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Avere vent’anni: OLD MAN’S CHILD – Ill-Natured Spiritual Invasion

22 aprile 2018

Se ripenso agli Old Man’s Child mi viene in mente una di quelle band che, nella maniera più ruffiana possibile, provarono a salire sul carrozzone del successo del black metal suonando qualcosa che ne prendeva il più possibile le distanze, facendolo peraltro in maniera piuttosto netta. Esempio lampante è il loro terzo album, Ill-Natured Spiritual Invasion, che curiosamente mi capita di recensire a breve tempo da Nexus Polarissempre per la stessa rubrica e sempre con le stesse perplessità di fondo.

È altrettanto sorprendente come l’effetto di certi album cambi col tempo: se all’epoca ne finivo attratto come le zanzare su un neon bluastro, oggi ne prendo le distanze con sufficienza ma sono piacevolmente portato a tornarci sopra – anche se me n’ero tenuto a debita distanza per svariati lustri – ma c’è un però.  (Leggi tutto)

Soviet Soviet // The Hand @Traffic, Roma 20.04.2018

22 aprile 2018

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È la prima volta che capito al Traffic in una serata in cui non ci sia la musica del Capro. La serata è organizzata in collaborazione col Metamorfosi Alternative Club, un locale in cui fui invitato una volta da un’amica ma in cui alla fine non andai perché, a quanto mi spiegò, è uno di quei posti in cui va a ballare la gente alternativa che ascolta qualcosa che si avvicini al metal (tendenzialmente Rammstein, Korn e Marilyn Manson). I gestori del locale non se la prendano a male: ammetto di non esserci mai stato e assicuro di non avere intenzioni offensive, ho solo cercato di sintetizzare il concetto per noi metallari ottuagenari dentro che di solito seguiamo o scriviamo questo blog.

Ciaone

Ad ogni modo, leggendole di fretta, di solito capisco male le tempistiche della serata e arrivo in ritardo ai concerti. Questa volta è successo il contrario e mi sono trovato davanti al Traffic a porte ancora chiuse, perché non era il concerto ad iniziare alle 10:00, ma la serata in generale. Quindi io e i miei sodali che hanno avuto la voglia di seguirmi ci prendiamo una birra e ci godiamo il DJ set iniziale, immagino gestito dai ragazzi del Metamorfosi Alternative Club. Devo ammettere che la fattura era pregevole e ogni tanto partivano sprazzi di piacevole drone asfissiante. Purtroppo ho trovato meno piacevole il gruppo che ha aperto le danze: il trio romano The Hand. Diciamo che i loro riferimenti musicali non si toccano neanche da lontano con quelli che sono i miei ascolti usuali, ma qua proverò comunque a dare una definizione azzardata e sicuramente fallace: la loro musica mi è sembrata una sorta di post-punk/rock (senza basso) un po’ noise con delle basi elettroniche.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CANNIBAL CORPSE – Gallery Of Suicide

21 aprile 2018

Piero Tola: Diciamocelo, con Vile i Cannibal Corpse godevano ampiamente del credito generato da quattro album dove praticamente non avevano fatto un singolo passo falso. Ognuno con il suo marchio di fabbrica tipico, dal classico sound ancora un po’ thrashy di Eaten Back to Life fino ad arrivare alla piena maturità di The Bleeding. Passando ovviamente per la macchina da riff Butchered at Birth e l’allucinante brutalità di Tomb of The Mutilated. Vile doveva essere il degno successore di The Bleeding, appunto.
I demo con Barnes sono ancora reperibili sulla rete, e potete sentire la differenza con la prestazione di George Fisher. Entrambe più che valide, seppur diverse. Vile inugurò, tuttavia, l’abitudine di tutti o quasi i successivi album dei Cannibal Corpse di suonare uguali l’uno all’altro, a livello di suoni e produzione.

