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Avere vent’anni: MY DYING BRIDE – 34.788%… Complete

17 ottobre 2018

Retrospettivamente 34.788%… Complete è probabilmente un album che bisognava aspettarsi dai My Dying Bride. Pensate un attimo alla fine che avevano fatto gli altri grandi del genere nel 1998: Paradise Lost? One Second uscito l’anno prima. Anathema? Eternity uscito due anni prima e Alternative 4 quello stesso anno. Questo solo rimanendo nella plumbea Albione. E i Katatonia in Svezia che fanno?! Se già non era bastato Brave Murder Day a farvi capire l’andazzo, sempre nel 1998 arrivò Discouraged Ones – gli October Tide per quanto mi piacciano li ho sempre considerati quasi come uno sfogo di Renkse e Norrman e non sono così incisivi come i nomi appena citati. Il death doom metal, insomma, si era sostanzialmente dimostrato un fuoco di paglia.

Like Gods of the Sun poteva aver dato l’impressione che i My Dying Bride fossero immuni dalla deriva gothic rock (?) che aveva colpito in maniera diversa i più importanti nomi del genere. Principalmente con ottimi risultati, in realtà: per esempio, non ho potuto scrivere nulla per il ventennale di Alternative 4, ma posso dirvi qua che credo sia il mio album preferito degli Anathema, secondo solo a The Silent Enigma e alla pari con Serenades. Invece i My Dying Bride non solo si lasceranno influenzare dallo spirito del tempo, ma pubblicheranno quello che è considerato credo unanimemente il peggiore album della loro discografia. (Leggi tutto)

blog di donne belle #12

16 ottobre 2018

So che è passato troppo tempo, ma eccoci ritornati al nostro periodico aggiornamento sulla salute mentale di quelli che arrivano su Metal Skunk cercando deprecabili chiavi di ricerca su Google. Ormai penso che le regole le sappiate tutti, quindi direi di partire col botto:

mi fa schifo la gente

Non sapete quanto mi riempia d’orgoglio che questo abbia digitato mi fa schifo la gente e sia stato reindirizzato su Metal Skunk.

slash è un massone?

Ecco, ora ho l’immagine di Slash col grembiulino da frammassone e il cilindro in testa.

steve vai è un massone?

Queste cose mi ricordano sempre quello che mi scrisse una lettera su Metal Shock dicendo di non avere interazioni sociali in quanto ossessionato dall’età della gente, e che se fosse andato in un locale affollato avrebbe fermato tutti chiedendo quanti anni avevano. “Come fai”, diceva, “Ad uscire di casa e andare in un posto dove non conosci l’età di chi ti sta intorno?”. La lettera ovviamente proseguiva chiedendomi quanti anni avessi.

canzoni sulla massoneria metal

Secondo me qualcuno sta cercando uno spunto per un nuovo episodio di Zeitgeist.

animalisti ti fanno sentire in colpa

Tu non ti devi preoccupare. La prossima volta che cedi ai sensi di colpa devi evocare lo spirito di Giampiero Galeazzi e ci penserà lui a scacciare questi pensieri.

BANG BANG FIGLI DI PUTTANA

più bravo di malmsteen

Un solo nome: Cesare Carrozzi. Il Duncan McLeod del Gran Sasso, l’uomo con venti chitarre e uno studio di registrazione in soffitta, il più grande esperto di dischi del cazzo attualmente in circolazione, uno cresciuto in una stanza piena di poster di guitar hero italoamericani con il mullet e le collanazze da zarro di Taranto. Scrive e compone tutto da solo, suona tutti gli strumenti, e purtroppo canta pure. Se non lo avete mai sentito nominare è perché lui odia la gente e le sue scale neoclassiche le suona sul balcone di casa rivolto verso la montagna, mentre fa il barbecue. Come Kafka non vuole che altri esperiscano la sua opera. Figura tragica da dramma faustiano, la sagoma del Carrozzi ogni notte si staglia contro il firmamento, e le sue dita grassocce si muovono veloci sulla tastiera della chitarra mentre greggi adoranti belano al firmamento odi al loro dio silvano, evocato dai riflessi della luna sulla coccia del nostro epico virtuoso degli Abruzzi.  (Leggi tutto)

THE SPIRIT – Sounds from the Vortex

15 ottobre 2018

Le possenti reti a strascico del peschereccio Nuclear Blast, solitamente alla caccia di qualche vecchio cetaceo da finire di mungere o da costringere al limite alla pubblicazione di cose indecenti – come nel caso dei Kreator – hanno stavolta intercettato un qualcosa di nuovo. La questione è più che altro di natura anagrafica, perché i tedeschi The Spirit non suonano proprio niente di innovativo, anzi, si sono formati solo tre anni fa. E non hanno nulla che faccia pensare a dei debuttanti: né il look, con due membri su quattro senza l’ombra di un capello in testa; né il sound, talmente messo a punto da non far apparire neanche un po’ questo Sounds From The Vortex come un debut album. Pure la produzione è ingannevole, ottima sotto tutti i punti di vista; e va sottolineato il fatto che il qui presente materiale sia in giro da circa un anno, e che solo la firma con la potente label europea ne ha permesso l’istantanea ristampa, e di conseguenza una distribuzione più o meno capillare come da consuetudine della casa. I problemi dei The Spirit comunque esistono, e non sono quello di chiamarsi in un modo troppo simile ad un cartone animato di merda che fece la DreamWorks.  (Leggi tutto)

AVULSED / PERFIDIOUS / BLOODTRUTH / LECTERN @Traffic, Roma, 12.10.2018

14 ottobre 2018

I LECTERN sono il gruppo di Fabio Bava, vecchia conoscenza di chi leggeva il Metal Shock cartaceo. Si sono formati nel ’99 ma, a causa di una sfilza sterminata di cambi di line-up, hanno trovato una stabilità solo di recente. Per recuperare il tempo perduto, hanno pubblicato tre full in quattro anni, l’ultimo dei quali, Deheadment for Betrayal, uscito lo scorso marzo per l’etichetta polacca Via Nocturna. Il loro è un death metal fortemente ispirato alla vecchia scuola floridiana, in primis Morbid Angel e Deicide, tributati stasera anche con una cover. Derivativi sì ma tutt’altro che monolitici, con riff e brani dalla struttura piuttosto intricata, sul palco un po’ asciugati negli arrangiamenti per la presenza di una formazione a tre, in luogo di quella a quattro da studio, che lascia venir fuori la componente più thrashettona. Un buon aperitivo per una serata all’insegna del marciume e dell’intransigenza.

La presenza di un membro in meno (manca uno dei chitarristi) toglie qualcosina anche all’esibizione, comunque devastante, dei BLOODTRUTH, autori di quell’Obedience che è per me uno dei migliori dischi brutal death usciti fuori dall’Italia nel corso degli ultimi cinque anni. Con un piede nel passato e uno nel presente del genere, tecnici ma mai in modo gratuito, i perugini tirano su una notevole  carneficina. Mi godo i brani del debutto (una menzione speciale per l’assassina Surrounded by Blind Bigots) e ascolto con curiosità quelli del nuovo Martyrium, che non ho ancora sentito con attenzione e ha visto l’arrivo di due facce nuove: Stefano Clementini alle sei corde e alla voce un Luis Maggio (visto di recente nei redividi Sudden Death) che non si risparmia manco per un secondo. Il materiale recente mi sembra ancora più articolato e un filo meno d’impatto ma dovrò approfondire. Tra le migliori performance della serata, seconda sola a quella degli headliner. (Leggi tutto)

La mensa di Odino #18

13 ottobre 2018

Dopo quattro anni ritornano i Battleroar, formazione ellenica di puro ed appassionato epic metal da qualche tempo sotto l’egida della Cruz del Sur, ormai etichetta di riferimento per il genere. Seguo i Battleroar dagli esordi: non sono mai stati un gruppo per cui strapparsi i capelli, ma allo stesso tempo hanno dei lampi di creatività davvero pregevoli. Codex Epicus è il secondo album con Gerrit Mutz dei Sacred Steel al microfono, la cui vocetta da gatto in calore però toglie molto all’epicità dei brani: la differenza la fa Sword of the Flame, interamente cantata dal compianto Mark Shelton nella sua forse ultima testimonianza artistica. A parte questa parentesi, comunque molto toccante, Codex Epicus ha i suoi maggiori pregi nel lavoro di chitarre durante le parti strumentali e nella batteria del nuovo acquisto Gregory Vlachos, degno erede di quel Nick Papadopoulos che con le sue prestazioni era riuscito ad impreziosire parecchio i dischi precedenti. I punti deboli dell’album sono invece la mancanza di incisività dei riff e dei ritornelli, un po’ come sempre: i Battleroar non sono una band capace di scrivere canzoni da cantare in coro, e in questo manifestano tutta la loro diversità strutturale rispetto al gruppo tedesco medio, per dire. E qui devono anche combattere per rendere credibili le linee vocali di Gerrit Mutz.

