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Lest we forget: requiem per i BOLT THROWER

22 settembre 2016

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I Bolt Thrower non saranno più. In effetti non facevano uscire nulla da circa dieci anni, voi direte. Corretto. Ma vuole anche dire che non ci sarà più occasione di vederli dal vivo, il che dovrebbe intristire tutti noi. Non è un mistero il fatto che questi ultimi dieci anni non siano proprio stati di totale inattività. A parte l’incessante presenza live, hanno anche provato a mettere su due o tre riff per fare uscire qualcosa da supportare dal vivo. Niente. In effetti avrebbero potuto, per dire, fare come gli Obituary e riciclare sempre la stessa roba e darci un album scadente come fu Inked in Blood e buonanotte. Ed è ciò che provarono a fare, in effetti, intorno al 2008, ma non essendo pienamente soddisfatti della qualità decisero di lasciare perdere e rimandare in maniera indefinita l’uscita di un possibile successore di Those Once Loyal. Poi la morte del batterista Martin Kearns, con loro per più di quindici anni, seguita da uno stato di momentanea ibernazione e infine lo scioglimento definitivo. Quello che è certo è che se ne va con loro un pezzo di storia del death metal. Album irrinunciabili come Warmaster e The IV Crusade dovrebbero essere nella collezione di tutti noi.

Furono probabilmente loro ad aprire la strada a un modo alternativo di concepire il death metal in Europa: più cadenzato, pesante e basato al 100% sul culto del riff, contrariamente a una tradizione estrema, quella britannica, che all’epoca (poco dopo la metà degli anni ottanta) si rifaceva pesantemente al grind e alle sue radici, e cioè il crust e l’anarcho-punk di band come Oi Polloi o Electro Hippies. (Leggi tutto)

Nostalgia canaglia: ABLAZE MY SORROW – Black

21 settembre 2016

ablaze-my-sorrow-blackAd uso e consumo dei più giovini tra di voi, si informa che gli Ablaze My Sorrow non sono uno di quei gruppettini americani crap-core che adottano tre parole nel proprio moniker per avere più carisma e sintomatico mistero, bensì trattasi di storica band svedese venuta su nei primi anni ’90 a seguito dell’esplosione del cosiddetto Gothenburg style. Il dubbio che qualcuno meno canuto di quanto lo siamo noi possa legittimamente fraintendere m’è venuto leggendo un’intervista di qualche anno fa ad Anders Brorsson, nella quale il bassista ci teneva, appunto, a specificare ‘sta cosa. Va da sé che di Black non si può fare che un discorso nostalgico per persone nostalgiche che amano i gruppi che fanno leva proprio sulla nostalgia e il ricordo, tipo gli Ablaze My Sorrow (o gli At The Gates stessi). Perché qui di nuovo non c’è niente, nessuna sperimentazione e nessun volo pindarico: solo death metal melodico come lo si faceva in Svezia nei primi anni ’90. Punto. Chi ha vissuto intensamente quel florido periodo ricorderà sicuramente l’esordio, If Emotions Still Burn (che quest’anno compie vent’anni e che di conseguenza verrà trattato nell’apposita rubrica), con la proverbiale lacrimuccia pronta a scendere e a farlo sentire ancora un po’ più rincoglionito di quanto non lo sia già. Non avevo idea che gli AMS fossero ancora vivi, né tantomeno che fossero in procinto di pubblicare un nuovo disco. Quindi mi casca questo gioiellino inatteso tra le mani che ha generato in me la stessa compiaciuta soddisfazione di quando mi capita di ritrovare dieci euro infilati in una tasca di un pantalone che non usavo da tanto. (Leggi tutto)

Il rincitrullimento dei SABATON è una pessima notizia per tutti

20 settembre 2016

sabaton-the-last-standChe l’allontanamento di quattro membri su sei della formazione che aveva inciso Carolus Rex, apice creativo e commerciale della carriera dei Sabaton, potesse aver dato una pesante mazzata alla band svedese s’era già paventato con il successivo Heroes, gradevolissimo ma non proprio ai livelli dei predecessori. L’addio dei due chitarristi originali Oskar Montelius e Niklas Sundén (che hanno nel frattempo fondato i discreti Civil War insieme agli altri due ex, il batterista Daniel Mullback e il tastierista Daniel Mÿrh) ha infatti lasciato campo libero all’istrionico frontman Joakim Brodén e alla sua passione per le melodie da cartone animato. Melodie che erano parte integrante del fascino naif che ha reso i Sabaton un guilty pleasure irresistibile anche per gente, come me e Charles, che aveva smesso di seguire il power metal da due lustri e passa ma che, non più controbilanciate dalle chitarre e da un afflato epico genuino, hanno reso i Sabaton la parodia di loro stessi.

