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Incantation // Suicidal Causticity // Vilemass @Circus club, Scandicci (FI) 18/05/2018

20 maggio 2018

La sfiga si è abbattuta su di me come una scure dopo che, al termine di un’attesa durata anni, ero finalmente riuscito a vedermi dal vivo gli Incantation all’ennesimo passaggio per le terre toscane. In passato erano stati gli imprevisti dell’ultimo minuto e soprattutto la febbre a farmi desistere, stavolta si è messo di mezzo il computer. Il mio vecchio ASUS è imploso. Probabilmente ha ceduto il processore, dopo otto o nove anni di onorato servizio in cui mi aveva dato qualche avvisaglia solamente nel corso degli ultimi mesi, e lo ha fatto mentre mettevo a posto le foto di questa serata (una minima parte delle quali già riversata sul cellulare, il resto forse lo recupererò fra un po’ di tempo). In compenso mi ritrovo a scrivere di ieri sera su un portatile che mi sento totalmente impedito nell’utilizzare, come un anziano alle difficoltose prese con quei telefoni Brondi dai bottoni larghi diversi centimetri. Devo farcela, lo devo a Kyle Severn, il taglialegna.

La data non è andata per niente male: ero rimasto più scioccato ai Necrodeath,in occasione del cui concerto mi sarei aspettato un pubblico più folto, ma anche ieri sera è stato l’inizio a decollare troppo a rilento. A farne le spese i pugliesi Vilemass, che a locale praticamente vuoto si sono ritrovati a dover salire sul palco in un contesto che aveva l’aspetto della sala prove settimanale. A un certo punto mi sono girato e c’erano una trentina di persone: la cosa è però migliorata gradualmente, e chi era presente ha potuto godersi il loro death metal essenziale, debitore nei confronti dei Cannibal Corpse e di buona fattura. Semplici e dritte al punto le linee di batteria, nonostante il mixaggio ne penalizzasse non poco la cassa; ottimo il growl, e, se proprio devo trovare un difetto, probabilmente lo cercherei nella tranquillità con cui hanno tenuto il palco, quel palco su cui si sarebbe di lì a poco avvicendata gente a dir poco indemoniata. Ma li promuovo, specie per l’umiltà e la passione, ma anche per la stoffa .  (Leggi tutto)

Suicidarsi in rapida sequenza: CARCASS e KYUSS

19 maggio 2018

Esistono album a cui sono infinitamente affezionato, ma che non ho mai avuto il coraggio di definire bellissimi. Di uno abbiamo parlato qua in un vecchio articolo di Avere vent’anni ed è niente meno che Swansong dei Carcass, una delle release più chiacchierate e messe in discussione degli anni Novanta. Non che gli mancasse la concorrenza, perché in quei tempi un bel po’ di gente invertiva rotta o sorprendeva tutti quanti di punto in bianco, ma Swansong è sicuramente uno dei pochi titoli che spesso prendo come esempio per descrivere quel preciso tipo di fenomeno. Non che l’ultimo Carcass prima dello scioglimento mi faccia schifo, anzi il contrario; ma tendo sempre a dargli un’altra, ennesima e mai ultima chance, salvo poi appurare che è un disco estremamente interessante e coraggioso, e che tanto trovo le sue liriche impetuose e irriverenti quanto, infine, finisco per constatare ogni volta che al comparto musicale manca un po’ di quel mordente che avrebbe fatto decollare molti dei suoi brani. Due o tre dei quali comunque non riesco più a togliermeli dalla testa, come ovviamente l’accoppiata d’apertura: un numero sufficiente a renderlo importante, ma mai abbastanza per un gruppo di quella impareggiabile levatura.

