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Avere vent’anni: marzo 2000

31 marzo 2020

IN THE WOODS… – Three Times Seven on a Pilgrimage

Michele Romani: Three Times Seven on a Pilgrimage rappresenta l’ultimo atto della prima fase di carriera degli In The Woods, visto che dopo questo lavoro i norvegesi si sciolsero per riaprire i battenti 16 anni dopo. Non si tratta a dir la verità di un vero e proprio nuovo disco, ma di una compilation che racchiude i tre sette pollici pubblicati nel corso della carriera più tre inediti. Il primo di questi è White Rabbit, che contiene il pezzo omonimo (una cover dei Jefferson Airplane) e Morning the Death of Aase dal primo immenso lavoro, anche se in questo frangente completamente rivisitata. Il secondo Let There Be More Light contiene la suddetta cover dei Pink Floyd e la psichedelica Child of Universal Tongue, brano che in qualche modo anticipa le sperimentazioni presenti in Strange in Stereo. Il terzo e ultimo Epitaph prosegue sempre sullo stesso schema: una cover dei King Crimson e la splendida e malinconica Karmakosmik, semplicemente uno dei più bei brani composti dagli In The Woods. Gli inediti presenti confermano (se mai ce ne fosse bisogno) tutta la genialità della band di Kristiansand, per una pubblicazione che riassume in pochi brani la continua evoluzione che hanno avuto nel corso degli anni.

Giuliano D’Amico: Ho sempre avuto uno strano rapporto con gli In The Woods. L’entusiasmo suscitato da Heart of the Ages, probabilmente causato dalle affinità elettive con i Ved Buens Ende, si spense subito per le velleità decisamente troppo alte di Omnio e dei suoi successori, facendomi presto perdere interesse. A Three Time Seven arrivai per caso, incuriosito dalla presenza di cover di King Crimson, Pink Floyd, Syd Barrett e Jefferson Airplane, e il risultato fu meglio del previsto, ovvero che le cover valevano la pena di essere ascoltate, al contrario del resto. White Rabbit è ben fatta, così come Epitaph, che colpì molto una cara amica a cui passai il disco una decina di anni fa. Come sottotitolo del suo account Skype scrisse Confusion will be my epitaph. Qualche mese dopo si tolse la vita. Il sottotitolo è ancora là.

DIO – Magica

Trainspotting: Questo disco lo ascoltai nell’estate del 2000. Ero in vacanza-studio a Londra, da giovine metallaro che mentre tutti andavano in pellegrinaggio per i luoghi beatlesiani della swingin’ London si alzava presto e scappava fuori dalla finestra insieme a un altro tizio per andare a visitare i negozi di cd usati a Camden Town. Questo altro tizio si chiamava Marco, che per la sua somiglianza con Andre Matos e per una sfortunata serie di sincopi e crasi linguistiche finì per essere per sempre ricordato come Marco Tossico, la qual cosa contribuì a disintegrargli la reputazione nonostante non fosse per niente un tossico. Costui si comprò questo Magica, completamente al buio e conoscendo Ronnie James Dio solo di fama, e dunque finimmo per sentirlo a ripetizione durante le nostre tre settimane di permanenza. Continuavamo ad ascoltarlo perché era un disco nuovo (quindi bisognava sentirlo fino a farcelo entrare in testa: era questa la vita prima di internet) e anche perché era di Dio, quindi doveva per forza essere un capolavoro e se noi non lo capivamo era colpa nostra, che eravamo piccoli e inesperti. Però ci sembrava moscio, spompato, senza tiro, senza alcun pezzo davvero memorabile e soprattutto, incredibile considerato il contesto, non riuscivamo a tirarne fuori alcuna melodia da cantare ubriachi in stanza la sera. Ed era vero che eravamo piccoli e inesperti, ma era pure vero che Magica è un disco del cazzo, totalmente inutile, che ti dimentichi nel momento stesso in cui finisci di ascoltarlo. È brutto da dire, dato che è un disco di Ronnie James Dio eccetera, però è così. Ma era comunque meglio dei suoi dischi immediatamente precedenti, ragion per cui all’epoca fu salutato come una buona ripartenza.