The Last Stand è un lavoro noioso e stucchevole dove le poche buone intuizioni annegano in suoni ulteriormente plastificati (per la cronaca, dietro la consolle è rimasto Peter Tägtgren) e in un tripudio di tronfie tastierone zumpappà che dominano su tutto. Ok, non che prima le chitarre non fossero sacrificate dal mixaggio ma qua sono talmente in secondo piano che in certi frangenti paiono il basso di …And Justice For All. Ci sono pezzi come Shiroyama che hanno quasi un’impostazione dance. Ciò non sarebbe necessariamente un difetto; anche Nemesis degli Stratovarius aveva canzoni degne di essere suonate al Cocoricò ma quantomeno era divertente. Qua l’unico divertimento è giocare a riconoscere le autocitazioni e le scopiazzature dai classici. Si salvano solo l’opener Sparta e Hill 3234 che, come molte delle migliori canzoni dei Sabaton, ricorda una sorta di versione fighetta e iperprodotta – ma altrettanto cafona – dei Grave Digger. A tale proposito, c’è pure un pezzo ispirato alla battaglia di Bannockburn con tanto di cornamuse ma non è ovviamente il caso di fare confronti. (Leggi tutto)

Dialoghi platonici: METAL CHURCH – XI

16 settembre 2016

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Il Messicano: Francè, l’hai sentito l’ultimo dei Metal Church? Io solo qualche pezzo e mi è sembrata roba decente.

Ciccio Russo: Et come, non? Lo stavo riascoltando giusto ieri e in effetti è carino, hanno ripreso pure Mike Howe dietro il microfono. Io sono abbastanza fissato con la loro roba vecchia; i dischi della reunion li ho sempre recuperati ma mi avevano sempre mediamente rotto il cazzo… Oddio, un paio, tipo The Weight Of The World, non erano malaccio, anzi, però XI è decisamente meglio e il ritorno di Howe mi ha fomentato.

Il Messicano: Sapevo di Howe già da tempo: sulla loro pagina ufficiale ne parlano da mesi. Ho sentito 4-5 pezzi una volta e mi sono sembrati abbastanza buoni. Howe lo metterei tranquillamente nella top 10 dei migliori cantanti di tutti i tempi e non scherzo manco per il cazzo. In questi giorni sto riascoltando parecchio Blessing In Disguise.

Ciccio Russo: Blessing In Disguise spacca decisamente ma il mio preferito del periodo con Howe è The Human Factor. Quanto cazzo era bello The Human Factor. Ci sono particolarmente legato perché è quello con il quale li ho scoperti. Che pezzi, che chitarre, che voce. E, in generale, fino a Hanging In The Balance non si discutono proprio, si amano.

Piero Tola: Signore e signori, Mike Howe.

Peraltro, quando Howe li lasciò per i Metal Church, Korban e O’ Hara sciolsero gli Heretic e formarono tali Reverend proprio con il primo cantante dei Metal Church, la buonanima di David Wayne.

Il Messicano: Comunque Mike Howe oggi sembra uno sposato con moglie e figli che va a vedere Ligabue e Vasco Rossi e una volta al mese va a trans mentre la moglie fa zumba e i figli sono in piscina.

Ciccio Russo: Credo sia un profilo che si adatti a buona parte dei cantanti dell’epoca oggi cinquantenni. Ovviamente mai consentire alla moglie di fare zumba, finisce sempre che si tromba l’istruttore.

Il Messicano: Minchia, davvero. Altro che medalz ou iea ivol: finita la moda, sono finiti tutti a fare gli impiegati e a cantare con i gruppi country nel tempo libero.

Ciccio Russo: Comunque, se una mia eventuale futura moglie si iscrivesse a zumba, sarei probabilmente costretto a picchiarla; ho il corso nella sala a fianco a quella dove faccio pesi ed è un festival delle quarantenni assatanate che fa spavento. (Leggi tutto)

Perché la prima stagione di PREACHER non mi ha convinto ma spero nella seconda

14 settembre 2016

 

