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NEHËMAH, i grandi dimenticati

19 luglio 2019

C’era una volta una compagnia italiana di assaggiatori di black metal che se ne andava in giro per il mondo a degustare i “prodotti tipici” dei vari paesi. Un giorno, durante uno dei loro consueti tour gastronomici, l’aeroplano diretto in Norvegia (paese organizzatore dei tour) si guastò, e fu costretto ad un atterraggio d’emergenza nella Francia sud-orientale, tra le Alpi, col freddo spaccaossa e gli autoctoni che perculavano ogni singolo passeggero, alternando il nome di Wiltord a quello di Gigi Di Biagio. Mentre gli assaggiatori se ne stavano tutti intirizziti, stretti nelle loro coperte caprine, aspettando che i norvegesi si sbrigassero a mandare un altro aereo, con i montagnoli francesi che li sfottevano e soprattutto senza nessun gruppo black da ascoltare, arrivarono tre loschi figuri incappucciati, dalle facce poco rassicuranti e con otto strati di cerone bianco sulle guance. Uno di questi, con un sorrisetto satanico, fece cenno alla compagnia di seguirli. La compagnia, seppur con paura e riluttanza, si congedò dai piloti norvegesi e seguì i tre tizi pittati, che li condussero in una grotta scavata sul fianco della montagna, riparo sicuro dal vento di ghiaccio che sferzava le gengive. Un volta entrati, uno dei tre brutti ceffi si tolse il cappuccio e prese la parola:

Salve stranieri, siete degli assaggiatori di black metal, giusto?

Gli assaggiatori si guardarono perplessi… poi accennarono un sì con la testa.

Il tizio losco proseguì: “E dove vi stavate dirigendo? In Norvegia, forse?

Ehm… sì…

E perché mai?

Il più spigliato e loquace della compagnia si fece avanti:

Beh, non ce ne vogliate cari signori, ma oggi avevamo proprio voglia di vero black metal, quello oscuro, nichilista, feroce. Sapete, noi siamo tutti darkthroniani (anche se non lo diciamo troppo in giro sennò la Nuclear Blast ci toglie i fondi) e solo in Norvegia troviamo pane per i nostri denti. Senza offesa ma qui da voi boh, tra Seth e Anorexia Nervosa, c’è solo roba sinfonica pomposa con la puzza sotto al naso, a noi ci piace la violenza!

Il tizio losco si avvicinò al loquace assaggiatore, guardandolo dritto nelle palle degli occhi. Il suo sguardo gelava il sangue nelle vene. (Leggi tutto)

NOCTURNAL BREED – We Only Came for the Violence

17 luglio 2019

Condivido in pieno la recensione di Panzer Division Marduk volta a spiegarne le differenze di attitudine con ciò che il black metal era stato considerato sino ad allora. La stessa cosa accadeva anche in periferia, con le nuove leve e con chiunque altro fosse stato investito dall’onda d’urto: di certi gruppi ho già parlato all’interno di un paio di pezzi, cioè uno e due, e posso ripetere che sia quei giovanotti dei Raise Hell, sia i Nocturnal Breed – l’allora side project di Silenoz dei Dimmu Borgir – non fecero altro che esasperare il tiro del celebre album dei Marduk. Anche suonando in un modo del tutto diverso.

