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Avere vent’anni: RUSH – Test for Echo

29 settembre 2016

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Da ferocissimo fanatico dei Rush quale sono sempre stato, mi sono divertito negli anni a sezionarne la carriera e a studiarla nei minimi particolari. Come già dichiarato più volte dallo stesso Geddy Lee, essa è fatta di periodi in cui si possono individuare uno o più “punti di riferimento” in termini di uscite discografiche significative per una svolta o che ben rappresentino il suono della band durante un’epoca ben precisa. Album come Fly by Night o 2112 descrivono alla perfezione gli anni settanta dei nostri, nonostante l’intera decade sia stata segnata da una sequela di dischi indimenticabili. Come scordarsi infatti di Caress of Steel, A Farewell to Kings o del seminale Hemispheres, che si può considerare il primo vero disco di prog metal in senso stretto, dove i pezzi erano già strutturati in maniera simile a come avrebbero fatto ben dopo artisti del calibro dei Dream Theater e dei Fates Warning dell’era Ray Alder. E non fatemi iniziare a parlare di Neil Peart, vi prego. Insomma, furono loro a stabilire i nuovi standard. Per dirne una: lo stesso Alex Lifeson ricorda che incidere soltanto il pezzo di chiusura di Hemispheres, La Villa Strangiato, richiese lo stesso tempo che ci volle per registrare l’intero Fly by Night. La svolta arrivò con Moving Pictures, e fu là che inizarono gli anni ottanta, altra decade ricca di soddisfazioni e album memorabili che però andarono perdendo leggermente in intensità e creatività verso la fine.

Arrivata negli anni novanta, la band aveva decisamente bisogno di nuovi stimoli e di un altro album “faro”. Questo sarebbe necessariamente dovuto essere Test for Echo. Innanzitutto la scelta fu quella di tornare, all’inizio del decennio, ad un suono più dominato dalle chitarre e abbandonare i synth che avevano contribuito a creare una nuova identità musicale nel decennio passato. E direi che in tal senso Test for Echo è per i Rush l’album più rappresentativo di quel periodo. Il songwriting scorre più liscio del solito, ma solo apparentemente, perché se si va a scavare sotto si scoprono le jazzate e swingate di un Neil Peart in forma strepitosa. Una variante di stile sempre animata da quella classe che è il suo marchio di fabbrica indelebile e ha fatto scuola negli anni. Ascoltate pezzi come Driven o la bella Totem, intima e ispirata. E leggete i soliti splendidi testi dello stesso Neil. (Leggi tutto)

Pipponi: OPETH – Sorceress

28 settembre 2016

opethsorceressfinalcdPer un breve periodo gli Opeth rientravano tra i gruppi preferiti di molti metallari. Poi c’è stato un lungo periodo nel quale piacevano perlopiù alle lolitas col piercing al labbro, agli emo-froci di Piazza del Popolo, ai giovani fan degli ultimi Metallica e, in generale, a gente che non ci capiva un cazzo di musica, men che meno di metal, ma che si spacciava da fine sommelier della merda dicendo frasi definitive e altisonanti in merito a Deliverance e Damnation e le verità universali in essi serbate. Personalmente gli svedesi non mi hanno mai fatto impazzire, infatti non ho avvertito l’esigenza di dire la mia nemmeno sui primi due dischi, dei quali abbiamo celebrato il ventennale su questi poderosi schermi (qui e qua). Forse giusto My Arms, Your Hearse mi piacque tanto, ma credo più perché coevo al mio reale avvicinamento a loro che per motivi diciamo artistici, dopodiché li ho semplicemente ignorati per moltissimi anni per recuperare quanto fatto molto avanti con l’età e scoprire che non era proprio tutta merda. Infine, e siamo ad oggi, è iniziata la fase finale a partire dalla quale ho iniziato veramente a farmeli piacere, principiando proprio da quell’Heritage che tanti insulti ha ricevuto un po’ da tutti, sia dai primigeni fan metallari, sia dagli emo-imbecilli e restante circo Barnum del disagio post-adolescenziale mai superato. Questa è la fase che alcuni detrattori definiscono ‘del kebab’, per via delle sonorità orientali inserite qui e là, che mi fa sempre tanto ridere ma che non corrisponde a verità. Diciamo, più puntualmente e utilizzando l’appropriata terminologia tennica, che questa è la fase dei pipponi, dei pipponi progressive rock nello specifico. (Leggi tutto)

Addio Herschell

27 settembre 2016

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Se ne va un personaggio che magari non tutti conosceranno: non era certo ai livelli di popolarità di un Tarantino oggi, pur essendo stato iniziatore di un filone senza il quale Tarantino non esisterebbe. Addio Herschell Gordon Lewis. Scorretto, disgustoso, imbarazzante e persino criminale (scontò tre anni di carcere per una truffa clamorosa perpetrata per mezzo di uno schema che comprendeva finte attività tra le quali false agenzie di noleggio auto e perfino una finta clinica per aborti), e per questo da noi tanto amato.

