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Back from the dead: BRUTALITY – Sea of Ignorance

8 dicembre 2016

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Nessuno suonava come i Brutality, tra i gruppi più sottovalutati e ingiustamente dimenticati a emergere dalle paludi di quella Tampa che diede i natali a quasi tutti i colossi del death americano. Esordirono sulla lunga distanza nel ’93 con il fenomenale Screams of Anguish, troppo tardi per intercettare il picco di popolarità di un genere ormai in procinto di subire un drastico ridimensionamento commerciale a causa dell’esplosione del black metal norvegese. A tenere lontani i Brutality dalle copertine delle riviste fu inoltre uno stile allo stesso tempo troppo melodico, quando la gara era ancora a chi era più veloce e cattivo, e troppo peculiare per essere incasellato, forse più vicino alla scena britannica che a quella statunitense, in virtù del feeling desolato e delle atmosfere cupe e cimiteriali. Altri due album, l’ancora ottimo When the Sky Turns Black nel ’94  (c’era una cover, peraltro notevole, di Electric Funeral; ricordo che un recensore che da qualche parte scrisse che “il pezzo ricordava i Black Sabbath“) e il leggermente sotto tono In Mourning (oggetto di recente trattazione su Avere vent’anni) e arrivò lo scioglimento, seguito da un primo, fallimentare tentativo di riformarsi nei primi anni duemila.

Bocce ferme fino al 2013, quando, con tre quarti della line-up storica e un chitarrista recuperato dalla primissima formazione, viene pubblicato Ruins of Humans, un singolo autoprodotto di due tracce per il quale uscii abbastanza scemo, auspicando un nuovo full il prima possibile. Full che è uscito lo scorso gennaio. Essendo fondamentalmente un cialtrone, ho però ascoltato solo di recente Sea of Ignorance, prodotto da un’etichetta sfigatissima mai sentita prima, tale Ceremonial Records, che già qua ti viene voglia di ordinare tre copie a scatola chiusa. Sette canzoni nuove più una cover di Shores in flames. Il batterista originale, Jim Coker, nel frattempo se ne è andato. Però sono sempre loro (Leggi tutto)

Invadere la Polonia: DEATH IN ROME – Hitparade

7 dicembre 2016

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Cari camerati, ve lo dico subito, questo sarà un endorsement grande quanto una casa per i DEATH IN ROME. Quelli che già si ritengono scandalizzati al ‘cari camerati’ o che pensano che qui siamo estimatori dei passatempi di Joseph Paul Goebbels, possono pure andarsene a fare cure balsamiche in una doccia a gas. Chiariamo lo stesso, però, perché in questo paese di faccine contrite e boldriniani diti indici puntati ad alzo zero, ci tocca sempre fare i soliti distinguo, sennò la Polizia Postale ci inscrive in un qualche libro nero o il vetero comunista di turno che aveva il nonno partigiano e che passa di qui per caso ci segnala come sito per fasci. Chiariamo, dunque, ad uso di badogliani e poveri di spirito, che Death In Rome non è la sintesi delle posizioni ideologiche più estreme di due famosi gruppi di martial-neofolk, Death In June e Rome, a cui artisticamente si fa comunque ampio riferimento, bensì un moniker ispirato all’omonimo libro di Robert Katz sulle Fosse Ardeatine, che se avete finito le scuole elementari non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Ecco, visto che siamo in tempi di inani spese natalizie, questo libro potrebbe essere un regalo utile per i vostri cari. Ma torniamo ai Death In Rome, il cui autore e unico membro ci tiene a mantenere il suo anonimato (sono quasi sicuro sia tedesco, quindi, da qui in poi faremo riferimento a lui chiamandolo amichevolmente e bonvianamente Cameraten) e non fa altro che prendere le peggiori canzonette mainstream che passano le più volgari radio commerciali, nenie scritte da gay e prostitute ad uso di altri gay e altre prostitute, e risuonarle in chiave neofolk. Tra l’altro pare che, oltre alla Germania, abbia un notevole seguito anche in Polonia. (Leggi tutto)

Frattaglie in saldo #28

6 dicembre 2016

 

