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Avere vent’anni: ANOREXIA NERVOSA – Drudenhaus

25 maggio 2020

Gabriele Traversa: Gli Anorexia Nervosa sono stati un grande abbaglio secondo me. Degli eterni Dimmu Borgir wannabe, accecati dalla loro stessa furia cieca e dalla voglia di affermarsi agli occhi del mondo come i più cattivi e, allo stesso tempo, i più melodici/amati dalle ragazze. Il risultato: un caos piatto e involuto. E infatti quattro dischi e poi CIAONE, chi l’ha più visti. Quattro dischi e forse due pezzi degni di nota (di cui uno è una cover), ma non stanno in questo Drudenhaus, quindi non capisco nemmeno perché sono qui a scrivere. Vaffanculo, è ora di cena, devo andare a mangiare la pasta asciutta. Au revoir!

Trainspotting: Per qualche tempo, dopo averli scoperti proprio con l’uscita di Drudenhaus, gli Anorexia Nervosa diventarono uno dei miei gruppi feticcio; erano anni in cui tendevo ad annoiare mortalmente i miei malcapitati interlocutori magnificando codesto gruppo francese e prospettando per loro un radioso futuro perché, nella mia testa, questi spaccavano talmente tanto che a un certo punto tutti se ne sarebbero accorti. Su quest’ultimo punto mi sbagliavo, ma sul resto no: anche a risentirlo oggi, Drudenhaus scorre che è un piacere, senza sembrare datato o ingenuo, il che non era scontato, dato che in fondo gli Anorexia Nervosa erano una versione più blackettona dei Cradle of Filth (non ascoltate il sodale Traversa qui sopra che parla dei Dimmu Borgir, che non c’entrano nulla o quasi) e giocavano esattamente sugli stessi temi, tra goticume, doppi sensi sessuali, pallide vergini in sinistri castelli, pizzi, merletti, bestemmie e canini sporgenti. Cose che vent’anni fa sembravano incredibilmente meno improbabili di adesso, soprattutto se ci aggiungiamo le tastiere neoclassiche, la grandeur transalpina, le venticinque lingue di cui si compongono i testi e una batteria sparata a quattromila mentre sopra un francese bestemmia urlando. Stranamente tutto ciò funziona alla perfezione. Merito forse anche della produzione Osmose, che dà quella patina di adorabile grezzume senza la quale, molto probabilmente, tutta quest’impalcatura di bizzarrie tenuta insieme con lo sputo sarebbe crollata miseramente. (Leggi tutto)

Una festa a lungo attesa

24 maggio 2020

Stavo ascoltando i XIV Dark Centuries. L’ultimo disco si chiama Waldvolk e loro sono crucchi. Vengono dalla Turingia. Ammetto di non averli mai sentiti prima e, insomma, spaccano. Il disco è molto bello e spero che io o qualcun altro ve ne parli il prima possibile. Come si suole, condividevo coi compari di blog tale nuova scoperta e mentre raccoglievo i consueti insulti da parte del Messicano, relativi al fatto che ascolto musica di merda per zufolatori di piedi, il pernicioso algoritmo di Spotify mi metteva a conoscenza dell’esistenza degli imprescindibili Equilibrium e dell’ultimo album, Renegades, forse perché anche loro sono crucchi. Il genere che fanno è quel goticone pipparolo alla Crematory, cafone e coticone, che supera grandemente qualsiasi vetta di cattivo gusto fino a sfiorare il sublime, ma con delle strane influenze folk che rendono il tutto ancora più grottesco e fuori luogo. Qualcuno dovrebbe parlarne, mi dico.

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Scambio le due consuete battute coi sodali Ciccio e Roberto che potete leggere nello screenshot di apertura e insomma amici cari, eccoci qui: per spiegarvi la caratura di Renegades e farvi entrare meglio nel mood della faccenda, bisogna a questo punto parlare diffusamente del matrimonio tedesco di Ciccio Russo. Il resto verrà da sé. Purtroppo, ho promesso di non diffondere alcuna testimonianza fotografica dell’evento, dunque dovremo arrangiarci.

Un bel dì di qualche anno fa, il nostro Ciccio ci prende da parte e ci dice che si sposa. Uè, Ciccio si sposa, che bello! Ma tu pensa, proprio Ciccio. Quando ti sposi, Ciccio? Il 2 di settembre. Cazzo, ma in quella data sarò ancora a mare con la famiglia, vabbè in qualche modo si farà. C’è un piccolo particolare. Quale, Francè? Tu e Roberto sarete i miei testimoni. E allora non si può proprio mancare: noi testimonieremo la correttezza delle celebrazioni e gli dèi del metallo testimonieranno a loro volta il nostro sacrificio (tenete bene a mente queste parole).

