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Avere vent’anni: MARDUK – Nightwing

26 aprile 2018

Nightwing è il primo capitolo della trilogia dedicata a sangue, fuoco e morte che proseguirà poi col violentissimo Panzer Division Marduk (il fuoco) e col più atmosferico La Grande Danse Macabre (la morte). Questo in oggetto, dedicato a Vlad Dracula e quindi al sangue, si pone stilisticamente a metà tra gli altri due, e risulta alla fine dei conti essere l’album più completo e variegato tra quelli con Legion alla voce. Con Nightwing si entra poi pienamente nel periodo truzzo dei Marduk, lontano dalle velleità tradizionaliste della discografia precedente e dallo sperimentalismo malato dell’era-Mortuus. E, fatto salvo Panzer Division, il loro vero capolavoro, un’idea platonica di violenza pura e meravigliosamente senza senso, è proprio Nightwing il lavoro più riuscito della band di Morgan Hakansson.

L’album è diviso in due parti: la prima, Dictionnaire Infernal, basata su blastbeat e rutti in faccia; la seconda, The Warlord of Wallachia, composta da pezzi lenti e sulfurei (a parte la velocissima Kaziklu Bey) in uno stile che potrebbe essere rubricato come black doom, nonostante non credo di aver mai letto questa definizione da nessuna parte. Comunque, essendo il periodo truzzo dei Marduk piuttosto bidimensionale, queste due anime non si incontrano mai, e Nightwing può essere considerato un’anticipazione dei due successivi album nel senso che le due anime vengono semplicemente accostate separatamente. Fa eccezione solo Deme Quaden Thyrane, posta in chiusura, che parte e finisce lenta ma che in mezzo contiene un’accelerazione con blastbeat a manovella come loro solito.  (Leggi tutto)

Lo confesso: è il mio disco preferito degli Helloween

25 aprile 2018

La verità è che i Keeper 0f the Seven Keys non mi piacciono poi così tanto. Ne riconosco una pressoché infinita importanza storica, ma trovo buona parte dei loro contenuti ai limiti del fastidioso. Praticamente, riproducono in me il chiasso che farebbero dei bambini durante i prolungati festeggiamenti di una comunione, nonostante canzoni come Future WorldMarch of Time abbiano un tiro incredibile. La stessa Eagle Fly Free, simbolo indiscusso del power metal europeo, mi fa lo stesso effetto di un travestimento della zona testicolare in tiragraffi cartonato, prima di sedersi davanti a una numerosa colonia felina e iniziare a fare quei versi che si fanno schioccando le labbra per attirare i gatti. Per non parlare di Rise and Fall.

Eppure gli Helloween mi piacciono da morire. Adoro il loro Walls Of Jericho a tal punto che avrei voluto venisse bissato da un vero e proprio successore – a livello concettuale e stilistico, ossia un altro concentrato di dinamite come quello, ma più maturo ed elaborato come è nella tradizione di una band che cresce e si sviluppa – e adoro il loro primo periodo con Andi Deris alla voce, in particolar modo Time Of The Oath che sapeva essere oscuro e potente allo stesso tempo, ma senza soffrire della necessità di accontentare che caratterizzava il pur buonissimo predecessore Master Of The Rings.

Ma è Better Than Raw il mio disco preferito del gruppo di Weikath.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: HELLOWEEN – Better Than Raw

25 aprile 2018

Cesare Carrozzi: Come scrissi in occasione dei vent’anni di The Time of The Oath, Better Than Raw è il migliore album della mark III degli Helloween e, più in generale, il migliore dell’era Deris. Da lì in poi, e specie con l’uscita di Grapow dal gruppo, le cose sono andate via via peggiorando, e pure senza mai arrivare totalmente all’inascoltabilità (sfiorata comunque con l’ultimo che non mi ricordo manco come cazzo si chiama) gli Helloween attuali non sono sicuramente tutta ‘sta figata. Peraltro sono curioso di vedere cosa combineranno in studio una volta finita questa tournée autocelebrativa con Kai Hansen e Michael Kiske, ovviamente fatta da gente che s’è tirata la merda addosso per più di due decadi e che poi ad un certo punto scopre che è brutto essere poveri (o quasi). Per tornare a Better Than Raw, pezzi come Midnight Sun, oppure Push o Falling Higher o Time sono perle irresistibili e, purtroppo, poi ineguagliate. Ultime in una discografia che per la prima parte rimane comunque inarrivabile, ma che anche in questa seconda porzione ha sfornato bei capolavori. Riscopritelo.

Trainspotting: Questo è il disco del definitivo ritorno degli Helloween. Non che i precedenti Master of the Rings e The Time of the Oath non meritassero, anzi, ma è Better Than Raw l’album che riporta le zucchette di Amburgo alle vette che sono loro più congeniali. Del resto, dopo la devastante tripletta iniziale (Walls of Jericho e i due Keeper), e il successivo incerto periodo di transizione, il giro di boa definitivo fu il rinnovamento della formazione, con l’addio di Kai Hansen, Michael Kiske e Ingo, per motivi notoriamente diversi. La scelta dei rimpiazzi fu coraggiosa, perché i nuovi entrati Grapow, Deris e Kusch riplasmarono completamente gli Helloween sul proprio stile, riuscendo così a rinnovare la band a differenza di quanto – mutatis mutandis – successe con gli Iron Maiden in quello stesso periodo. (Leggi tutto)

Cruelty and the Beast, l’ultimo prima del terremoto

24 aprile 2018

Questo è uno di quei dischi che ti dividono, perché, mentre una parte di te continuerà a preferirne altri della stessa band, in fin dei conti ti ritrovi ogni volta ad ammettere che nient’altro di quella intera discografia è più significativo, maturo e consigliabile a qualcuno per avvicinarsi al gruppo di cui si sta parlando. Cruelty and the Beast è il biglietto da visita che mi ha permesso di entrare nel mondo dei Cradle Of Filth e diventarne fan incallito almeno per qualche anno, e dopo che – in precedenza – avevo ascoltato solamente Malice Through The Looking Glass – fu anche l’imperante ordine di acquistarne ogni pubblicazione passata. E di farlo più in fretta possibile.

Ricordo solo che le testate ne parlavano a ripetizione, e che le foto di questa band inglese che si conciava da vampiri catturarono la mia curiosità. Ma l’effetto maggiore arrivò con la copertina di Cruelty and the Beast: il tema della contessa Bathory, ritratta in copertina mentre era impegnata nella difficoltosa lavorazione del buristo, lo conoscevo a grandi linee; e fu uno di quegli acquisti a scatola chiusa a cui ti avvicini con un grosso punto interrogativo dipinto al posto dello sguardo. Poi, il fatto di conoscere solo Malice Through The Looking Glass, anzi proprio quella, mi aiutò a giudicarlo senza il pregiudizio di chi proviene dalle loro release precedenti, trovandosi costretto a fare paragoni. Questi ultimi, semmai, occorrerà farli in futuro poiché, incluso il buonissimo Midian, in nessun modo ed anche in tempi di celebrità (Nymphetamine e Thornography) la band di Dani Filth riuscirà ad esprimersi ancora su questi livelli. Anzi, per tornare ad abbracciare album decenti servirà una lunga attesa, ma non è di questo che parlerò oggi.

Cruelty and the Beast è l’ultimo disco della band prima del terremoto che ne compromise la stabilità, ossia la fuoriuscita del fuoriclasse della batteria Nicholas Barker unita alla perdita, in contemporanea, della personalità di cui potevano giovare grazie all’apporto dato dai due chitarristi Stuart Antsis e – soprattutto – Gian Piras. E’ anche il primo dopo la dipartita di Damien Gregori, un nome minore come lo Stian Aarstad dei Dimmu Borgir che, dopo le prove da poco offerte, uno come Dani avrebbe solo dovuto sperare di tenere con sé ancora per un po’. Insomma, in particolar modo Barker fu la seconda perdita di lusso dopo il Paul Allender di The Principle Of Evil Made Flesh che poi sarebbe tornato dietro alla chitarra, anche se in sostanza la band era ancora quella di Dusk And Her Embrace, solo rivoluzionata sul piano stilistico, dei suoni e delle intenzioni.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – Cruelty and the Beast

24 aprile 2018

Per comprendere la controversa ricezione di quest’album bisogna fare un enorme sforzo di immaginazione e tornare nel 1998, quando i Cradle of Filth erano un gruppo da cui ci si aspettava tantissimo per il futuro di un certo tipo di metal. Era un periodo in cui si avvertiva la necessità di un cambio generazionale, che poi purtroppo non avvenne, e i Cradle erano uno dei maggiori candidati a guidare le nuove armate del metallo verso i cancelli dell’odiata divinità cristiana. Sembra assurdo, visto ciò che Dani e compari sono diventati adesso, ma vi assicuro che all’epoca la situazione era esattamente questa.