Non ho un loro album preferito in senso assoluto, e probabilmente finirei per costruire un’ipotetica griglia di partenza con Heartwork e Symphonies Of Sickness in prima battuta; Necroticism e l’ultimo, ottimo Surgical Steel subito dietro e infine, al fianco del debutto, proprio Swansong. È curioso come mi senta particolarmente legato proprio a questi ultimi due: ostici, a tratti indigesti, ma riesco in ogni modo ad ammirarne i contenuti e, nel caso del disco del 1996, le vicissitudini con la Columbia non potevano non farti schierare completamente dalla parte della band e del suo avviatissimo processo di autodistruzione. Un po’ come Daniel Wilding: sarà un batterista infinitamente più quadrato e prestante di Ken Owen, ma è lo stile creativo e immediato di quest’ultimo che amerò per sempre, finendo per non considerare alcun altro nome come ideale per prenderne il posto. Un gruppo dalla classe infinita, e che probabilmente, nelle sue pubblicazioni se così vogliamo dire “peggiori”, finì anche per dire le cose più interessanti: forse dico questo per il semplice fatto che si tratta di una delle mie band preferite, o forse c’è realmente stato qualche fattore che ha influenzato, corrotto se non addirittura rovinato cose che, come questa, avrebbero potuto – anche senza fare le fortune degli illusionisti della Columbia Records – rimanere nella storia senza necessariamente passare per gli scomodi paragoni col passato recente di Heartwork. Un bel disco insomma, ma è ragionandoci sopra che insisto nel ripetere a me stesso che poteva, anzi doveva essere migliore di così. E intanto Amott se ne è andato e loro continuano a spaccare culi con nonchalance e senza escamotage, né fica.

Poi mi tocca parlare dei Kyuss, su cui mi verrebbe da scrivere un articolo riguardo Blues For The Red Sun e Welcome To Sky Valley per il semplice fatto che sono due dei miei album preferiti, in assoluto. Ma sarebbe troppo facile, e così come per i Forbidden sono partito da Distortion e Green, anche qua – innanzitutto per restare in tema con Bill Steer – comincerò dalle faccende più complicate.  (Leggi tutto)

Probabilmente il disco (di merda) dell’anno: BARREN EARTH – A Complex of Cages

18 maggio 2018

C’era una volta una band che spaccava i culi a tutti. Era una specie di “supergruppo”, vista la nobile provenienza dei suoi membri, e, per una volta tanto, una definizione del genere non ti scatenava fastidiosi pruriti omicidi e/o violenza incontrollata nei confronti di questa o quella minoranza a caso per scaricare i nervi. Tra i suoi membri fondatori spiccavano personalità quali Mikko Kotamaki degli Swallow The Sun, Sami Yli-Sirniö dei Kreator (fase rincoglionimento, ma vabbè), ma soprattutto Kasper Mårtenson, il tastierista di Tales From The Thousand Lakes, Marko Tarvonen dei Moonsorrow, e Olli-Pekka Laine degli Amorphis (fase pre-rincoglionimento). Questo gruppo che, ricordo sempre, c’era e ora non c’è più, aveva tirato fuori un album di esordio che aveva spaccato talmente tanto i culi di noialtri eterosessuali convinti, che la cosa ci piacque al punto di votarlo disco dell’anno 2010. La cosa che ci aveva affascinato di più di quel gruppo fenomenale fu che riprendeva senza vergogna alcuna il metal degli anni ’90, quello fico, quello suonato con le palle e col cuore, che la buonanima di Matteo Cortesi ebbe l’ardire di definirlo come roba che piscia tranquillamente in faccia al 97% del panorama metal (estremo e non) contemporaneo, e Matteo Cortesi non è proprio l’ultimo stronzo. E infatti aveva ragione: Curse of the Red River era suonato talmente bene, talmente fermo nello stile di quegli anni ma evoluto dal punto di vista compositivo e realizzativo, da calarsi totalmente nel proprio decennio. Insomma, amici lettori, spaccava e di brutto. Addirittura, dopo un paio d’anni, quello stesso gruppo se ne uscì con un altro dischetto che finì per allargare i nostri orifizi posteriori già abbondantemente spanati e pronti a riceverne il turgido potere sonoro. Anche The Devil’s Resolve ci fece piegare a novanta gradi, e ci piacque, ma forse di meno rispetto alla volta precedente perché, si sa, la prima volta non si scorda mai.  (Leggi tutto)