Il tempo passa, Roberto si è prodigato per fare gli anelli, incombenza obbligatoria di ogni testimone di nozze che si rispetti, io già sono al mare con la famiglia e ho messo su una complessa organizzazione che consenta a mia moglie e mia figlia di poter tornare a casa sane e salve mentre io sono nella Foresta Nera, gozzovigliando al banchetto di nozze del prode Ciccio. Nel contempo, con Roberto, avevamo ideato anche un battle plan di tutto rispetto per raggiungere la terra di Cermania che consisteva in: (Leggi tutto)

Career suicide (is not real suicide): un’ode a Tuomas Holopainen

23 maggio 2020

Ora innalzeremo i nostri boccali a Tuomas Holopainen, perché Tuomas Holopainen è uno di noi. Non perché il nuovo Nightwish sia un disco della madonna, ovviamente, dato che è tutt’al più definibile come la classica cacatina di mosca: a rifletterci troppo su ti fa anche ribrezzo, ma non c’è modo che tu ti accorga della sua presenza. No, Tuomas Holopainen è uno di noi perché è uno che insegue la sua passione e i suoi sogni a testa bassa, con ostentazione suicida, running through life with blindfolds just for the right to be wrong. Uno che, in termini di vendite e notorietà trasversale, poteva far diventare il suo gruppo l’unico vero erede dei vari idoli degli anni Ottanta che stanno avviandosi sempre più rapidamente verso la pensione e la morte. Arrivato ad un certo punto era un obiettivo facilissimo. Quel punto era il 2004, con l’uscita di Once, la vetta della loro notorietà: Dark Chest of Wonders, Wish I Had an Angel, Nemo, Romanticide, Ghost Love Score, tuttora i maggiori cavalli di battaglia dei Nightwish e potentissimi metodi di rimorchio nei confronti di una fetta decisamente alta di pubblico metal femminile. In quel momento Tuomas Holopainen aveva raggiunto tutto ciò che poteva desiderare, come musicista. Nominatemi un gruppo metal continentale che negli anni Duemila aveva il successo dei Nightwish. E un successo trasversale, attenzione. Oltre a esibirsi in arene decisamente grandi per un gruppo di quel genere, erano uno dei più colossali gruppi di ingresso mai esistiti nella storia del metal, molto più dei connazionali Children of Bodom, che per qualche tempo hanno incarnato la definizione stessa di gruppo di ingresso. Aveva tutto, Tuomas Holopainen. A tal punto che, nonostante tutto quello che ha razionalmente sbagliato dopo Once (spoiler: qualsiasi cosa), continua a riempire qualsiasi arena o palazzetto in cinque minuti netti.

I miei Nightwish sono quelli dei primi tre album. Adoro Wishmaster, che questo mese fa vent’anni, e ho un sacco di bei ricordi legati a quel disco. Oceanborn è fantastico, e del primo parlai qui. Già Century Child non riuscii mai ad ascoltarlo per intero, e proprio con Once decisi di metterci una pietra sopra e azzerare qualsiasi futura aspettativa. Lo dico per dovere di cronaca, non è questo il punto e giustamente non frega un cazzo a nessuno. Quello che importa è che il successo assurdo, planetario dei Nightwish li ha resi uno dei gruppi più influenti della storia del metal, in assoluto. Direte: ma hanno influenzato solo gruppi di merda. Certo, ma li hanno influenzati. E ne hanno influenzati a centinaia, migliaia, a un livello talmente profondo che la maggior parte di questi manco se ne rende conto. Tutto il symphonic metal degli anni Duemila, quella roba ributtante tra Epica, Within Temptation e porcherie simili, fino ad arrivare al power metal sinfonico in stile Sabaton e a tutta quella sentina degli orrori che costituisce il serbatoio per il Sanremetal di Traversa. Ragazzi, io spesso cazzeggio per Youtube per suggerire gruppi a Traversa, e non avete idea di quanta merda di quel genere c’è. Credetemi: non avete idea. Voi siete brave persone, ascoltate la musica decente, e se leggete Metal Skunk di sicuro non prendete sul serio neanche per un instante quella monnezza. Ma ce n’è a bizzeffe, di gruppi del genere. E senza i Nightwish questa roba semplicemente non esisterebbe.  (Leggi tutto)

È finita anche l’era degli album?

