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CAVALERA CONSPIRACY – Psychosis

18 gennaio 2018

Questo è il quarto disco dei Cavalera Conspiracy e anche il primo che ascolto con una certa attenzione, ma lo faccio solo perché sento che non sia giusto che questi continuino a fare dischi e su Metal Skunk nessuno ne parli male. L’ultimo lavoro di Max Cavalera che ho seriamente ascoltato fu Enslaved dei Soulfly, che trattai nel modo che meritava con una tremenda stroncatura di cui ancora oggi vado particolarmente fiero. Ricordavo vagamente che i Cavalera Conspiracy fossero un po’ diversi dai Soulfly, quindi mi sono approcciato all’ascolto di Psychosis non dico con fiducia (quella è andata persa sin dai tempi di Roots), ma quantomeno sperando che non facesse così tanto schifo. Ed in effetti è così, bisogna riconoscerlo: i Cavalera Conspiracy rispetto ai Soulfly sembrano i Led Zeppelin del periodo ‘69-’71: molto più strutturati, più complessi, variegati, con cambi di tempo che permettono alle canzoni di non girare sempre intorno a quegli odiosissimi riff TRUTRUTUTTRUTRUTUTTRU che il puzzolente vocalist ripete da fine anni novanta col suo gruppo principale. Paradossalmente non darei neanche il merito alla variabile principale, cioè il fratello Igor, da sempre batterista talentuoso e personale ma che qui rimane sullo sfondo senza prendere mai troppo l’iniziativa. Il che è un male in realtà, perché uno come lui avrebbe di sicuro impreziosito il disco, ma per il momento mi sentirei di accontentarmi che Psychosis non sia una latrina a cielo aperto come i meravigliosi lavori dei Soulfly.  (Leggi tutto)

E CHI SE NE FREGA #16

17 gennaio 2018

Un intenso primo piano di David Draiman, nume tutelare della rubrica

Cari fanciulli, bentornati a E chi se ne frega, la rubrica spudoratamente copiata da Cuore che raccoglie i titoli più inani e demenziali pubblicati da Blabbermouth. Come da consolidata tradizione giornalistica, le notizie stupide e inutili abbondano nei periodi vacanzieri e una nuova puntata era quindi inevitabile, trascorse le festività natalizie. I titoli più affascinanti rimangono quelli della sezione “annunci economici”. Se avete già approfittato delle dimore californiane messe in vendita a prezzi concorrenziali dalle rockstar in disarmo, forse vorrete ora acquistare un bolide di classe da parcheggiare in giardino. Non preoccupatevi, è il vostro giorno fortunato.

Vinnie Paul mette in vendita il suo tourbus

Per la cronaca, sta su eBay per 45.000 dollari. Fossi in voi ci farei un pensierino.

Perry Farrell dei Jane’s Addiction ammette di aver drogato il suo cane per sbaglio

Vai, Fido, raccogli il sassolino! Ops, era un pietrone di coca.

Robb Flynn: non scrivero mai più un nuovo Burn My Eyes

Anche perché non ne saresti in grado, con tutta la mondezza che hanno prodotto i Machine Head negli ultimi vent’anni.

Il cantante degli Orphaned Land definisce il nuovo disco “un album di protesta sull’umanità”

Mi sembra giusto, anch’io sono contrario all’umanità.

Il cantante dei Powerclown, cover band degli Iron Maiden, arrestato per aver contrabbandato in Giappone droga per 5 milioni e mezzo di dollari

Accidenti, non immaginavo si guadagnasse tanto con le cover band.

La cantante degli In This Moment valuta un disco solista

Il libretto sarà ovviamente pieno di foto zozze a beneficio dei fan più rattusi. Di seguito, una foto della sgallettata che espone la mercanzia, dato che i suddetti rattusi costituiscono anche per noi una rilevante quota di mercato. (Leggi tutto)

