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Distruggere i palazzi con i PARAGON

18 settembre 2019

È bellissimo. È bellissimo avere delle certezze nella vita. Peccato che quest’ultima si ostina ad essere mutevole, capricciosa, a cambiare continuamente le carte in tavola, cosicché anche qualora tu abbia trovato un tuo precario equilibrio, magari un modo per scansare le difficoltà quotidiane che ti affliggono, eccola puntuale che ci manda l’imprevisto che fa saltare il banco, le certezze crollano miseramente e ti ritrovi a fare il conto con la solita cara, umidiccia e ormai amica pozza di fango che accoglie una volta di più il tuo serafico visino. Anche il metallo cambia e i risultati non sono sempre quelli sperati. Tra i meravigliosi risultati possiamo annoverare: il black che non fa più paura neanche alle nonne, il death che diventa un genere da nerd che fanno i video su youtube, l’heavy che incorpora quante più tastiere e porcherie assortite tanto da diventare tutt’altro e strumenti tradizionali di ogni genere e sorta piazzati ovunque senza alcuna cognizione di causa. Nel mentre i grupponi, che una volta erano dei riferimenti incrollabili, ormai vecchi e stanchi lasciano il posto a scintillanti nuovi supergruppi che producono pezzi sciapi e senza alcun motivo di esistere e che domani ci troveremo come massimi esponenti del genere. Tremo nel pensare ai Ghost come futuro gruppo simbolo del metal.

Ma ecco che tornano i Paragon. I Paragon sono importanti più o meno come la cassiera del supermercato sotto casa mia. Lei è importante per la sua famiglia in quanto ne contribuisce al mantenimento, è importante per me che aspetto lo smaltimento della coda ed è importante per i quattro tapini dietro di me che sperano che quel maledetto rullo non si incastri. Voi la conoscete la cassiera del supermercato sotto casa mia? I Paragon li conoscerete sicuramente perché seguite questo blog che gli attribuisce il giusto spazio, o perché siete dei malati terminali di heavy metal, ma non stiamo parlando esattamente di celebrità. Eppure loro stanno sempre lì e a cadenza più o meno regolare ti tirano fuori un disco di Metallo Pesante Tetesco no compromise con tutti i cliché del genere.

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Generi musicali scomparsi dal Garmin: KORN – The Nothing

18 settembre 2019

Un giorno guarderò al nu metal come a un qualcosa che non solo ha smesso di dare fastidio, ma che anzi è scomparso dalla circolazione, del tutto. Me lo ripetevo, ci speravo, e quel giorno è arrivato senza neanche far rumore. Arriva per tutte le cose, dopodiché alcune di esse ritornano e alle altre guardiamo all’indietro sorridendo, e tirando fuori qualche aneddoto per spiegare come sia stato possibile il perdurare di un fenomeno simile. Quello che è successo fatico a descriverlo, perché, adesso che il nu metal manca, nel rendermi conto che non mi manca affatto non riesco nemmeno ad esultare. Sono invece molto curioso verso Korn e Deftones, così come lo ero stato per il ritorno degli Slipknot, nei confronti dei quali avevo forse nutrito un timore eccessivo. Non fanno musica che fa per me ormai da un pezzo, ma stavolta non si può dire che abbiano sbagliato qualcosa.

I Korn sono tornati sulla via giusta. L’album con cui lo hanno fatto è The Serenity Of Suffering e non il precedente The Paradigm Shift: lì sopra lo si intuiva e basta, e di disordine ce ne era ancora un bel po’. Il naturale scorrere del tempo, poi, li aveva obbligati a fare un sacco di cose: prima l’adeguamento alla forma-canzone che fece tanto incazzare David Silveria seppur stessero uscendo alcuni dei loro migliori album, come Issues; poi, il distaccamento dal genere musicale che contribuirono a plasmare nel 1994 e dintorni, perché quella roba era bell’e morta da un pezzo quando i Metallica arrivarono a giochicchiarci con un imbarazzante ritardo. Così, fra deliri ai limiti dell’industrial, album bruttini e quella porcata invereconda di The Path Of Totality, i Korn alla fine hanno dovuto prendere atto di come stavano le cose, e rimettersi semplicemente a fare i Korn. The Serenity Of Suffering è bello proprio per quello, ma allo stesso tempo ti lascia quella sensazione che hai con gli album privi di un timbro proprio. Suona alla Korn, di un’epoca collocabile nei paraggi di Untouchables, e non osa particolarmente in nessuna direzione che esca di un solo metro dal cancello di casa. Però è ugualmente bello, pieno zeppo di singoli o potenziali singoli, e ha meno filler di Life Is Peachy e di altri loro album storici e di successo. Il passo successivo era a quel punto produrre un album che recuperasse quel tipo di timbro personale, che lo avrebbe distinto dal resto della discografia senza andare a sputtanarsi come accaduto con See you on the Other Side e i suoi vari singoli-paradosso, leggasi Twisted Transistor. Che ancora oggi, se la risento, mi caverei gli occhi per usarli come tappi per le orecchie. Il risultato di questo procedimento di ricerca dell’assetto giusto è intitolato The Nothing. (Leggi tutto)

