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Taccuino del Netherlands Deathfest. Giorno III

22 marzo 2017

GOD MACABRE

La migliore giornata del festival parte con uno dei concerti migliori di tutto il festival. Mi unisco alle lodi espresse nell’articolo del mio dolomitico compare. Suonano pressoché tutto il loro unico, e meraviglioso, album, The Winterlong…, uno dei classici dimenticati del death svedese dei primi anni ’90, e suonano con la padronanza di un gruppo con vent’anni di carriera ininterrotta alle spalle. Eccezionali.

PSEUDOGOD

Fanno quel pastone di black metal sparatissimo e thrash/death reazionario che i giovani chiamano “war metal”. Niente male ma ho ancora la testa a quanto diamine hanno spaccato i God Macabre.

CRAFT

Non ho ancora recuperato Void del 2011 ma ricordo che i primi tre mi erano piaciuti parecchio. Dal vivo delusione al cubo. Niente tiro, niente atmosfera, niente di niente. Dopo un po’ mi allontano verso il second stage per vedere i Grave Miasma ma anche stavolta non riesco a entrare perché c’è troppa gente ed è fisicamente impossibile intrufolarsi.

CANCER

Faccio a tempo a vedere solo gli ultimi due o tre brani perché coincidevano con i Vastum. Purtroppo a qualcosa bisogna rinunciare.

VASTUM

Sono diventati un mio gruppo feticcio dopo lo splendido Patricidal Lust del 2013, uno dei frutti migliori del revival del death/doom figlio degli Immolation che andava piuttosto di moda qualche anno fa. Dal vivo sono fantastici, danno le piste a tanti veterani visti in questi giorni. Il frontman Daniel Butler canta mezza scaletta facendo crowdsurfing. Nell’ideale top 5 dei concerti visti al Netherlands Deathfest. Se non li avete mai sentiti, rimediate subito.

CONVULSE

Siccome tra le nuove generazioni è in voga il death tecnico contaminato, la loro reunion è stata accompagnata da un hype incredibile. È giusto ricordare che negli anni ’90 erano poco più di una curiosità per pochi eletti. Mi sono sembrati in forma, però mi sparo giusto tre o quattro pezzi che devo scappare ai Demolition Hammer. (Leggi tutto)

Taccuino del Netherlands Deathfest. Giorno II

21 marzo 2017

Foto di Paul Verhagen

             I Nifelheim, vincitori morali della giornata

DISAWOVED

Tra gli esponenti storici della scuola olandese, avrebbero meritato sicuramente un set più lungo. Nella mezz’ora a disposizione ricordano a tutti perché la scena brutal death dei Paesi Bassi era, intorno all’anno duemila, la migliore d’Europa.

DEAD CONGREGATION

Sinceramente i greci mi sono piaciuti più su disco che dal vivo. Le loro magliette, nondimeno, vanno a ruba in un paio d’ore. Il terzo giorno quelle dei Brodequin, invece, non erano ancora finite e non si comprende davvero il perché. O saeclum insapiens et infacetum!

GOAT TORMENT

Suonano al Patronaat, un edificio religioso sconsacrato con tanto di vetrate gotiche con raffigurazioni sacre e si chiamano GOAT TORMENT, come non andare a vederli. Dopo cinque minuti siamo già loro fan sfegatati. Suonano esattamente quello che ci si aspetta da una band con un nome simile. Adorabili, quindi.

MYRKSKOG

Nati da una costola degli Zyklon, avevano inciso un paio di dischetti niente male tra il 2000 e il 2002 per poi sparire nel nulla. Il chitarrista Destruchtor si era rivisto anni più tardi nei Morbid Angel, all’epoca dell’atroce del capolavoro Illud Divinum Insanus. Ottima performance anche questa, precisa e feroce.

TSJUDER

Seconde linee del black norvegese. So che piacciono a un sacco di gente ma a me sono sempre sembrati derivativi e noiosi. Dopo un po’ mi rompo le palle e vado a ciondolare in giro.

KERASPHORUS

Mi ricordo di averli visti, mi ricordo che mi erano piaciuti abbastanza ma non mi ricordo che accidenti facessero.

IMPALED NAZARENE

Da fan terminale dei finlandesi quale sono, mi butto sotto al palco a sbraitare i testi. Mika Luttinen è un po’ irritato dalla risposta tiepida del pubblico e dice che in tremila facciamo il casino che ci si aspetterebbe da trenta persone. Il Netherlands Deathfest, come ha spiegato Bonetta, è però un’esperienza assai estenuante dal punto di vista fisico, quindi ci sta che la pompa non regga a tutti. Agli Impaled Nazarene invece regge ancora anche se, a vederli con la formazione a quattro per la terza volta, rimane l’impressione che con l’addio di Jarno Anttila abbiano perso qualcosa.