Le delizie dello scantinato: SEPULTURA – Schizophrenia

16 gennaio 2018

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Il mio peggior vizio quando entravo in un negozio di dischi a quattordici anni era fare autentici questionari ai negozianti, al termine dei quali c’era chi si ritrovava davvero esausto. Una volta sola sono stato breve e conciso: ero a Scandicci, e domandai al tizio in questione con cosa partire per ascoltare i Sepultura. Lui mi consigliò Beneath The Remains ma aveva davanti uno di quegli sfigati che, in pieni anni novanta, in casa non avevano ancora il lettore cd. Così passò al reparto delle musicassette, scoprendo con orrore che del gruppo brasiliano erano esposti solamente Morbid Visions e Schizophrenia. Gli lessi in faccia che non mi avrebbe mai consigliato uno di quei due, e nel frattempo notai che erano anche l’unico gruppo “pesante” ad occupare il piccolo scaffale, dominato in lungo e largo da AOR e glam rock come se qualcuno stesse cercando di dirmi che dovevo mollare quella merda, e tornarmene a casa con qualcosa dei Ratt o dei Cinderella. Il tipo prese in mano tutte e due le custodie, ripassò i titoli e poi mi allungò quello con la copertina che aveva lo sfondo celeste. Speravo sinceramente nell’ altro, non so perché, ma Morbid Visions col suo disegno blasfemo sparato in faccia, era indubbiamente un oggetto più allettante.

Presa in mano la musicassetta, con la sua copertina di merda che sembrava disegnata in mezzo pomeriggio dal vicino di casa, ignoravo che mi sarei in breve confrontato con quello che ad oggi ritengo – se non il mio disco preferito – uno dei più grandi testamenti che gli anni ottanta ci hanno lasciato in tema di metal estremo. Schizophrenia mi fa impazzire, punto.

 

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Eppure la sua produzione nefasta ne ha messa in crisi, di gente. Ricordo che da ragazzino andavo al mare a Pinarella di Cervia, zona che molto spesso contrapponeva la sobrietà di ciò che potevi respirare alle celebri Terme, col puzzo infame della mucillagine, alga infestante il cui odore penetrava insidioso fin dentro le vaste pinete. Non impazzendo per i bagni in mare in quel catino maledetto che è l’Adriatico romagnolo, trascorrevo il tempo giocando a beach volley, e ad infastidire i vicini di ombrellone con le uscite discografiche di cui ero venuto a conoscenza. Ci fu l’anno di Jugulator, quello di Diabolus In Musica e ci fu pure quello in cui avevo da poco scoperto Schizophrenia – e fu proprio quest’ultimo a non farmi ascoltare nient’altro per tutto agosto. Una sera, degli amici di Nonantola sentirono il ronzio provenire dalle mie cuffie e mi chiesero di fargli ascoltare “il metal”. Lì per lì, pensai che sarebbe stato meglio avere a disposizione Youthanasia in un momento del genere, e infatti il tizio che prese in mano gli auricolari e se li mise ci restò di sasso, ma apparentemente non tanto per ciò che i fratelli Cavalera suonavano. Mi disse, semplicemente, “ma come è registrato male quest’album?”

Sempre nello scandiccese, la vecchia casa di mia nonna Grazia aveva una caratteristica: un lunghissimo corridoio con in fondo una sorta di cantinetta freddissima rispetto al resto dell’ appartamento, e piena di salumi appesi che proprio lì, si conservavano meravigliosamente in attesa dell’ arrivo di bocche fameliche tipo la mia. Era come se lei scannasse il maiale poco prima che citofonassi – ripulendo meticolosamente il tutto come farebbe un vero killer – a giudicare dal profumo dei prosciutti che inebriava la casa, portando con sé l’aroma del pepe e altre ficate del genere. C’erano delle autentiche delizie là dentro, come il buristo che era fatto con il sangue, oppure la finocchiona. Quell’ odore così eterogeneo è ciò a cui ho sempre associato, oltre alla presenza indiscutibile dei ragni, il concetto di cantina. Da quell’ anno, in cui acquistai Schizophrenia poco prima di partire per la Romagna, un po’ come molti si prendono qualcosa di Wilbur Smith perché la vita sotto all’ ombrellone è fra le più pallose in assoluto, il rumore ottenuto nel 1987 dai brasiliani fu il mio modo di definire, pur parlando di un gruppo che di lì a poco sarebbe definitivamente esploso sotto la supervisione di Scott Burns, il termine “musica da scantinato”. (Leggi tutto)

NIFELHEIM/ VIOLENTOR/ REVERBER @Traffic, Roma, 11.01.2018

15 gennaio 2018

Arrivo troppo tardi per i Reverber. Vado al banchetto del merch e scopro che la maglia col caprone del Winter Tour dei Nifelheim (tre date in Italia e una a Goteborg, necrokvltissimo) è stata prodotta solo nelle taglie xl e xxl. È giusto così. Il physique du rôle del fan dei Nifelheim deve essere quello del true panzone birraiolo con il giubbotto jeans con le toppe. Io non ne ho mai avuto uno ma ora dovrò iniziare: i Violentor vendono una toppa con Pietro Pacciani che fa le corna in bianco e nero e la scritta “Firenze” in caratteri gotici sotto. Come si fa a non prenderla. I tre non sono però fiorentini bensì lucchesi e, come altri gruppi il cui moniker finisce in “tor” (Vindicator, Asphaltator, etc) suonano un thrash nostalgico ma non passatista, con una violenza e dei suoni ai limiti del death metal. Il pubblico apprezza e mi diverto anch’io ma non posso fare a meno di domandarmi se, proprio per la forte carica di violenza (tengono decisamente fede al nome), i pezzi non spaccherebbero ancora di più con il growl, dato che si punta più all’attacco frontale che ai ritornelli.

I Nifelheim li avevo scoperto quando erano usciti, con l’album omonimo del ’95 (‘azz, mi sa che per Avere vent’anni ci era sfuggito), che già dai titoli dei brani e dalla copertina, con il caprone muscoloso che con una mano fa le corna e con l’altra tiene un gigantesco crocefisso rovesciato preso a un mercatino balneare, prometteva truculenza insensata. In quel momento non ero ancora del tutto uscito dal periodo nel quale prendevo il black metal del tutto sul serio (chi c’era sa cosa intendo) e roba come i Nifelheim mi stava facendo rimettere un po’ le cose in prospettiva. Nel black metal non c’era solo la spiritualità, c’erano anche i caproni, le imprecazioni gratuite e l’alcolismo, come insegnavano del resto i Venom. Li avevo invece lasciati con Envoy of Lucifer, ormai vecchio di oltre dieci anni, e me li ero quasi dimenticati. Poi li ho ribeccati al Netherlands Deathfest dove, a sorpresa, fecero uno dei migliori show del secondo giorno. Io pensavo si fossero sciolti. Tornato a casa scoprii che nel 2014 erano tornati con un ep di tre pezzi intitolato Satanatas. Quanto sono fantastici i titoli dei Nifelheim. Da generatore automatico alla Manowar però a base di satanismo ubriacone. (Leggi tutto)

I maestri della registrazione al tempo della plastica

12 gennaio 2018

Pensate per un attimo ai dischi con cui siete cresciuti: giustificavamo il modo in cui essi erano stati prodotti negli anni ottanta, semplicemente perché allora non era per niente facile andare oltre a un certo livello; ma è stata la tecnologia a far sì che nel decennio successivo si affermassero dei veri e propri guru degli studios. Se in origine era stato tutto un gran parlare di Flemming Rasmussen o Rick Rubin per il loro lavoro svolto nel 1986, da lì in poi ogni corrente principale del metal avrebbe avuto il suo punto di riferimento. Come Peter Tagtgren in campo estremo nella seconda metà dei novanta, Scott Burns in ambito prettamente death metal qualche anno prima, oppure l’acclamato Ross Robinson in fatto di modernità. E se quella gente era diventata così brava nel fare il suo mestiere, non entrando nel merito di passi clamorosamente falsi come Spiritual Black Dimension, lo doveva non solo al talento personale ma anche al progresso tecnologico apportato dall’ incedere del digitale in sfavore dell’ analogico, e soprattutto al momento florido che l’industria discografica stava storicamente vivendo.