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Come suppongo parecchi di voi, sono un fan sfegatato di Preacher, che nel ’95 lanciò Garth Ennis nell’Olimpo dei grandi del fumetto contemporaneo. Quando seppi che la Amc (quella di Breaking Bad e The Walking Dead) stava producendo una serie televisiva sulle avventure del reverendo Jesse Custer, all’inseguimento di un Dio che ha abbandonato la sua creazione, ero partito subito con lo scetticismo preventivo tipico dell’integralista bacato, soprattutto una volta appreso che l’arduo compito era toccato a Evan Goldberg e Seth Rogen, quelli di Superbad e Pineapple Express (nonché di The Interview, immondo oltraggio all’augusta figura del Brillante Compagno Kim Jong-un, sempre sia lodato). A Hollywood, Goldberg e Rogen sono tra coloro che più hanno contribuito a nobilitare e rendere cool la figura del nerd, spianando la strada a successi planetari come The Big Bang Theory. Loro stessi si autodefiniscono nerd e va benissimo, chi di noi metallari in fondo non lo è almeno un pochino. Hai raccontato una parte di te e tanta gente si è identificata, chapeau. Si pone però un problema di sensibilità culturale. Preacher è stato scritto da un irlandese con una perenne ghigna da beffardo figlio di puttana che da ragazzo vedeva cattolici e protestanti prendersi a bottigliate al pub la sera; la visione della religione contenuta in Preacher risente di quel contesto. Gli altri pilastri del fumetto sono l’elegia dell’amicizia virile alla John Milius, la fascinazione morbosa per la guerra e la celebrazione dell’identità sudista come manco Lansdale, il quale ci insegna che il Texas è uno stato della mente. Goldberg e Rogen, invece, hanno la faccia dei canadesi bambacioni che una rissa non l’hanno mai vista e che quando c’è la polemica sulla bandiera confederata magari sono d’accordo con chi vuole toglierla. Dopo aver visto la prima stagione (l’ultimo episodio è stato trasmesso il 31 luglio), le mie perplessità si sono rivelate fondate. Eppure, se a modo suo funziona, è proprio perché i due di Vancouver hanno fatto di testa loro, al costo di far inviperire chi ama il fumetto.

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Partiamo da un ovvio presupposto: pretendere di portare la saga disegnata da Steve Dillon sullo schermo così com’è era impossibile. Ci sarà un motivo se, negli anni passati, ci hanno provato in tanti per poi gettare sconfortati la spugna, da Sam Mendes a Kevin Smith fino alla Hbo. E non solo per l’oggettiva difficoltà di ricostruire senza un budget adeguato l’universo inventato da Ennis, fatto di guerre tra angeli e demoni ed esplosioni nucleari random. Per quanto la ricerca dell’eccesso non fosse ancora fine a se stessa come nei successivi Crossed e The Boys, Preacher rimane ancor oggi un fumetto estremamente oltraggioso e urticante, seppure animato da una tensione morale che non rende mai gratuiti il turpiloquio e i fluidi organici sparsi a profusione. Rogen e Goldberg, trovandosi per di più a maneggiare una tematica delicata come quella religiosa, hanno dovuto giocoforza smussare certe asperità, e fin qua niente di male. Il guaio è che, avendolo fatto secondo la loro ottica, lo humour cinico ma rigoroso di Ennis è stato sostituito da quella fastidiosissima “ironia postmoderna” che alla fine assolve tutto e tutti, laddove una satira davvero cattiva castigat ridendo mores proprio in virtù della tensione morale di cui sopra.

Di altrettanto postmoderno, e ancor più fastidioso, c’è poi il citazionismo. I modelli dei due canadesi sono i Coen e Tarantino, e si vede. Davvero, ragazzi, mi fido, non c’è bisogno che mi mettiate i due protagonisti maschili che, ripulendo la scena di un massacro, motteggiano “sembriamo proprio i due killer di Pulp Fiction/ Io voglio essere Vincent Vega che era il più fico” o Cassidy che si presenta affermando che “Il Grande Lebowski è un film sopravvalutato“. La prima volta ci sta, la terza no, soprattutto se inserita in una discussione lunga e circostanziata su quale sia il miglior film dei Coen. Ecco, questa roba non è più simpatica, non è più brillante, se mai lo è stata, lasciamola a In The Market. Posto che qua in Italia molto prima dell’avvento di Tarantino avevamo Tiziano Sclavi. E senza contare che l’equivalente nel fumetto sono conversazioni dove Jesse e Cassidy stabiliscono che i tipi a cui piacciono Stanlio e Ollio sono persone serie mentre quelli che preferiscono Charlot sono probabili molestatori di bambini. (Leggi tutto)

E CHI SE NE FREGA #11

13 settembre 2016

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Cari fanciulli, bentornati a E chi se ne frega, la rubrica che raccoglie i titoli più stupidi e inutili pubblicati da Blabbermouth. Dato che l’immagine di apertura vi avrà già fatto esplodere interi circuiti neuronali a mo’ di tricche tracche, vi spieghiamo subito:

Geoff Tate: adoro i miei compagni del Trinity Tour, Blaze Bayley e Tim ‘Ripper’ Owens

Ed è già notizia dell’anno, direi. Insomma, i nostri tre eroi faranno presto un tour insieme dove canteranno, rispettivamente, pezzi di Queensrÿche, Iron Maiden e Judas Priest. Dal punto di vista commerciale, aveva più senso il tour The Sirens con Anneke, Kari e Liv Kristine (MATTEO FERRI, TORNA, STA CASA ASPIETT’ A ‘TTE), che almeno attraevi il target dei quarantenni vergini amanti del gotico pipparolo. Se passassero a Roma, non me li perderei per niente al mondo, chiaro. Tate ha spiegato che è nato tutto durante una serata a casa sua, dove aveva invitato i due perché incidessero qualche traccia per un brano del suo nuovo disco solista. A noi affezionati piace immaginare che Blaze non avesse nemmeno capito bene per cosa lo avessero convocato ma avesse subito aderito con entusiasmo una volta appreso che c’era da bere a scrocco di Geoff Tate. A proposito, è uscito il nuovo video di bidoncino, se non volete vederlo siete delle brutte persone.

Il povero Ripper, invece, ha urgente bisogno di grana, perché:

Il bar ristorante di proprietà di Tim ‘Ripper’ Owens chiuderà il mese prossimo

Il locale, in Ohio, era peraltro stato oggetto l’anno scorso di una puntata di Bar Rescue, una roba sullo stile di Cucine da incubo. I conduttori avevano deciso di intervenire rimuovendo gli ammenicoli metallari dalle pareti, in modo da rendere l’esercizio appetibile a una clientela non composta da soli ubriaconi con la maglia dei Ratt (che poi sono quelli che spendono di più). Mi dispiace per Ripper, che mi sta molto simpatico, ma il valore pedagogico di simili episodi va sempre rimarcato: NEL DUBBIO IL METALLO. Mai abbandonare la via della fede, fratelli, a maggior ragione se te lo chiede una trasmissione televisiva del cazzo.

Geoff Tate, da parte sua, ha ormai strappato il ruolo di nume tutelare di questa rubrica al buon David Draiman, con il quale si è pure esibito di recente in un duetto imperdibile. Ecco la sua reazione a caldo:

Geoff Tate: è un onore che i Disturbed mi abbiano chiesto di cantare con loro

Il cerchio, sebbene non sappia bene quale, si chiude.

Ma passiamo oltre:

Max Cavalera: dopo il tour d’anniversario di Roots, voglio suonare altri dischi dei Sepultura per intero

Se richiamate Jairo Tormentor e fate tutto Morbid Visions, forse vengo a vedervi.

Vendeva biglietti dei Black Sabbath falsi, un arresto in Virginia

PENA DI MORTE SUBITO.

Jason Newsted spiega perché ha interrotto la stesura della sua autobiografia

Forse spera ancora che i Metallica un giorno lo riprendano perché Trujillo è un energumeno e non si fa sottomettere ai degradanti atti di bullismo con il quale Ulrich e Hetfield amavano tormentare il povero bassista. (Leggi tutto)

WE CARE A LOT: i Faith No More tornano a suonare dal vivo con Mosley

12 settembre 2016

faith-no-more-wecarealot-480x480Era un po’ che non vi si rompeva l’anima coi Faith No More, forse proprio dall’uscita di Sol Invictus. Quindi che è successo? È successo che quest’estate i tizi di Frisco hanno ridato alle stampe il loro primo album, datato 1985, e hanno iniziato a suonarlo interamente dal vivo accompagnati dal redivivo Chuck Mosley, il cantante più stabile in line up dopo Mike Patton, che arrivò nella band in sostituzione di una giovanissima Courtney Love (forse che la biondina aveva scazzato con Bottum col quale se la faceva all’epoca?): figlio adottivo di una coppia di comunisti, madre ebrea e padre di colore, amante della bottiglia e non dotato di grandi capacità vocali ma capace di rappare (questo però ve lo dice uno che è totalmente ignorante su quel genere), rimarrà per sempre nella storia della musica contemporanea perché co-autore del più famoso ritornello e cavallo di battaglia dei FNM di sempre. Gli eventi live hanno avuto inizio con una lunga serie di listening sessions americane, seguite da un tour europeo, il Re-Introduce Yourself Tour, per ora in Gran Bretagna ma estesosi da poco anche alla Francia più altre date TBA, la cui setlist contiene anche brani dall’omonimo secondo e ultimo album epoca Mosley. La cosa può anche rimanervi indifferente ma vi assicuro che per quelli come me che ci stanno sotto da sempre l’affare riveste una discreta importanza storica, anche perché We Care a Lot era un signor disco e, pur essendo a una classica operazione commerciale, è anche qualcosa di cui i fan avevano reale bisogno fisico, poiché la versione originale, soprattutto quella in vinile, è reperibile non proprio facilmente e a prezzi non proprio umani. (Leggi tutto)

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