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La guida di Carrozzi al voto europeo

25 maggio 2019

Domani 26 maggio si voterà per il nuovo parlamento europeo. Un voto inutile, un esercizio di stile democratico che di democratico, di democrazia intesa proprio come potere del popolo, non ha assolutamente nulla, e neanche mai l’ha avuta, nonostante vi abbiano convinti del contrario. Si tratta di una fandonia, uno specchio per le allodole pensato per figuranti, fantocci ben pagati proprio per non fare alcunché di vero, reale e, men che meno, utile. Anche se volessero, per assurdo. La prossima Commissione Europea è già decisa, come con ogni probabilità il nostro nuovo presidente del Consiglio e la politica di ulteriori tagli, aumento dell’IVA e privatizzazioni che porterà in dote a Palazzo Chigi da Francoforte, che per chi non lo sapesse è sede della BCE. Ma a voi/noi italiani, dopotutto, cosa importa?

Ci definiamo da sempre europeisti/europei senza sapere neanche cosa voglia dire essere cittadini italiani, o meglio ancora, PROPRIO perché non abbiamo mai avuto storicamente un concetto di nazione, di interesse nazionale, di patria. Partigiani e partigianetti, persi dietro localismi e faziosità, sempre ben lontani dall’avere un punto di vista che andasse poco più in là della casa del vicino, facilmente anche odiato. Le ultime politiche nazionali ne hanno dato un quadro esauriente: l’Italia spaccata in due, col centro/sud a quasi totalità M5S, il centro/nord a quasi totalità Lega, ed i restanti partiti disciolti un po’ qui e un  po’ lì, con qualche roccaforte del PD che ancora tiene, anche se di misura. Il PD, peraltro, che dopo una disfatta simile dovrebbe essere, ancor più, consegnato alla storia come il grande fallimento politico di sempre, l’infinita vergogna fatta di personaggi allucinanti buoni a un cazzo se non a consumare ossigeno e produrre coglionate e anidride carbonica (ed è qui l’unico punto nel quale la piccola Greta ha ragione da vendere, se non esistesse ‘sta merda respireremmo tutti meglio), un (ormai) partitino da decenni faccendiere del turbocapitalismo più bieco, completamente dimentico delle proprie radici socialiste e avulso a qualsiasi parvenza di retaggio comunista, insomma il peggio del peggio.

Vi siete mai chiesti il perché del successo personale di Salvini, o perché tanta, tanta gente va dietro a tutto il circo del M5S pure se non hanno un cazzo di orizzonte politico degno di questo nome (a parte tutta la solfa del reddito di cittadinanza, intendo)? Ma perché la gente non capisce un cazzo di nulla, ovviamente. La media coscienza politica degli italiani, dopo mani pulite, dopo vent’anni di Berlusconi e le puttane, Prodi e D’Alema e Veltroni e Fini e Fassino e Casini e Renzi e Grillo e Casaleggio è stata azzerata ai minimi termini, scientificamente. Il livello del dibattito politico, il livello della politica e quindi dei politici, è di colpo enormemente calato, posto che se anche nella prima Repubblica non avevamo certo statisti, c’erano comunque persone in grado di fare, se non altro per le ragioni di un territorio, quello da dove uscivano i voti. Adesso no, neanche più questo. (Leggi tutto)

SCIAO RAGASSA: tre pareri sul nuovo dei RAMMSTEIN

25 maggio 2019

Charles: I Rammstein odierni sono un gruppo che strizza l’occhio praticamente a tutti. Con Deutschland lo strizzano ai fan storici che vogliono il chitarrone in quattro quarti e il videoclip (tra i più belli e professionali mai visti) coi lager, gli ebrei e il coro Deutschland Deutschland über allen che fomenta (ma pure Zeig Dich e Tattoo alla fine possono sortire un effetto similare); con Diamant e Was Ich Liebe alle gotiche trippone vestite di pelle e pizzi che vogliono ascoltare canti teteschi mentre fanno all’ammore coi loro fidanzatini emo; con Puppe ai metallari che vorrebbero ancora considerarli un gruppo metal (a me questa ha dato anche un po’ fastidio); con Radio proprio a quelli come me che ritengono i Rammstein di oggi debbano limitarsi a fare solo singoli dritti e acchiapponi con gli effettini elettronici; con Ausländer alla signora che stacca i biglietti al tagadà e mette i dischi il sabato sera alle giostre durante la festa patronale del paese. E così via. Nel complesso, nonostante alcuni filler, non si può dire che sia un brutto disco e non credo nessuno degli appartenenti alle categorie su esposte abbia l’animo di sostenere il contrario, visto che è stato confezionato per soddisfare e/o deludere nessuno in particolare, ma con particolare attenzione alla signora delle giostre, però. È un po’ pochino dopo dieci anni di pausa? Beh, sì.