Il club del libro: HARLEY FLANAGAN – Hardcore: Life of My Own

17 maggio 2018

Premessa: questo libro è uscito due anni fa circa, ma ho avuto occasione di leggerlo soltanto quest’anno. E, siccome non abbiamo obblighi editoriali verso alcuno, ho deciso di parlarne soltanto ora. Spero mi perdonerete il ritardo.

Le storie di vita di Harley Flanagan, raccontate qua in maniera diretta e brutale, ne fanno un personaggio controverso e complesso. Dalle vicende di cronaca (nera) di qualche anno fa, comprensive di aggressioni, accoltellamenti, facce dilaniate a morsi e cosi via, alla consapevolezza di sé stesso, l’amore per le arti marziali, il vegetarianesimo e la religiosità hare-krishna, lo si può definire un uomo dalle molte sfaccettature.

Mai titolo fu più azzeccato di The Age of Quarrel per descrivere una carriera musicale e, più in generale, una vita vissuta tra balordi, gang, spacciatori, skinhead e risse da strada.

Oltre ad essere un album assolutamente cruciale nel definire uno stile, una scena ed una serie di contaminazioni che diedero vita ad un genere che ancora influenza pressoché chiunque abbia voluto prendere in mano un strumento e suonare musica dura tra gli anni Ottanta ed oggi, The Age of Quarrel è anche una perfetta descrizione dei rapporti mai ricomposti, dei rancori, delle vicende giudiziarie e di sangue che hanno caratterizzato la storia di una band importante come i Cro-Mags. Chi segue il profilo Facebook del nostro non potrà fare a meno di notare come questi rancori non sono e probabilmente non saranno mai sopiti, al netto delle ultime pagine del libro in oggetto, in cui il nostro cerca di seppellire l’ascia di guerra e lancia un messaggio agli ex sodali, col fine ultimo di rivivere ancora una volta, fosse pure per un giorno solo, la sensazione di esserci e di avere ancora qualcosa da dire come Cro-Mags. Si, perché la versione portata in giro da John Joseph non può e non deve essere chiamata così, senza Harley e senza Parris Mayhew, le due menti dietro a tutti i pezzi storici della gang newyorchese.  (Leggi tutto)

Incantation / Suicidal Causticity / Dr. Gore / Neid @Traffic, Roma, 16.05.2018

17 maggio 2018

Arrivo tutto ringalluzzito perché stavolta non sono uscito da lavoro troppo tardi e penso di riuscirmi a vedere tutti i gruppi di supporto e invece gli orari vengono rispettati con precisione elvetica e mi perdo quelli ai quali tenevo di più: i Neid. I viterbesi sono in giro da oltre un decennio e vantano un’attività live fittissima che li ha portati praticamente ovunque, Asia compresa. e se non li conoscete, beh, sappiate che sono uno dei migliori gruppi grind italiani, a cavallo tra nuova e vecchia scuola. Rimedio comprando il nuovo ep Noise Treatment. Se non li avete mai sentiti, fatevi un giro sulla loro pagina bandcamp, perché meritano davvero.

Tocca poi ai Dr.Gore, veterani della scena romana, da poco fuori con il terzof full, il terzo, From The Deep of Rotten, dal quale ci snocciolano diversi estratti. Li ho visti dal vivo parecchie volte e devo confessare che mi sono sempre stati simpatici ma non mi avevano mai fatto impazzire. Stavolta invece mi sono divertito parecchio, i pezzi recenti sono più efficaci e spaccaossa, benché la sostanza non sia cambiata: brutal classico, diretto e senza fronzoli.