Va detto che tutto ciò non ha necessariamente un’accezione negativa, specialmente se si parla di Cannibal Corpse, che comunque cagano in testa alla maggior parte della scena death metal odierna. Prima ho detto QUASI tutti, perché una delle eccezioni è appunto Gallery of Suicide, che apre con I Will Kill You, facendoci credere che la vena di brutalità da quella miniera di efferatezze che fu Vile sia tutt’altro che esaurita, ma è soltanto un’illusione. Il resto è francamente fiacco se comparato ai migliori capitoli della carriera dei nostri e segna forse il peggior episodio, almeno dell’epoca d’oro, della discografia dei Cannibali. Non è proprio che Gallery of Suicide faccia schifo, ma, se messo accanto al suo predecessore e soprattutto ai dischi dell’era Barnes, soffre di cali spaventosi e di una sensazione di roba di scarto di Vile che è difficile scrollarsi di dosso. Lo rivendetti infatti dopo pochi mesi e non me ne pentii mai.

Marco Belardi: Ci tenevo a scrivere due righe su quest’album, poiché, quando l’ho ascoltato, questa band per il sottoscritto significava tre cose sole: Hammer Smashed FaceStaring Through the Eyes of the DeadDevoured by Vermin. Le ultime due, fra l’altro, grazie a MTV.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ARCH ENEMY – Stigmata

20 aprile 2018

Prima che gli Arch Enemy si trasformassero in quel campionario di sfiga assortita che sono adesso, prima che Christopher Amott si rendesse conto di avere una dignità e mollasse baracca e burattini uscendo definitivamente da ‘sto gruppo della merda, prima che diventassero una macchina macinasoldi per metallari all’acqua di rose morti di fregna impegnata in infiniti tour con la cantante inguainata in tutine sempre più attillate, prima di tutto questo, esisteva un altro gruppo che si chiamava sempre Arch Enemy e che spaccava di bruttissimo. Questo gruppo, durato circa tre annetti e poi finito per morire male, ha fatto in tempo ad incidere tre dischi in studio più uno dal vivo in Giappone, perché tra la metà e la fine degli anni novanta del secolo scorso se non pubblicavi un live registrato in Giappone eri indubbiamente uno stronzo, visto che lì praticamente vendeva e vende, anche se meno rispetto a vent’anni fa, tutto, basta che sia estero (o meglio occidentale); anche la peggio merda, che comunque non era certo il caso di questi Arch Enemy purtroppo bruciati in fretta (però lo è sicuramente nel caso di questi impostori che girano il mondo con lo stesso nome suonando alla cazzo di cane, quando invece se questo fosse un mondo giusto e felice dovrebbero essere impiegati assai più proficuamente come compostaggio organico, o sciolti nell’acido, o venduti ai trafficanti di organi, o che cazzo ne so).  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: KATATONIA – Discouraged Ones

20 aprile 2018

Marco Belardi: Il termine gothic metal viene tirato in ballo in un sacco di occasioni, alcune del tutto erronee, e che di frequente fanno pensare a quella mescolanza fra doom e death che prese fortemente campo in Europa a metà anni Novanta. Se la scelta di quella precisa parola, per etichettare più di un qualcosa, è in qualche modo legata alla musica divenuta popolare a cavallo fra gli ultimissimi settanta e l’inizio del decennio successivo, bisogna precisare che a richiamare il gothic in campo metallico, e da molto vicino, furono proprio i Katatonia con il loro primo album di rottura: Discouraged Ones.

Totalmente distante dallo stile del bellissimo Brave Murder Day nonostante fossero passati solamente due anni dalla sua uscita, con questo disco la band di Jonas Renske fece una scelta tanto coraggiosa quanto appagante: semplificare all’osso la struttura delle proprie canzoni, rivestite ora da un taglio rock decadente e molto, per alcuni quasi troppo, omogeneo. Discouraged Ones è capitolo a sé stante nella favolosa discografia di questo gruppo: il successivo Tonight’s Decision già vanterà una base più strutturata, corposa e in un certo senso modernizzata, mentre con l’innesto di Daniel Liljekvist alla batteria sarà possibile udire i primi passi verso il sound tendente al progressive dei giorni odierni, mossi già in occasione di Last Fair Deal Gone Down del 2001.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SOULFLY – st

19 aprile 2018

Di questo disco possiedo un’edizione speciale in tiratura limitata (compresa di bonus track) in plastica nera, con il loro simbolo stampato in un elegante verde acquamarina, che acquistai nei primissimi giorni di uscita dopo una spasmodica attesa. Pensavo che quest’album sarebbe stato un atto di giustizia verso Max, verso di me e forse verso il mondo intero. La giusta rivincita di un mio eroe adolescenziale nei confronti di uno degli split più ridicoli e insensati della storia che, nonostante determinate indiscutibili cappellate di Roots, mi aveva ingiustamente privato di un pezzo importante del credo personale. Vi confesserò di più: a Max Cavalera, nonostante gli occasionali improperi riservati, non riesco davvero a voler male, figura formativa troppo importante questo ‘metallaro latino credibile’, è stato davvero un modello virile a cui aspirare insieme ai vari Hetfield, Araya e Phil Anselmo. Nonostante Soulfly si sarebbe presto rivelato essere una mezza cacata, il personaggio in questione godeva presso la mia persona di una tale stima che avrei insistito fino a Soulfly IV prima di arrendermi all’evidenza.

Detto questo, il difetto principale di questo esordio non è solo che mancano i pezzi:  il problema vero è che si tratta di un disco realmente antipatico, che poteva essere semplicemente scrauso ma riesce ad essere insopportabile: un album livoroso inciso da un rosicone che non fa nulla per nasconderlo. Che poi di motivi per avercela a morte con gli altri il buon Max ne aveva abbastanza, e anche di validi: era pur sempre il frontman e compositore principale di una delle band più fiche della storia, quindi che fosse bello amareggiato dall’essere stato cacciato dal suo stesso gruppo ci sta eccome. Qui però si esagera, perché il nostro eroe per provare le sue ragioni si appella a tutta una serie di entità superiori che vanno dal karma ai dieci comandamenti fino al Codice di Hammurabi. Un’autoglorificazione continua che passa per l’indottrinamento forzato degli ascoltatori sulle gesta di tal Zumbì (una sorta di Masaniello carioca) di cui Max aspira ad essere riconosciuto come versione moderna e molto metal. Capisco la delusione, però esiste anche la dignità.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MASTER – Faith is in Season

18 aprile 2018

Parlare dei Master rischia di essere una questione presa più dal punto di vista storico, che da altri tipi d’approccio. Molti non lo vogliono ammettere, ma tolto il cupo debut e On The 7th Day God Created… Master – che vantava, oltre a Paul Masvidal alla chitarra, uno dei suoni di cassa peggiori di sempre – non c’è mai stato niente di particolarmente entusiasmante nella loro prolungata discografia. Semplicemente Paul Speckmann fu uno dei primi a cimentarsi in un genere nascituro come il death metal, e riuscì ad esser della Nuclear Blast prima ancora che quest’ultima si dedicasse a gruppi come i Macabre, il tutto senza mai fare concretamente il botto. Tanto che poi finì nei Krabathor – alle prese nel 1998 con Orthodox, il loro ultimo disco senza il barbuto musicista nei ranghi – e per trasformare l’ultima, duratura line-up dei Master in un clan dell’est europeo che importa distillati via camion.

Qua ci trovavamo al quarto disco, con Paul Speckmann che azzeccò finalmente una produzione decente in concomitanza con l’ultimo contratto importante del suo periodo “luminoso”: quello con la Pavement di Malevolent Creation e Crowbar. Del precedente album, il Collection of Souls che rispetto al predecessore suonava come una demo, sopravvisse solo il chitarrista Brian Brady e i risultati avrebbero potuto essere migliori, non fosse per il fatto che il miglior brano – Re-Terrorizer – consisteva in una sorta di rielaborazione con linee vocali di una breve traccia dell’omonimo debutto.  (Leggi tutto)

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