22 maggio 2020

Sotto l’articolo che scrissi a proposito della chiusura del Mariposa e sotto il post Facebook sulla pagina di Metal Skunk si erano sviluppate conversazioni e spunti interessanti. In generale si faceva notare, come pure avevo scritto, che il negozio di dischi è ormai una tipologia di negozio che non esiste quasi più da nessuna parte, così come il negozio di fumetti e quello di videogiochi. Laddove invece sopravvivono contro tutte le aspettative, tendenzialmente si sono rinnovati e reinventati in qualche maniera originale e intelligente. Londra, per esempio, è piena di negozi a sfondo musicale che trattano anche l’usato e dove si possono trovare prime edizioni rarissime di vinili a prezzi spropositati. La capitale inglese è sicuramente una città più unica che rara per quantità e diversità di persone che vi abitano, ma alla fine non potremmo considerare, mutatis mutandis, Milano la Londra italiana?

photo_2020-05-18_10-49-44Mixer di un DJ in un pub di Camden Town (luglio 2019).

Ad ogni modo questo non vuole e non deve essere un processo all’intenzione del Mariposa e del suo modello di business, perché io probabilmente non sarei riuscito ad arrivare neanche fino a dove sono riusciti ad arrivare loro e avrei chiuso molto prima. Se però ci domandiamo quali siano le ragioni più profonde della sua chiusura (così come quella di tanti altri negozi di dischi) si capisce come non sia stata colpa della quarantena. O meglio, la quarantena ha dato solo il colpo di grazia. Il problema secondo me non è neanche tanto la digitalizzazione in sé. Perché sì, è vero che di dischi se ne comprano meno di una volta perché c’è lo streaming, Spotify, Deezer, iTunes, Apple Music, Napster redivivo e sicuramente ne dimentico qualcuno. E quindi le band, non guadagnando quasi più nulla dalla vendita dei dischi, o comunque non abbastanza da potersi sostentare, devono cercare qualche altro modo per sopravvivere; la musica rimane per la maggior parte di loro una passione da cui, se va bene, guadagni il giusto per rientrare nei costi. (Leggi tutto)

Come nasce una copertina. Intervista a PAOLO GIRARDI

21 maggio 2020

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Ritorniamo sull”argomento copertine in seguito all’articolo pubblicato a gennaio. Parlo al plurale, avendo, oggi, l’onore di ospitare su Metal Skunk una firma illustre come quella di Paolo Girardi, con cui ho condiviso il piacere di una lunga chiacchierata. Quindici anni di copertine nell’heavy metal e in particolar modo nel metal estremo, uno stile personale e perfettamente riconoscibile che iniziammo a intravedere quasi subito, e che oggi lo ha reso un affermato e autentico creatore di visioni, mondi, meravigliosi dipinti che vorrei poter apprezzare da vicino lungo un’intera parete, piuttosto che compressi sulla minuta copertina di un compact disc. Eppure Paolo, come gli ho accennato telefonicamente, non è semplicemente un pittore, ma il pittore di un qualcosa di ben preciso: le immagini che ci introducono a un album. E non c’è miglior cosa che specializzarsi ed essere associati istantaneamente a un qualcosa, nel mondo concorrenziale e un po’ avaro di specialisti in cui viviamo oggi. Torneremo poi sull’argomento con una rassegna, spalmata su tre decenni, di stili e artisti ai quali mi sento maggiormente affezionato.

Paolo, mi ha sempre incuriosito un aspetto del lavoro di grafici e pittori: in che proporzioni, parlando naturalmente del tuo caso, una copertina nasce da un lavoro già svolto e che qualcuno nota e prenota, o da una precisa richiesta da parte delle band per cui l’artista lavora?

Paolo: I miei lavori nascono soprattutto (al 98%, direi) da una commissione più o meno “imposta” dal committente. Raramente succede che un mio precedente lavoro, magari invenduto, possa poi essere voluto da una band come artwork per un album. Dico questo perché amo più lavorare sotto commissione, in quanto credo che la differenza tra richieste faccia bene alla mia apertura mentale e alla mia capacità di adattamento. Poi è chiaro che le sinergie tra cliente e pittore varieranno a seconda di ciò che la band specifica ha in mente, di quanto si fidano di me e vogliono “abbandonarsi” alla mia fantasia/empatia. Alcune band vogliono il totale controllo della copertina, altre mi danno un concept e una composizione da sviluppare in seguito, altre ancora mi lasciano abbastanza libero di interpretare la loro musica rendendola immagine. Tutto varia a seconda del carattere del cliente, del livello di cultura visiva che ha e del grado di ammirazione che nutre per me, dall’apertura mentale, dal grado di fiducia, dal grado di controllo che la loro razionalità vuole avere nei miei confronti . Io ovviamente preferisco sempre essere lasciato il più libero possibile, magari con un certo livello di rispetto/ammirazione da parte del committente verso le mie capacità, seppur interpretando dei testi e/o un concept per poi decollare verso nuove inesplorate visioni…