Marco Belardi: Non ricordo di avere mai perso la testa per un album dei Rammstein al primo ascolto. C’è quello che rimane lì, come Reise, Reise che continuo a considerare il loro meno riuscito, oppure il discreto Rosenrot, ed altri capaci di lievitare fino a farmele canticchiare quasi tutte. Perfino Mutter alla prima non mi prese tantissimo. E così, dopo reiterati ascolti dell’omonimo appena uscito, ho notato che in molti hanno sostenuto che i tedeschi potevano fare di meglio. Non mi trovo assolutamente d’accordo. Rammstein per quello che mi riguarda è giunto a destinazione: mi piace più degli ultimi tre, meno dei primi tre; è un disco che sta in mezzo. Giacché ritengo che uno davvero brutto non lo abbiano mai fatto, è un complimento di quelli belli. E poi Till Lindemann è un tizio nato nel 1963, come James Hetfield per intenderci. Cosa volete da uno del 1963, il capolavoro? Credevo che i Rammstein fossero i nuovi Metallica quando vennero fuori con Mutter: finalmente una band fresca e capace di riempire gli stadi con show pirotecnici, personalità a secchiate, e questi inni da urlare in coro o da mettere in sottofondo mentre voi, neo-dittatori di uno staterello ai confini con la Cambogia, state radendo al suolo qualche piccolo villaggio rurale per costruire al suo posto la nuova base aerea. I Rammstein sono una ficata, come dicevo al Cortesi, la ripetitiva partita di pallavolo in cui si gioca sempre lo stesso schema ma c’è una marea di culi da guardare. I Rammstein non li conosco ma sono Amici miei. (Leggi tutto)

La macchina del fango: la vera storia degli ARCH ENEMY

24 maggio 2019

una delle poche foto della band che è sopravvissuta alla censura

Forse la maggior parte di voi non li conosce perché anagraficamente troppo giovane. Per vostra fortuna ci siamo qui noi che vi facciamo scoprire, o riscoprire, gemme dimenticate del passato, come questa band di nicchia, gli Arch Enemy. La loro parabola fu così ripida quanto breve. La loro particolarità, che la rese praticamente unica nel panorama metal di quel periodo ma che ne determinò anche una repentina perdita di popolarità, fu che decise di sciogliersi all’apice della propria carriera, per motivi che ripercorreremo ed analizzeremo insieme.

Tutto iniziò quando Michael Ammott, dopo aver partecipato alla stesura di Heartwork, abbandonò i Carcass e decise di fondare una sua band, con la quale manifestare tutte le sue idee e potenzialità ancora inespresse. E così fondò gli Arch Enemy tirandosi dentro il giovane fratello Christopher, col quale fu evidente da subito una simbiosi artistica più unica che rara non meglio definibile di “perfetta coppia d’asce”, nonché, alla batteria, Daniel, il fratello minore ma sempre d’arte, di quell’Erlandsson che ben figurava in un altro gruppo che pure avrete difficilmente sentito nominare, gli At The Gates, perché anch’esso si sciolse dopo aver pubblicato il suo più grande capolavoro (Slaughter of the Soul) e mai più riformato, proprio come gli Arch Enemy, cadendo in un oblio pilotato dalle grandi label dell’epoca. Ma il tocco di genio di Micheal fu di tirare fuori dal cilindro un cantante formidabile, una persona che lui ben conosceva perché ci suonava insieme nei Carnage quando avevano venti anni, un tale Johan Liiva. Liiva era il miglior cantante possibile per la nuova bestia di Ammott, poiché aveva un growl non molto cupo ma potente a sufficienza da poter interpretare sia brani death molto spinti che brani più a metà tra il death e il thrash, ma particolarità ancora più importante era che grazie a lui i testi erano perfettamente distinguibili e comprensibili, essendo capace di esprimere anche linee melodiche. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ARCH ENEMY – Burning Bridges

24 maggio 2019

Dopo aver pubblicato la recensione per il ventennale di Stigmata, l’anno scorso, mi sono ritrovato gente che mi scriveva messaggi privati infamandomi per aver maltrattato gli attuali Arch Enemy, Alissa White-Gluz compresa, e soprattutto per aver definito “generazione di minchioni perennemente col cazzo in mano” o “metallari all’acqua di rose morti di fregna” tutti questi soggetti che adorano l’attuale formazione del gruppo scandinavo. Ovviamente ho ragione, come sempre, ma la cosa peggiore è stato il dover constatare che questi disagiati sono più o meno l’equivalente di quegli altri infelici che ascoltano trap convinti che si tratti di rap perché non conoscono la differenza, non avendo mai avuto quella curiosità, tipica di chi ha ancora qualche funzione cerebrale volontaria, di scoprire, di farsi delle domande su qualcosa che interessa. In altre parole sono fruitori passivi, senza la minima capacità analitica e, pertanto, senza gusti formati, definiti, realmente incapaci di distinguere la merda dalla cioccolata; un po’ come Salvini che si fotografa felice e garrulo mentre è in procinto di farsi le tagliatelle con una scatoletta di ragù in scatola, poco meglio di merda squagliata, in quella che non era manco una marchetta pubblicitaria ma piuttosto una vera e propria ammissione di rozza ignoranza, l’elogio del cafone. Capiamoci: non è che pasteggio tutti i giorni a caviale servito sull’argenteria e innaffiato da champagne bevuto in flute di cristallo rigorosamente col mignolo alzato, però la cazzo di differenza tra un sugo in scatola della merda ed un ragù fatto a modo la so bene, e se per qualche sfigatissima ragione mi tocca mangiare la pasta con quello in scatola non è che mi faccio una foto con un sorriso a settantaquattro denti per poi chiudere con la sempre fantastica “E VOI AMICI?”. No. Perché so cosa è buono, cosa non lo è, e quanto posso adattarmi in caso di necessità. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: S.O.D. – Bigger Than The Devil

23 maggio 2019

Col passare del tempo ho maturato la personale opinione secondo la quale Bigger Than The Devil dei S.O.D. non è mai esistito. Non è possibile, punto. I S.O.D. ebbero il tempo di registrare il meraviglioso Speak English or Die e poi ognuno se ne tornò per conto suo. Gli Anthrax stavano vivendo il periodo a cavallo tra Spreading The DiseaseAmong The Living, non esattamente due dischi di merda per i quali qualcuno penserebbe di rimediare con qualche side-project. Dan Lilker, invece, era fresco d’ingresso nei Nuclear Assault ed avrebbe registrato di lì a poco Game Over. Cioè un altro caposaldo di quegli anni, con Sin e quella ficata di Hang The Pope capace di sfasciare qualsiasi cosa, ripetendo più o meno un’unica e breve frase. Si trovavano tutti in stato di grazia, fuorché Billy Milano.

Il piccolo Billy Milano, cresciuto facendo il roadie agli Anthrax, oltre ad essere una figura notoriamente vicina ai Testament, una volta chiuso il capitolo Stormtroopers Of Death in realtà non era più nessuno. Per lui si trattava di una cosa importante, se non vitale, così costituì i M.O.D. – Method Of Destruction – e fu pure capace di farli durare un decennio. Alla fine del giro, naturalmente, litigò con tutti. I S.O.D. erano fermi da una vita, fatta eccezione per un’esibizione live che sarebbe diventata Live At Budokan nel 1992. Ma Billy in cuor suo sapeva che gli Anthrax non erano più quelli di Among The Living, come la MILF che hai adocchiato quando aveva ventotto anni e per la quale una volta alla soglia dei cinquanta ci sarebbe voluto solo un ultimo pizzico di pazienza. Billy Milano fece come il vicino di casa con la MILF, o meglio ancora come il varano: portò quel pizzico di necessaria pazienza. Morse Scott Ian durante il concerto del 1992 e mollò la presa. La sua preda pensò di averla scampata grossa, credendo di rientrare in studio per registrare Sound of White Noise e fare il figaccione metropolitano al passo con i tempi per un altro paio di lustri. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: NOCTURNAL RITES – The Sacred Talisman

