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Video Game Diaries: Viaggio al centro della decima arte

17 febbraio 2017

41n9avopw-l-_sx355_bo1204203200_Ricordo che ad iniziarmi al mondo dei videogiochi fu un mio cugino, che qua per comodità chiameremo Cugino #1. Ricordo anche che nello stesso periodo suo fratello – nonché mio cugino, che qua per comodità chiameremo Cugino #2 – mi introdusse al mondo del metal. Da un punto di vista musicale ringrazio ancora il Capro che le cose siano andate in questo modo e non viceversa. Se fosse andata altrimenti in questo momento probabilmente sarei con il primo a fare powerlifting in palestra mentre ascoltiamo i Manowar. Almeno il secondo mi aveva aperto un mondo intero passandomi un po’ di roba di Pantera, Death, Testament, Slayer e Black Label Society. E mi ritengo molto fortunato visto che un altro cugino, Cugino #3, aveva le pareti della camera tappezzate di foto di Fabio Lione autografate dallo stesso.

Posso ritenermi fortunato anche da un punto di vista videoludico, altrimenti starei ancora giocando a Sonic con il Sega Mega Drive. Cugino #1 invece, prima ancora che entrassi nella pubertà, cominciò a sommergermi di videogiochi. I regali più azzeccati furono probabilmente The Elder Scrolls III: Morrowind e Neverwinter Nights, entrambi giochi di ruolo fantasy medievali e parti di serie che seguo tuttora. Ciononostante credo che non sia necessaria la storia personale di nessuno (tantomeno la mia) per dimostrare che la sottocultura nerd e quella metal spesse volte si incontrano. Ne possono uscire mostri di asocialità rari come il mio amico che si imparava alla chitarra le colonne sonore di tutti i Final Fantasy e che per hobby creava forum online dove giocare a D&D. Oppure discografie interamente (o in buona parte) ispirate al Signore degli anelli, prima tra tutte quella dei Summoning. O ancora meglio – si fa per dire – gruppi che si ispirano all’universo di Warhammer, di cui tra l’altro la Creative Assembly ha appena fatto uscire uno strategico in tempo reale.

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In America se vai a vedere i Marduk rischi di essere sprangato da Black Lives Matter

15 febbraio 2017

Quindici anni fa ai concerti dei Marduk non era infrequente imbattersi in soggetti sveglissimi che accoglievano la band svedese con il saluto romano. Do per scontato di non aver bisogno di spiegare che non si poteva prendere sul serio i Marduk manco in quinta ginnasio, che tacciarli di simpatie naziste per titoli come Night of the Long Knives o Warschau è come ritenere che i Kraftwerk fossero agenti della Stasi, che si esibiscono regolarmente in Israele, che il carro armato sulla copertina di Panzer Division Marduk era pure un Centurion inglese eccetera. Quindici anni fa il fascistello da curva isolato era nondimeno il peggior coglione che potessi incontrare a un concerto dei Marduk. Oggi invece, almeno in America, rischi di trovarti gli energumeni di Black Lives Matter che vengono a spaccarti la testa solo perché vuoi andare a un concerto black metal.

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Black Lives Matter dovrebbe avere problemi più gravi da affrontare di quattro capelloni svedesi che bevono birra e bestemmiano la madonna. Che così non fosse lo avevamo già appurato ai tempi del boicottaggio di un innocente gruppo di fattoni stoner dell’Oregon chiamato Black Pussy, costretti un paio di anni fa ad annullare dei concerti a causa delle minacce via internet ricevute da esponenti di questo pacifico movimento. Invece di preoccuparsi di elaborare proposte politiche serie per l’avanzamento sociale degli afroamericani (il più possibile educative e che tendino ad alzare il livello culturale di Falconara), i suddetti energumeni, i loro sodali “antifa” incappucciati e armati di mazze e molotov ogni tanto si recano ai concerti heavy metal per fare i bulli con capelloni svedesi, fattoni stoner, i loro malcapitati fan e altri pericolosissimi tagliagole della Gestapo. Già, perché sta diventando un fenomeno ricorrente quanto gli attentati suicidi a Baghdad e gli scioperi dei mezzi a Roma.

Tanto per capire l’andazzo, lo scorso ottobre il California Deathfest aveva buttato fuori i Disma dalla scaletta. Una delle organizzatrici, Angela Dancev, si era accorta che il cantante Craig Pillard aveva in passato cazzeggiato in un gruppo dall’ameno moniker di Sturmführer. Ok, non andavano molto per il sottile:

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Non mi va di ribadire concetti già espressi nell’articolo su Phil Anselmo. Pillar potrebbe essere benissimo un suprematista bianco. Ma i testi dei Disma non inneggiano alla razza ariana. Che io sappia, Pillar non va in giro a sprangare nessuno. E la stessa Black Lives Matter è un’organizzazione suprematista, se è per questo. Si tratta quindi di una faccenda diversa dal comprensibile veto sui gruppi NSBM posto dall’Hellfest e moltissimi altri festival. Se dovessimo bandire dalla scena tutti coloro che hanno opinioni politiche imbarazzanti, non resteremmo in molti, soprattutto andando a spulciare, in tempi di social network, qualunque stronzata qualcuno abbia scritto, detto o fatto in passato. Anche perché, come ricorda El Grecol’unica posizione politica seria resta sempre e solo l’essere contro l’umanità nella sua interezza.

Non è finita. Il 28 novembre il festival canadese Messe des Morst cancella lo show dei polacchi Graveland a causa delle proteste di questi altri sveglissimi soggetti: (Leggi tutto)

R.I.P. Tony Särkkä alias It, “troppo malvagio per avere un nome umano” (1972-2017)

14 febbraio 2017

Se ne va un altro pezzo della scena che gravitava intorno al movimento black metal di inizio anni Novanta. Chi ci rimise le penne è ormai entrato nella mitologia dell’heavy metal, mentre tra i sopravvissuti sono pochissimi coloro che sono riusciti a mantenere uno status quantomeno di culto: It era tra quelli. Complice anche il fatto che avesse praticamente smesso di scrivere musica da vent’anni, oltre a determinati episodi della sua vita privata, tipo che soffrisse di nanismo, che giustificasse il suo nome di battaglia col fatto che fosse “troppo malvagio per avere un nome umano” e anche perché a un certo punto era scappato in Polonia, facendo perdere le proprie tracce, pare per sfuggire ad alcuni skinhead che lo volevano morto. (Leggi tutto)

I POWERWOLF suonano a Budapest, infedeli in preda al panico

13 febbraio 2017

Nel XVI secolo l’Impero Ottomano, nel proprio impulso espansionistico verso occidente, si spinse fino a Vienna, conquistando tutto ciò che si trovava in mezzo. Buda, la parte più antica dell’attuale Budapest, cadde nelle mani dei Mori nel 1541. Gli infedeli, sempre con la loro proverbiale delicatezza, trasformarono le numerose chiese della città in altrettante moschee, necessarie per le loro preghiere al falso dio semitico. In particolare la splendida chiesa di Mattia, così chiamata in onore di Mattia Corvino, una delle figure più fulgide del Rinascimento ungherese, fu spogliata di tutto ciò che era al suo interno (compresi i sacerdoti, sgozzati) tranne una statua della Madonna, che per qualche motivo venne semplicemente murata all’interno dell’edificio.

Buda dovette sopportare così oltre un secolo di dominazione turca, fino all’assedio vittorioso del 1686 da parte delle potenze europee riunitesi nella Lega Santa (Sacro Romano Impero, Polonia, Russia, Venezia, Spagna, Croazia, e altre). L’assedio si risolse grazie ad un episodio specifico di cui, purtroppo, si parla pochissimo. Andò così: mentre i cammellari erano riuniti in preghiera nella momentaneamente desecrata chiesa di Mattia, nel bel mezzo del cannoneggiamento reciproco delle forze occupanti e assedianti, una palla di cannone colpì un deposito di polvere da sparo vicino al santuario. Le vibrazioni seguite alla tremenda eplosione fecero crollare un muro interno alla chiesa, riportando alla luce la statua della Vergine, che si rivelò improvvisamente agli occhi degli infedeli inginocchiati verso La Mecca. Vi prego di immaginare la scena. Questi erano inginocchiati per terra tremando di paura, sudando freddo nelle loro sudicie palandrane, implorando Allah di farli uscire vivi da quell’assedio, di mostrare un segno affinché capissero che il loro dio era dalla loro parte, poi BUM un rumore assordante, loggioni che cadono, vetri in frantumi, schegge che volano ovunque, un gran polverone, gente che urla, corpi morti, sangue addosso, e quando la polvere si dirada gli appare la Madonna. È decisamente un mondo difficile. Tra gli invasori esplose un terrore talmente violento da propagarsi in pochissimo tempo a tutta la guarnigione, che abbandonò le proprie posizioni in preda al panico. Buda cadde nel giro di ventiquattr’ore, gli empi adoratori del seminator di scandalo e di scisma furono rimandati a calci in culo a Bisanzio dopo più di un secolo di sopportazione e ora la gente si stupisce se gli Ungheresi costruiscono un muro al confine, mannaggia.

Più di tre secoli dopo, i Powerwolf sbarcano a Budapest per ribadire il concetto. La serata in realtà vedeva gli Epica come headliner, ma noi siamo lì per i nostri raffinatissimi eroi teteschi, scesi in terra magiara per ricordare alla gente che fra un po’ partirà una bella crociata in cui noi tutti ci trasformeremo in lupi mannari e andremo a portare per il mondo la Verità dell’Eucaristia mangiando le viscere dei nemici infedeli mentre sono ancora vivi, e grideremo alleluia! Ed è tutto vero, o meglio: è vero che i Powerwolf parlano di questo. Sulla data precisa in cui partirà questa crociata non si sa ancora nulla, è una cosa che stiamo aspettando tutti educatamente ma, ve lo dico in tutta sincerità, con una sempre crescente impazienza, tipo questa celebre scena. Dunque magari a Budapest tra il pubblico c’era anche gente che sperava in una convocazione generale improvvisa, che ne sai. Però – spoiler – la cosa non è avvenuta, e alla fine del concerto ce ne siamo andati a mangiare il gulasch in un pub dove potevi buttare i gusci delle arachidi per terra.

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THE END: BLACK SABBATH @ Genting Arena, Birmingham, 04.02.2017

9 febbraio 2017

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Ti rendi conto subito di essere arrivato in un paese malato, precisamente nel momento in cui all’aeroporto raccogli tra le mani il classico tabloid inglese con le femminazze nude offerto gratuitamente insieme ad altri quotidiani più seriosi. E’ come se a Malpensa venissero offerti ai turisti, che so, Il Corriere della Sera e Cronaca Vera nello stesso dispenser. Una sensazione di insanità che sarà nostra costante compagna di viaggio e soggiorno, foraggiata da: 1) scene di massive sbornie collettive dei giovini del venerdì sera; 2) la perpetua puzza di rancido, di vomito e alcol rovesciato a terra che pervade la squallidissima Birmingham in ognidove; 3) sbirri, sbirri everywhere. Fai due più due e capisci subito come qui, e solo qui, da questo disagiatissimo retroterra culturale e sociale, sia potuto nascere il fiore dei Black Sabbath. Ma facciamo un rapido flashback. Ci incontriamo il venerdì sera a Fiumicino, con indosso ancora gli abiti da lavoro, in anticipo troppo ampio rispetto ai nostri standard. Bene, decidiamo di mettere il fegato in temperatura disponendoci alla ricerca di una birra e di qualcosa di buono da buttare giù, perché sappiamo che la peggior merda che potrà offrirci Aeroporti di Roma S.p.A. sarà mille volte più gustosa del più succulento pasto gourmet che la Perfida Albione sta tenendo in caldo per i prossimi due giorni di olocausto gastroesofageo. Io, Ciccio ed Enrico optiamo per un cuoppo di fritti e una bella pizza. Purtroppo la Bufalina di Enrico tarderà ad arrivare ed il largo anticipo nel quale muovevamo le nostre decisioni si ridurrà ad uno strettissimo margine di pochi secondi dalla chiusura del gate. Ebbene sì, amici del metallo, per una volta abbiamo ricoperto noi il ruolo dei classici stronzi italiani che vengono chiamati con l’altoparlante in tutto l’aeroporto e che rischiano di compromettere le coincidenze di tutti i passeggeri dell’aereo. Cionondiméno saliamo sullo stesso con la classica noncurante spocchia di difesa di coloro che sanno di non avere nessuna scusante di fronte a un centinaio di persone che sta mandandoti a fare in culo contemporaneamente e che vorrebbe spellarti vivo e gettare i tuoi resti ai molossi.

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Per nostra fortuna, il pollo dei Grecos era andato ancora più lungo della nostra pizza, cosicché quando i rimanenti membri della potente Metal Skunk Crew sale sull’aereo, abbiamo anche la faccia tosta di insultarli davanti all’incredulità generale delle famigliole lì presenti. Mi spiace per gli altri ma siamo metallari. All’aeroporto di Birmingham incontriamo l’imbattibile bevitore Tola, per il cui sostentamento serale (e per farlo stare calmo) erano stati preventivamente acquistati al duty free due litri di Johnnie Walker Red Label. Dopo un rapido e intirizzito passeggio per le vie della città, scansando donnine troppo nude e troppo ubriache per i nostri gusti (oh, siamo in missione per conto di Satana, mica per socializzare con la fauna locale), sbirri, cinesi, negri, altri sbirri, decidiamo di trascorrere la serata nel miglior modo possibile: tirare tardi bevendo copiose pinte di birra, parlando di quanto sono immensi i Black Sabbath, di quanto ci mancheranno e giocando a biliardino. Il giorno dopo trascorre sereno ma con quell’ansia di fondo del condannato al patibolo. Sai che sta per accadere qualcosa di definitivo e da cui non si torna indietro per cui cerchi di distrarti facendo le cose più banali possibili, tipo ingurgitare mostruose quantità di fish&chips e liberare il Kraken dello shopping compulsivo. A tal fine ci rechiamo in un luogo storico di Birmingham, lo Swordfish Records al 66 di Dalton Street. Nonostante fosse la storica label di Godflesh e un botto di altri gruppi, scopriamo che di metal non vendeva nulla, per questo motivo acquisto una quarantina di cd di roba random anni ’80/’90, famosissima e strasentita, che però mancava nella mia discografia. Dopo una preghierina di fronte al The Crown, il pub degli esordi live dei Sabs, ci chiudiamo per l’ultima serie di pinte in un pub puzzolente per soli metallari lì affianco, in cui vengo accolto dalla War Pigs rifatta dai Faith No More in The Real Thing. Ed è subito casa. I presupposti affinché questo pellegrinaggio in Terra Santa fosse memorabile c’erano tutti. Carichi a molla, andiamo alla Genting Arena, pronti ad assistere all’inizio della Fine. (Leggi tutto)

Timbrare il cartellino: KREATOR – Gods of Violence

8 febbraio 2017

kreator_-_gods_of_violenceGods of Violence è il disco più brutto inciso dai Kreator negli ultimi vent’anni dopo Hordes of Chaos. Segue la scia del precedente Phantom Antichrist. Più melodia, meno thrash crucco classico (ahem), strizzate d’occhio al death svedese, plagi imbarazzanti (l’intro della title-track ricorda un po’ troppo Fade to Black). Con la differenza che Phantom Antichrist, quantomeno, i pezzi li aveva. Rispetto all’ultimo dei Destruction è un capolavoro, per carità. Il mestiere c’è sempre, forse è pure meno palloso di Decision Day, il che non è certo un complimento. Però io rispetto più Tom Angelripper, che sta in una fase di calo creativo ma al quale, a livello di attitudine, non si può dire niente, che Mille Petrozza. Petrozza, dopo Coma of Souls, è diventato un paraculo che cerca di volta in volta di rincorrere la tendenza del momento. Tipo Robb Flynn. E manco questo è un complimento.

