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Avere vent’anni: MOONSPELL – The Butterfly Effect

23 settembre 2019

Un disco come The Butterfly Effect adesso sembra incomprensibile; non tanto per ciò che i Moonspell sono diventati da immediatamente dopo quest’album, perché il processo di bollitura e banalizzazione è fisiologico; ma per ciò che erano prima, con quello splendido terzetto iniziale che li aveva resi un gruppo così enorme e unico. La ragion d’essere di The Butterfly Effect non derivò tanto dal parziale fallimento commerciale di Sin/Pecado, disco meraviglioso ma che fu accolto piuttosto freddamente, quanto dalla crisi creativa che colpì il gothic metal inteso come genere a sé stante. Con l’approssimarsi del millennio, la coesistenza di fattori che aveva reso possibile la grande stagione del gothic metal iniziò a crollare, portando i gruppi da un lato a copiare la new wave (Depeche Mode in primis, ne abbiamo parlato già abbastanza) e dall’altro a cercare nuovi sbocchi per evolvere il proprio suono e maturare come gruppo. Ciò portò ad un momentaneo liberi tutti in cui ognuno, sciolto improvvisamente da canoni e protocolli da rispettare, si ritrovò in un territorio sconfinato in cui muoversi senza limiti. Durò poco, ma in quel periodo uscirono album (alcuni ben riusciti, altri meno) decisamente peculiari che fecero perdere il contatto tra i rispettivi autori. E così i vari One Second, Musique, How to Measure a Planet?, A Deeper Kind of Slumber eccetera, così diversi tra loro, sono tutti tentativi, spesso alla cieca, di uscire dall’impasse in cui i rispettivi autori si erano ritrovati.

I Moonspell ci avevano già provato con il precedente Sin/Pecado, ma come detto si erano convinti che la cosa non fosse riuscita bene. Quindi riazzerarono tutto e ci riprovarono con un album che non solo non c’entrava nulla con il suddetto Sin/Pecado ma neanche con i primi due capolavori Wolfheart ed Irreligious: il risultato fu appunto The Butterfly Effect, un disco pasticciato e caotico, coerentemente con la teoria da cui prende il nome. Dodici pezzi, di cui due praticamente uguali (Soulsick e Lustmord) e gli altri completamente diversi l’uno dall’altro; e quando dico completamente diversi non esagero affatto. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CRIMSON GLORY – Astronomica

23 settembre 2019

Questo disco è bellissimo, quindi ascoltatelo. La recensione in realtà potrebbe finire qui, ma ne ho assicurata una lunga e una recensione lunga avrete, poveri voi. Suppongo che conosciate tutti i Crimson Glory, no? Gruppo fantastico, autore di due capolavori a inizio carriera, un successivo terzo lavoro piuttosto scialbo e, ad anni di distanza, questo Astronomica, registrato senza Midnight alla voce e con una batteria elettronica, il che è, probabilmente, l’unico vero difetto del disco. Oddio, anche non avere Midnight dietro al microfono, volendo, è un difetto enorme, ma era anche un difetto annunciato: si sapeva che il cantante non avrebbe partecipato a nessuno altro disco del gruppo, che non ci sarebbe stata nessuna reunion, e quindi tant’è. E il sostituto, Wade Black, comunque fa un ottimo lavoro.

Astronomica si distacca parecchio dal suono di Crimson Glory e Transcendence, non solo per la voce ma anche perché quella formazione era davvero irripetibile ed erano pure altri tempi, di acqua sotto i ponti ne era passata tanta. Questo è un disco più ragionato dei precedenti, anche con meno sperimentazioni se vogliamo, ma davvero, davvero bello: ispiratissimo, ogni pezzo una piccola gemma, a partire da War Of The Worlds fino alla conclusiva, secondo me capolavoro dell’album, Cydonia. (Leggi tutto)

Il grande ritorno dei MONDIALI DEL METALLO

22 settembre 2019

Carissimi fratelli del vero metal, dopo la vittoria di Symbolic nel 1995 è giunto il momento che i Mondiali del Metallo™ ricomincino con l’annata 1996. Innanzitutto ringraziamo tutti per la partecipazione, ben oltre le aspettative: per ricambiare il favore abbiamo incaricato Matteo Ferri di sacrificare venti ascoltatori dei Bring Me the Horizon affinché l’odore delle loro carni bruciate possa solleticare le narici del dio Odino, procurandovi così la sua benedizione.