OLD MAN’S CHILD – Revelation 666

Marco Belardi: Nel 2000 c’eravamo già smaliziati, e dunque l’acquisto di un album a scatola chiusa, purché proveniente da una band alla quale ti eri affezionato, fu rapidamente sostituito dal sospettoso ascolto di preview messe a disposizione dalle stesse case discografiche. Il grado successivo era costituito da Napster. Se Revelation 666 fosse uscito due anni prima l’avrei certamente comprato, ma appunto, uscì nel 2000. Capii che era finita la pacchia appunto dalle preview, che, se ricordo bene, scaricai direttamente dal sito di Century Media, e non so neanche spiegarvi perché: sesto senso, facevano schifo al cazzo, non mi sorprendevano più. Certamente uno di questi motivi. Quelli di The Pagan Prosperity erano stati una cosa fichissima, e quelli di Ill Natured Spiritual Invasion ancora m’andavano bene nonostante l’eccessivo ricorso al thrash metal e quel Gene Hoglan che si insinuava dappertutto alla stregua dei protagonisti di Parasite. La magia era già finita, due anni prima avrei potuto scegliere la mia canzone preferita da un ventaglio di quattro o cinque titoli piuttosto forti. Ora non più, e Galder s’accingeva a prendere il suo posto a tempo indeterminato nel gruppo più zarro di sempre. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: NOCTE OBDUCTA – Taverne – In Schatten Schäbiger Spelunken

31 marzo 2020

Trainspotting: Sulla inspiegabile sottovalutazione dei Nocte Obducta dirà tutto Michele qui sotto e non c’è molto altro da aggiungere: rimane davvero un mistero come la band di Francoforte non sia riuscita a raggiungere una fama mondiale, nonostante sia non solo uno dei gruppi (o forse il gruppo) black metal migliore mai uscito dalla Germania, ma anche una fucina di sperimentazioni e intuizioni che verranno poi riprese da altri, spesso anche molti anni dopo. Taverne è un album di passaggio nella discografia dei Nocte Obducta, un ideale collegamento tra il più ortodosso Lethe e i dischi successivi, decisamente più strutturati. Non è un disco perfetto, e talvolta tende a perdersi tra passaggi superflui e ritmiche poco ficcanti, ma contiene comunque dei pezzi clamorosi (ascoltate ad esempio Prinzessin der Nachtschatten) e più in generale riesce a creare una memorabile atmosfera notturna e riflessiva. Il meglio doveva ancora venire (specie nei due Nektar), ma nonostante tutto Taverne è un album fondamentale per capire l’evoluzione di uno dei gruppi – ripetiamolo – più sottovalutati della storia del black metal.

Michele Romani: I Nocte Obducta sono, per quanto mi riguarda, uno dei più grandi misteri legati al per certi versi enigmatico mondo del black metal: una band che ha avuto tutto per sfondare ma che, inspiegabilmente, è sempre stata relegata ad una dimensione underground dalla quale non è mai uscita. Uno dei motivi sicuramente è da additare al fatto che i primi quattro dischi uscirono per una piccolissima label tedesca (Grind Syndacate Media) che chiuse quasi subito i battenti, rendendo i lavori della band di Francoforte quasi subito introvabili o venduti su Ebay a prezzi folli (ricordo che me li feci masterizzare tutti), ed è inutile dire che, in un periodo in cui le piattaforme streaming non esistevano e per scaricare qualcosa ci mettevi un’infinità di tempo, le cose si complicavano abbastanza. L’altra fu che sicuramente i Nocte Obducta non sono mai stati un gruppo “semplice”, e, soprattutto all’interno di un genere come il black metal dove spesso si privilegia l’immediatezza, questo può aver rappresentato un piccolo svantaggio. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: NICKELBACK – The State

30 marzo 2020

Per ogni fan del grunge cresciuto a suon di Badmotorfinger e Dirt, la psicologia motivazionale fu l’unico sistema adottabile affinché si potesse semplicemente andare avanti. Non c’era da superare la morte del biondo dei Nirvana: c’era, in compenso, da fronteggiare l’arrivo, il radicarsi e il dilagare della terminologia “post-grunge”. La quale, nel giro di poco tempo, da binomio serpeggiante sulle riviste si fece minaccia in carne ed ossa, nonché presenza fissa su Billboard e affini.