DEFEATED SANITY

I berlinesi sono, per me, uno dei migliori gruppi di brutal death tecnico venuti fuori negli ultimi dieci anni. Dal vivo, però, insistono un po’ troppo sugli intermezzi jazzati e progressive e, dato il contesto, un po’ mi sono annoiato, per quanto tecnicamente restino dei mostri. (Leggi tutto)

Taccuino del Netherlands Deathfest. Giorno I

20 marzo 2017

Foto di Paul Verhagen

Il Roadburn era stato un’esperienza tutto sommato rilassante, con abbastanza tempi morti per gironzolare, cazzeggiare, tirare il fiato. Il Netherlands Deathfest, che si svolge il mese prima nella stessa struttura, è una guerra. Vorresti vedere quasi tutti i gruppi e sbatti come una pallina del flipper dal main stage al palco secondario e poi all’esterno, nel Patronato. Dal punto di vista fisico, è stato il festival più estenuante della mia vita e lo dico da persona, diciamo, allenata. Se pure Bonetta, che ha otto anni meno di me, a fine serata era devastato e se ci siamo visti la maggior parte dei concerti seduti, per quanto ciò possa sembrare poco Manowar, c’è stato un motivo. Ho comprensione per i tizi avvistati a pippare nei bagni, sono sicuro sia gente reduce dall’edizione precedente che di solito non ha il vizio ma a questo giro aveva pensato fosse un additivo necessario, come la marijuana al Roadburn. La domenica, per fare un esempio, erano concentrati in un’ora e mezza su tre palchi diversi Cancer, Convulse, Vastum e Demolition Hammer. Che fai? Ti vedi venti minuti di tutto e in quell’arco di tempo ti fai rampe e rampe di scale sempre di corsa, fumi sigarette sotto la pioggia battente perché, se avevo sbagliato aeroporto, figuratevi se mi ero ricordato di portarmi un giaccone col cappuccio. E in tutto questo devi pur trovare il tempo per un hot dog all’eternit, una birra e un salto agli innumerevoli banchi dei dischi e delle magliette, che ti facevano venire voglia di chiedere un mutuo apposta. Non ero mai tornato da un festival con le vesciche ai piedi. Il primo giorno parte leggero, che arriviamo in loco alle sei del pomeriggio.

BRODEQUIN

Al secondo pezzo abbiamo deciso che tutto il death metal preesistente, se non tutta la produzione musicale del Novecento, era null’altro che funzionale ex post all’incisione di Instruments of Torture, che il miglior disco della storia del cosiddetto slam quantomeno lo è. Quello che in studio sembra monolitico e confuso (e tuttavia sublime), dal vivo è di una precisione assassina. Concerto perfetto. Ci compriamo tutti e due la maglietta, rapiti da un inesorabile afflato di fanatismo. Quanto hanno spaccato i Brodequin diventerà il principale argomento di conversazione della trasferta. L’ultimo giorno ad Amsterdam, nelle ore morte prima dell’aereo, siamo andati al museo degli strumenti di tortura in loro onore. Siamo rimasti rammaricati perché, tra una culla di Giuda e una vergine di Norimberga, una brodequin non c’era. Dovremmo organizzare una raccolta di fondi per donargliene una.

DISCHARGE

Senza di loro una discreta parte dei gruppi nel cartellone non esisterebbero o, quantomeno, sarebbero diversi. Non c’è più Cal Morris da quasi quindici anni e vabbuò. Però i classici sono quelli ed è comunque il delirio; in centinaia li cantiamo invasati. Stiamo una mezz’ora scarsa e poi ci spostiamo. Lo ribadisco: ho visto pochissimi concerti interi, forse solo Impaled Nazarene e Triptykon.

GORGASM

Forse un filino sotto l’allucinante performance dei Brodequin ma tra i migliori gruppi del primo giorno. Del resto, se hai una tecnica pazzesca, sei uno dei tre o quattro migliori gruppi di brutal death classico venuti fuori dagli Usa negli anni duemila e puoi pescare da album come l’ultimo Destined To Violate, è difficile sbagliare.

REPULSION

Semplicemente perfetti. I suoni sono irragionevolmente giusti, chiudi gli occhi e sei nell’89. Scott Carlson ricorda, come al Roadburn, l’episodio sul primo pezzo della band scritto nella stanza di Chuck Schuldiner mentre lui era a lavoro da Taco Bell. (Leggi tutto)

R.I.P. Chuck Berry (1926 – 2017)

19 marzo 2017

Se siamo qui a scrivere fregnacce a proposito del metal, a occhio e croce, è perché esistono i Black Sabbath. Se esistono i Black Sabbath è perché ad un certo momento è spuntato fuori dalle Americhe il rock and roll, che ha dato poi vita a tutte quelle contaminazioni possibili ed immaginabili che oggi diamo molto per scontate ma che all’epoca, cioè tra metà anni ’50 e metà anni ’60 del secolo scorso, non lo erano affatto, tipo il blues rock, il jazz rock, il rock progressive, il rock psichedelico, il rock sinfonico e blablabla. Ibridazioni che troveranno terreno fertile, se non natali propriamente detti, in Inghilterra e che porteranno alla nascita del rock inglese, ovvero, tra gli altri, degli arcinoti Cream, Yarbirds, Deep Purple, Led Zeppelin, Fletwood Mac oltre che, appunto, dei Black Sabbath.

