Skip to content

Rivelazioni campane: ALCHIMIA – Musa

21 agosto 2017

alchimiaQuesti ultimi dodici mesi per me, musicalmente parlando, sono stati segnati da interessanti rivelazioni campane. Considerando solo l’ambito metal, primi fra tutti posizionerei i Naga, piacevole scoperta dell’ultimo Romaobscura; poi gli Scuorn, che già solo per il nome scelto vincono tutto; e infine gli Alchimia, creatura di Emanuele Tito, giovane adulto di Vico Equense.

Questi ultimi sono al loro debutto discografico, Musa, album che intende proporre un metal influenzato dalle radici geografiche e culturali dell’artista. In questo caso il punto di partenza stilistico è un gothic metal tinto di death e prog sulla falsa riga dei Novembre. L’importanza del gruppo naturalizzato romano si sente in tutta la sua pesantezza nella prima parte dell’album. Perlomeno fino a Exsurge et vive, dove l’eccessiva somiglianza con Everasia da Novembrine Waltz segna l’acme di questo processo che definirei quasi di apprendimento. Come se Emanuele Tito dovesse ancora interiorizzare perfettamente lo stile appreso dai suoi maestri. Inoltre la sezione ritmica degli Alchimia è la stessa del recente Ursa dei Novembre, con David Folchitto alla batteria e Fabio Fraschini al basso, ai quali si aggiunge anche Gianluca Divirgilio degli Arctic Plateau. Difatti qua e là compaiono anche sprazzi più post-rockeggianti o à la Katatonia, ma con tali presupposti dev’essere stato ancora più difficile mantenere un’identità totalmente slegata dalle “muse” italiane. (Leggi tutto)

PRONG – Zero Days

4 agosto 2017

Il processo di trasformazione di Tommy Victor in Peavy Wagner si fa sempre più marcato man mano che ci avviciniamo al termine degli anni dieci. Un tempo, i ritmi produttivi dei Prong erano tali e quali a quelli di una band giovane, composta da persone normali e che alternano sessioni di registrazione a tournée che non fossero quella del Black Album. Poi, Tommy – fatta eccezione per le parentesi con Danzig e Ministry – ha deciso di non fermarsi più. Esattamente come nel caso del leader dei Rage, anche qui dobbiamo sostenere una media vicina ad un album all’anno, e solo se qualcuno facesse notare al newyorchese che così è troppo, la faccenda potrebbe cambiare.

Ma perché farglielo notare proprio adesso?

Non sono mai stato un fan incallito della band di Cleansing. Ho sempre trovato quello e Beg to Differ i capitoli più appetibili di una carriera breve, nella quale l’abilità del chitarrista/frontman di creare ottimi riff ed un sound che ben sposava l’arrivo imponente dei nineties, si scontrava malissimo con il suo modo personale – e a parer mio discutibile – di cantare. Credo che, insieme al ben più tecnico Ron Rinehart, il cantante dei Prong sia stato in tutto il panorama thrash metal (e affini) quello capace di infastidirmi di più. Poi successe di tutto: i cazzi amari con la casa discografica, la fuga di Ted Parsons, lo scioglimento e le varie collaborazioni di Tommy Victor (fra cui quella non poi così chiacchierata con Manson ai tempi di Antichrist Superstar).

Una volta tornato alla base, Tommy Victor era un fiume in piena. Circa un album all’ anno, considerando release secondarie come Songs from the Black Hole. Una ventina di cinesi rinchiusi illegalmente nello scantinato di uno studio di registrazione che macinano potenti riff notte dopo notte, e che dicono di essere tre, saltando in un wok incrostato virulenti e malconservati spaghetti di riso nelle rare e frettolose pause. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: luglio 1997

31 luglio 2017

IMPENDING DOOM – Caedes Sacrilegae

Piero Tola: Nel 1997 provavo con un complessino death/black metal il cui bassista era un personaggio particolare. Il buon Tony (così lo chiamavamo) era infatti un collezionista di porno con i controcazzi, il più grosso che abbia mai conosciuto. Quando si andava a casa sua era impossibile non constatare come fosse sempre ben fornito di materiale segareccio. Una volta mi prestò la vidocassetta di Ramba l’ingorda in cambio del primo dei Novembre. Anzi se ti capita di leggere queste righe, o Tony, gradirei recuperare il ciddì, grazie.