Il post-grunge non fa schifo, hai accumulato troppa negatività. Sei tu che lo vedi così. In realtà è una cosa bellissima. Vieni a rilassarti al nostro corso di yoga, noi ti aiuteremo”.

Foo Fighters: è con loro che sentii parlare di post-grunge per la prima volta. Mi sembrò una cosa innocente, ma divenne un problema concreto il giorno in cui ebbi a che fare con il loro vicinato: My Own Prison dei Creed. E crebbe ancora, anzi lievitò a dismisura, una volta che Kryptonite dei 3 Doors Down si era imposta come nuova hit da cantare, anche perché, in un modo o nell’altro, quella bastarda non mi si toglieva più dalla testa. Ma i Nickelback, ovvero l’applicazione del concetto di boy band a quello di rock band mantenendo in essa un fasullo alone di tristezza o di qualsivoglia crisi esistenziale, furono proprio loro a mettermi in crisi più di chiunque altro. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: BRODEQUIN – Instruments of Torture

30 marzo 2020

Luca Bonetta: Fermi tutti: prima di cominciare questa breve disamina vi invito a recuperare il report del Netherlands Deathfest 2017 al quale presenziammo io e il buon Ciccio e nel quale erano presenti, per l’appunto, i Brodequin, autori di una delle migliori performance di quella tre giorni infernale (in tutti i sensi).

Detto questo, passiamo a quella che voglio far diventare a tutti gli effetti un’apologia di una delle band più sottovalutate del panorama death metal. Parlare dei Brodequin, e specificamente del loro debutto, significa parlare di un modo di intendere il death metal che, salvo rari casi, non esiste più. Una forma mentis che fa dell’attitudine il proprio fulcro e che da quella tira fuori il meglio da un genere che, per sua natura, è quanto di più vicino ci possa essere al concetto di puro istinto (almeno per quanto mi riguarda, e salvo alcune doverose eccezioni). Instruments of Torture è un concentrato di tutto quello che non solo mi manca da morire quando ascolto buona parte delle uscite death metal odierne, ma che forse – mea culpa – manca anche in me. Quello spirito quasi “fanciullesco” che mi portava a passare ore ed ore chiuso in camera ad ascoltare qualunque cosa avesse le parole death metal stampate sopra, meglio se corredate da un logo quasi indecifrabile. Purtroppo la vita è una merda, e gli inevitabili impegni che incorrono con l’avanzare dell’età mi hanno un po’ allontanato da quella mentalità, rendendomi da un lato più scaltro nell’individuare ciò che mi può piacere ma dall’altro togliendo in parte quella curiosità che mi accompagnava sempre nell’ascolto di un nuovo disco dell’ennesima band brutal death peruviana. Tutte queste sensazioni le posso però ritrovare ogni volta che mi riascolto Instruments of Torture, ed è una boccata d’aria fresca di cui tutti abbiamo bisogno.

Piero Tola: Mi trovo qua a parlare di un disco che quando uscì non conoscevo affatto. Per me gran parte del death metal uscito dopo gli anni d’oro non ha molto senso, quindi questo me lo ero colpevolmente perso per mio disinteresse generale. L’ho scoperto qualche anno fa, quindi questa recensione non sarà dettata dai ricordi e dalla malinconia del tempo che fu.  (Leggi tutto)

Reinventing the Steel, ovvero il grugnito del maiale morente

29 marzo 2020

Per ogni disco di questa rubrica, sia che ne parli io che qualcun altro, solitamente cerco di fare mente locale, una sorta di tuffo nel passato, per cercare di ricordare il contesto in cui uscì e, soprattutto, cosa facevo io in quel periodo. Alcuni, per tanti motivi, non mi ricordavano assolutamente niente, altri poco, altri molto: Reinventing the Steel rientra di sicuro tra questi ultimi (più o meno).

