto di industrial black metal è del tutto assimilato, è difficile immaginarsi l’effetto che fece Passage allora, in un 1996 che pure di dischi strani e memorabili ne vide uscire parecchi. Fino ad allora i soli in Europa a giocare apertamente con certe sonorità erano stati sconosciuti eccellenti come i Mysticum o gruppi-cazzeggio estemporanei come i Diabolos Rising; toccò ai Samael, spalleggiati dall’allora onnipotente Century Media, rendere una volta per tutte accettabile l’uso massiccio dell’elettronica abbinata al metal estremo. (Leggi tutto)

XXII AGGLUTINATION @Chiaromonte (PZ), 21.08.2016

26 agosto 2016

XXIIAgglutination2016La 22ma edizione dell’Agglutination vede due grandi ritorni: quello di Ciccio Russo, alla sua seconda calata, e quello della scuola media di Chiaromonte, storica location abbarbicata su una montagnola che negli anni passati è stata abbandonata in favore dei campi sportivi dei paesi limitrofi, più in pianura. Quest’anno eravamo parecchi, quindi abbiamo preso due macchine e per la prima volta ho dovuto guidare io. Con me c’era Ciccio e la mia compagna di merende; e quando quest’ultima, guardando il navigatore nell’ultimissimo tratto di superstrada, mi ha detto di girare a destra, ho completamente mancato l’uscita. “Dove dovevo girare?”, le ho detto, “Non mi sembrava ci fosse alcun’uscita”. E invece, dopo un giro infinito per fare inversione, mi sono accorto che l’uscita c’era, solo che era più che altro un buco nel guardrail che fungeva da accesso privato per delle industrie. Grazie tante, Google Maps. Da lì abbiamo guidato dieci chilometri su una improbabile strada di montagna con più buchi per terra della piazza del mercato di Baghdad, e talmente ripida che ho dovuto farla quasi tutta in prima. Avete presente, quelle strade in mezzo ai boschi, strettissime, a doppio senso, piene di curve a gomito in pendenza, che preghi tutto il tempo che non arrivi un’altra macchina in senso contrario. Tutto molto grim in verità, compreso il gregge di pecore e capre che abbiamo incontrato a un certo punto; e non credo ci fosse modo migliore per battezzare la mia prima macchinata personale verso Chiaromonte.

Dopo aver parcheggiato troviamo i soliti stronzi con cui siamo soliti andare all’Agglutination, tra cui un Messicano non in perfetta forma a causa di alcuni guai fisici rimediati dopo l’ultima rapina a mano armata che lo ha visto protagonista. Non può mancare neanche Gonzalo De Rossi, l’altro compare di mille Agglutination, che propone di farci un paio di sane Raffo al bar del paese prima del festival. Del resto anche quest’anno non si può rientrare dopo essere usciti (ma perché?), quindi creiamo un po’ di indotto nell’economia locale prima di farci sequestrare all’interno dell’area. Ci troviamo in tempo per l’ultima parte dei NANOWAR OF STEEL, che suonano a un volume improbabile almeno quanto i loro vestiti. Sono sempre divertenti visti dal vivo, tanto che questa volta mi sono ripromesso di recuperare i loro lavori visto che in quanto a dischi in studio sono fermo al primo demo – quando ancora si chiamavano semplicemente Nanowar ed erano un gruppetto romano di belle speranze che ci si passava tra appassionati per farsi due risate. È doveroso un epico saluto agli inquilini dell’edificio di fronte alla scuola media, che sghignazzavano mentre riprendevano il concerto dal balcone col cellulare. Chissà che hanno pensato a vedere uno spettacolo del genere. Comunque vorrei menzionare anche i DEWFALL, che hanno suonato prima dei Nanowar mentre eravamo ancora in mezzo alle greggi di pecore su quella stradina bombardata. Ricordo anche loro ai tempi del demo, in cui facevano una cosa simile agli Iron Maiden; li ho però visti al Breaking Sound Fest qualche settimana fa e facevano una roba molto estrema. Chissà che è successo nel frattempo.

Dopo un veloce cambio palco è il turno dei FLESHGOD APOCALYPSE, già visti un mese addietro al Fosch Fest. All’epoca attribuii la loro prestazione non eccelsa ai problemi tecnici postdiluviani, ma a questo punto credo che il loro death metal sinfonico sia semplicemente troppo complicato da riproporre dal vivo. I perugini sono ben accolti dalla platea, che li omaggia con fomento generale e grande sfoggio di magliette dedicate, e da parte loro si vede che ce la mettono tutta; ma niente, non riescono proprio a ricreare il proprio suono in sede live. Peraltro da queste parti si è anche parlato benissimo di Oracles e Mafia, loro mi stanno simpatici e mi dispiace doverne parlare come di un concerto che non mi è piaciuto, quindi per buttare tutto in caciara parlerò dei panini con la salsiccia dell’Agglutination che vengono preparati da anziane locali, probabilmente le stesse che hanno sgozzato i maiali finiti nelle medesime salsicce.  (Leggi tutto)

Sveglia il morto #4: DECOMPOSED, GOREMENT, CEMETARY e FUNEBRE

25 agosto 2016

Benvenuti ad un’altra puntata di Sveglia il Morto, la rubrica che parla di gruppi che nessuno si incula e da cui potete tranquillamente prendere spunto quando volete rompere le palle ad amici e conoscenti mentre tessono le lodi della band del momento, dicendogli (con il giusto tono spocchioso ed elitario) che un’altra band sfigatissima già faceva le stesse cose venti anni prima. Il menu di oggi prevede:

decomposedDECOMPOSED – Hope Finally Died… (1993)

Il quartetto di Croydon, ridente distretto del sud di Londra, fu fautore di un death metal claustrofobico e tombale, secondo una certa tradizione nord europea (Convulse, Funebre, Gorement, etc). Certo è che vi era un numero non indifferente di gruppi che suonavano così all’inizio degli anni novanta, ma il gusto melodico e le atmosfere plumbee rendono questo disco senz’altro meritevole di un recupero. Pezzi sui sei minuti di media, con pochissime accelerazioni e molti begli assoli. Voce ipergutturale e suoni corposi e compressi che faranno felici i nostalgici del death metal di una volta.
Uscito per Candlelight nel 1993, non ebbe successori. Fu preceduto dal validissimo The Funeral Obsession, ep di soli due pezzi (di cui uno presente su questo full length – At rest) e che contiene anche la pesantissima Spawn of Maternal Cadaver come b-side. La Candlelight lo ha ristampato l’anno scorso ma senza il pezzo inedito dell’ep, purtroppo.

gorement-the-ending-questGOREMENT  The Ending Quest (1994)

Gli svedesi Gorement avevano tutti i crismi per sfondare come altri connazionali, ma non ci riuscirono. Certo fa sorridere vedere che gruppi che scimmiottano (seppur bene, e non faccio nomi) il death metal che fu al giorno d’oggi ricevono quasi più attenzione di coloro che furono i veri pionieri di questo suono pesante come il feretro di Umberto Smaila il giorno del suo funerale. I Gorement, a dire il vero, arrivarono al debutto un po’ tardi, nel 1994, e con l’album di cui si parla qua. Tra demo ed ep, però (tra cui segnalo l’ep Obsequies… e il 7” Into Shadows del 1992, contenente due dei pezzi che poi finiranno sul full), i nostri esistevano gia’ dal 1989 con il notevole nome di Testicle Perspirant. (Leggi tutto)

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