Insomma, Tony aveva un’altra particolarità: apriva il catalogo della Nosferatu Records e, con una matita, puntava a caso su un titolo qualsiasi, ordinandolo poi al telefono. Un giorno la scelta ricadde su Caedes Sacrilegae, appunto. Me lo fece sentire durante una pausa tra un Rocco Siffredi d’annata e una Jenna Jameson (o forse era Selen). Ricordo solo, ma potrei anche sbagliarmi, che iniziava con un’intro sinfonico seguito da un riff ed un urlo lancinante e poi tupatupa a volontà, combo piuttosto comune, ai tempi. Com’è che continuava poi? Boh… Magari ora che sono cliente Spotify Premium me lo vado a sentire. Fortuna volle che l’altro titolo di quell’ordine fosse Sexual Affective Disorder dei Konkhra, che naturalmente chiesi in prestito ma che, purtroppo, mi ricordai di rendere.

SKINLAB – Bound, Gagged And Blindfolded

Ciccio Russo: I dischi successivi non li ho mai sentiti e mi fido di chi sostiene siano orrendi, però il primo degli Skinlab non era così brutto, dai. Era il momento nel quale, come ha ricordato El Greco, ai piani alti avevano deciso di ribattezzare nu metal il crossover facendone la moda del momento. Quindi ci aveva provato anche la Century Media, con questi quattro ragazzi di San Francisco, allora lanciati con discreta pompa, quasi potessero diventare i nuovi Machine Head.

In Bound, Gagged and Blindfolded c’è un po’ tutto quanto fa anni ’90. I cascami grunge si avvertono. E Down è quasi un pezzo stoner. L’iniziale When pain comes to surface parte con il riff panteriano più stupido e scontato possibile e si sbadiglia spesso ma non mancano sprazzi di incongrua ispirazione come Race of hate. Me li ricordavo peggio.

KREATOR – Outcast

Marco Belardi: In interviste relativamente recenti, Mille Petrozza ha spesso sostenuto che Cause for conflict è l’album dei Kreator che a lui piace di meno. Ben lungi dall’ essere quello del 1995 un capolavoro, rammento comunque a me stesso la cavalcata che ha portato i crucchi, in quel decennio, a portar via dai Sodom il loro unico chitarrista decente (Frank Gosdzik, o all’ epoca “Blackfire”), a reclutare un batterista pazzesco come Joe Cangelosi dei Whiplash, ma soprattutto a cogliere l’attimo quando i Coroner sono andati a puttane per mettere in line-up quel mostro di Tommy Vetterli. Il tutto in momenti differenti, che non sempre hanno partorito album efficienti al 100%. Fa eccezione Outcast, probabilmente il loro lavoro meglio riuscito dalla fine degli ottanta. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: PARADISE LOST – One second

31 luglio 2017

Marco Belardi: Il mio primo approccio con i Paradise Lost è stato il videoclip di Pity the sadness, dove compariva questa band death/doom capitanata da un tipo uguale a Gesù Cristo, fattore sufficiente a farmi comprare il cd entro 48 ore (Shades of God) e ad avvicinarmi alla formazione di Halifax. Scoprii, in breve, che si erano di lì a poco messi a cantare pulito e in una maniera che mi ricordava un certo James. Inoltre, Gregory Mackintosh sarebbe divenuto in breve uno dei miei chitarristi metal preferiti per tocco e personalità. I problemi, tuttavia, sopraggiunsero con la recensione di One Second, letta su non ricordo bene quale rivista. Capita a quelli che vanno di matto per i Nirvana e scoprono poco dopo che “lui” è morto, o a quelli che in piena follia adolescenziale per i primi Metallica vengono a sapere che un amico ha ascoltato Load, e che le cose stanno così. A quell’età e negli anni novanta non t’importava se un giorno avresti apprezzato il sesto disco dei Metallica: una recensione poteva davvero abbatterti, ma almeno all’epoca non le scrivevano persone insensibili come Cesare Carrozzi. Mi sono avvicinato a questo album controvoglia, e oggi sono consapevole che dopo Icon e Draconian Times, votati completamente alla forma canzone e riusciti nella loro quasi totalità, un terzo episodio similare avrebbe rischiato di fallire. Nick Holmes e soci hanno così ammorbidito le chitarre pur mantenendone l’approccio elettrico e la drammaticità degli assoli, e la voce ferale di chi performò Dead emotion, in seguito già mutata svariate volte, qua aveva finalmente raggiunto un’ identità propria. Prendendo le distanze da Hetfield e ispirandosi in alcuni tratti perfino al gothic rock (rappresentato musicalmente anche dalla messa in evidenza di molte linee di basso di Stephen Edmondson) ed a Gahan (sentire la strofa di Sane per credere). Il livello dei brani è assolutamente in riga con Draconian Times, si tratta soltanto di accettare che i Paradise Lost avevano assunto un’ identità differente, idea che porteranno avanti all’estremo su Host per poi fare retromarcia come tutti sappiamo. Band dalla continuità incredibile, che in carriera reputo non abbia mai fatto un passo falso eccetto il debut album Lost Paradise del 1990. E One second è uno degli apici assoluti raggiunti in quasi trent’anni di esistenza.

