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Per un ultimo saluto: WARREL DANE – Shadow Work

19 novembre 2018

Ad ammazzare i Nevermore sono stati i contrasti interni e quel periodo di pausa forzato in cui si erano messi a perdere tempo con i side project: bollai velocemente quello di Jeff Loomis come una cazzata votata allo shredding, e Praises To The War Machine di Warrel Dane come un rispettabile album di heavy metal moderno, ma che tuttavia non avrebbe mai e poi mai lasciato il segno. Più in là sarei riuscito ad ascoltare – neanche presentando sintomi tipo convulsioni – Zero Order Phase del talentuoso chitarrista che ora si gingilla con gli Arch Enemy, e ad apprezzarne parte dei contenuti senza mai capire perché ci fossi seriamente ritornato sopra. Ho riascoltato pure quel Praises To The War Machine in tempi recenti, e devo ammettere che si tratta di un album concettualmente vuoto: non ha niente che mi colpisca, e non ne risollevano le sorti né la cover di Lucretia My Reflection, né tantomeno i cammeo in stile “carino lo studio, ti registro un assolo?” di James Murphy e dello stesso Jeff Loomis. Ad ammazzare i Nevermore fu anche la standardizzazione del loro sound, che giunto al completamento con Enemies Of Reality – un buon album sul cui mixaggio si tagliarono le vene in molti – non ci avrebbe più regalato nient’altro di veramente confortevole.  (Leggi tutto)

E con questo fanno otto: SADIST – Spellbound

18 novembre 2018

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I Sadist hanno pubblicato il loro ottavo disco. Quattro si collocano prima dello scioglimento, altrettanti in seguito ad esso. È un po’ come se con Spellbound si chiudesse un secondo ciclo, e la cosa buffa è che, se il primo si era impostato su una fase assolutamente calante, a partire dall’omonimo album del 2007 le cose sono soltanto migliorate.

Con questo non voglio affermare che Spellbound sia superiore a Season In SilenceHyaena, perché c’è di mezzo un processo evolutivo piuttosto grosso, ma anche meno contrastante di quello che caratterizzò la prima metà della carriera dei deathster liguri. È lo stile dei Sadist a convincermi sempre di più, il modo in cui si ostinano a far suonare i loro album e l’atteggiamento con cui hanno ripreso ad affrontare il death metal. Vi faccio un esempio: una decina d’anni fa se ne tornarono in scena con un lavoro generalmente acclamato, e che sulle prime era piaciuto pure a me. Aveva un bel suono, soprattutto di batteria, e si può dire che andasse generalmente in controtendenza alle produzioni moderne e artificiose dei tempi nostri. In realtà si trattava soltanto di una situazione in cui la band era sì tornata a volgere lo sguardo al passato, ma l’aveva fatto senza dimenticare la modernità dell’immediato post-Tribe.

In linea di massima preferisco nettamente Crust al lavoro pubblicato nel 2007, anzi, ci tengo a sottolineare quanto il loro album di dieci anni prima sia stato scarsamente tributato nel tempo. Era un bel passo in avanti, e il fatto che si sentisse la mancanza di uno come Peso trovava comunque un riscontro adeguato nell’interprete (Oinos) che avrebbe eseguito pezzi come Perversion Lust Orgasm con un volume della cassa ai limiti del tollerabile. Quel ragazzo era perfetto là sopra, così come oggi va benissimo Alessio Spallarossa. (Leggi tutto)

Per la maggior gloria di Odino: UNLEASHED – The Hunt for White Christ

17 novembre 2018

Lanciandomi in una disamina alla Belardi (non sum dignus), potrei dividere la discografia degli Unleashed in quattro periodi. Quello classico, formato dai primi tre indimenticabili dischi. Quello motorheadiano, da Victory a Hell’s Unleashed, che a molti fa storcere il naso ma a me personalmente piace parecchio. Quello del pilota automatico (splendido, glorioso pilota automatico) impostato su un death metal ritmato e spaccacrani, che va da Sworn Allegiance ad As Yggrdasil Trembles. E infine quello moderno, che era partito benissimo con lo spettacolare Odalheim, dove gli Asi venivano onorati con una feroce virata black metal che ti metteva addosso la stessa sensazione di gelo marziale che si avverte quando Michele Romani entra in una stanza. Avevo sperato che Johnny Hedlund e compagni proseguissero su quella strada. E invece, come il Bonetta che lo recensì all’epoca, rimasi parecchio deluso dal successivo Dawn of the Nine. Non un brutto disco (gli Unleashed ancora ne devono scrivere uno) ma comunque una decisa frenata. Addomesticato, un po’ moscio, senza guizzi. The Hunt for White Christ continua sulla stessa linea ma in questo caso il disappunto viene smorzato, oltre che da un’ispirazione superiore, dalla presa di coscienza che gli Unleashed oggi vogliono suonare questa roba. Johnny ha compiuto cinquant’anni pochi mesi fa, la formazione è immutata dal ’95, quindi ci sta pure che gli svedesi abbiano voglia, beh, di sperimentare. (Leggi tutto)

Smettere in parte di gingillarsi: REVOCATION – The Outer Ones

16 novembre 2018

L’idea che ho sempre avuto dei Revocation è che col tempo fossero diventati una sorta di Trivium del death metal. Ovvero una cosa insopportabile, musica estrema da manuale della quale non avresti ricordato assolutamente niente, una volta giunto all’ultima traccia di un qualsiasi loro album. La realtà è un po’ diversa, perché i quattro del Massachusetts – in origine un trio – già al fatidico terzo album avevano capito cosa fosse necessario per sfondare: un tiro pazzesco, capacità compositive sovraumane ed un leader perfetto, chiaramente incarnato nella indispensabile figura di David Davidson.

Existence Is Futile mi parve davvero bello; poi, tra un cambio di line-up e un altro, la lunga fase di assestamento non ci concesse altri degni sussulti, e abbiamo così assistito all’arrivo in pianta stabile dei ritornelli melodici tipici del solito metallino americano for dummies, del suono ultraplasticone e di un sacco di altre cose di cui avremmo fatto volentieri a meno. La sensazione che qualcosa stesse nuovamente cambiando in meglio me l’ha data Great Is Our Sin, che non era bellissimo ma perlomeno vedeva i Revocation sforzarsi di assumere un’identità propria. Inoltre c’era Ash Pearson, impressionante batterista dei 3 Inches Of Blood, e c’era un’intesa con la seconda chitarra di Dan Gargiulo che finalmente mi sembrava fosse stata messa a punto. Credo di avere deciso di ascoltare il loro nuovo album per pochi ma significativi motivi: un incoraggiante brano anticipato in streaming, Of Unworldy Origin, ma anche la curiosità di sentirli nuovamente in fase crescente, ed il fatto che The Outer Ones fosse stato dedicato al mio scrittore preferito di tutti i tempi: Lovecraft(Leggi tutto)

ZEAL & ARDOR / NYOS / WITCHES OF DOOM @ Traffic, Roma – 10.11.2018

15 novembre 2018

Come aveva supposto il buon Belardi qualche tempo fa, Manuel Gagneux dev’essere proprio un soggettone. Si aggira nel backstage con fare un po’ spiritato, firma autografi vagamente imbarazzato e sghignazza sotto la folta chioma alla Telespalla Bob. Nato per uno strano gioco su 4chan, il suo progetto Zeal & Ardor ha riscosso negli ultimi anni un successo sorprendente e planetario: merito di una proposta senza dubbio originale e difficilmente catalogabile in strutture di genere, ma anche dell’intuizione di quel Mecenate contemporaneo che risponde al nome di Walter Hoeijmakers. Fu proprio lui, il deus ex machina del Roadburn, a chiedere nel 2016 a Gagneux di esibirsi sul palco del festival olandese, “obbligandolo” a mettere in piedi una band che lo supportasse per l’occasione nel difficile tentativo di riprodurre in sede live le complicate trame di Devil Is Fine, stupefacente debutto composto e registrato per intero dal nostro amico riccioluto. Tentativo andato decisamente a buon fine, se si considera che da allora gli Zeal & Ardor hanno girato il mondo macinando date e consensi, complice anche l’uscita dopo poco più di un anno di un secondo album, Stranger Fruit, meno impulsivo del suo predecessore ma non per questo meno travolgente. È nel tour di supporto a quest’ultimo lavoro che il combo svizzero, ormai assestatosi in una formazione a sei membri, arriva al Traffic.

Ero abbastanza curioso di vedere come il pubblico romano avrebbe reagito a un’offerta così particolare ed entrando nel locale, più che dal numero di persone presenti (il locale è abbastanza pieno), rimango colpito dalla loro tipologia. Accanto ai blackster duri e puri presenti pure all’epico concerto dei Taake di tre giorni prima, c’è un numero considerevole di nuove leve che occupano i posti più vicini alle transenne già durante le esibizioni dei gruppi di apertura. Il dato, di per sé indubbiamente confortante, diventa ancor più sorprendente se considerato alla luce del cospicuo numero di esponenti del gentil sesso presenti, situazione che ormai si verifica con una certa frequenza all’interno di una scena che per anni e anni è stata fedele al motto NO FUN, NO CORE, NO MOSH, NO FREGNA. (Leggi tutto)