L’edizione passata è stata per l’appunto vinta dai Death che hanno battuto i Blind Guardian in finale, dopo aver incontrato nelle semifinali rispettivamente gli Ulver (ripescati) e gli At The Gates. Ci sono stati infiniti colpi di scena: gli Iron Maiden sbattuti fuori ai preliminari da Demanufacture; i Gamma Ray schiantati dai Deicide, sempre ai preliminari; l’epico scontro tra Nightfall ed Elegy finito incredibilmente in pareggio, e il cui spareggio è stato vinto dai greci con UN voto di scarto, eccetera.
Premio di consolazione per i Dissection, incredibilmente finiti fuori dal podio ma che erano i favoriti per moltissimi.

Ora ricordiamo le regole:

  • Gli abbinamenti sono casuali tra 48 dischi del 1996 scelti tra quelli recensiti su Avere vent’anni.
  • Finito il turno preliminare, il tabellone verrà rimaneggiato, sempre casualmente. A questo punto lo pubblicheremo.
  • Come la scorsa volta, il più votato tra gli sconfitti sarà ripescato ai quarti di finale.
  • I Mondiali si compongono di 5 edizioni: 1995, 1996, 1997, 1998, 1999. Alla fine i vincitori si scontreranno e ne verrà fuori il vincitore del lustro.

Ma soprattutto:

  • Condividendo il post su Facebook si può vincere una maglietta di Metal Skunk. Mi raccomando di rendere visibile il post, altrimenti noi non lo possiamo vedere.

Penso basti così. Anzi no: sulla scorta di ciò che è accaduto nella scorsa edizione, mi sento in dovere di ripetere che I SONDAGGI SONO CASUALI ed è inutile che commentiate ogni volta “eh ma chi li fa sti sondaggi” (risposta: tua madre), “eh ma che abbinamento insensato”, “eh ma sono due generi completamente diversi”, perché appunto I CAZZO DI SONDAGGI SONO CASUALI e quindi quello che capita capita. Se avessimo potuto manipolare i sondaggi avrebbero vinto i Summoning.

E ora il vincitore del concorso “Condividi il post e vinci una maglietta di Metal Skunk”:

(Leggi tutto)

La finestra sul porcile: C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

21 settembre 2019

Su Quentin Tarantino i concetti da ribadire sono all’incirca tre: è largamente sostenuto il fatto che un regista del genere lo si ama, oppure lo si odia, e io sto con i primi. Ho visto ogni suo film al cinema nei giorni a ridosso dell’uscita a partire da Pulp Fiction, e, pur non apprezzando a prescindere la sua intera filmografia, finisco per andarci piuttosto vicino.

Il secondo punto è un’idea che ho elaborato a furia di rivedere i suoi film, in particolar modo quelli appartenenti al secondo corso inaugurato con Kill Bill vol. 1. Quentin Tarantino alterna opere minori e personali a film un po’ più da incasso. Django Unchained è il perfetto prototipo di un suo film da incasso, lineare, pieno zeppo di morti eppur con un messaggio e un finale socialmente accettabili. The Hateful Eight, che infatti la tediosa critica contemporanea non gli ha voluto perdonare, era roba molto più sua, voluta, così come il giocattolino Death Proof. C’era una volta a Hollywood, scusate se ometterò i puntini di sospensione ma non li sopporto a prescindere, riesce ad essere entrambe le cose. Probabilmente è la seconda volta che questo fenomeno si verifica platealmente all’interno della sua filmografia. La prima fu con Jackie Brown, dalle grandi idee e intuizioni, ma per il quale non sono mai riuscito ad impazzire. (Leggi tutto)

Nile // Hate Eternal // Vitriol // Omophagia @Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI), 19.09.2019

21 settembre 2019

Nonostante io abbia saltato la cena per arrivare il prima possibile, purtroppo mi ritrovo allo Slaughter Club che gli OMOPHAGIA hanno già finito la loro esibizione. È un peccato perché la band sembrava interessante, e viene dal Brasile, quasi un marchio di fabbrica per piccoli gruppi death metal di culto. Le prime note che sento sono quindi quelle degli americani VITRIOL mentre prendo un hamburger allo stand/griglia fuori dal locale.

Non avevo mai sentito il gruppo, che solo quest’anno ha pubblicato il suo primo LP. Tuttavia apprendo dal web che la formazione era già attiva con un altro nome sin dal 2005, e lo si nota sul palco, dall’esperienza e dalla pulizia con cui eseguono i loro brani. A quanto pare quando si chiamavano Those Who Lie Beneath erano dediti ad un deathcore melodico; quello che si può ascoltare stasera è invece un death metal molto tecnico e corposo. E per fortuna che hanno cambiato genere perché dopo il concerto dei Destrage, per quanto a suo modo gratificante, non andrò ad altri concerti di generi che finiscono in -core per molto tempo ancora.