Ero un giovanotto abbastanza spensierato ai tempi e proprio in occasione dell’uscita di quest’album feci una mezza “figura di merda”. Con degli amici, discutendo, io insistevo sul fatto che sarebbe uscito in estate o addirittura dopo, mentre loro mi rispondevano che non solo fosse già uscito, ma che addirittura facesse bella mostra di sé nella vetrina principale di uno dei negozi di dischi della zona (che tra l’altro oggi non esiste più ed il titolare è anche morto di infarto recentemente) da noi frequentato. Avevano ragione loro. Non so perché, ma  ai tempi mi sembrava che i Pantera non tirassero fuori un album da una vita, nonostante il predecessore risalisse soltanto a quattro anni prima. Lo comprò un amico, non ricordo nemmeno chi, di sicuro qualche stronzo perso nei meandri del tempo che scorre velocissimo e spietato, e me lo feci doppiare su cassetta (gli ultimi vagiti di quel supporto, ormai stramorto e sepolto da secoli). Lo ascoltai abbastanza. Mi fece un po’ cacare all’inizio, ma col tempo me lo feci piacere. Ha due o tre pezzi carini, tipo, ma nel complesso era un mezza porcheria. Ci stava tutto: i Pantera erano finiti e tre anni dopo di sarebbero sciolti. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: PANTERA – Reinventing the Steel

28 marzo 2020

Edoardo Giardina: Al momento di decidere chi dovesse recensire Reinventing the Steel quasi tutta la redazione è scappata e ha cominciato a passarsi la patata bollente. Tra chi diceva che fa cagare senza appello, passando per chi prova a farselo piacere da venti anni ma non ci riesce, arrivando a chi lo reputa comunque discreto – che scade nel mediocre solo se paragonato agli altri loro album. Io faccio parte di questi ultimi e mi trovo anche d’accordo con chi ha fatto notare il paradosso del titolo: i Pantera sono stati uno dei gruppi metal più importanti e innovativi degli anni Novanta (i primi quattro album sono degli anni Ottanta infatti e facciamo finta che fossero di un altro gruppo); l’album che è il più normale si intitola Reinventare il metallo. Perché alla fine è questo Reinventing the Steel, un album normale, che arriva a fine carriera, poco prima dello scioglimento ma a dissapori e litigi interni inoltrati. Però i Pantera erano un gruppo talmente straordinario che, nonostante tutto ciò, malgrado un Phil Anselmo che chiaramente già non ce la fa più e con un Dimebag Darrell poco ispirato, riuscì comunque a pubblicare un album che farebbe sfigurare molte discografie e che contiene pezzoni della madonna come Revolution is my Name e Yesterday Don’t Mean Shit.

Stefano Greco: Reinventing the Steel è, a ragione, considerato da molti (tutti?) una mezza delusione. Non è un discorso puramente qualitativo (alla fine ha anche diversi ottimi pezzi), il problema vero è che il capitolo finale dei Pantera è una promessa mancata. Per almeno due motivi. Il primo, ovvio, è che rappresenta l’esatto contrario di quello che il suo titolo tanto pomposamente afferma: è un disco che non reinventa assolutamente nulla, ma che al contrario guarda consapevolmente indietro. Il secondo motivo, parallelo a quanto già detto, è che per la prima volta da Cowboys from Hell la band non fa un passo in avanti in termini di cattiveria e abbrutimento del suono. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: DISTURBED – The Sickness

27 marzo 2020

Grazie a questa rubrica abbiamo potuto in certo qual modo ripercorrere con calma e rivalutare il nu metal degli esordi – che poi nacque e si sviluppò proprio nella seconda metà degli anni Novanta, periodo che Avere vent’anni ha finora preso in considerazione. E forse ce n’era anche bisogno, perché prima dell’arrivo del djent era probabilmente il sottogenere metal più bistrattato dai puristi. Non saprei spiegarne precisamente il motivo, ma in retrospettiva immagino che fosse perché aveva attirato molte nuove leve che potevano così sentirsi e atteggiarsi da cattivoni metallari senza essere passati prima dalle basi, avendone quindi meno diritto (?).

Ad ogni modo, ho sempre avuto l’impressione che, dopo essere nato nelle periferie della California con Korn, Deftones e Coal Chamber, il baricentro del nu metal con Slipknot e American Head Charge (i primi due che mi vengono in mente) si sia spostato verso il Midwest e la Rust Belt. Regioni degli Stati uniti che probabilmente incarnano ancora meglio tutto l’immaginario che il genere si porta dietro, ovvero droghe, violenze domestiche, manicomi, sociopatia, disagio, deindustrializzazione, edifici abbandonati e quartieri deserti. Fin qui tutto bene (più o meno), no? Poi sono arrivati i Disturbed. (Leggi tutto)

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