Vividi colori, un rosso acceso come il sangue che sgorgava copioso in quasi tutte le sue pellicole. Recitazioni al limite dell’amatoriale. Belle ragazze platinate che venivano direttamente dall’allora popolare filone nudie-cutie, in cui si era già cimentato in passato (parliamo degli anni sessanta) e che finivano fatte a pezzi senza pietà. Iniziatore indiscusso dello splatter, in pellicole come Blood Feast e 2000 Maniacs osò dove nessuno mai aveva voluto spingersi per paura di incorrere nella severissima censura dell’epoca, in un immaginario fatto di rituali cannibalistici, psicopatici assassini e contadini del Midwest assetati di sangue. Ed Wood, Russ Meyer, nessuno di loro si spinse dove si spinse Lewis. (Leggi tutto)

GRANDE CONCORSO A PREMI: disegna un nuovo logo per Metal Skunk

26 settembre 2016

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Ci dicono che siamo pigri, è vero. Ci dicono che siamo indolenti, è vero. Ci dicono che siamo sfaticati, è vero anche questo. Ci dicono, inoltre, che dovremmo aggiornare la grafica del blog, a partire dal logo, che ormai è la stessa da svariati anni (per la cronaca: sono sei anni che leggete i nostri scleri e ancora non vi siete rotti le palle, complimenti). Visto che ci dicono queste cose da tempo immemore e che noi dovevamo prendere il giusto tempo per rifletterci su (il minimo concesso al fan medio degli Sleep) e che in effetti forse è il caso di seguire i consigli degli altri ogni tanto, verificate le premesse, abbiamo deciso di indire un GRANDE CONCORSO A PREMI per il nuovo logo di Metal Skunk. Ecco, dunque, siamo nuovamente pronti a sfruttare biecamente la vostra inventiva e, nello specifico, le vostre capacità artistiche per mettere lì, nella barra su in alto, un logo che sia degno del nostro potentissimo blog. Il nuovo marchio, disegnato a mano, al computer, coi gessetti o come vi pare, dovrà avere le dimensioni giuste per entrare lì, nella barra su in alto. Lo stile? Fate un po’ voi, ma che si colga lo spirito che ci contraddistingue e che ben conoscete. Cosa c’è in palio? (Leggi tutto)

Lest we forget: requiem per i BOLT THROWER

22 settembre 2016

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I Bolt Thrower non saranno più. In effetti non facevano uscire nulla da circa dieci anni, voi direte. Corretto. Ma vuole anche dire che non ci sarà più occasione di vederli dal vivo, il che dovrebbe intristire tutti noi. Non è un mistero il fatto che questi ultimi dieci anni non siano proprio stati di totale inattività. A parte l’incessante presenza live, hanno anche provato a mettere su due o tre riff per fare uscire qualcosa da supportare dal vivo. Niente. In effetti avrebbero potuto, per dire, fare come gli Obituary e riciclare sempre la stessa roba e darci un album scadente come fu Inked in Blood e buonanotte. Ed è ciò che provarono a fare, in effetti, intorno al 2008, ma non essendo pienamente soddisfatti della qualità decisero di lasciare perdere e rimandare in maniera indefinita l’uscita di un possibile successore di Those Once Loyal. Poi la morte del batterista Martin Kearns, con loro per più di quindici anni, seguita da uno stato di momentanea ibernazione e infine lo scioglimento definitivo. Quello che è certo è che se ne va con loro un pezzo di storia del death metal. Album irrinunciabili come Warmaster e The IV Crusade dovrebbero essere nella collezione di tutti noi.