Sebbene più famosi e blasonati, mi hanno fatto un’impressione peggiore i loro connazionali Hate Eternal. Ammetto di non averli mai seguiti troppo assiduamente, ma le canzoni degli ultimi album, col loro stile epico e marziale, avevano quantomeno un grande potenziale live. (Leggi tutto)

L’orrenda scissione: ENTOMBED AD – Bowels of Earth

20 settembre 2019

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Alla mia mente repelle il solo pensiero degli ultimi accadimenti, e pertanto non vorrei accennarne affatto. E’ unicamente per dovere di cronaca che narrerò di quando lasciai le opprimenti colline di Dunwich per visitare la Svezia. Attratto dalla sconfinata distesa di boschi che il paese offriva – proprio come se un richiamo pulsasse all’interno della mia testa – nel seguire il naturale corso d’un ruscello effettuai una breve deviazione e giunsi fino a una sorta di conca del suolo terrestre, laddove l’inebriante mistura di aromi attribuibili al proliferare delle conifere si confondeva con qualcosa che a me parve nient’altro che Orrore. Il muschio lasciava disadorni solo alcuni gradini di quella che altro non poteva essere che una discesa diretta agli inferi, che decisi di intraprendere senza batter ciglio, scosso dal pungente sentore del fango e della fatiscenza e mosso da un controverso desiderio d’avventurarmi. Fu dopo pochissimi ma faticosi passi che notai quelle funeste note.

Ipnotizzato, mi distrassi a fatica dai terribili miasmi del terreno in decomposizione e dal vago alone di luce rossastra, che pareva volermi indicare un oscuro presagio esattamente laddove ero destinato. Con certezza, ne dedussi che era quello l’ultimo mio viaggio. Le note erano ora udibili in maniera vivida e inequivocabile, si trattava dell’ultimo album degli Entombed A.D., ed era una merda. Al terminare degli scalini – nonostante il terreno continuasse a digradare verso gli abissi e l’ignoto – tentai con le forze residue di scacciar via quel sogno per nulla effimero, ma serrare gli occhi mi causava visioni che non vorrei dover descrivere di nuovo. Geroglifici avevano come saettato ogni porzione di roccia su quella sorta di sepolcro innaturale, e ritraevano in dettaglio quel che era accaduto a Lars Goran Petrov, Uffe Cederlund, Alex Hellid e Nicke Anderson. Le stesse pulsioni che mi indussero a naufragar lontano dalla percezione di sicurezza offerta da un bosco illuminato dalla Luna e dal mirar costante della Stella Polare, dovevano aver costretto alla follia due Atlantide come Stoccolma e Goteborg, ove le fiamme divamparono per merito di simili esplosioni di irragionevolezza, e del death metal melodico dei Soilwork. Ma dipese tuttavia dai dischi. Mentre un brano veloce quanto innocuo come Fit For A King letteralmente logorava il mio ottenebrato raziocinio, persi i sensi, e li persi a lungo. (Leggi tutto)

RAM // Vulture // Indian Nightmare @Zaścianek, Cracovia – 17/09/2019

19 settembre 2019

Arrivo con un mal di testa che picchia sul serio, dopo una delle tante giornate di merda al lavoro di questo periodo post-estivo. Ad accogliermi ci sono gli Indian Nightmare sul palco, teteschi di Berlino, i quali stanno suonando a volumi talmente esagerati che devo ordinare la prima birra a gesti, visto che la barista non mi capisce manco quando le strillo nell’orecchio.

I giovani sul palco (secondo me non più che venticinquenni) sono vestiti da indiani d’America post-atomici in versione zombi, con tanto di trucco in faccia e permanenti in stile Tigertailz o Wrathchild (andateveli a vedere, se non li conoscete). Mi viene pure il dubbio che il cantante indossi una parrucca, tanto mi sembrano scolpite col calcestruzzo le chiome che fa sventolare all’aria. Una sorta di mix tra Joey Belladonna degli anni d’oro e Sigourney Weaver in Ghostbusters. Però menano, e non vanno troppo per il sottile: speed metal a rotta di collo con urla lancinanti e ritmi serratissimi. Carini e molto pertinenti come sottofondo per una gara di rutti da birra Okocim, unica offerta alcolica del locale, che altro non è che una bettola per studenti buia e scalcagnata. Tra un rutto e l’altro mi avvicino al banchetto dei Vulture, dietro il quale c’è un tetesco che si dimostra ben felice di vendermi tutta la discografia della band, che consiste di due full e un EP, venduti a prezzo irrisorio persino su vinile. Ottimo acquisto. (Leggi tutto)

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