MTV era un ribollire di videoclip metal, con Julia Valet che andava triplicando la razione giornaliera di seghe di molti nostri compari; ma soprattutto le case discografiche godevano di questa spinta mediatica e – a differenza di oggi, in cui Nuclear Blast sembra un occhio di Sauron pronto a togliere alla smunta concorrenza ogni papabile punta di diamante – ogni sottogenere aveva anche lì i suoi fiori all’occhiello, con al seguito i relativi gruppi di cui andare orgogliosi. Come Relapse, Earache, Season Of Mist, Candlelight o le piccole etichette di culto che incentravano quasi tutto il lavoro sul territorio nazionale, per esempio Deathlike Silence Prod. o la brasiliana Cogumelo Records. Ce n’era per tutti e, a meno che tu non fossi uno stronzo totale, avevi di che lavorare, o perfino di farne una vera e propria multinazionale.

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Le problematiche legate al guardare Superock quando avevi 13 anni

La cosa buffa è che oggigiorno troviamo molti album appartenenti ad etichette minori, se non addirittura autoprodotti, presentarsi meglio all’ascoltatore sotto il punto di vista di registrazione e mixaggio rispetto a ciò che gode di una spinta assai maggiore. Perché? (Leggi tutto)

Amore a prima svista: WORSELDER – Paradigms Lost

11 gennaio 2018

I Worselder mi ricordano quella volta che un mio amico si innamorò a prima vista.

E’ bello assistere in prima persona a certi momenti, anche se le premesse non furono proprio delle più romantiche. Lui aveva visto da qualche metro di distanza il culo dei culi, nella forma e nelle dimensioni che preferiva. Poi, con lo sguardo era risalito fino a scorgere i suoi fianchi, ai quali arrivava una bionda chioma fluente, curata e luminosa nei riflessi. Con i capillari dilatati negli occhi e un crescente interesse carnivoro, non gli rimaneva che aspettare che la figliola si girasse per ammirarne finalmente il volto, che doveva per forza di cose essere bellissimo. Sfortunatamente, avevo osservato la scena da una differente angolazione ed a qualche metro di distanza da lui, impossibilitato nell’ avvertirlo o forse sadicamente divertito dal fatto che solo io riuscissi a vedere le sue mani. Che erano intente nell’ insacchettare qualche prodotto alimentare, e dotate di dita lunghissime – così come gli zigomi fuoriuscivano  dal profilo in una sorta di monito ferale. Era decisamente un uomo, e quando il mio amico se ne accorse tutte le sue speranze non solo andarono in frantumi, ma lo portarono a giustificarsi con me sostenendo che il culo era molto bello, e che era impossibile non farci caso ad una prima occhiata. Ormai però era troppo tardi, la brasiliana si era accorta di lui e lo adocchiava alla maniera del cane con la ciotola contenente il pastone di carne e verdure, che il padrone gli ha preparato con infinito amore al termine di una giornata passata a giocare insieme al prato. (Leggi tutto)

Tre quinti di At The Gates: THE LURKING FEAR – Out Of The Voiceless Grave

10 gennaio 2018

Vi ricordate di Jonas Stålhammar (ieri negli immensi God Macabre, oggi nei Bombs of Hades), che cantò pure sull’ottimo Doomsday King dei The Crown e che, come dice il Bonetta, è forse l’uomo con il cognome più fico della storia? Ebbene, è il nuovo chitarrista degli At The Gates. Ha preso lui il posto di Anders Björler – che ha mollato pure i The Haunted ed è dato da Metal Archives al lavoro sul suo progetto solista (insomma, deve avere sbroccato di brutto e sarebbe interessante conoscere i retroscena). Non è quindi improbabile che questo gruppo sia nato dalle prove con i nuovi compagni di band: alla voce c’è Tompa e alla batteria Adrian Erlandsson. Out of the Voiceless Grave può essere visto come un cazzeggio per creare l’amalgama necessario a incidere l’annunciato successore di  At War With Reality. Sul fatto che erano partiti che dovevano fare un solo tour celebrativo per poi sciogliersi subito e ora fanno pure un album senza Anders, vabbé, si potrebbe discutere a lungo.

“The Lurking Fear” è il titolo di uno dei racconti più terrificanti di Lovecraft e l’intero album è un tributo all’opera del solitario di Providence, una captatio benevolentiae quasi disonesta. Il dischetto, però, non è affatto male, pur regalandoci poco più che variazioni su temi già affrontati dalla band madre (con l’intro di violino, per un attimo, è subito 1992) (Leggi tutto)

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