Music to light your joints to #23: varie ed eventuali

14 novembre 2018

Saranno almeno due anni buoni che non metto assieme un po’ di roba per MTLYJT. Il motivo che mi spinge ad uscire dalla cripta è una serie di dischi meritevoli di listone di fine anno che rischiano altrimenti di rimanere scoperti. Per di più si tratta di tutta roba di cui Marco Belardi non ha ancora parlato, quindi è bene che mi dia una mossa prima che il grafomane toscano decida di occuparsene in prima persona. Con un ritardo di almeno sei mesi buoni, allora partiamo sgommando con i FU MANCHU, classico caso di band del cuore che, dopo aver mollato perché impegnato ad inseguire stupidaggini, ho casualmente ritrovato dopo anni per scoprire una fiamma mai spenta. I quattro californiani sono in giro da troppo tempo e sanno esattamente come si fanno i dischi ed è naturale che nel 2018 tirino fuori un lavoro bello e soddisfacente dal punto di vista concettuale e formale grazie ad un minutaggio perfetto e ad un concept grafico che sembra una edizione anni ’70 di un romanzo di Asimov. Nella prima parte Clone Of The Universe ha il taglio hardcore tipico di tutta la loro discografia post California Crossing (da riscoprire in toto), ma quello per cui si farà realmente ricordare è un lato b da panico assoluto. Girato il vinile parte Il Mostro Atomico, un brano mutante di 18 minuti che occupa l’intera facciata. Curiosità: il titolo è la traduzione italica originale di Dr. Cyclops, classico delle fantascienza USA degli anni’40. Inciso con la collaborazione di Alex Leifson dei Rush, il pezzo è assolutamente fantastico: riff che a tratti sembrano roba da primi QOTSA, parti liquide e effettoni retrofuturisti a profusione. L’andamento globale ti sommerge poco a poco e intorno all’undicesimo minuto è come sentirsi una di quelle palline di gomma a rimbalzella lanciata a mille in uno sgabuzzino. Più l’ascolti, più forte è la brama di sentirla dal vivo sparata a palla da un muro di amplificatori fumanti. I loro concerti d’ora in poi dovranno durare una ventina di minuti in più per permettere a questo pezzo di essere in scaletta, non farlo sarebbe un crimine intollerabile.

Continuiamo con il nuovo album degli UNCLE ACID & THE DEADBEATS che, giunti al quinto album, si confermano un gruppo serissimo, con ogni probabilità il più rilevante uscito dalla Rise Above negli ultimi anni. In un genere in cui l’immobilismo è il valore portante ancora una volta riescono a stupire per la capacità di ampliare lo spettro sonoro ed esplorare atmosfere differenti. Wasteland possiede una insospettabile vena Nwobhm piuttosto distante dai tipici riferimenti espliciti di gruppi di quell’area. Dato che mi piace fare dietrologia, penso che l’infatuazione con il suono dei primi ’80 sia da far risalire alla partecipazione ad un album di tributo ai Maiden dove il gruppo sceglieva di misurarsi con Remember Tomorrow, pezzo clamoroso da uno degli album più belli di tutti i tempi. La cosa  gli riuscì benino e la cover venne poi ripubblicata come b-side del singolo di Pusher Man (altra canzone da urlo) che della band col mostro ereditava anche lo stile grafico in maniera mirabile. Qualche anno dopo quei riferimenti sembrano siano stati interiorizzati ed il risultato è un disco nel complesso più veloce come il “rifferama” (ho sempre voluto dirlo!) di riferimento impone. (Leggi tutto)

E mentre tutti cambiavano rotta, loro incisero DIVINE INTERVENTION

13 novembre 2018


Il mio primo pensiero una volta entrato qua dentro è stato, oltre a trovare le parole per descrivere Remains degli Annihilator su Avere vent’anni, che mi avrebbe fatto piacere buttare giù un articolo sia su Schizophrenia dei Sepultura, sia su quest’album. Diciassette anni fa, insieme ad altri amici, mi trovavo sulla webzine con la peggiore veste grafica d’Italia e ci venne in mente di aprire delle rubriche a tema: per esempio, una che riguardava album thrash metal che neanche le band stesse avevano il coraggio di riascoltare, mentre un’altra aveva il titolo di Underrated ed era concentrata su uscite che – per chi scriveva – valevano molto più della considerazione generale che il tempo aveva riservato loro. Appunto, due titoli rappresentativi da portare in quest’ultimo contenitore potevano essere esattamente quelli che ho appena menzionato.

Che poi, underrated un cazzo. Divine Intervention fu disco d’oro in Stati Uniti e Canada, debuttò all’ottavo posto nelle classifiche degli album più venduti del proprio paese, e fece a spallate su Billboard con robe come Superunknown, The Division Bell, Jar Of Flies e – ahimè – la malsopportabile colonna sonora de Il Re Leone. Fu anche tenuto in gran considerazione dalla Def American, che pretendeva ad ogni costo da Tom Araya e soci un singolo di successo perché così andava a quei tempi. Gli Slayer gli risposero “scrivetecelo voi, noi al limite lo suoniamo” e non parlarono più con l’etichetta della futura pianificazione degli album. Anche se in futuro, sotto sotto, a qualche piccolo e non troppo fastidioso compromesso sarebbero scesi eccome. Piacque un sacco praticamente a chiunque, Divine Intervention, al punto di tornare a registrare un concerto che includesse il materiale inedito (Live Intrusion, a pochi anni da Decade Of Aggression), stavolta azzardando il salto all’edizione video. Fu anche un disco incredibilmente “mediatico”: testi controversi e che fecero rivoltare le budella e gli avvocati di un sacco di persone, immagini di arti incisi col logo della band, l’acronimo Satan Laughs As You Eternal Rot recuperato dai tempi di Show No Mercy e quella celebre foto con King che portava ancora i capelli lunghi, spezzata su un lato, ovvero quello in cui avremmo trovato incollato un certo Paul Bostaph.  (Leggi tutto)

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