Tornano pure i Primal Fear, come ormai fanno periodicamente da una ventina d’anni a questa parte, con risultati altalenanti. Apocalypse è il dodicesimo disco in appunto vent’anni, e arriva sulla scia di una flessione partita con Delivering the Black, mentre l’ultimo loro episodio veramente ben riuscito è stato Unbreakable, il quartultimo. Dato che comunque i loro album sono grossomodo tutti uguali, salvo qualche sfumatura di suono, la discriminante che qua manca quasi completamente è la convinzione, la grinta, nello specifico dei Primal Fear la sensazione di voler prendere la gente a mazzate sui denti picchiandola con una bomba nucleare. (Leggi tutto)

Titoli che la dicono lunga: GRAVE DIGGER – The Living Dead

12 ottobre 2018

Osservare il modo in cui gli anni passano per certi gruppi è veramente doloroso, e mi basta pensare a Tom Araya ed alla sua folta barba, sulla quale mi immagino orde di cani sciolti alla ricerca di sopravvissuti nel profondo di quello che ormai sembra tutto fuorché pelo imbiancato: una slavina di neve, che col suo inesorabile incedere ha appena distrutto un paesino montano, o magari dell’ innocente zucchero filato. Il problema è che da Christ Illusion in poi gli Slayer, i miei Slayer, sono entrati in quel vortice che trasforma il musicista in un mestierante, che entra in studio e registra l’album semplicemente perché lo deve fare. “Alterniamo un pezzo veloce ad uno più lento, qua mettici un bell’assolo che fischia, e non fatemi urlare perché oggi ho già preso due Moment Act: ehi Dave, vaffanculo. Quasi quasi riprendiamo Bostaph, che tanto ci dice di sì”.

Per i Grave Digger la situazione non deve essere poi tanto diversa, ed il momento in cui si sono trasformati nella meno brillante forma di sé stessi – e non a caso oggi parlano in continuazione di morti viventi, come mi fa notare su messenger il buon Cesare Carrozzi – è sicuramente collocabile a cavallo fra la retromarcia temporale offerta dall’album semi-omonimo, e The Last Supper. Già all’epoca mi suonavano tronfi e compiaciuti, e ricordo che avevo iniziato a criticarli con Excalibur, quindi una vita e mezzo fa. Quest’ultimo era pure un buonissimo disco, ma si capiva che erano completamente saliti sui binari del tutto calcolato, naturalmente in base a ciò che il bacino d’utenza vuole sentirti suonare; il tutto abbandonando la veemenza giovanile che hai finchè scrivi materiale inedito, e lo fai senza rendere conto a chi o cosa. Tutto sommato devo ammettere che, nel lungo periodo di degenza all’insegna dell’invecchiare male se non addirittura malissimo, il disco col titolo che scimmiottava il bellissimo The Reaper ed il penultimo Healed By Metal avevano comunque espresso cose apprezzabilissime.  (Leggi tutto)

La pacchia è finita: HOTH – Astral Necromancy

11 ottobre 2018

Sono tornati gli Hoth e la pacchia è finita per tutti, amici del vero metallo. Basta a dire che gli americani non sanno fare black metal, basta a dire che i nuovi gruppi sono tutti da buttare e basta a dire che gli Hoth sono buoni solo a copiare gli altri. Ok, quest’ultima l’avevo detta io la volta scorsa in occasione della recensione di Oathbreaker, il secondo ed interessantissimo album del duo di Seattle. Però non è che avessi torto. Quel disco lì era un potpourri di roba e di intuizioni buttate in mezzo un po’ alla cazzo di cane che ebbero comunque il risultato di donarci un dischetto davvero niente male. Ricordo che una sera lo ascoltammo a redazione riunita e non sapevamo come catalogarlo, tante erano le influenze e i riferimenti che ognuno tirava fuori ogni volta che si passava al pezzo successivo. Alla fine Oathbreaker lo apprezzi da subito perché è immediatissimo, è paraculissimo, le melodie sono quelle giuste, si sente un po’ di Svezia, un po’ di Germania, anche un po’ di Satana ma, alla fine, è come la proverbiale scatola di cioccolatini di Forrest Gump, ti lascia così e quindi lo dimentichi presto. Album che invece difficilmente riuscirò a dimenticare è questo Astral Necromancy. Praticamente è da prima dell’estate che non ascolto altro e non vedo l’ora di chiudere questa recensione così passo finalmente al nuovo Voivod che sta lì ad aspettarmi.

Quindi, è da qualche mese che cerco invano di trovare qualche difetto reale al nuovo Hoth, per confermare ancora una volta la teoria che gli americani non sanno fare black metal e che le nuove generazioni non hanno niente da dire e che la vita è una merda, etc. etc. E invece no, la pacchia è finita. Ma è finita soprattutto per gli Hoth stessi, perché adesso che hanno trovato una propria dimensione (che è sempre quella che orbita intorno ad un black metal atmosferico), adesso che li ascolti e riesci a riconoscerli immediatamente, si ritroveranno anche loro a fare un giro sulla crudele giostra delle aspettative dei fan (tra i quali mi ci metto pure io adesso).  (Leggi tutto)

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