LYCUS TEMPEST

LycusTempest (2013) – Paolo Girardi

Da appassionato di fotografia mi ha sempre attratto la regola di inserire pochi elementi in un’immagine, in modo da farli risaltare meglio agli occhi di chi osserva. Guardando molte opere in ambito death metal, o guardando quel che faceva Dave Patchett con i Cathedral negli anni Novanta, la regola sembra il contrario, eppure il risultato può essere magnifico. Come nasce la gestione di scenari così complessi nella tua testa?  (Leggi tutto)

Scusi cameriere, c’è del grind nei miei Incantation: CAUSTIC WOUND – Death Posture

20 maggio 2020

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Nella vita ci sono domande utili e domande meno utili. Per la mia esperienza, le meno utili sono quelle che sostanzialmente non ci aiutano a fare nemmeno un passo in avanti nella nostra comprensione di noi stessi e del mondo, mentre quelle utili rientrano nella categoria opposta, e in qualche modo servono da trampolino a migliorarci. Ebbene, sarò strano, ma una domanda che non mi ero mai posto e di cui ho capito l’utilità solo ora è: come suonerebbero gli Incantation se facessero grind? In fondo il death e il grind sono molto più correlati di quanto si pensi, eppure gli Incantation hanno un modo talmente personale di intendere il death metal, e difficilmente ce li potrei vedere a fare canzoni da massimo due minuti, tutte blast beats e urla isteriche. Fatto sta che, nel mio girovagare in rete alla ricerca di nuovo materiale da fagocitare, mi sono imbattuto in questi Caustic Wound, americani e appena sbarcati sulla scena con il loro debutto Death Posture, e così ho avuto la risposta ad una domanda che non mi ero mai fatto. (Leggi tutto)

Perdonami, Satana, perché non ho peccato: BLACK ROYAL – Firebride

20 maggio 2020

Vi ricordate quando le major, abbacinate dalle vendite clamorose delle glorie Earache e Roadrunner, pensarono che si potesse sbancare la hit parade con il death metal? Eravamo a metà anni ’90 e allora non sembrava un’idea così campata in aria, dato che un album violentissimo e urticante come Far Beyond Driven dei Pantera era riuscito poco prima a piazzarsi al primo posto della classifica di Billboard. La Warner e la Columbia pensarono che si potesse ottenere lo stesso risultato da Entombed e Carcass ma commisero l’errore di tentare di addomesticarli. L’esperimento non funzionò e ci fottemmo due delle più grandi band di quel periodo. Nondimeno, è vero che il death’n’roll, gettando ponti con scene allora aliene come lo stoner e l’hardcore, era un filone che commercialmente aveva il potenziale per tirare parecchio. Mi sono quindi sempre domandato perché sia rimasto, in seguito, relativamente inesplorato. E forse se lo sono chiesti anche i Black Royal.

I primi due Ep e l’Lp di debutto Lightbringer sono il classico prodotto di una band nata negli anni ’10, ovvero con un bagaglio di ascolti costruito in un mondo senza più veri confini tra generi, dove il rischio più frequente è quindi quello di mischiare troppo le carte e risultare dispersivi. Firebride, invece, trova una sintesi miracolosa. I pezzi sono basati su una sezione ritmica essenziale che scandisce tempi quasi sempre moderati e giri sabbathiani talmente scarni e basilari da risultare irresistibili (un po’ il discorso delle Konvent) ma sono tutt’altro che grezzi o monolitici, anzi, rivelano anche a un ascolto superficiale una scrittura assai raffinata e una sorprendente capacità di evocare influenze anche piuttosto aliene senza mai perdere il filo del discorso: tastiere orrorifiche, soluzioni di chitarra eterodosse, un uso non scontato della voce femminile e tutti quei piccoli accorgimenti in sede di arrangiamento che fanno la differenza. (Leggi tutto)

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