Il calendario del male: la Pianura Pagana #2

16 settembre 2019

10 ottobre 2019: Pelican @Legend, Milano

L’ultima volta che vidi i Pelican ero disteso su un ameno prato di un locale all’aperto del Pigneto, in una tiepida e piacevole serata estiva. C’era anche Manolo, non so se ve lo ricordate. Ora però quel posto ha chiuso, come tutte le cose che funzionavano a Roma, e quindi per rivederli dovremo andare al Legend, invitta sala-concerti di Milano Nord.

Ci saranno anche altri gruppi, ancora non confermati. Ma sinceramente potrebbe anche esserci il gruppo peggiore del mondo, non so, tipo i Battle Beast che rifanno medley da Illud Divinum Insanus e Risk dei Megadeth: noi ci saremmo lo stesso, al massimo arrivando in ritardo giusto per i Pelican. Non ve li perdete neanche voi, se abitate in un raggio di 100 km. Fidatevi di me. (barg)

https://tinyurl.com/y64dy8w5

08 ottobre 2019: Master / Sunlord / Apsara / Cemetery / Lefutray @Circolo Svolta, Milano

Al Circolo Svolta di Rozzano (MI) arrivano i Master, un anno dopo l’uscita dell’ultimo album Vindictive Miscreant. Ad accompagnare Paul Speckmann e soci ben quattro altri gruppi: i Sunlord e gli Apsara, entrambi statunitensi, poi i tedeschi Cemetery e infine i Lefutray, thrashettoni cileni belli zozzi come piace a noi. Sembra un bill ideato da quel maiale di Marco Belardi, dunque se quel giorno ci si incontrerà sarà inevitabile brindare a lui e ai suoi speciali sui batteristi thrash metal. (barg) (Leggi tutto)

La finestra sul porcile: IL SIGNOR DIAVOLO

15 settembre 2019

Non sarei neanche la persona più adatta a scrivere de Il signor diavolo, poiché di Pupi Avati avrò visto tre o quattro film in vita mia, e Matteo Cortesi è sicuramente molto più a conoscenza dell’autore rispetto a me. Il punto è che questo film m’è piaciuto talmente tanto che non me la sento affatto di non condividerne con voi un pensiero a riguardo. Poche volte mi capita di esaltarmi con gli horror, quelli attuali visti al cinema, perché il genere ha compiuto la sua totale e innegabile trasformazione in fenomeno da intrattenimento e incasso: in poche parole i film devono evitare il divieto ai minori, disturbare poco o nulla e farti fare giusto qualche salto sulla poltrona, il che si traduce nell’alzare i volumi al massimo quando, giusto un attimo prima, tutto quanto era in rigoroso silenzio. Salterai, eccome se salterai, ma senza paura né raccapriccio, né alcun altro genere di sentimento che darebbe un senso all’essere andato lì anziché a mangiarti una bella bistecca.

Il signor diavolo non è questo genere di film, e non ha la minima intenzione di prendere per il culo il pagante. (Leggi tutto)

DEATHSPELL OMEGA – The Furnaces of Palingenesia

13 settembre 2019

Spero non me ne vorranno le legioni di agguerriti fan se i Deathspell Omega mi sono sempre sembrati un culto un po’ troppo costruito a tavolino. Niente foto, niente esibizioni dal vivo, pochissime interviste, testi all’insegna dell’ermetismo più spinto con un’impalcatura concettuale dottissima che va dalla Cabala a Bataille, album che escono all’improvviso senza annunci né anticipazioni. Poi, certo, il terzo e il quarto disco sono eccellenti nel loro miracoloso equilibrio tra atmosfere nerissime ed apocalittiche e un impasto sonoro mutevole e sfuggente che approfondiva alcune intuizioni dell’avantgarde scandinavo, Ved Buens Ende in primis, portandole ancora più oltre. Un equilibrio che, per quanto mi riguarda, si ruppe nel 2010 con l’acclamatissimo Paracletus, che trovai troppo cervellotico e mi stancò presto. Quasi un album mathcore con un’estetica black: non proprio il mio genere. Sì, bello, bella a improvvisazione atonale, bello er poliritmo, belle ‘e cassapanche, bello tutto, bravi, grazie, adesso ve ne potete pure anna’.

Con il notevole ep Drought, di due anni successivo, dove la vena post-HC divenne ancora più presente ma fu asciugata dall’eccesso di ghiribizzi (quasi a voler prendere le distanze dalla progenie deforme che Paracletus aveva generato nel frattempo), mi riconciliai parzialmente con loro. Una parentesi o l’inizio di un nuovo corso? Né l’una né l’altro. The Synarchy of Molten Bones, uscito dopo altri quattro anni, sarebbe stato una sintesi tra gli svarioni avanguardisti del full e gli umori incupiti del mini. Mi lasciò freddino ma le recensioni furono entusiaste in modo pressoché unanime, tanto da farmi sospettare che il pubblico dei Deathspell Omega fosse diventato ormai l’equivalente estremo di quello dei Tool: è tutto geniale, se non lo capisci è un problema tuo. Spero quindi di non attirarmi troppe inimicizie se mi approccio a quest’ultima fatica dei transalpini da non adepto del culto, senza esibirmi in metafore ardite e tonitruanti né soffermarmi sui risvolti esoterici delle liriche. (Leggi tutto)

Quando una band con THOMEN STAUCH ne incontra una senza…

12 settembre 2019

Occhialino fulgido su un sorriso perennemente stampato e una bazza che non finisce mai. È Thomas Stauch, meglio conosciuto come Thomen, che per il sottoscritto rimarrà il solo batterista dei Blind Guardian al punto di non sapere come si chiami l’attuale.

I Blind Guardian vogliono dire tre cose: lui, ovvero il martello che ne manteneva l’impronta più metallica, gli intrecci chitarristici a gestire completamente le melodie, e infine, la voce possente e rauca di Hansi Kursch. Non vogliono dire altro, e il solo pensare a bardi, menestrelli, pan di via sbriciolato e orchestre varie mi fa sentire male, anzi malissimo. Comunque molto meno di Roberto, che ha dovuto affrontare il nuovo singolo e scrivere pure qualche riga su quella merda. I Blind Guardian dei quali ho ricordo sono un gruppo capace di suonare un power metal bello pesante, e dal rendimento impressionante perlomeno fino a Imaginations From The Other Side. Il motivo per cui adoro il loro ex batterista non è la sua straordinaria tecnica, poiché a me, innanzitutto, piace quando un musicista lo riconosci subito, e con lui era esattamente così. Bombardamento costante in battere, passaggio improvviso in levare nelle parti veloci e con una cazzata del genere era come se Thomen riuscisse a porre sempre e comunque l’accento sulla strofa o sul bridge che stava arrivando in pompa magna. La sua firma era grosso modo quella, oltre alle marce sul rullante fatte con il batticarne: grazie a piccoli espedienti del genere, Thomen era uno che partiva e non voleva saperne più di fermarsi. (Leggi tutto)

LUNAR SHADOW – The Smokeless Fires

11 settembre 2019

Far From Light, il debutto dei Lunar Shadow, l’ho praticamente consumato. Caso più unico che raro che io mi affezioni ad un disco di nuova uscita al punto da venirne ossessionato, quell’album è rimasto fisso nel mio stereo per mesi e mesi finché non l’ho imparato praticamente a memoria. Da allora ho continuato ad ascoltarlo piuttosto regolarmente, senza che mi venisse mai a noia, e in tutto questo tempo ho sperato che si riconfermassero, magari non pretendendo un secondo disco allo stesso livello del primo ma, quantomeno, auspicandomi che non si sgonfiassero subito come neve al sole.

Temevo qualcosa per il cambio di cantante: non perché Alex Vornam avesse una voce eccelsa in senso assoluto, ma perché il suo timbro sgraziato si adattava perfettamente allo spirito dei Lunar Shadow. Il mio timore era che scegliessero un cantante tecnicamente dotato ma fuori contesto; perché bisogna avere la consapevolezza dell’unicità della propria musica, e di ciò che essa necessita nel particolare; e purtroppo, a volte, i gruppi tendono a fraintendere sé stessi. Fortunatamente, Robert Röttig non è al livello del predecessore, ma va comunque abbastanza bene. Del resto i Lunar Shadow sono un gruppo integralmente fondato sulla chitarra di Max Birbaum, leader e compositore unico, che struttura la propria musica in modo che sia una cascata ininterrotta di riff, arpeggi ed armonizzazioni senza soluzione di continuità. (Leggi tutto)

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