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Frühstück ist fertig: i figli di Pasquale Ametrano e il nuovo disco dei Tankard

22 giugno 2017

Non so se vi è mai capitato di avere contatti con italiani di seconda o terza generazione nati all’estero. Se avete, che so, un prozio trasferitosi a Dusseldorf o a Broccolino nel ’49 e ne andate ogni tanto a trovare i discendenti, ‘ste faccende le conoscerete meglio di me. Per quel poco che mi è parso di capire, il discorso, mutatis mutandis, non è poi diversissimo dal beur con passaporto dell’Unione Europea che, magari figlio di una famiglia tranquillissima che ha sempre pensato a lavorare e a farsi gli affari propri, a un certo punto scopre il mondo delle droghe chimiche e della prostituzione maschile e poi si fa saltare in aria in un centro anziani. Se hai una bassa scolarizzazione, essere strappato alla terra dei tuoi padri non può che farti malissimo. Un cafone del Sud, un cafone delle mie parti, avrà sempre una sua poesia, che gli deriva dal rappresentare uno dei volti di un contesto ancestrale al quale è legato in modo indissolubile. Se lo togli da questo contesto ancestrale – dove anche un alcolizzato analfabeta che fa sesso con le sue pecore è comunque frutto di processi culturali durati millenni – diventa solo un buzzurro pressoché intercambiabile con i suoi equivalenti di altre origini.

Nell’ultimo annetto e mezzo, per faccende personali con le quali ora non vi sto ad annoiare, mi è capitato di trascorrere diverse settimane in Germania e mi sono un po’ reso conto di questa cosa. Di recente, per esempio, ho dovuto portare dei documenti al consolato di Stoccarda. Quando vado a fare la fila in un ufficio pubblico a Roma, di solito sono la persona vestita peggio. Lì ero la persona vestita meglio. L’ostile indolenza degli addetti, che costano peraltro il doppio dei colleghi tedeschi, mi fa giurare che non mi lamenterò mai più del personale del II Municipio capitolino. In fila all’ufficio certificati c’è una ventina di persone che sembrano provenire da un grado evolutivo precedente l’homo sapiens. Il look è grossomodo quello dei rom che bevono le Peroni alle otto del mattino all’ombra del sottopassaggio della Stazione Tiburtina. Un paio sembrano palesemente ‘ndranghetusi e mi risale un vecchio rovello: se si facesse una serie televisiva con le palle sulle cosche calabresi, Narcos sembrerebbe una barzelletta. (Leggi tutto)

Il disco dell’anno

21 giugno 2017

Messa così potrebbe sembrare pretenziosa, ma voi affezionati 24 lettori di Metal Skunk avrete ormai capito che il sottoscritto ha sempre ragione e sono dunque sicuro che, se mi deste retta e ascoltaste il disco, sareste costretti a convenire: Far From Light è il disco dell’anno. Perché se leggete questo blog ce l’avrete di sicuro anche voi quell’angolo di cuore che sa apprezzare il metallo per i giusti motivi. Il metallo non è univoco, come saprete: anzi, il metallo sa essere ondivago e incostante, e c’è un sacco di gente che frequenta i nostri stessi ambienti i cui gruppi preferiti sono però i Whitechapel o gli Amon Amarth, e quindi magari non bazzica qui ma su altri siti teoricamente affini. Sono in mezzo a noi ma non sono come noi, come grossomodo diceva quel tizio negli anni novanta. Invece la nostra è una concezione del metallo molto particolare, forse vecchia, probabilmente sfigata, però sicuramente giusta. Noi siamo nel giusto. Noi abbiamo gli anni che abbiamo e siamo giunti a comprendere il vero spirito del metallo, il nocciolo duro assoluto e spoglio da qualsiasi superfluo orpello, la sua idea platonica. È come se ascoltassimo una decina di cose, sempre le stesse, e tutti i gruppi che si alternano nel lettore non sono null’altro che variazioni di quelle cose. Tipo la teoria che ogni canzone dei primi quattro dischi dei Black Sabbath ha dato vita ognuna a un genere diverso. I Lunar Shadow sono tedeschi, esteticamente parecchio brutti e sfigati, e a primo impatto sono un gruppo clone degli Warlord. Ovviamente in tono minore, soprattutto per quanto riguarda il lato tecnico; voglio dire, ve le ricorderete le linee di batteria degli Warlord. Però è vero che dagli Warlord prendono qualsiasi cosa, o quantomeno ci provano, dalle atmosfere rarefatte alle linee di chitarra solista fino alla voce di Alex Vornam, il quale nelle notti più impetuose si sveglia tutto bagnato dopo aver sognato di essere il Damien King III trionfante sul palco del Wacken.  (Leggi tutto)

ICED EARTH – Incorruptible

19 giugno 2017

Il titolo mi piaceva un casino: Incorruptible, incorruttibile; quando l’ho letto ho subito pensato ad un album ortodosso, duro, con le palle quadre, magari un mezzo ritorno alle origini (anche se da quello specifico punto di vista forse ero un filo troppo ottimista ), insomma mi aspettavo qualcosa di buono. E invece no. Già col primo pezzo estratto, Seven Headed Whore, l’impressione è stata quella di un gruppo arrivato spompatissimo, nonostante poi si tratti del pezzo più aggressivo dell’album. Per dire, è una sorta di Violate miscelata con Framing Armageddon (la canzone) e corretta con mezza boccetta di Valium, un cazzo di cocktail letale, amici lettori. Per secondo singolo è arrivata Raven Wing, canzone che comincia acustica e vira verso l’elettrico poco dopo, la quale si lascia ascoltare per il tempo che dura senza particolari cali ma pure senza guizzi di sorta, in linea con le ultime produzioni Iced Earth, giusto un filo peggio. Appresso ancora hanno messo su youtube Great Heathen Army, e se l’avessero pubblicata per prima non avrebbero fatto un soldo di danno posto che è una delle migliori del disco, se non altro all’altezza del ritornello che prende piuttosto bene. L’altro giorno invece ho trovato su youtube pure Clear The Way, nove minuti assurdamente buttati nel cesso nel tentativo di suonare “epici” come gli ultimi Maiden (ma perché?!), con un inizio fiacchissimo, una parte centrale sciapa da mori’, insomma vaffanculo. Ad ogni buon conto, pur essendo di merda, ‘sta canzone surclassa qualsiasi cosa abbiano cacciato i Maiden negli ultimi anni, il che è tutto dire.  (Leggi tutto)

Gli islandesi sono belli: SÓLSTAFIR – Berdreyminn

17 giugno 2017

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Per farvi capire a che livello sia arrivato in passato il mio feticismo per l’Islanda, vi dico solo che al momento di scegliere la lingua da studiare all’università pensai di optare per l’islandese. Mi sentivo tipo quelle bimbeminkia che avevano cominciato a studiare tedesco solo perché gli piacevano i Tokio Hotel. Perché non c’è niente da fare, l’Islanda è assurda. Se non altro perché da poco più di 300mila abitanti sono usciti artisti quali Björk e Sigur Rós. Un po’ come se Bologna sfornasse continuamente musicisti di fama mondiale, ma ciò che di meglio ci ha dato è stato Gianni Morandi.

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Quando si dice la globalizzazione…

In ambito metal il Paese scandinavo ha invece dato i natali, tra i più importanti e conosciuti, a Falkenbach (forse) e ai Sólstafir. Berdreyminn è il loro sesto album e dalle premesse (leggi singoli) non ispirava nulla di troppo buono. Non avendo più studiato islandese, Ísafold dal titolo mi ha pericolosamente ricordato Ísjaki, mentre i primi secondi di Bláfjall sembrano essere usciti da un album degli Skepticism. In realtà queste canzoni non fanno altro che ripercorrere gli stilemi di Ótta con un’andatura radiofonica e più tendente all’hard rock. Idem Silfur-Refur – che però alla fin della fiera è il migliore dei tre singoli e molto probabilmente anche la migliore traccia del disco. Il fatto che sono più orecchiabili del solito non sarebbe di per sé un male, se solo non fosse che la voce di Aðalbjörn Tryggvason non è sempre a suo agio su queste frequenze e che la stessa ricetta viene ripetuta fondamentalmente per tutto l’album. Se poi ci butti dentro due ballad (Hula e Dýrafjörður) nelle quali la voce del cow-boy islandese ci sta bene come l’ananas sulla pizza… Anche qua, il problema non è il fatto che sono ballad. In passato ne avevano già composte di molto smielate, con la differenza però che Fjara (per esempio) è un unicum in tutto Svartir sandar: un doppio album fantastico. 

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BLOOD CEREMONY @Traffic, Roma – 09.06.2017

13 giugno 2017

Una serata a lungo attesa sembra superare ogni aspettativa nel momento in cui la fantasmagorica Alia O’Brien si siede sullo sgabello accanto al mio davanti al bancone del bar, presumibilmente anche lei intenta a cercare sollievo all’arsura atroce della giornata. L’occasione per attaccare bottone con questa donna della razza migliore è imperdibile e io mi lancio senza indugi nella conversazione, ma lei mi guarda abbastanza perplessa senza concedermi le attenzioni che, da vero fan, credevo di meritare. Proprio mentre sto cominciando a dubitare della mia capacità di esprimermi in idioma albionico, mi sento rispondere in un italiano perfetto che le dispiace ma non parla bene la lingua… inglese. Woah, senso di leggera vertigine, cerco di riavvolgere il nastro nella mia testa e mi rendo conto di avere sovrapposto la tipa (in qualche misura somigliante) della biglietteria/bar con la mia cantante preferita. Tento una supercazzola da manuale, mi giro e vedo il Conte ed Enrico sghignazzare impietosi. Mi piacerebbe imputare il tutto ai postumi di un’indigestione-sbornia ‘lavorativa’ della mattina, ma credo che invece sia solo un mix letale di senilità e rincoglionimento che da sempre mi coglie davanti alle signorine. A mia parziale discolpa c’è da dire che nel giro di pochi minuti un altro disperato è venuto a chiederle di firmare il poster, cosa che poi ha convinto la ragazza a defilarsi per evitare le attenzioni dei questi groupie-boys dall’evidente ritardo mentale. Nel frattempo i Nineleven (da tempo mia fissa personale) stanno suonando tutto il loro nuovo album (Uno Sporco Trucco) davanti ad un pubblico esiguo e anche piuttosto scarico. L’album lo sentirò per bene, ma loro avrebbero meritato un po’ di calore ed entusiasmo in più da parte dei presenti. Scambio due chiacchiere col tipo con basettoni e occhiali degli Admiral Sir Cloudesley Shovell, lui davvero impossibile da non riconoscere, compro il vinile dell’ultimo Keep it Greasy (già nella mia top ten personale dello scorso anno) e pure una maglietta con il gufo mascotte, dopodiché il tizio mi saluta, ché tocca a lui salire sul palco. Il suono generale è un po’ confuso (la voce soprattutto), ma gruppi come questo sono una di quelle cose che ti riconciliano col mondo: il rock and roll cafonazzo di una volta, una formula primordiale alla quale non verranno mai meno le ragioni di esistere. Tre quarti d’ora di schioppettate che si concludono con la doppietta Tired ‘n Wired e Red Admiral Black Sunrise, e anche il pubblico più sonnacchioso comincia a darsi una bella svegliata. Se per loro non fosse un’offesa li definirei addirittura un gruppo di classe. Fuori dal locale, comodamente adagiati sul divano, ritroviamo pure Ciccio e Carlo reduci da una sessione dal Quagliaro di circa tre ore.  (Leggi tutto)

La reunion dei RHAPSODY e lo spirto guerrier ch’entro ci rugge

12 giugno 2017

A Milano gli orari sono più simili a quelli tedeschi che a quelli romani. Me ne rendo conto sin da subito, perché i Labyrinth attaccano a suonare alle 19 come da programma: io arrivo all’Alcatraz una decina di minuti dopo, convinto di essere in largo anticipo (“figurati se fanno davvero cominciare un concerto alle sette“), e invece no. Mi sono perso dieci minuti dei LABYRINTH, più o meno un terzo della durata del loro concerto, visto che li hanno fatti suonare giusto una mezz’oretta; il che è un peccato, perché Tiranti e compari tirano su un’esibizione davvero pregevole. Discograficamente li ho persi di vista qualche disco fa, ma adesso toccherà fare un ripasso generale: la scaletta è quasi totalmente incentrata sul nuovo Architecture of a God, i cui pezzi suonano maturi, raffinati e con un approccio prog che ben si sposa alle ottime doti tecniche dei musicisti – peraltro oggi c’è addirittura John Macaluso alla batteria. Loro si divertono tantissimo sul palco, specie Thorsen, che sembra un bambino la mattina di Natale. Chiudono con Moonlight, che ci riporta di colpo a fine anni novanta, preparando il terreno per i Rhapsody. Da riscoprire assolutamente.

Ah già, ci sono pure gli EPICA. Seriamente, qualcuno mi sa spiegare il successo degli Epica senza mai nominare la cantante? Quest’anno è la seconda volta che mi capitano davanti, e spero quantomeno di aver esaurito il bonus-merda del 2017. Oggi poi è un incubo che non auguro a nessuno: questi suonano quasi un’ora e mezza e dall’Alcatraz per qualche motivo non si può uscire e rientrare (a proposito: ma perché?), quindi siamo bloccati là dentro con gli Epica che suonano per un’ora e mezza con volumi altissimi, e penso ad alcuni miei colleghi di MS, tipo Ciccio o Piero Tola o il Messicano, che in questa situazione avrebbero tentato di suicidarsi prendendo uno spigolo a testate fortissimo oppure alcolizzandosi fino a lasciarsi morire nei propri liquidi corporei abbracciati al cesso dell’Alcatraz. Di questa scena in particolare mi immaginavo proprio la foto sul giornale del giorno dopo, e se fossi davvero Irvine Welsh saprei sicuramente descriverla meglio. Fortunatamente l’Alcatraz ha lo spazio con le poltroncine su cui rifugiarsi, ché è vero che dagli EFICA (grazie, Maurizio) non puoi scappare, ma quantomeno te li subisci seduto.  (Leggi tutto)

E CHI SE NE FREGA #14

9 giugno 2017

Bentornati a E chi se ne frega, la frizzante rubrica sui titoli più inutili e imbecilli usciti su Blabbermouth.

Mikael Akerfeldt racconta di quella volta che Dave Mustaine gli fece provare la sigaretta elettronica

Per la cronaca, aveva creduto fosse droga e ci si era pure stonato.

Il cantante dei Kreator parla della sua dieta vegana

Jack Russel: l’alcol e la droga sono le cose peggiori del mondo

Aggiungiamoci anche il sesso, magari. Per i più giovani, stiamo parlando dell’ex cantante dei Great White, non del simpatico cane da compagnia.

L’ex cantante dei Motley Crue John Corabi spiega i motivi del fallimento commerciale del disco del ’94

Lo ha già fatto Piero.

Riapre a Las Vegas il negozio di fumetti del batterista dei System of a Down

I Saxon derubati di passaporti, portafogli e telefoni

Ed è successo a Umea, Svezia, non nei sobborghi di Caracas.

Duff McKagan vende la sua casa di Sherman Oaks per 3 milioni di dollari e 785mila

E qua i commenti non riesci a non leggerli.

Ah, la gioventù. Quando avevi il tempo di leggere tutti i commenti dei troll di Blabbermouth. A volte gli fregavi semplicemente qualche battuta, a volte ti suggerivano spunti che diventavano articoli, altre ancora ti leggevi per principio i commenti di quei tre o quattro che si distinguevano di più. (Leggi tutto)

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