Trainspotting: One Second fu il primo disco dei Paradise Lost che ascoltai, e anche il primo disco metal che non mi fece impazzire. Ciò è altamente esemplificativo, perché all’epoca ero ragazzino, ero entrato da pochissimo nel mondo del metallo e tendevo comprensibilmente ad impazzire per qualsiasi cosa ascoltassi, dato che per me era tutta una novità. Dopo un po’ individuai le canzoni che mi piacevano di più e presi ad ascoltare solo quelle: la splendida titletrack, il tamarrissimo singolo Say Just Words e The Sufferer. Le altre non le ho più praticamente mai ascoltate.  (Leggi tutto)

Inni al firmamento al crepuscolo

30 luglio 2017

 

Il miglior complimento che si possa fare ad Anthems è quello di essere paragonabile ad In The Nightside Eclipse. Mi spiego meglio: esiste gente che preferisce Anthems al debutto, e la cosa è perfettamente comprensibile. Non condivisibile, almeno non da me, ma comunque comprensibile. Questo lo specifico sin da subito per contestualizzare il disco, che è uno dei più grandi capolavori mai scritti da mano umana, o da zampa caprina.

Anthems to the Welkin at Dusk è esattamente ciò che il titolo promette. Inni al firmamento al crepuscolo. Rispetto a In The Nightside Eclipse le atmosfere si ampliano, diventano più epiche ed introspettive, non solo proiettate verso l’interno ma anche verso sé stessi. A differenza del primo, i demoni qui celebrati non sono più quelli esterni, siano essi i genius loci del paesaggio norvegese o le potenze malefiche invocate come da copione del black metal primigenio: è invece lo spirito primordiale dell’anima, una sorta di daimonion socratico, che si risveglia nella contemplazione della natura e nell’annullamento panteista in essa. In questo senso Anthems è un disco meditativo, la cui interpretazione si rivela estremamente variabile a seconda di chi lo ascolta.

Non è un disco che si può ascoltare da adulti e sperare di poter capire davvero. Spero per voi che lo abbiate scoperto e amato da adolescenti. Certe tematiche vanno prese profondamente sul serio per essere comprese; e chiaramente non ci si può immedesimare nella visione del mondo degli Emperor se non si hanno sedici anni, tanto tempo da perdere e l’ingenuità di chi sta scoprendo il mondo in quel momento; tantopiù che gli stessi Ihsahn e Samoth avevano una ventina d’anni al momento di scrivere i pezzi. E c’è un’altra cosa, molto importante: gli Emperor ti davano la dimostrazione incontrovertibile che tu avevi ragione. Quando sei adolescente e ti avvicini a una certa musica e a certe tematiche, il tuo destino è segnato: stai remando controcorrente rispetto al mondo. Poi ognuno prende la cosa in maniera diversa: c’è chi diventa depresso e lagnoso, chi esce nelle strade del paesino con la maglietta degli Sbudellation e rutta in faccia alle vecchiette, ma c’è sempre quel momento in cui puoi pensare di stare sbagliando tutto. Del resto da adolescenti si è molto volubili, e se tutti ti dicono che stai sbagliando è normale cedere talvolta e dubitare del metallo; e di sé stessi. I primi due degli Emperor erano invece la prova tangibile e inoppugnabile che no, porca puttana, è il mondo che sbaglia, e io invece ho ragione. E a vent’anni di distanza, con tutta la sicurezza e la tranquillità d’animo dell’età matura, posso confermare senza ombra di dubbio alcuno che sì, avevo ragione io, e ho ancora ragione io. Gli Emperor erano un limes profondissimo tra noi e loro, tra chi può capire e chi no, chi è affine alla nostra sensibilità e chi si sta perdendo seriamente qualcosa. Ho scritto molte volte che è mia convinzione che una determinata sensibilità ce l’hai nel sangue, e non la acquisti; dipende dalla tua indole, dalle tue inclinazioni naturali, dalla tua visione del mondo: in questo senso, Anthems e ITNE sono due delle più infallibili cartine di tornasole per capire da che parte stai.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: EMPEROR – Anthems to the Welkin at dusk

29 luglio 2017

Il sottopassaggio della stazione dei treni di Firenze è il luogo dove penso di avere passato buona parte del periodo delle scuole superiori. C’erano due negozi di musica, ora uno è scomparso e credo sia stato sostituito da uno di quegli outlet di abbigliamento cinesi, e all’epoca ricordo che straripavano di dischi metal di ogni sorta. Ti piazzavano in vetrina fra le nuove uscite del mondo discografico The Sound of Perseverance senza troppe menate. Uno aveva perfino la sezione  dell’usato, dove per due lire trovavi delle cose incredibili. La cosa che li accomunava era la presenza di lettori cd murati al bancone coi chiodi di Hellraiser, per evitare che qualche pischello glieli portasse via.

I negozianti mi conoscevano benissimo, poiché era lì che finivano le mie paghette settimanali, e uno dei due -Nicola- sapeva benissimo quali fossero le fittonate che gradualmente, e più o meno temporaneamente, mi affliggevano. Era toccato in quel periodo a quel black metal evoluto che usciva dagli schemi delle prime due ondate… Era perfetto, suonato e prodotto bene, e in tre anni erano usciti Battles in the North, Nemesis Divina e Anthems to the Welkin at Dusk. Conoscevo soltanto i primi due, perché un compagno di classe sosteneva di essere di estrema destra e siccome secondo lui quegli album lo erano altrettanto, li aveva comprati e me li aveva passati. Non tutto il male viene per nuocere.  Nemesis Divina è uno dei due dischi che consiglierei a qualcuno per avvicinarlo al black metal, escludendo per motivi di stile quel capolavoro di contaminazione, evoluzione e maturità che è Enthrone Darkness Triumphant. L’altro è questo degli Emperor, non ho dubbi. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: KONKHRA – Weed Out The Weak

28 luglio 2017

La Danimarca è un paese spesso nominato dai metallari, per i Mercyful Fate, per un batterista spesso accusato di non sapere suonare, e perfino per i Konkhra. Questi ultimi, a dire il vero sono più noti al pubblico per essersi giocati male le proprie chance che per essere usciti alla ribalta al momento giusto. Il che era avvenuto. Dopo un debutto onesto, infatti, il gruppo di Anders Lundemark avrà l’occasione di affermarsi come una delle migliori realtà di death metal mainstream già al secondo capitolo discografico, perché Spit or Swallow all’epoca aveva tutto: copertina provocatoria e fuori dagli schemi del genere, groove a secchi, un paio di videoclip fissi in rotazione nei programmi dedicati da quel canale che in anni recenti ha puntato tutto su buzzicone all’ ultimo stadio, gente che non ha capito di essere gravida dopo otto mesi, copiosi reality e, per citarne una, la bomba. Facelift.

In linea di massima, di pezzi buoni in Spit or Swallow ce ne erano almeno 4-5, e quando i Konkhra si appresteranno a dar luce ad un suo successore, Lundemark si farà prendere dalla sindrome del Paris Saint Germain, sicuro che il 1997 sarà l’anno in cui la distanza con Obituary, Napalm Death o Entombed sarà definitivamente colmata. Il cantante inizia ad arruolare gente famosa come se dovesse vincere il campionato, ma i nomi non bastano nonostante corrispondano al primo batterista dei Machine Head, Chris Kontos, e a James Murphy (Leggi tutto)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: