Vai al contenuto

Attenti al biker notturno: GHOST SHIP OCTAVIUS – Delirium

22 marzo 2019

Stamani avevo la sveglia alle 6:00, tipo l’inizio di Awake dei Dream Theater. A un punto indefinito della nottata passa sotto casa mia questo stronzo con la moto da cross, e fa un casino infernale. Non credo proprio che a quell’ora tornasse da una di quelle piste ricavate ai bordi della boscaglia, habitat peraltro ideale per il proliferare della vipera aspis nostrana. Penso piuttosto che avesse preso la moto, ed esattamente quella da cross, per andarci a fare bisboccia presso qualche apericena da fiorentino medio in tenuta casalinga – camicia bianca e Hogan – e poi finire sbronzo in riva all’Arno sino all’indecoroso, quanto tardo, rientro. Recupero un minimo di lucidità e cerco di capire che cosa stia facendo il fake centauro: fa su e giù a tutto gas per la mia strada minimo un paio di volte, e quindi, almeno in un caso, viene a trovarsi totalmente contromano. Poi rimane fermo una trentina di secondi davanti ad un cancello automatico, e la spegne. Giungo alla conclusione che deve morire in preda agli spasmi ed alle esalazioni della sua stessa marmitta, ma anche che non riuscirò più a dormire. E in quel preciso istante suona la sveglia. Il bastardo mi aveva rubato giusto un paio di minuti di sonno; lo stesso bastardo stava soccombendo – per niente di niente – sul suo comodo letto, col casco ancora in testa e la visiera piena di vomito maleodorante e vagamente giallastro. Bentornato, gin lemon. (Leggi tutto)

Dall’Estonia con gli zufoli: METSATÖLL – Katk Kutsariks

22 marzo 2019

In forza della mia nuova carica di esperto (lasciamo stare), dei gruppi con i flautini e gli zufoli, vi parlerò dell’ultimo Metsatöll. Tutti contenti? No? Ringraziate nell’ordine il Barg che mi ha tirato dentro, Charles che mi ha “nominato” e me che ho accettato.

L’ultimo dei Metsatöll dunque. Dritti al punto. È notevole. Al primo ascolto ci ho messo alcuni minuti per rimettermi nell’ordine di idee, loro sono estoni e inseriscono riferimenti alla loro musica folk (ovviamente) suonata con i loro strumenti tipici, in aggiunta ai chitarroni e alla voce sgraziata. Sgraziata mica sempre però: i cori sono affascinanti ed evocativi e talvolta accostati a melodie soavi. Sono in parte accostabili agli Skyforger dalla vicina Lettonia, quindi se già conoscete questi ultimi più o meno sapete da che parte andiamo a parare, se non li conoscete ve li consiglio perché meritano anch’essi. (Leggi tutto)

The Midnight Sun: A Light in the Storm – SÓLSTAFIR @Santeria Social Club, Milano 20.3.2019

21 marzo 2019

Questa serata per me è stata come una prima volta sotto molti aspetti: non ero mai stato al Santeria né avevo mai visto i Sólstafir dal vivo, mio malgrado. Nonostante Berdreyminn non mi avesse proprio soddisfatto, ero comunque estremamente curioso di vederli. Se non sbaglio negli ultimi anni erano forse passati anche un paio di volte dall’Italia ma, come sempre mi capita, quando le band che più vorrei sentire passano dal nostro Paese, io mi trovo all’estero. Quindi non potevo farmi scappare questa occasione di vedere gli islandesi dal vivo, relativamente vicino a casa, accompagnati da un quartetto d’archi.

Al Santeria trovo il Barg ad attendermi per una chiacchierata e una birra – anche se il locale, tra camerieri in bretelle e avventori eleganti, sarebbe probabilmente più adatto ad un titillevole calice di vino di fusariana memoria. Non passa molto tempo che il concerto inizia ed entro da solo nella sala concerti. La prima cosa che noto è che il pubblico è estremamente eterogeneo. Non che in questo locale e con le evoluzioni più soft della più recente discografia dei Sólstafir mi aspettassi truci membri dell’Inner circle, ma è stato un po’ straniante vedere un concerto più o meno metal accanto a due ragazze (che già di per sé sarebbe strano), tirate a lucido con ballerine ai piedi e pellicciotto sulle spalle. L’altra cosa che noto, dopo le treccine del bassista-Pocahontas che si sono accorciate, è che aveva ragione il Barg: l’acustica della sala concerti è fantastica e si sente divinamente. (Leggi tutto)

Da Sheepdog a Bob Reid: i RAZOR di “Shotgun Justice”

21 marzo 2019

Le cosa, almeno all’apparenza, ha davvero poco senso. Ma quando è uscito l’album dei Voivod, il mio preferito dello scorso anno, mi venne in mente di scrivere qualcos’altro sul metal canadese. Naturalmente volevo buttarla sul thrash metal come spesso faccio. Niente Annihilator però, dato che c’ero già passato tre volte, due delle quali in occasione di alcune delle peggiori cose mai scritte da Jeff Waters.