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L’esordio Eternal Domination, nel 2007, fece un discreto botto a livello underground. Il lavoro successivo uscì per Nuclear Blast e a un certo punto sembrò che i SUICIDAL ANGELS potessero essere destinati a discrete fortune commerciali. L’etichetta tedesca li piantò subito dopo ma il caparbio quartetto di Atene continuò a macinare un album dopo l’altro e a versare litri di sudore sui palchi europei. Division of Blood è il settimo full dei greci e li conferma tra i migliori interpreti del moderno revival thrash. Perché, ok, i Suicidal Angels non saranno dei geni e non tutti i pezzi saranno memorabili ma hanno un tiro micidiale e i suoni e l’approccio sono quelli giusti per sollazzare anche i maturi reduci che disdegnano roba come Municipal Waste e Lost Society e in Division of Blood troveranno un po’ di gradita consolazione dopo aver cercato vanamente di farsi piacere per giorni il deludente Decision Day dei Sodom. A proposito di dischi che si tenta di farsi piacere invano, ancora non ho capito cosa penso degli HORRIFIED, one-man band di un ventiquattrenne inglese fissato con il death svedese d’antan, al secondo lp. Avevo ascoltato per caso un paio di pezzi sul tubo e mi erano sembrati promettentissimi. Meno old school e quadrato del debutto del 2014, Descent Into Putridity, Of Despair, nonostante le buone idee e la buona volontà, è però piuttosto altalenante. I brani dove il buon Daniel Alderson tenta di tirare fuori qualcosa di personale sono migliori dei (comunque piacevoli) ricalchi dismemberiani di Infernal lands. Si sente, però, che il ragazzo è di un’altra generazione ha riferimenti diversi ed è forse per questo che il risultato è un po’ scombinato. Azzeccati, invece, gli accenti techno-death alla Nocturnus di Amidst the darkest depths. Se siete appassionati terminali di questa roba, un ascolto per curiosità dateglielo lo stesso, si sa mai.

ringworm_snakechurchSettimo sigillo anche per i RINGWORM, tra i gruppi americani che meglio sono riusciti a ibridare l’hardcore metallizzato di fine anni ’90 (quando si utilizzava il termine “metalcore” a proposito dei Deadguy e non dei Bring Me The Horizon) con il metal estremo scandinavo; in questo caso, grazie a Satana, non i Soilwork o gli In Flames ma il neo-thrash dei migliori The Haunted. Snake Church è  un mezzo passo indietro rispetto al precedente, ed eccellente, Hammer of the Witch che, col senno di poi, sembra concepito per garbare ai metallari. Erano appena passati dalla Victory alla Relapse, del resto. I Ringworm sono tornati a una formula più diretta e a tempi più sostenuti (i brani sopra i tre minuti sono appena due) senza rinnegare la modernizzazione dei suoni e dell’approccio. Dato che le canzoni migliori sono quelle più dirette e pestone (con un paio di bombe vere, sentitevi Destroy or create), la parziale involuzione sembra venuta naturale ma, se non si è grandi appassionati del filone, qualche sbadiglio lo si rischia. La botta è però di tutto rispetto e Snake Church va tenuto comunque in assoluta considerazione per la playlist da palestra. Tra una sessione di addominali e una di squat, se questa roba non vi fa accapponare la pelle per principio, potreste pure dare una chance a Beast, album di reunion dei DESPISED ICON, tra gli esponenti meno peggiori del deathcore post-2000. (Leggi tutto)

Abbandono di genitori anziani: DARK LUNACY – The Rain After the Snow

5 dicembre 2016

1478778127_front-300x300Personalmente mi è sempre piaciuto pensare ai Dark Lunacy un po’ come ai Ricchi e poveri del metal italiano, se non altro per i tour e il grande successo che riscuotono in Russia. Considerati i concept album storici sulla Grande guerra patriottica, non ci si dovrebbe meravigliare affatto. Ciò che invece dovrebbe meravigliare è il successo forse ancora più grande che il gruppo di Parma ha raggiunto in Messico, tanto da permettergli di registrare un DVD live nella capitale.

Madre Russia e antica Tenochtitlan a parte, gli emiliani hanno avuto ancora una volta problemi a livello di formazione e si sono visti costretti a sostituire metà dei componenti. Ciononostante sono riusciti a dare alla luce un nuovo album in tempi relativamente brevi. The Rain After the Snow si contraddistingue per un parziale ritorno alle influenze gotiche dell’esordio, quando gli archi avevano un peso maggiore nella sonorità del gruppo. Vengono inoltre abbandonati gli epici cori dell’Armata rossa presenti in The Day of Victory per fare spazio ad un immaginario più malinconico e lirico. L’unica vera novità possono essere considerate le sfuriate dal sapore death (meno melodico rispetto al passato) che compaiono qua e là, accompagnate dagli immancabili blast beat. Questi ultimi elementi talvolta risultano decisamente fuori contesto (Leggi tutto)