Le derive “alternative” dei primi anni ’90 con Renewal (che è meglio di come l’avessero dipinto all’epoca, un po’ come The Ritual dei Testament), il neo thrash panterizzato con Cause for Conflict (che però era una ficata, quanto menava Joe Cangelosi), il gothic metal (e già) con Endorama, il ritorno al thrash generalizzato con Violent Revolution e così via. Il problema è che le tendenze di oggi fanno schifo ai cani. (Leggi tutto)

Images, words & beyond: DREAM THEATER @Mediolanum Forum, Assago 04.02.2016

7 febbraio 2017

PrintNon andavo ad un concerto dei Dream Theater da una quindicina d’anni, e più precisamente dal tour del disco sulla classificazione delle flatulenze, Six Degrees of Inner Turbulence, i cui pareri in proposito sono alternativamente una gran boiata o una gran figata senza alcuna via di mezzo. Lì era il Palaghiaccio di Marino, alle porte di Roma, con di spalla le all’epoca nuove promesse del prog metal, i Pain of Salvation freschi di pubblicazione di Remedy Lane. Questa volta invece Petrucci e compari suonano da soli, quasi tre ore di concerto in occasione del venticinquennale di Images & Words, pressoché unanimemente considerato il loro capolavoro. Non c’è più Mike Portnoy, scomparso in un vortice spaziotemporale di gruppi di merda che, per fortuna, non ha sentito nessuno e dichiarazioni bislacche che puntualmente finiscono su Blabbermouth e quindi, purtroppo, hanno letto tutti. Non ci sono neanche più i Pain of Salvation, che dopo Be ho perso completamente di vista. Per il resto direi che ci siamo tutti, e il tempo sembra non essere passato se non fosse per la tremenda combo tricologica caschetto/tintura nera di James LaBrie, la cui voce però continua a reggere discretamente.

L’impostazione della scaletta è strana. La prima parte è composta da canzoni tratte dai dischi del dopo-duemila, con l’eccezione di Hell’s Kitchen, da Falling into Infinity. Non conosco quasi nulla, o perché si tratta di album che non ho mai sentito oppure perché sono cose che ho ascoltato all’uscita e che ho poi dimenticato. L’unica eccezione, a parte la suddetta Hell’s Kitchen, è As I Am, l’opener di Train of Thoughts, disco minore che a me piacque tantissimo; fu il frutto di un loro periodo in cui erano evidentemente in fissa coi Metallica, tanto da essere pieno di riferimenti e scoperti omaggi alla band di Frisco; qui parte proprio un medley con Enter Sandman, giusto per mettere le cose in chiaro. Nessun estratto da Awake, comunque, per qualche imperscrutabile motivo. Io a un certo punto mi guardo intorno per osservare la fauna e mi fa specie che molto probabilmente gran parte della gente intorno a me suoni uno strumento, peraltro con un approccio molto particolare, e quindi magari guarda il concerto con una prospettiva molto diversa dalla mia; e mi chiedo se la band suoni solo per quelli come loro (in cui di sicuro si identificano) oppure anche per i poveri stronzi come noi a cui piacciono pure gli Alestorm.
Questi ragionamenti mi fanno sopravvivere all’assolo di basso con annessa cover di Jaco Pastorius fino alla fine della prima parte dello spettacolo, seguita da una pausa di una ventina di minuti durante la quale si accendono anche le luci, come l’intervallo al cinema. Credo sia una scelta molto intelligente per un gruppo alle soglie del trentennio di attività che fa concerti di tre ore; suonando quello che suona, peraltro.  (Leggi tutto)

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