I nomi che mi sono venuti in mente di getto erano quelli di Razor e Sacrifice, lasciando momentaneamente da parte gli Exciter ed i meno conosciuti Dead Brain Cells. Ah, a proposito di questi ultimi, se vi piacciono gli album con il basso che sovrasta tutto, non potrete assolutamente farne a meno. Poi c’erano gli Slaughter di Strappado, ma quelli finiranno a diritto in una puntata de Le delizie dello scantinato. Il marcio che rasenta il sublime: basterebbe e avanzerebbe per descrivere Strappado. Avete appena visto quanto sia partito male e fuori tema, quindi l’articolo su Razor e Sacrifice momentaneamente riguarderà soltanto i primi, anche solo per evitare che vada avanti per una quindicina di pagine partendo dalla prima volta che Stace McLaren, alias Sheepdog, ha costruito una casetta sull’albero.

“I Razor erano gli Slayer canadesi”, questa è la risposta che vi sarà data se fermerete una signora anziana al mercato ortofrutticolo, o se rivolgerete la domanda a un ambulante che prepara gli hot dog. La cosa non è per niente sbagliata, ma ovviamente va precisato quanto i californiani andranno avanti in eterno con l’ultimo tour d’addio, in preda alle date sold out, mentre i Razor si occuperanno di una silenziosa quanto sporadica attività live, così come fanno da circa un ventennio, guardandosi bene dal pubblicare altro materiale in studio dopo averci provato con Decibels nel 1997. (Leggi tutto)

Dall’Insubria con furore: intervista ai FUROR GALLICO

20 marzo 2019

Avremmo dovuto incontrare i Furor Gallico prima della loro esibizione al Legend Club, per intervistarli di persona. Tuttavia, a causa di problemi organizzativi del sottoscritto, ci siamo dovuti organizzare in modo diverso, e ora la band ha gentilmente risposto alle nostre domande via e-mail.

Dopo circa quattro anni esce il vostro nuovo album, Dusk of the Ages. Era passato all’incirca lo stesso periodo di tempo tra Furor Gallico e Songs from the Earth, anch’esso annunciato con molto anticipo, se non ricordo male. Quattro anni sembrano essere il tempo di cui hanno bisogno i Furor Gallico per pubblicare un nuovo album: si sono ripetute esattamente le stesse dinamiche e tempistiche anche questa volta oppure sono sorte nuove problematiche a ritardare l’uscita?

In verità, ci siamo semplicemente presi il nostro tempo. Spesso si sentono discografie ripetitive e forse la causa sta proprio nei tempi di produzione sempre più serrati. Un disco all’anno o ogni due anni ormai è la norma, ma non è semplice “stupire” il mercato (e sé stessi, in primis) se si ha poco tempo per comporre e produrre un disco. A noi, detto francamente, non interessa e finora tutte le recensioni di Dusk of the Ages ci stanno dando ragione!

Sicuramente starete pensando ad altro in questo momento, come alla promozione di Dusk of the Ages (Metal Skunk era presente alla data di Milano), ma una domanda sorge spontanea: il prossimo album, dobbiamo aspettarcelo tra altri quattro anni?

È la classica domanda da un milione di dollari! Vedila così: il prossimo album arriverà quando saremo felici e orgogliosi del risultato! (Leggi tutto)