Non si scherza con i morti: METALLICA – Hardwired… To Self-Destruct

3 dicembre 2016

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Quando avevo circa 16 anni avevo una “fidanzatina” che si chiamava Valentina. Onestamente non era particolarmente intelligente. Non era nemmeno troppo stupida, dai, ma posso affermare con certezza che non prenderà mai il premio nobel, ecco. Era bella, però. Molto. Anzi, moltissimo. Non so perché la desse a me, visto che facevo davvero schifo al cazzo a 360 gradi, ma ai tempi andava così. Aveva un viso da bambolina, due tettone a missile pazzesche e un culo a mappamondo che mi faceva sborrare solo a guardarlo. Aveva due occhi verdi incredibili, enormi, con un solo sguardo ti faceva arrivare il cazzo al mento. Insomma: ci siamo capiti. Ad un certo punto la storiella finì. Non ricordo nemmeno dopo quanto tempo e il perché, ma, come tutte le cose, belle o brutte che siano, terminò anche quella. Non la vidi più.

Diversi anni dopo, un giorno come un altro, vado in banca per delle firme salcazzo da mettere per un leasing salcazzo o roba del genere. La banca è ancora chiusa e allora decido di fare un giro. Ad un certo punto mi sento chiamare. Mi volto e vedo una tizia con due piccoli mostri al seguito, uno nel passeggino e l’altro vicino a lei. “Chi cazzo è questa?”, dico tra me e me. Mi si avvicina. “Ciao! Non mi riconosci? Sono Valentina!”, mi dice con tono da festività natalizie. Quella culona imbruttita era proprio lei e i due terribili mostri erano i suoi figli. Rimango un po’ interdetto e le faccio un sorriso di circostanza. Le chiedo come le vadano le cose, visto che si fa così in casi del genere. Avrei dovuto continuare a camminare ignorandola, perché come risposta alla mia domanda ipocrita mi ha raccontato la storia della sua stronza e disgustosa vita da separata con due figli piccoli di cui onestamente non mi fregava un cazzo. Ero impressionato dalla visione di quella donna sciatta che mi raccontava i cazzi suoi mentre il suo mostriciattolo più grande le gridava frasi tipo: “MAMMA, QUANDO CE NE ANDIAMO? MAMMA, HO FAME! MAMMA, DEVO FARE LA CACCA! MAMMA, MAMMA, MAMMA!!!” senza soluzione di continuità come un disco rotto. Era una scena apocalittica. Avrei voluto prendere i due piccoli mostri per il collo, scaraventarli su Marte e poi scappare via il più lontano possibile da quella insopportabile miseria umana. Ho ascoltato solo il 20% delle sue parole, perché ad un certo punto lei ha cominciato a parlare tipo moviola pronunciando solo un infinito e lentissimo BLAAAABLAAAABLAAAAA che mi penetrava le viscere sino ad arrivare al cervello. Seni cadenti e martoriati dagli allattamenti, culo che faceva provincia, capelli retti da un mollettone viola dei cinesi… Non c’era niente in quell’essere che ricordasse la mia Valentina. Persino gli occhi erano cambiati, intrisi di malinconia e tristezza, capaci solo di comunicare oscena mediocrità da film romantico di serie zeta su canale 5 alle tre di pomeriggio. “Non sei cambiato tanto”. Intercetto questa sua frase ad un certo punto, anche perché poi si ferma. Avrei voluto gridarle “MA CHE CAZZO VUOI, MOSTRO? MA PERCHE’ CAZZO MI HAI FERMATO? EH? VAFFANCULO! HAI CAPITO? VAFFANCULO, VAFFANCULO, VAFFANCULO E MUORI! SPARISCI, CAZZO! EVAPORA! NON VOGLIO VEDERTI MAI PIU’!” e poi allontanarmi correndo come Bolt, ma invece sorrisi senza dirle niente. Avrei potuto risponderle con il classico “anche tu non sei cambiata”, ma avrei detto una puttanata colossale. “Scusami, ma devo andare…”, glielo sparo dritto in faccia. Vuole che ci scambiamo i numeri di telefono per vederci. Le do un mio vecchio numero che non uso quasi mai e me ne vado. Proverà a chiamarmi diverse volte dopo, ma lo troverà sempre spento. Quell’incontro mi rovinò la giornata. (Leggi tutto)

R.I.P. Micky Fitz

2 dicembre 2016

Il Messicano: Il 2016 continua a far cacare topi morti anche quando sta per terminare e si porta via pure Micky Fitz , dei grandi The Business. Skinhead inglese verace col naso distrutto da pugni e testate, col cazzo duro dalla mattina alla sera, brutto come la morte. Ha cantato per anni di strade, risse, amori adolescenziali, calcio e birra. Combatteva da tempo contro un tumore che a ‘sto giro l’ha messo k.o. Ovunque tu sia ora, Micky, keep the faith.

Piero Tola: Dobbiamo davvero sottolineare l’importanza che ha avuto Micky Fitz per tutti coloro che hanno indossato bretelle e “bovver boots” (quegli stivali con tanto di punta rinforzata in metallo che calciavano culi che era un piacere) o che si sono tagliati i capelli corti ma MOLTO corti? Si, dobbiamo. I The Business sono un gruppo davvero cruciale del periodo Thatcheriano. Sotto la loro bandiera si riuniva il sottoproletariato urbano quello vero, non la “Tom Robinson’s Army of trendy wankers” (cit.). (Leggi tutto)

Avere vent’anni: novembre 1996

30 novembre 2016

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NOVEMBRE – Arte Novecento

Giuliano D’Amico: Non ricordo se arrivai prima a Arte Novecento o a Wish I Would Dream it Again. Quello che ricordo è sbalordimento puro – che cose così potessero essere pensate, scritte e registrate (OK, con l’aiutino di un certo tipo svedese) in Italia mi pareva una cosa da marziani. Con gli anni mi sono poi reso conto che in parte l’errore era mio – l’Italia non era proprio il deserto dei tartari che immaginavo – ma a vent’anni di distanza penso sia ancora legittimo stupirsi e considerare Arte Novecento qualcosa di eccezionale. Meno adolescenziale e umorale del debutto, più velleitario e intellettuale – dall’iconografia veneziana alla cover dei Depeche Mode – l’album suona ricco di idee e di concetti, in parte sviluppati e in parte da sviluppare nei dischi seguenti. Come ho avuto modo di scrivere altrove, i Novembre hanno dalla loro quella italianità, qualsiasi cosa significhi, che gli ha permesso di diventare ciò che sono. Con il tempo, probabilmente, si è perso molto della sorpresa e dello sbalordimento, ma per chi volesse sperare di riprovarlo, forse è il caso di riprendere Arte Novecento.

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ANATHEMA – Eternity

Ciccio Russo: Non mi viene in mente una band che abbia cambiato stile in maniera così radicale da un disco all’altro come gli Anathema di Eternity. The Silent Enigma era ancora un disco heavy metal. Quando uscì Eternity i recensori non seppero che pesci pigliare e citarono vagamente i Pink Floyd. Io pure non lo capii, lo accantonai un po’ deluso e confesso che ancor oggi è tra i miei dischi meno preferiti degli Anathema. La componente progressive la svilupperanno meglio più tardi, quando ci si butteranno a corpo morto. Col senno di poi, il successivo Alternative 4 suona quasi come una prudente frenata prima di deragliare totalmente in un altro territorio. Le radici della svolta degli ultimi lavori, le premesse di Weather Systems sono in questi solchi. Per una volta, lo stereotipo dell’album “che verrà compreso solo tra vent’anni” non solo è vero ma sembra l’unica chiosa possibile.

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KATATONIA – Brave Murder Day

Charles: Non ha l’ottimo artista alcun concetto, ch’un marmo solo in sé non circoscriva col suo soverchio; e solo a quello arriva la mano che ubbidisce all’intelletto. Sarà il caso, direte voi, di interpellare addirittura il sommo Buonarroti? Io direi di sì. Brave Murder Day è tutto ciò che sosteneva Michelangelo a proposito della scultura. La bellezza marmorea e la perfezione monolitica di Brave Murder Day esisteva già, era sospesa da qualche parte, nell’aria, in un’altra dimensione. Il compito di Renkse, Norrman e Nyström non è stato altri che quello di cogliere questa perfezione, questa magnificenza, e metterla su carta, scrivendo le note giuste, né una di più, né una di meno. E scomoderei per l’occasione anche Mozart, il quale sosteneva che nell’atto della composizione lui si limitava a lasciar andare la penna sul foglio, da sola, perché le note erano già tutte lì, in quello spazio indefinito a metà fra la mente e il foglio. (Leggi tutto)

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