23 maggio 2019

L’esplosione del power metal nella seconda metà degli anni Novanta è solitamente descritta come una tremenda pestilenza abbattutasi sulle nostre teste, una catastrofe così atroce da non poter essere altro che una punizione divina per costringerci ad espiare collettivamente un qualche innominabile delitto compiuto chissà dove e chissà quando. Qual era la nostra colpa, esattamente? Le chiese bruciate in Norvegia? Blaze Bayley negli Iron Maiden? Il nu metal? Roots? Le ipotesi si sprecano, ma in realtà si può capovolgere completamente il discorso: gli sciami di gruppi con cantante castrato e doppia cassa a frullatore servirono a creare l’humus da cui poterono venire fuori perle di assoluto valore che, in altri momenti storici, a stento sarebbero riuscite ad avere un contratto discografico.

The Sacred Talisman è uno degli esempi più eclatanti. L’attenzione che il pubblico rivolgeva al panorama power metal (e affini) fece in modo che in parecchi si accorsero di quest’album; di sicuro anche grazie ai due precedenti lavori della band svedese, i pregevolissimi In a Time of Blood and Fire e Tales of Mystery and Imagination, che avevano lasciato un ottimo ricordo. Però, benché parecchi continuino a considerare il suddetto Tales… come il capolavoro dei Nocturnal Rites, per me è proprio The Sacred Talisman il loro apice. Un disco davvero pazzesco, undici tracce praticamente perfette che si susseguono senza lasciare fiato, dalla durata tendenzialmente breve con l’eccezione della ballata, la bellissima The Legend Lives On, l’unica a superare abbondantemente i 5 minuti quando le altre non raggiungono mai neanche i 4 minuti e mezzo. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: BLACK LABEL SOCIETY – Sonic Brew

22 maggio 2019

Quando ero un giovane novizio dell’alcolismo, e non il guerriero che sono oggi, c’era un posto a Cagliari che adoravo. Era una taverna gestita da un ex paracadutista tedesco che si era trasferito da anni in Sardegna, perché gli piaceva, giustamente. Questo signore di mezza età aveva arredato il posto come una vera e propria bettola, che, nonostante le frasi di Goethe sui muri, era quello che era, e cioè un cesso di bettola, appunto. Però noi giovani sbarbati dal fegato vergine la adoravamo, e nella stagione post-scolastica cercavamo di andarci il più possibile, anche perché era alla portata dei pochi soldi che avevamo in tasca e il nostro consumo era sì grande per la nostra età e il nostro fisico, ma nulla di assolutamente paragonabile ai galloni che iniziai ad ingurgitare invecchiando, e che infatti mi portarono all’acquisto forzato della lattina da tossico da 8.5 gradi comprata al discount e bevuta in pubblica piazza durante gli anni universitari.

Una volta in particolare era estate, e Sonic Brew era uscito tipo il mese prima del tempo in cui è ambientata questa parabola. Ero davvero (e sono ancora) in fissa con quello che ritengo sempre il miglior disco di Zakk Wylde fuori dagli Ozzy Osbourne, ovvero Pride & Glory del 1994. Ci stavo davvero in fissa con quelle cazzo di Les Paul psichedeliche a cerchi concentrici e quel suono ammuffito che odorava di tabacco da masticare e sputacchiere, tanto che questo progetto estemporaneo fu per me, metallaro incallito, il portale d’ingresso ai Lynyrd Skynyrd prima ed al country dopo.

Ma tornando a noi, non era certo inusuale vederci rotolare tra l’immondizia fuori dal locale dopo o durante una serata particolarmente riuscita, o mingere le porte d’ingresso di onesti cittadini nel cuore della notte con litri di piscio che era praticamente tutta birra e poco piscio, viste le quantità ingerite (ricordo ancora la voce del titolare dell’esercizio ripeterci, con marcatissimo accento: “Preco non pisciare porrtttone“). Era comunque preferibile all’andare nel cesso di quella bettola, che era semplicemente il cesso più cesso della storia dei cessi tutti. L’intero locale era poi infestato da blatte di dimensioni bibliche, tanto che a volte si ordinava una mezza in più e la si lasciava a capotavola, dove non sedeva nessuno, nel caso a qualcuna di quelle creature del Signore venisse sete. (Leggi tutto)

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