Vi spieghiamo tutto ciò che non sta accadendo in Germania

20 marzo 2019

Iniziamo questa ignobile rassegna col piatto meno forte, che poi, a lettura ultimata realizzerete fosse l’esatto contrario. Trattasi del secondo disco dei Ravager, o meglio di due tizi attivi in una band chiamata Excavator – un nome che non avrei mai e poi mai abbandonato, al costo di spendere tutto in avvocati per una vita intera – che in qualche modo sono finiti dentro a questo progetto. Avete presente quelle cene con amici che delirano in sbronza, dopodiché ti ritrovi dentro ad una band come accadde a Ian Gillan nel periodo di Born Again? Intitolato un album coi puntini di sospensione che piacciono tanto ai Megadeth (mentre i Sarcofago di Crush, Kill, Destroy preferivano le più pratiche virgole), i Ravager escono nuovamente allo scoperto nel 2019 con Thrashletics, finendo per spaventare perfino i Flotsam & Jetsam per l’illegalità delle rispettive copertine. La loro rappresenta una sorta di Toxic Avenger del thrash metal, con alle spalle una città devastata dal chimico, e in cielo l’incombere delle forze aeree del debutto dei Raise Hell. Non me ne vogliano i quattro della Bassa Sassonia, ma sono cose che non andrebbero disegnate, mai. Il disco è carino, immaginate un manipolo di tedeschi con l’infatuazione cronica per le sonorità d’Oltreoceano, chiusi in studio a pensare riff che suonino più Exodus e Testament possibile, ma alla fine si sente benissimo che sono tedeschi. E ciò avviene in misura leggermente più vistosa, rispetto a quanto lo si percepisse ai tempi degli Assassin di Interstellar Experience. La cosa mi ha fatto ripensare ai tizi dell’est europeo che provano a rimorchiare le turiste americane nei locali di Santa Croce a Firenze, presentandosi come Daniele e improvvisando un italiano spaventoso; solo che stavolta il misfatto prende forma in maniera più socialmente e musicalmente accettabile. La voce è acida come nei più imbastarditi Destruction o nei lontani Sacrifice (glorie canadesi di cui scriverò presto qualcosa), la musica invece è chiaramente composta da gente che ha sicuramente più esperienza di quel che intende farci credere: un pizzico di personalità in più e un disegnatore diverso all’opera, e probabilmente ne sentiremo parlare di nuovo.

Salendo di grado, o meglio sprofondando nell’abisso dell’inutilità, ci sono gli Accept che hanno pubblicato il loro live Symphonic Terror – Live at Wacken 2017, giusto una manciata di mesi fa. Volevo recensirlo subito, ma poi mi è passata la verve e non credo serva spiegarvi il perché. Ora, siccome sono qui ad assemblare tre puttanate in croce sulla Germania, ritengo sia il momento di ritirarlo fuori un po’ come si fa con gli addobbi natalizi pieni di ragni che escono dalla cantina intorno al sette di dicembre. In pratica il gruppo di Wolf Hoffmann ha suddiviso l’opera in tre parti: la prima, composta da brani semplicemente eseguiti dal vivo senza l’ausilio dei cosiddetti fronzoli, e fra i quali spiccano la rediviva Restless And Wild e l’estratto dall’ultimo The Rise Of Chaos, Koolaid, che già ebbi modo di sottolineare in sede di recensione quanto risultasse facilmente fra le migliori del disco, uscito un paio di annetti fa. Dopodiché si passa ai fatti, e in quale maniera questo accada, è unicamente responsabilità loro. In pratica gli Accept hanno dato modo a Wolf Hoffmann di portare avanti la sua mania del sinfonico, già palesata tramite due album in studio di cui il recente Headbangers Symphony, senza stavolta ricorrere a progetti solisti o paralleli. Serviva? Serviva il mostro in copertina dei Ravager per impedirlo, semmai. Parte Night On Bald Mountain e gli Accept mettono il muto a Mark Tornillo, eseguendo la loro versione del celebre classico di Musorgskij. Scompare tutta la sua oscurità, la magnificenza che il suddetto trionfo in note riusciva a suscitare nel sottoscritto sin da quando, per la prima volta, ci entrai in contatto guardando Fantasia di Disney. (Leggi tutto)

Il Super Pasqualone: BUCOVINA – Septentrion

20 marzo 2019

Il nome della band l’avevo già sentito e non credo ne esistano di migliori, visto il genere e anche la provenienza geografica di questi maschioni. Però, ecco, sapevo solo che si chiamavano Bucovina e facevano folk metal. Poi il buon Charles, grande cultore, come me, del metal tutto flautini e saltelli, mi consiglia di ascoltarne l’ultimo disco e, casomai, recensirlo. Io, che raramente sento roba uscita dopo il 2004 (anno clou della mia carriera al servizio di Re Metallo), dico stranamente subito di sì, clicco su questo Septentrion e… minchia. Ve lo ricordate il Super Pasqualone? Dai, quell’uovo gigante di plastica del cazzo che girava sul finire dello scorso millennio, con dentro una miriade di incredibili giocattolini a sorpresa? Il sogno bagnato dei bambini nati nel 1990 ma che, puntualmente, nessuna mamma o papà ha mai comprato al proprio figlio, nemmeno in cambio di pagelle impeccabili, perché costava quanto il cartellino di Cristiano Ronaldo? Forse adesso iniziate a ricordare. Quando ho cliccato play su Septentrion non pensavo di trovarmi di fronte ad un Super Pasqualone, bensì ad un dischetto piacevole (ma dimenticabile) di folk metal cornamusaro, nostalgico di Ceausescu e al sapore di carne alla griglia. Così, senza troppe sorprese. Invece era un Super Pasqualone per davvero! Niente cornamuse, niente saltelli, niente vuvuzela: Septentrion, ragazzi miei, è un fottuto disco di metallo pesante, suonato divinamente e molto ispirato. (Leggi tutto)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: