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UADA // ENISUM // PANZERFAUST // WRAITHREST @Slaughter, Paderno Dugnano (MI) 19.06.2019

19 giugno 2019

Concerto infrasettimanale a Paderno Dugnano. È vero, è faticoso, non sono più un ragazzino e la mancanza di sonno domani mi devasterà, ma non posso fare troppo la fighetta, perché se dovessi mancare agli Uada a trenta chilometri da casa poi il rimorso mi perseguiterebbe per sempre. Arrivo ad un orario imbarazzante, tipo le 19, sia perché devo intervistare gli Enisum e sia perché mi conviene venire direttamente da lavoro invece di tornare a casa, prendere la macchina e perdere un’ora e mezza nell’andirivieni.

E così sono allo Slaughter già da un bel pezzo quando si presenta il Maresciallo Diaz accompagnato dalla sua gentile signora e dal suo amico Varg Vikernes, polistrumentista norvegese molto triste dopo quella storiaccia di Youtube che gli ha chiuso il canale. Gli WRAITHREST invece iniziano con un bel po’ di ritardo, non so se a causa di problemi tecnici o nella speranza che si rimpolpi l’udienza: in effetti siamo pochini, forse una settantina in tutto, ma credo conti molto il fatto che sia un martedì sera. Gli Wraithrest comunque soffrono di un suono decisamente sballato, con volumi altissimi e un riverbero diffuso che rende la loro prestazione a tratti incomprensibile: è sinceramente un peccato, perché qui e lì emergono alcuni spunti interessanti che meriterebbero un ascolto più approfondito. Vorrà dire che li recensiremo quando daranno un seguito al debutto Path ov the Raven. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: KAMPFAR – Fra Underverdenen

19 giugno 2019

Fa un certo effetto celebrare i vent’anni di Fra Underverdenen praticamente in contemporanea con il nuovo disco di Dolk e compagni, lavoro che sta ricevendo consensi un po’ ovunque raccogliendo nuove schiere di fan per la band di Fredrikstad. In questo spazio non mi pronuncerò sul nuovo corso della band (chi mi conosce sa come la penso) ma mi limiterò solo a dire che i Kampfar vent’anni fa erano decisamente un’altra cosa, con il loro personalissimo mix tra un classico black metal di matrice nordica e la componente folk portata dal chitarrista Thomas Andreassen, che oramai non fa più parte del gruppo da svariati anni.

I ghiacci perenni del capolavoro Mellom Skogkledde Aaser vengono in questi frangenti sostituiti da oscure foreste di conifere popolate da troll e altre creature malefiche prevenienti dal Mondo Sotterraneo (“fra underverdenen”, per l’appunto), che costituiscono il concept lirico del lavoro. Musicalmente questo disco si dimostra molto più oscuro e propriamente black metal rispetto al suo illustre predecessore, e da questo punto di vista l’opener I Ondskapens Kunst ne rappresenta un perfetto sunto, con un triste arpeggio di natura folk che dopo pochi secondi esplode in un violentissimo tremolo picking di chiarissima vecchia scuola norvegese, con Dolk che urla come un ossesso sopra linee di basso ultradistorto raramente così udibili in un disco black metal, che a volte si sostituiscono ai riff di chitarra. (Leggi tutto)

THE CURE @Firenze Rocks, 16.06.2019

18 giugno 2019

Foto dalla pagina Facebook dell’evento

Dopo un autobus, un pullman, un tentativo di sonno, un panino, una barretta al cioccolato, due soste veloci in autogrill, un tramvetto e un pezzo a piedi in un afoso pomeriggio fiorentino, giungiamo finalmente alla Visarno Arena. Davanti a noi ore ed ore di concerti e io, anche giustamente, ho già sonno. Ma a Firenze non sono stronzi come a Roma ed ecco che, attraversati i soliti cancelli (nessuna fila, romani prendete appunti!) e gli stand che servono birra e cibo a prezzi da St. Moritz (su questo punto ci difendiamo anche noi, purtroppo), ci appare in tutta la sua magnificenza lui: IL TENDONE, con pochissima gente sotto tra l’altro. Mi sdraio lì per le prime due ore più o meno. Sul palco sale un gruppo con il cappotto giallo alla Greta Thunberg e dopo dei tizi, probabilmente fan di Stalin, che si chiamano Siberia: sti cazzi, l’ombra e il riposo sono più importanti, adesso.  Mi riesco ad alzare per i mai sentiti Balthazar che, nonostante il nome faccia pensare ad un night club o ad un cattivo di un cartone anni ’80, fanno un indie rock non malvagio, anzi con piacevoli reminiscenze depechemodiane e il basso groovoso e talmente a cannone da farti muovere la testolina su e giù in più di un’occasione.

Una spruzzata degli idranti sul pubblico (possiate essere benedetti!) ed è il turno degli Editors. Anche loro non li avevo mai sentiti (scusate, sono una zappa) ma posso dire che mi sono sembrati una band di solidi professionisti, precisi ed impeccabili. Molto apprezzati dal pubblico; c’è uno dietro di me che canta tutte le canzoni e zompetta ininterrottamente, chissà che polpacci gli sono venuti, alla faccia di chi preferisce la palestra ai festival. Per quel che riguarda la proposta musicale non so, probabilmente li conoscete meglio voi di me; mi vien da dire “new wave”, così su due piedi, ma sono proprio territori per me sconosciuti. Bargone mi scrive per messaggio “una specie di Interpol più allegrotti”. Gli Interpol li ho a malapena sentiti nominare, traete voi le conclusioni. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SIX FEET UNDER – Maximum Violence

18 giugno 2019

La lista degli album papabili per l’avere vent’anni di questo mese era lunghissima, naturale che me ne scordassi qualcuno. La rileggo e noto i Six Feet Under, porca puttana che fatica scrivere qualcosa sui Six Feet Under. Apro due cose: una Pepsi e Spotify, ridiamo quest’ascolto a Maximum Violence, tanto sono quasi vent’anni che non ci ritorno sopra.

Il tempo di cliccare sull’icona verde e digitare parte del loro nome, e mi compare lui nel tondino: barba incolta, dread lunghissimi ed un’espressività facciale tipica di chi è al concessionario a farsi inculare con l’acquisto – chiavi in mano – di una sportiva degli anni Ottanta che non vale più niente. Chris Barnes prende vita nel tondino, il suo testone si volta lentamente ed inizia a fissarmi: non ci provare, mi gorgoglia con voce appena catarrosa. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CATAMENIA – Morning Crimson

17 giugno 2019

Ve lo ricordate iMesh? I più pischelli tra voi forse no. IMesh era il fratello minore e brutto dei più noti WinMx, Napster e compagnia bella, ovvero una piattaforma di file sharing che, agli inizi degli insulsi anni 2000, ti consentiva di scaricare mp3 con la stessa velocità di un diplodoco azzoppato. Nessuno usava iMesh, ma io sì (non so perché eh, forse l’aveva scaricato mia sorella, non mi ricordo). Mi ricordo però che una volta lo usai per scaricare i Catamenia; li avevo visti su Grind Zone e mi avevano colpito le loro foto da museo dell’orrore, tutte face-painting e crocifissi. All’epoca avevo solo una vaghissima idea di cosa fosse il black metal (poi quello sinfonico era proprio materia oscura) quindi, tra un pezzo degli Slipknot e l’altro, un giorno inserisco nel motore di ricerca del diplodoco azzoppato la parolina magica: “Catamenia”. Indovinate un po’ cosa mi esce? Sto ca… No, no, e invece no! Riesco incredibilmente a trovare due pezzi: Forest of Tomorrow e Aurora Borealis. E in che album stanno questi due pezzi? Ma in Morning Crimson naturalmente, che oggi compie vent’anni! Stessimo in una chat di Facebook o di Whatsapp il resto della recensione sarebbe solo una cascata di faccine sorridenti e cuoricini che manco i messaggi alla fidanzatina per San Valentino, ma essendo questo un giornale serio (!!!) cercherò di fare il serio. (Leggi tutto)