Più moderno e complesso il death dei nuovi mostri di Firenze: i violentissimi Suicidal Causticity che, mea culpa, non avevo mai sentito prima e sono stati davvero una sorpresa positiva. Hanno due lp all’attivo (l’ultimo – The Human Touch – uscito l’anno scorso) e mi tocca davvero recuperarli. Hanno una componente thrash sottile ma presente (pure nelle linee vocali), che rende il loro assalto ancora più letale, mi faccio mezzo concerto in prima fila, scapocciando contento, dopodiché faccio un secondo giro al banco del merch. Nel frattempo becco Enrico e ne approfittiamo per parlare male di quello snob di Charles che non vuole venire ai Maiden a Firenze perché nella scaletta c’è troppa roba nuova. Dato che è l’unico qua dentro a cui The Book of Souls è piaciuto, pensavamo smaniasse di ascoltare live Empire of the Clouds. (Leggi tutto)

Annullate le vacanze al mare, stanno tornando gli IMMORTAL

16 maggio 2018

Come alcuni di voi sapranno, io vivo a Milano, ma vengo dal Tacco d’Italia. Qualche settimana fa i miei carissimi amici rimasti giù avevano cominciato a pubblicare le loro foto sulle assolate spiagge salentine: tutti sorridenti, con la prima ombra di abbronzatura, i più coraggiosi già in costume e, quelli che avevano proprio deciso di farmi rodere il fegato a puntino, pure col mojito in mano e i piedi a mollo. So di non essere il solo a subire queste angherie, amici del vero metal. Ma da oggi possiamo avere la nostra vendetta. E la nostra vendetta è spietata.

Già da qualche giorno i meteorologi erano costretti a commentare le previsioni con aria stupefatta. “Arrivano venti freddi dal nord”, “La primavera ha subìto un’improvvisa frenata”, “Ritirate fuori gli ombrelli, perché sullo Stivale si abbatteranno temporali e bufere”. Da ogni parte ci si chiedeva che cosa stava succedendo, ma la risposta era nell’aria: stavano tornando gli Immortal.  (Leggi tutto)

Arizona: terra di deserti, canyon ma soprattutto thrash metal

16 maggio 2018

Flotsam & Jetsam

Che si parlasse di Oakland, Palo Alto o Berkeley, dalla cosiddetta Bay Area californiana situata a sud di Santa Rosa usciva tanto thrash metal da domandarsi il perché. C’era veramente l’imbarazzo della scelta, e che tu lo suonassi in maniera più conservatrice e tipica dello speed anni ’80, come gli Heathen in Breaking The Silence (quello della bellissima Death By Hanging, per intenderci) o portando una sana ventata di aria fresca come i Death Angel, originari di Concord, era come se facessi parte di una grande famiglia, che naturalmente aveva delle gerarchie e dei nomi trainanti e capaci di farne le fortune. Naturalmente non tutto il thrash metal americano, né nello specifico quello della West Coast, nasceva lì.

Oggi parleremo di un paio di gruppi la cui provenienza geografica è collegabile all’immediato entroterra di quel lato degli Stati Uniti d’America, non il Nevada, bensì – subito a sud – l’Arizona. Tirando in ballo il nome di queste due band si finisce sempre a ragionare dei soliti luoghi comuni, un po’ come quando dici Firenze e la gente risponde “bistecca” oppure “Pacciani”. Il denominatore comune, oltre allo stato di provenienza, erano Phil Rind – che suonò con entrambi – e la città di Phoenix. Non intendo affermare che nascendo in California queste due formazioni avrebbero avuto l’opportunità di spaccare il culo ai Testament, o di finire per portarsi gli Exodus come gruppo spalla in qualche tour, per non scomodare ovviamente i nomi ancor più importanti; ma di certo Flotsam & Jetsam e Sacred Reich non hanno ottenuto la meritata considerazione nel corso degli anni di militanza sulle scene.  (Leggi tutto)

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