Di Dusk and her Embrace abbiamo già detto. Considerato lo status della band, quel disco fu preso estremamente sul serio da chiunque, compreso il sottoscritto, e stabilì il principio secondo cui i Cradle of Filth componevano musica eterea come le rarefatte foschie della brughiera inglese in cui erano ambientati i racconti gotici ottocenteschi da cui Dani traeva ispirazione lirica e concettuale. Nella mente del pubblico Dusk portò quindi la band ad un livello superiore, un po’ com’era per Burzum, i primi Darkthrone e tutti quei gruppi black la cui musica trascendeva la mera condizione umana. Questo, unito al fatto che commercialmente avevano fatto un botto pazzesco, li poneva su un piano completamente diverso rispetto a pressoché qualsiasi altro gruppo anche solo vagamente accostabile all’ambito black metal; i Dimmu Borgir, al confronto, nonostante un dualismo che fu più una montatura giornalistica che altro, erano visti come dei grezzi bestioni che recitavano l’alfabeto ruttando. I Cradle of Filth declinavano il metal in un modo che fino a quel momento non era mai stato concepito, se non – in modo sporadico – da gruppi death-doom tendenzialmente inglesi che però non avrebbero mai potuto avere quel tipo di successo.  (Leggi tutto)

Il disco definitivo dei Virgin Steele

23 aprile 2018

Se dovessi pensare ad una definizione a bruciapelo sarebbe potenza incontaminata. Fortemente caratterizzata, come al solito, dalla classe e dall’eleganza tipiche del buon David DeFeis in fase compositiva e di arrangiamento, nonché da un’ispirazione tale da dare vita a quello che potrebbe essere il disco definitivo dei Virgin Steele. Tutte caratteristiche che rendono Invictus persino migliore dei suoi due bei predecessori (che errore fu venderli per procurarmi la droga!).

Sentite questo capolavoro e troverete, condensato, tutto quanto di meglio sia venuto fuori dal buon Dave in ogni epoca e fase creativa – e se volete sentirne anche il lato più oscuro e stupramadonne, vi consiglio vivamente il terrificante progetto Exorcist, puro e ferocissimo speed metal anni ottanta. Qua si assiste ad un ritorno agli storici fasti creativi dei formidabili Noble Savage ed Age of Consent, apice compositivo dei Virgin Steele degli anni Ottanta, ma con la potenza dell’acciaio puro tipica dei Nostri alla fine dei Novanta.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: VIRGIN STEELE – Invictus

23 aprile 2018

Per comprendere Invictus bisogna partire dalla discografia precedente dei Virgin Steele, sempre in costante equilibrio tra sublime e ridicolo. Fatti salvi i primi due album, Virgin Steele (1982) e Guardians of the Flame (1983), in cui la presenza di Jack Starr alla chitarra garantiva un legame solidissimo al metal classico americano ortodosso, da quando David DeFeis si è ritrovato da solo alla guida della band si è iniziato un percorso tortuoso e accidentato verso un’idea di musica che, nei dischi degli anni Ottanta, si poteva solo intuire, tra picchi altissimi e sfondoni grotteschi. Invictus è il punto d’arrivo di questo percorso, e non è un caso se dopo di esso è cominciato un declino che li ha portati ad essere il nulla che sono ora.

È come se nella mente di DeFeis ci fosse stata da sempre un’idea talmente alta e rarefatta di musica – e di epica – da necessitare anni di tentativi per raggiungerla, a costo di cadere, spesso, nel grottesco. Si è partiti dal famoso blocco di marmo michelangiolesco e c’è stato bisogno di tempo e coraggio per eliminare il superfluo, smussare ogni angolo, affinare ogni particolare e lucidare ogni superficie, ma alla fine quel blocco di marmo ha disvelato la forma che vi era nascosta. Una forma che negli album precedenti veniva fuori a sprazzi più o meno lunghi, come se ci si trovasse in una stanza buia e circolare con un sancta sanctorum al centro, chiuso da porte che ogni tanto si socchiudevano, si spalancavano o rimanevano chiuse. Invictus è quel sancta sanctorum, e nel 1998 David DeFeis riuscì finalmente a mantenere aperta la porta per 75 minuti, inondandoci di una maestosità che è difficile descrivere a parole.  (Leggi tutto)

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