Adesso, non è che voglio farvi intendere che siamo musicalmente parlando tutti un po’ figli di Chuck Berry. No. Però è pure vero che, se non fosse stato per lui, o comunque anche per lui, magari la nostra musica preferita non sarebbe stata esattamente come siamo abituati a conoscerla, e magari non ci sarebbero stati i Black Sabbath, Tony Iommi avrebbe continuato a lavorare in fabbrica affettandosi nel tempo pure le dita restanti, Ozzy probabilmente sarebbe finito internato in qualche nosocomio per malattie mentali  e il massimo della musica dura oggigiorno sarebbe, boh, Fedez? Ve l’immaginate che merda? (Leggi tutto)

I Soviet Soviet, l’America di Trump e il Giornalista Collettivo

16 marzo 2017

La legislazione statunitense in materia di immigrazione è particolarmente articolata, in special modo per quanto riguarda i musicisti non americani che intendono esibirsi negli USA. Articolata non significa oscura, ermetica o fraintendibile. Articolata significa semplicemente complessa, come complessa è la gran parte delle vicende legate all’estrinsecazione burocratica di un potere statale.
Questo intricato apparato qualche giorno fa è entrato in rotta di collisione con un ameno gruppo post-punk pesarese, i Soviet Soviet, e con quell’individuo amorfo che chiameremo per comodità il Giornalista Collettivo. Ne è scaturito un generale effluvio di indignazione, sgomento e ricostruzioni più o meno fantasiose che, nel migliore dei casi, hanno stravolto la realtà.
Proviamo quindi a mettere un po’ d’ordine.

Per suonare negli Stati Uniti, un artista ha bisogno di un visto lavorativo.

Sempre? No.

Per partecipare a titolo gratuito ad eventi showcase, dove l’artista si limita a presentare la propria musica con fini puramente promozionali, è possibile usufruire del Visa Waiver Program, cioè del viaggio senza visto. Qualora intenda viaggiare con il Visa Waiver Program, il musicista è tenuto a richiedere un’autorizzazione elettronica, la c.d. ESTA (Electronic System for Travel Authorization), immediatamente prima di salire a bordo del mezzo di trasporto, aereo o navale, diretto verso gli Stati Uniti. L’ESTA è rilasciata online dall’autorità statunitense, previo pagamento di una tassa di 14 dollari, e autorizza il soggetto che la ottiene a rimanere negli USA per un massimo di 90 giorni.

Negli altri casi l’artista ha bisogno di un visto lavorativo, che può essere di tipo O oppure di tipo P a seconda della sezione del United States Code (la raccolta e codifica delle leggi federali degli Stati Uniti d’America) che meglio si addice alla tipologia di richiedente. Le varie categorie di soggetti e le relative caratteristiche sono facilmente consultabili nell’apposita sezione del sito del Dipartimento di Stato americano.
Necessitano del visto di tipo O (inserito all’interno del United States Code dall’Immigration Act del 1990) coloro i quali abbiano dimostrato, a livello nazionale e internazionale, “extraordinary ability or achievement in the sciences, arts, education, business, athletics”: si tratta quindi di una sorta di riconoscimento all’eccellenza e alla comprovata straordinarietà del loro lavoro. In particolare, il visto O-1B è riservato agli artisti solisti e il visto O-2 a chi accompagna i soggetti in possesso del visto O-1 per assisterli durante l’esibizione, come per esempio i musicisti di supporto.
Il visto di tipo P (inserito all’interno del United States Code dall’Immigration and Nationality Act del 1965)  è invece riconosciuto ad artisti o sportivi di fama internazionale. Nello specifico, il visto P-3 viene essenzialmente riservato ai musicisti folk o comunque a quegli artisti la cui performance sia caratterizzata da un contenuto etnico e/o tradizionale, mentre il visto P-1 spetta ad atleti o squadre impegnate in determinate manifestazioni sportive oppure a membri di gruppi che intendano esibirsi sul suolo statunitense. È quest’ultimo il tipo di visto che le band non americane devono solitamente richiedere per poter andare in tour negli USA. Ai fini del suo ottenimento occorre che l’artista presenti la documentazione comprovante, tra l’altro, l’aver ottenuto un acclarato responso internazionale e l’aver percepito un compenso per la propria attività artistica, unitamente alla classica lettera di presentazione dello sponsor d’oltreoceano.
Il visto P-1 costa 190 dollari per un singolo artista e svariate migliaia di dollari per una band, a seconda della caratura. La sua concessione richiede un’attesa di almeno tre mesi. (Leggi tutto)

