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Avere vent’anni: ICED EARTH – Something Wicked This Way Comes

22 giugno 2018

Trainspotting: Per qualche motivo Something Wicked è considerato da moltissimi come il migliore della discografia di Jon Schaffer, e questa cosa sinceramente non l’ho mai capita. Non solo perché i precedenti sono incomparabilmente migliori, ma soprattutto perché l’ho sempre trovato piuttosto noioso, ingessato com’è nell’alternanza pezzo lento/pezzo incazzato, e privo peraltro della sanguigna furia luciferina che aveva reso gli Iced Earth grandissimi e unici nel proprio genere. Il primo approccio con questo disco lo ebbi grazie al video di Melancholy, che mi folgorò e forgiò la mia concezione di ballata cazzuta, in netta contrapposizione alle ballatone stracciamutande in cui solitamente indulgevano i gruppi power metal. Una ballata che può esse fero e può essere piuma, e che a differenza di Mario Brega può esserlo nello stesso momento. Il resto dell’album, però, non è a quei livelli; e paradossalmente proprio per il fatto che è troppo educato per essere il successore di Dark Saga, Night of the Stormrider e via dicendo. I suoni si fanno più puliti, gli spigoli si smussano, l’aggressività viene addomesticata, e la claustrofobia asfittica dello stile di Schaffer, fino a quel momento un pregio distintivo degli Iced Earth, viene fuori per la prima volta come difetto. Anche i pezzi migliori, come Stand Alone o The Coming Curse, tendono a scorrere in sottofondo, senza più stringerti forte le viscere come accadeva prima. Con Something Wicked This Way Comes la magia degli Iced Earth scompare, e da questo momento in avanti si dovranno spulciare i loro album alla ricerca di perle isolate in un mare di moscerìa.

Cesare Carrozzi: Ho sempre pensato a Something Wicked This Way Comes come ad un The Dark Saga più lungo, anche più pretenzioso se vogliamo, ma assai meno ispirato. Per carità, amici del metallo, si tratta sempre di un discone di caratura tale che il Jon Schaffer odierno darebbe volentieri la palla destra per poter scriverne un altro (nel caso di The Dark Saga entrambe, per Burnt Offerings oltre alle palle dovrebbe necessariamente sacrificare il primogenito a Satana), solo che, messo a confronto del diretto predecessore uscito appena due anni prima, suona un po’ sbiadito, un po’ piatto, senza tutto ‘sto mordente. Tra l’altro in almeno un caso, Melancholy, emerge anche l’autoplagio con I Died For You da The Dark Saga, cioè la stessa canzone, vagamente rimaneggiata, riproposta nella speranza di bissare il successo dell’originale. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: MERCYFUL FATE – Dead Again

21 giugno 2018

Mi dispiace un sacco di dover parlare male dei Mercyful Fate, perché sono uno di quei gruppi heavy metal dall’approccio estremo a cui mi sono affezionato veramente tanto, e che seppero uscire da canoni che il genere aveva indirizzato su binari molto severi. Quantomeno negli anni Ottanta, quelli dell’estetica e dell’esaltazione totale dei cliché. King Diamond era avanti rispetto ad un sacco di gente già nel 1983, e poco importa se il suo stile canoro non piacerà a chiunque: è un’istituzione, e, da amante del metal estremo così come di quello classico, non può non essere un punto di riferimento per il sottoscritto, come dallo stesso periodo lo sono assolutamente i Celtic Frost.

A un certo punto, però, mi rileggo quello che ci riporta a galla il 1998 su Avere vent’anni questo mese, e ricollego: non avevo recensito Voodoo – inciso dal Re Diamante con la band “solista” – proprio pochissimo tempo fa? La realtà è che il musicista danese ha sempre alternato periodi pacati ad altri di frenetica iperattività, e gli anni Novanta furono per lui davvero un bel casino. I Mercyful Fate erano tornati alla ribalta, e se in un primo momento l’avevano fatto davvero col botto (Return Of The Vampire, ma, ci tengo a sottolinearlo nuovamente, specialmente il successivo In The Shadows, ovvero uno dei punti più alti di tutta la loro discografia), la marea calò piuttosto velocemente. Sono più affezionato ai Mercyful Fate, ma devo ammettere che i King Diamond sarebbero riusciti ad essere molto più costanti nel tempo. Così, a poco tempo dall’uscita di Voodoo, i Mercyful Fate calarono la carta Dead Again, e solo un anno dopo avrebbero pubblicato 9 prima di rendersi conto che era giunta l’ora di farla finita.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: THE HAUNTED – s/t

20 giugno 2018

Sono cose che capitano.

A me è capitato due volte di perdere la testa per band che erano appena andate a puttane: nel primo caso i Nirvana, poi gli At The Gates. Nel 1994 mi capitò per la prima volta di sentirmi affezionato a dei gruppi musicali: in pratica passai dall’ascolto ripetuto di ciò che girava nell’Alfa Romeo dei miei – come Nord Sud Ovest Est, i greatest hits dei Queen, oppure Terremoto dei Litfiba – all’interessamento radicale verso quello che passava in televisione sotto forma di chitarre elettriche ed altamente distorte. Coi Nirvana fu amore a prima vista, ma non feci in tempo a pensare quanto sarebbe stato bello, un giorno, vederli dal vivo: qualche settimana più tardi, un altro canale avrebbe trasmesso il telegiornale per avvertirmi che il mio nuovo idolo adolescenziale si era appena sparato in faccia.