Se Panzer Division Marduk è il tizio che investe di proposito un tale che gli rimaneva sui coglioni, Raise Hell e Nocturnal Breed sono la seconda passata a retromarcia. Raise Hell e Nocturnal Breed sono i due chihuahua abbaioni e carichi di odio al guinzaglio del tipo palestrato – Panzer Division Marduk – che ti sta fissando alla fermata del bus con la stessa espressione facciale di Steve Tucker nelle photo session. Inoltre dilagò questa cosa insensata e ciclica dei carri armati in copertina: prima i Marduk, poi gli Enthroned in uno dei loro peggiori lavori; Raise Hell e Nocturnal Breed scelsero di omaggiare il settore bellico con bucoliche immagini di attacchi aerei: tutto quanto sembrava essersi trasformato nel videoclip di Sacrifice dei Motorhead, e c’erano Spitfire e truppe che volavano e marciavano contro la chiesetta dietro casa, sbattendosene della contraerea o dei sistemi radar con i quali le suore e i chierichetti li avrebbero potuti intercettare. Erano pronti a distruggerla una volta per tutte, e la fanteria avrebbe polverizzato anche i cocci al suono degli M-16. Non si capiva nemmeno cosa cazzo volessero suonare quei due, ma tutto quanto era talmente goliardico che per un brevissimo periodo li amai per davvero. Il modo di intendere il metal estremo da parte dei Nocturnal Breed prevedeva la caciara totale, e a pochi riuscì farlo così bene. (Leggi tutto)

Skunk jukebox: le canzoni dell’estate

16 luglio 2019

Amici, siamo a metà luglio, siete già in ferie? Dove passerete le vacanze quest’anno? Come sapete, il Metallo non va in vacanza e anzi mai come quest’anno si accinge ad ammorbare le vostre orecchie imbastardendosi con i peggiori sottoprodotti mai partoriti da creatività umana. Ciò è preoccupante, ma in effetti pensiamoci un attimo: quelli tra noi che negli anni d’oro compresi nel lustro ‘95-’00 erano adolescenti, oggi sono tra i 30 e i 40, anno più anno meno. È pacifico che la maggior parte di noi abbia un lavoro, possibilmente sottopagato, delle responsabilità, anzi delle Responsabilità, e magari famiglia, figli, suoceri e tutto ciò che questo comporta. Va da se che, riprendendo il discorso iniziato dal tagliente Gabriele Hammerfall, il metal ha subito un cambiamento sostanziale, forse in parte a causa del cambiamento della base dei fans. Quello che voglio dire è che l’Industria Musicale, che ha sede subito di fianco alla sede del ministero dell’Amore, lo ha capito e ci ha piazzato un bel bersaglio dietro la schiena con sotto la scritta “target di mercato”. Potrete avere conferma di ciò se ritroverete una scatola curiosamente piena di occhiali da sole nascosta dentro un’intercapedine di cartongesso di quella sospetta organizzazione dietro casa, come ci insegna il maestro Carpenter. (Leggi tutto)

Frattaglie in saldo #42

15 luglio 2019

FREDDY DELIRIO AND THE PHANTOMS – The Cross

Quello che ha messo in atto il tastierista dei Death SS, Freddy Delirio, è la stessa rilettura operata da Tobias Forge nei confronti della sua musica prediletta. Se al debutto dei Ghost potevamo scorgere qua e là i Mercyful Fate, ammorbiditi di cento volte e ripassati attraverso una mistura di prog rock ed altre cose, nel caso dei toscani si finisce nuovamente per ascoltare una cosa del tutto nuova. Che poi, in realtà, ha per base il power metal, atmosfere gotiche e un bel po’ di prog. Manca volontariamente la pesantezza, che si avverte più per via della produzione pomposa che per altro: aggiungi la pesantezza, e avrai tolto la personalità del suo progetto, quasi tutta. In compenso The Cross non è per niente esente da difetti, un vero peccato se si considera la presenza in esso di almeno tre o quattro brani di buono spessore. Non vorrei sentire quella batteria così artefatta e mal arrangiata, e avrei preferito, all’operato totale offerto da Freddy Delirio, che dietro ad ogni strumento fosse presente un musicista, un timbro, una firma. Se ne sente la mancanza – oltre al caso riguardante la batteria – anche sulle linee vocali, troppo ancorate allo stile elaborato proprio da Steve Sylvester – peraltro presente in un brano – negli ultimi due decenni. La somma di tutti questi fattori lascia a The Cross un retrogusto un po’ da demo: d’altro canto la presenza di brani come Guardian AngelIn The Forest fa ben sperare che in futuro questa creatura di Black Widow possa offrire cose messe maggiormente a fuoco.

vulture

VULTURE – Ghastly Waves & Battered Graves

Non ricordo se stessi leggendo un articolo o cos’altro, ma un giorno ho aperto una pagina web e mi è apparsa la copertina di quest’album. La studio, sembro Sgarbi quando cazzeggiava in televisione: il logo c’è tutto, quindi si tratta di una trappola oppure ho beccato la band che cercavo. Poi c’è l’Orrore, quello che invoco più o meno in due recensioni su tre. L’heavy metal non può prescindere dall’Orrore, e qui sembra di vivere in uno slasher. Me li vado a cercare: chi sono questi soggetti qua? Esteticamente sembrano i motociclisti che vanno a morire nel supermercato di Zombi di George Romero, utilizzando la tattica dell’irruzione di massa in un luogo fondamentalmente di merda. (Leggi tutto)

Un anniversario da ricordare: SICK OF IT ALL – Blood, Sweat and No Tears

13 luglio 2019

Queste poche righe sono il frutto di un’altra trappola del solito Roberto. Una sorta di ricatto morale, diciamo così, come spesso accade. Ieri, 12 luglio, ricorreva il trentennale di Blood, Sweat and No Tears, il primo full lenght dei Sick of it All, un disco che mi ha “cresciuto” (male) in tutti questi anni. Propongo di celebrare questo evento con un post sulla pagina facebook di Metal Skunk e sapete cosa è successo? TAC: RICATTO MORALE DI ROBERTO. “Perché non ci scrivi un pezzo?” mi ha detto il vile ras di Brindisi (cit.). Il resto forse lo conoscete già: siccome scrivo poco e in un certo senso mi sento in colpa, non ho potuto far altro che accettare. Vabbè, alla fine a ‘sto giro relativamente, perché comunque mi fa piacere parlare di questo disco e di questo gruppo. (Leggi tutto)

Classificone di questo decennio di metallo

12 luglio 2019

Anche se questo post non parla di loro è dedicato alla memoria di quelli che abbiamo perso per strada, ai quali il pensiero non può che andare inevitabilmente.

Dopo quattro anni da quell’articolo sulla prova del tempo ho avvertito nuovamente l’esigenza di volgere lo sguardo indietro e fare, ancora una volta, il punto della situazione a partire dall’anno di nascita del blog, perché quello, il tempo, passa sempre più velocemente e si mangia tutto. Inoltre, mi diverto sempre a fare le classifiche e i riepilogoni fini a sé stessi.

ANNO 2010

Di quell’anno non mi è rimasto praticamente niente. Bisogna ammettere che Ecailles De la Lune è sempre bello come un tempo, però sono proprio i tempi ad essere cambiati e, alla fine, quella inaugurata dagli Alcest fu una moda tutto sommato passeggera. Quello fu anche l’anno del nuovo Anathema, un album che col senno di poi assume un significato ancora più importante alla luce di ciò che è accaduto dopo Weather Systems. Riascoltavo in questi giorni Judgement, che cade il suo ventennale, e trovo quel periodo che va dal 1998 al 2012 così bello e coerente che mi sale un odio ancora più grande nei confronti di hipster e indieboy e della loro costante tendenza ad appropriarsi delle nostre cose (tra magliettine di Burzum e altre amenità di questo tipo). Belus non si tocca, tanto è vero che ormai chi se lo fila più? Paradossalmente di tutto quel ciclo ciò che resta è lo schifo che provai con Abrahadabra, a testimonianza che la merda, quanto raggiunge queste vette, fa tutto il giro e diventa immortale. In definitiva, anno del cazzo.

ANNO 2011

Confermo tutto quello che avevo già detto. Avrei giusto trattato con più attenzione Svartir Sandar dei Solstafir e mi rendo conto che, mutatis mutandis, a Mare gli do più credito oggi che ieri. Rispetto a Lulu e Illud Divinum Insanus fate copia/incolla di quanto detto sui Dimmu Borgir, con la differenza che anche la merda era più merda nel 2011. Anno meraviglioso, dunque, congiunzione astrale più unica che rara, stralcio di XX secolo in uno più buio. Oggi come ieri mi ascolto tutto quello che esce ma fondamentalmente prendo e butto via quasi subito (a parte rari casi), con i riascolti sono abbastanza fermo al 2011, che di quell’anno mi piace veramente tutto. L’unico rimorso che mi porterò nella tomba è quello di non aver capito per tempo e spinto con tutte le mie forze March of the Norse. Però alla fine l’ho capito: il disco di Demonaz è il miglior album dell’ultimo ventennio.

ANNO 2012

Sì, ok, Manowar unica fede, si gioca e si cazzeggia, si va a sbattere fino al Polo Nord per vederli e ce li tatua pure addosso all’occorrenza, però, parlando seriamente, il vero album di quell’anno fu RIITIIR, non scherziamo proprio. Meglio il 2011 del tanto decantato 2012, però: la metà della roba che ho – faticosamente – messo in una play (per l’occasione elevata addirittura a 15) non la ascolto praticamente più. Vede come cambiano le cose, signora mia?

ANNO 2013

No, non è (incredibilmente) Asa, non è 13 e nemmeno Surgical Steel, ma Κατά τον δαίμονα εαυτού il migliore. Di nuovo: non scherziamo. Oltre ai Rotting Christ e agli altri citati (seppur in minor misura), di quell’anno ascolto a ripetizione solo Echoes of Battle, l’unico album dei Caladan Brood di Salt Lake City, i migliori epigoni dei Summoning di sempre. Pure Last Patrol e The Eldritch Dark hanno tenuto botta benissimo. Infine, chiamatemi pure poser ma Infestissumam ogni tanto me lo sparo con piacere. Annata ancora potente. (Leggi tutto)

Le delizie dello scantinato: DORSO – Bajo una Luna Cambrica

11 luglio 2019

La caratteristica che ha reso inimitabili i Dorso è stata il riuscire ad evolversi nel corso degli anni mantenendo perfettamente intatte le proprie origini. Ogni volta che producono un nuovo album, riescono sempre a farlo suonare come se fosse il secondo dell’intera discografia; in altri termini, pur essendo capaci di spostare il tiro verso direzioni differenti rispetto a quella intrapresa con il debutto Bajo una Luna Cambrica del 1989, i thrasher cileni non spezzeranno mai i fili che li mantengono ancorati al primissimo titolo che fu dato alle stampe. Accadde con il techno-thrash di Romance e più avanti con il buon Big Monster Aventura, pesantissimo e letteralmente macchiato di riferimenti al death/grind di metà Novanta. È nuovamente successo all’uscita del minimale Recolecciones Macabras del Campo Chileno, che appartiene alle ultimissime annate.

In ognuno di questi titoli ed in quelli che non ho neppure menzionato, non è la lingua spagnola a fungere da collante, bensì una componente orrorifica della quale l’heavy metal sembra essersi coralmente dimenticato. Era l’elemento presente un po’ ovunque ma che arricchiva qualunque cosa esso toccasse, o anche solo sfiorasse: in Italia citerei naturalmente i Death SS come esempio lampante, poiché all’uscita dell’ottimo Heavy Demons il gruppo di Steve Sylvester sembrava già in debito di quel fondamentale ingrediente, così capace di illuminare i due titoli usciti in precedenza. I Dorso non rinunceranno mai all’orrore, anzi ne faranno un più che fedele compagno. E non sarà l’unico.

L’altro elemento costante è il netto contrasto che, fin da Bajo una Luna Cambrica, fu possibile ammirare fra il minimalismo dell’heavy metal di Cambric Dreams o della più strutturata Ciclope da una parte, e passaggi sopraffini nella composizione – così come negli arrangiamenti – dall’altra. Da una delle band più grezze ed elementari che potemmo rintracciare sul finire degli Ottanta uscì fuori il termine “techno-thrash“. E non si trattava di una affermazione sbagliata, ma al limite solo un po’ spiazzante. (Leggi tutto)

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