ROTTING CHRIST @Traffic, Roma, 10.03.2017

15 marzo 2017

It’s not my place in the 9 to 5 world, cantavano i Ramones. Certo, però, che chi lavora dalle nove alle cinque i gruppi di supporto, almeno, riesce a vederseli tutti. Arrivo quindi troppo tardi per i Nomura, formazione di Bari dedita a un mix tra black metal e post-hardcore non lontanissimo dai vari Tombs e Black Anvil, e, ahimé, anche per gli Scuorn, un progetto di recentissima gestazione che è riuscito, però (anche grazie a un uso sapiente di internet), a suscitare una curiosità enorme e, col senno di poi, giustificatissima. Rimedio comprando il cd al banchetto e parlandovene su questi schermi: Parthenope non è solo uno dei migliori dischi black metal usciti di recente dall’Italia ma anche un recupero genuino e consapevole di quella che è la vera filosofia del genere: un tributo ai propri retaggi ancestrali che passa per l’utilizzo del dialetto, degli strumenti della tradizione (dalle triccheballacche al putipù), delle infinite suggestioni che traboccano da una città, Napoli, gonfia di storia e leggenda come poche altre al mondo. Lo spirito è lo stesso di formazioni come i siciliani Inchiuvatu e, più di recente, i sardi Downfall of Nur. È di questo che il black metal ha bisogno per restare rilevante, non di gruppi, magari pure validi, che, ad ascoltarli, potrebbero venire da Kiev come da Rio de Janeiro.

Di impianto più tradizionale i frusinati Shadowthrone, nuova creatura di Steph, ex chitarrista dei Theatres Des Vampires, autori, come si evince dal nome, di un black metal memore della vecchia Norvegia etichetta nera, con più di un richiamo al posteriore filone sinfonico. Presentano il full di debutto Demiurge of Shadows, uscito lo scorso gennaio per l’etichetta nipponica Hidden Marly. Ero rimasto all’ep di un paio di anni fa, Through the Gates of Dead Sun, che mi aveva lasciato una discreta impressione, confermata oggi in sede live. Ancora da Bari arrivano i Dewfall. Trainspotting mi aveva raccontato di averli visti a un festival per motociclisti a Manduria parecchi anni fa, quando erano ancora dediti a un heavy/power maideniano. L’lp V.I.T.R.I.O.L., classe 2007, non ha avuto ancora seguito. Dopo era uscita solo una demo, ormai risalente a quattro anni fa, che prometteva piuttosto bene e i cui pezzi, improntati su un death/black dagli echi svedesi ma dotato di una certa personalità, fanno scapocciare un pubblico già piuttosto folto. I pugliesi ci salutano con una cover di Circle of the Tyrants e si spera di non dover attendere troppo per un secondo album. (Leggi tutto)

Il meglio che Masvidal può dare: PERSEFONE – Aathma

14 marzo 2017

006042287_500Devo ammetterlo: in passato mi sono fatto ammaliare dal progressive (death) metal soprattutto perché mi dava la possibilità di ascoltare bassisti fenomenali suonare riff indimenticabili. Dal più classico Sean Malone a Jeroen Paul Thesseling, li ho amati tutti. In realtà col passare del tempo il canto da sirena dei concept album da segaioli e dello stile rococò ha perso totalmente il suo fascino. Tuttavia in alcuni casi, come con i Ne Obliviscaris, ne è valsa comunque la pena di continuare a seguire il genere.

Per quanto riguarda i Persefone, invece, non ho mai trovato troppo emozionante la loro musica. Mi è sempre sembrata abbastanza asettica e il debutto suonava più che altro come se i primi Opeth fossero stati influenzati dal thrash metal. Thrash che poi si è trasformato in un death metal decisamente melodico e abbastanza stucchevole. E i concept spiritualeggianti in salsa estremorientale conditi con un’estetica nippofila non hanno dato alcun particolare valore aggiunto (se non fosse per i tour tra Cina e Giappone). La presenza in un paio di tracce dell’inconfondibile voce modificata di Paul Masvidal, da sempre attento alla sua anima, è tutto sommato indicativo della continuità quanto meno concettuale. Poco male, in realtà, perché Aathma riesce comunque dove né Shin-KenSpiritual Migration erano riusciti. E cioè nel risultare un album coeso, scorrevole e avvincente allo stesso tempo. (Leggi tutto)

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