Più avanti mi capitò con gli At The Gates, con le dovute proporzioni e soprattutto considerando il fatto che ero già più grandicello: Slaughter Of The Soul mi era sembrata la cosa più fica fra quelle che Superock passava, era moderno e mi aveva scosso tanto quanto Demanufacture. Per qualche strano principio disdegnavo tutto quello che suonava oltre al passo con i tempi, e gli At The Gates erano una delle rare eccezioni, così come lo furono i Pantera degli anni novanta, oppure Chaos A.D. Assistere al video di Blinded By Fear fu un qualcosa ai limiti del sismico, per dirla come il titolo dei Litfiba che ho rammentato sopra, è che oltre tutto, è anche il loro album che preferisco.  (Leggi tutto)

I nuovi standard: KATAKLYSM – Meditations

19 giugno 2018

Avete presente il giochino dei pro e dei contro? Se lo si facesse coi Kataklysm l’elenco penderebbe sicuramente dalla seconda parte, ma per certi aspetti devo comunque essere riconoscente verso i canadesi: un po’ perché intervistai Maurizio Iacono ai tempi di Shadows & Dust e fu una delle chiacchierate telefoniche più piacevoli che io ricordi, e un po’ perché, senza fare troppo il complicato o l’esigente, i loro dischi compresi fra The ProphecySerenity in Fire erano piuttosto accattivanti. Semplici, diretti e sorretti dalla inconfondibile voce dell’italoamericano, nonché dalle loro caratteristiche bordate di batteria.

I problemi dei Kataklysm sono principalmente due. Il primo è il fatto che, una volta trovata la ricetta vincente, sono entrati un po’ troppo in pilota automatico, e in pratica fino al penultimo Of Ghosts and Gods si notava più che altro il subentro alla batteria di un’autentica macchinetta come Olivier Beaudoin. Per entrare in dettaglio, il loro è un batterista che non mi piace affatto: ha tecnica da vendere ed è impostato oltre misura, ma non trasuda un briciolo dell’energia che il picchiatore di lungo corso Max Duhamel era stato in grado di liberare, come da manuale del metal estremo. Beaudoin è freddo nell’esecuzione, e più avanti vi ripeterò che nell’ultimo album si è anche ritrovato abbandonato ad una produzione un po’ troppo confezionata, e, nel caso dei suoni di cassa, ai limiti del ridicolo. Non noto inoltre una particolare differenza fra la maggioranza degli album dei Kataklysm che hanno seguito Epic – The Poetry of War: cambiano i tempi, il modo di produrre, e, in piccolissime dosi, la formazione. Il fatto è che Iacono e Dagenais si sono ben guardati dallo spostare troppi elementi sulla scacchiera, una volta capito che cosa – della loro proposta – piacesse al pubblico.

Personalmente non ne ho neanche mai compreso lo status di death metal band di punta, anzi attribuisco il tutto al fatto che, a inizio anni Duemila, i Kataklysm avessero azzeccato una mossa rivelatasi poi decisiva. Infatti, in un momento in cui il black melodico da vetrina godeva di ottima popolarità (MidianPuritanical Euphoric Misanthropia), facevano il botto i Die Apocalyptischen Reiter, un volpone come Martin Schirenc lanciava gli Hollenthon, ed avevi un seguito pure se ti chiamavi Orphaned Land ed eri israeliano – quindi tagliato fuori dalle migliori scene – anche uno scemo avrebbe capito che il trucco era quello di mescolare saggiamente le carte, a prescindere da dove provenissero le sue radici. Ad esempio, avrebbe funzionato più che discretamente un vago retrogusto black infilato in un contesto principalmente death metal, ma non troppo pesante altrimenti la gente sarebbe scappata, e con un riffing di base solidamente appoggiato su basi classiche. Non potevi sbagliare, Iacono, ti avrebbe ascoltato chiunque anche se non producevi niente di eccellente: e il fatto che quei tre o quattro dischi in rapida sequenza fossero risultati buoni, fece eccome la differenza. Il problema fu il rimanere stanziali, sulla stessa mattonella alla maniera di un Tony Iommi ai concerti, mentre il tempo scorreva.  (Leggi tutto)

Pain of Salvation / Kingcrow / Aeternum @Largo Venue, Roma, 16.06.2018

18 giugno 2018


Essendomi perso i Dark Tranquillity a Roma (giuro che non fu per Liverpool – Roma), questa è la prima volta che vedo un concerto al Largo Venue, locale di recente apertura che, grazie a qualche nome grosso, buona pubblicità e ottime iniziative, si sta già imponendo nell’ambiente.

Per motivi di lavoro non ho potuto assistere alla performance degli Aeternum, gruppo romano relativamente giovane che un amico arrivato prima di me mi ha descritto “come gli Iron Maiden ma più tecnici”. Immagino quindi che la loro sia una proposta di ispirazione più classica declinata però alle tendenze più moderne del metal. Per fortuna sono riuscito invece ad arrivare circa a metà concerto dei Kingcrow, gruppo rock progressive sempre romano. Non li avevo mai ascoltati prima e sono stati una bella sorpresa, anche perché non mi aspettavo avessero così tanto seguito e riuscissero a riempire più di metà sala. Non conoscendo la loro discografia non posso dire molto, se non che, in base a come hanno annunciato le canzoni, i pezzi più vecchi mi sono sembrati più classicheggianti, mentre quelli nuovi più moderni con qualche influenza post-rock. Inoltre l’equalizzazione e l’equilibrio tra gli strumenti sono stati pressoché perfetti, così come l’acustica del locale.  (Leggi tutto)

Alla ricerca del proprio Lebensraum: DEATH IN ROME – V2

16 giugno 2018

Ormai è troppo tempo che giriamo intorno a questa idea malsana di un festivalino targato Metal Skunk. Nel mio mondo ideale ci ritroviamo in una location in stile medioevale, tipo un castello mezzo diroccato come quello di Rocca Calascio, col gotha dei gruppi power epic italiani, qualche crucco di un certo livello e per chiudere i Manilla Road, mettiamo la pinta di birra a 3 euro, salsicce e arrosticini a sfrigolare copiosi sulle braci e rosti di patate a sfare, volumi a cannone e sfondarsi tutti in allegria fino al giorno dopo, ché ci devono venire a recuperare con le ruspe. Ma purtroppo una location del genere costerebbe tantissimo e/o andrebbe contro tutte le norme sulla sicurezza, con gente sfatta, me compreso, che vola di sotto e cazzi vari. Che poi io non ci vorrei manco guadagnare con questa cosa, sarei pure disposto a rimetterci personalmente, basta che viene fuori una cosa talmente carica di UBERHAIL che i presenti, da vecchi intorno al fuoco, racconteranno ai nipotini di come quella volta i tizi di Metal Skunk finirono tutti in galera dopo aver organizzato l’unico festival della loro vita. Qualcuno qua dentro, invece, la vorrebbe buttare sullo stoner/sludge/doom. E insomma, l’unico problema è che in Italia adesso abbiamo una proposta di livello talmente alto che faremmo fatica a mettere tutta questa gente in un posto solo. Comunque HAIL a sfare anche qui (anche se io propendo sempre per il power epic e il rosti di patate). Il problema vero è che, noi del blog, siamo talmente tanto distribuiti sul territorio italiano ed europeo che la Reuters ci fa ‘na pippa e che già vedersi tutti insieme è diventata un’impresa, figurati mettere due neuroni a fattor comune per realizzare questo epico progetto di conquista del Valhalla (il cui seggio più alto, poi, ci spetterebbe di diritto). Alla fine, temo, che non se ne farà niente perché siamo fondamentalmente dei debosciati. Però una alternativa più concreta ci sarebbe.  (Leggi tutto)

VARATHRON – Patriarchs of Evil

15 giugno 2018

Il ’93 è l’anno degli Lp di debutto di tutte e tre le band cardine del circuito black metal greco. Gli appassionati di musica estrema scoprono che c’è una via al metallo nero diversa da quella scandinava, altrettanto identitaria e proprio per questo agli opposti, con un sound torrido, soffocante e notturno che non ha nulla a che vedere con quello glaciale e nichilista di Immortal e Darkthrone. Schiacciato tra due capolavori come Thy Mighty Contract dei Rotting Christ e Crossing the Fiery Path dei Necromantia, His Majesty at the Swamp non riscosse troppi consensi al di fuori della cerchia underground. Il ricorso alla batteria elettronica e la presenza dell’allora bassista dei Rotting Christ, Jim Mutilator, spinsero molti a rubricare i Varathron come una sorta di side-project. In realtà l’unico membro fisso resterà sempre il cantante Necroabyssious, che già sul successivo, e notevolissimo, Walpurgisnacht ritroveremo affiancato da due tizi che passavano lì per caso. La mancanza di una formazione stabile segnò il destino di una band che avrebbe meritato decisamente di più. Inizierà un lungo silenzio interrotto solo nel ’99 dall’ep The Lament of Gods e da un terzo full, il confuso e irrisolto Crowsreign, nel 2004. Bisognerà aspettare il 2009 perché Necroabyssious riesca a costruirsi una line-up solida e stabile e ritagliarsi, col tempo, un proprio ruolo all’interno della scena, quello di portabandiera dei suoni e dell’estetica del black greco primordiale, mentre i Rotting Christ, pur rimanendo fortissimamente loro stessi, cambiavano pelle disco dopo disco e i Necromantia restavano in congelatore a tempo indeterminato. Da questo punto di visto, un titolo vagamente autocelebrativo come Patriarchs of Evil ci può stare. (Leggi tutto)

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