Furono probabilmente loro ad aprire la strada a un modo alternativo di concepire il death metal in Europa: più cadenzato, pesante e basato al 100% sul culto del riff, contrariamente a una tradizione estrema, quella britannica, che all’epoca (poco dopo la metà degli anni ottanta) si rifaceva pesantemente al grind e alle sue radici, e cioè il crust e l’anarcho-punk di band come Oi Polloi o Electro Hippies. (Leggi tutto)

Nostalgia canaglia: ABLAZE MY SORROW – Black

21 settembre 2016

ablaze-my-sorrow-blackAd uso e consumo dei più giovini tra di voi, si informa che gli Ablaze My Sorrow non sono uno di quei gruppettini americani crap-core che adottano tre parole nel proprio moniker per avere più carisma e sintomatico mistero, bensì trattasi di storica band svedese venuta su nei primi anni ’90 a seguito dell’esplosione del cosiddetto Gothenburg style. Il dubbio che qualcuno meno canuto di quanto lo siamo noi possa legittimamente fraintendere m’è venuto leggendo un’intervista di qualche anno fa ad Anders Brorsson, nella quale il bassista ci teneva, appunto, a specificare ‘sta cosa. Va da sé che di Black non si può fare che un discorso nostalgico per persone nostalgiche che amano i gruppi che fanno leva proprio sulla nostalgia e il ricordo, tipo gli Ablaze My Sorrow (o gli At The Gates stessi). Perché qui di nuovo non c’è niente, nessuna sperimentazione e nessun volo pindarico: solo death metal melodico come lo si faceva in Svezia nei primi anni ’90. Punto. Chi ha vissuto intensamente quel florido periodo ricorderà sicuramente l’esordio, If Emotions Still Burn (che quest’anno compie vent’anni e che di conseguenza verrà trattato nell’apposita rubrica), con la proverbiale lacrimuccia pronta a scendere e a farlo sentire ancora un po’ più rincoglionito di quanto non lo sia già. Non avevo idea che gli AMS fossero ancora vivi, né tantomeno che fossero in procinto di pubblicare un nuovo disco. Quindi mi casca questo gioiellino inatteso tra le mani che ha generato in me la stessa compiaciuta soddisfazione di quando mi capita di ritrovare dieci euro infilati in una tasca di un pantalone che non usavo da tanto. (Leggi tutto)

Il rincitrullimento dei SABATON è una pessima notizia per tutti

20 settembre 2016

sabaton-the-last-standChe l’allontanamento di quattro membri su sei della formazione che aveva inciso Carolus Rex, apice creativo e commerciale della carriera dei Sabaton, potesse aver dato una pesante mazzata alla band svedese s’era già paventato con il successivo Heroes, gradevolissimo ma non proprio ai livelli dei predecessori. L’addio dei due chitarristi originali Oskar Montelius e Niklas Sundén (che hanno nel frattempo fondato i discreti Civil War insieme agli altri due ex, il batterista Daniel Mullback e il tastierista Daniel Mÿrh) ha infatti lasciato campo libero all’istrionico frontman Joakim Brodén e alla sua passione per le melodie da cartone animato. Melodie che erano parte integrante del fascino naif che ha reso i Sabaton un guilty pleasure irresistibile anche per gente, come me e Charles, che aveva smesso di seguire il power metal da due lustri e passa ma che, non più controbilanciate dalle chitarre e da un afflato epico genuino, hanno reso i Sabaton la parodia di loro stessi.

The Last Stand è un lavoro noioso e stucchevole dove le poche buone intuizioni annegano in suoni ulteriormente plastificati (per la cronaca, dietro la consolle è rimasto Peter Tägtgren) e in un tripudio di tronfie tastierone zumpappà che dominano su tutto. Ok, non che prima le chitarre non fossero sacrificate dal mixaggio ma qua sono talmente in secondo piano che in certi frangenti paiono il basso di …And Justice For All. Ci sono pezzi come Shiroyama che hanno quasi un’impostazione dance. Ciò non sarebbe necessariamente un difetto; anche Nemesis degli Stratovarius aveva canzoni degne di essere suonate al Cocoricò ma quantomeno era divertente. Qua l’unico divertimento è giocare a riconoscere le autocitazioni e le scopiazzature dai classici. Si salvano solo l’opener Sparta e Hill 3234 che, come molte delle migliori canzoni dei Sabaton, ricorda una sorta di versione fighetta e iperprodotta – ma altrettanto cafona – dei Grave Digger. A tale proposito, c’è pure un pezzo ispirato alla battaglia di Bannockburn con tanto di cornamuse ma non è ovviamente il caso di fare confronti. (Leggi tutto)

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