POSSESSED // NORDJEVEL @Traffic, Roma, 14/06/2019

17 giugno 2019

Foto di Paolo Liberati

In questi anni di reunion improbabili dai frutti sorprendentemente positivi ne ho viste abbastanza da non avere più troppi pregiudizi, ma quella dei Possessed è stata comunque un caso a parte. Non tanto per la presenza di un solo membro originale, Jeff Becerra, che aveva riportato sui palchi già da un decennio la creatura che gettò un ponte tra il thrash e quella che sarebbe diventata la scena di Tampa, dando la stura a un fenomeno che verrà chiamato death metal proprio come un brano di Seven Churches. Il punto è che stiamo parlando di una band non solo fondamentale ma nata e morta in pochi anni, dopo due album (e un ep), il primo dei quali è uno dei dischi heavy metal più importanti degli anni ’80. Da allora di anni ne sono passati trentadue, senza contare il tentativo, finito nel nulla, del chitarrista Mike Torrao di resuscitare il marchio all’inizio dei ’90.

E finché si trattava di portare in giro i vecchi successi niente da dire. Becerra, inchiodato su una sedia a rotelle dopo essere stato vittima di una rapina a mano armata, ha messo su una formazione mica male. La sezione ritmica è formata da Emilio Marquez e Robert Cardenas, degli eccellenti Coffin Texts. E alle sei corde ci sono Daniel Gonzalez (Gruesome, Create A Kill) e Claudeous Creamer, altri due tipi con un curriculum non da buttar via. Quando però fu annunciata l’incisione di un nuovo full di inediti mi sono preoccupato che il risultato avrebbe intaccato la memoria delle glorie passate. Perché qua non si tratta di gente che ha avuto una carriera lunghissima, fatta di alti, bassi e assestamenti, bensì di un nome legato a un capolavoro indiscusso dal ruolo storico incalcolabile e poi basta. Qualunque cosa i Possessed avrebbero pubblicato, il paragone sarebbe stato inevitabilmente con Seven Churches. Un confronto che da un punto di vista razionale non ha il minimo senso, lo so. Ma “razionale” e “metallo” non sono due concetti che vanno molto d’accordo.

Da questo punto di vista, un po’ come con 13 dei Black Sabbath, non solo è andata bene ma era difficile che potesse andare meglio. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: GODFLESH – Us and Them

16 giugno 2019

I Godflesh erano un ponte tra il metal e il resto della musica pesante che valesse la pena ascoltare, ne abbracciavano una parte importante. Lungo tutti gli anni ’90 chi non ne voleva un cazzo di vecchie glorie in crisi di identità, taglialegna in libera uscita, favolette Disney con eunuchi alla voce o quale che fosse il farsesco trend del momento, da qui doveva passare per sentire come suonano veramente alienazione, escapismo, industrializzazione, sopraffazione. Era questo il suono della realtà che ci circondava – è ancora così, la differenza è che la realtà di oggi non ha prodotto musica, solo suoni sgradevoli; tocca sucarcela così com’è. Fin dal primo, i dischi dei Godflesh sono stati il biglietto di ingresso verso altre forme di aggressione sonora, molto più e molto meglio di quasi tutti gli altri: industrial, dub, techno, illbient, trip-hop, drum’n’bass, oltre alla grande passione (mai ricambiata) per Leonard Cohen. Parti di un totale catturato miracolosamente nel momento stesso in cui si manifesta, a volte lasciato solamente intuire (su quelle intuizioni in troppi hanno mangiato per decenni), loro la principale emanazione in un cantiere aperto, stesse teste nomi diversi, rimescolare le carte in molteplici incastri dove convergevano anche i soliti sospetti – Techno Animal, Fall of Because, God, Ice, Curse of the Golden Vampire, The Bug, ditene una – tutti uniti e motivati dallo stesso destino: cercare luce nella sporcizia, salvezza nel fango.

Us and Them è l’ultimo disco dei Godflesh, il più inderogabile. Musicalmente lo spettro di influenze, spunti e suggestioni ha raggiunto il suo apice; lo stesso si può dire del corrispettivo lirico. Già nel precedente Songs of Love and Hate, Justin Broadrick aveva scelto di includere i testi nel libretto “per far capire all’ascoltatore quello che dico”; qui la questione diventa cruciale, le parole acquistano un peso specifico di svariate misure superiore al piombo. Niente scherzi: se l’ermetismo esistesse ancora, Broadrick sarebbe il solo degno di sedere alla destra di Giuseppe Ungaretti. (Leggi tutto)

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