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Due pezzi inediti dei ROTTING CHRIST, per non perdere l’allenamento

22 febbraio 2018


I Rotting Christ, come sapete uno dei gruppi migliori del mondo, hanno recentemente fatto uscire due tracce inedite. La prima, The Call, si trova sull’omonimo EP, uscito pochi giorni fa solo in formato vinilico, che contiene questo pezzo sul lato A e una versione live di The Sign of Evil Existence (con Nergal dei Behemoth e Necroabyssus dei Varathron come ospiti) sul lato B. La seconda si chiama I Will Not Serve – peraltro traduzione letterale di Non Serviam – e sarà inclusa nel greatest hits Their Greatest Spells: 30 Years of Rotting Christ che uscirà tra un mese esatto.

I due pezzi confermano la recente evoluzione dei Rotting Christ, mantenendo quelle caratteristiche di oscurità, minimalismo e marzialità che hanno reso grandissimi dischi come Rituals e Κατά τον δαίμονα εαυτού. Ovviamente, essendo una canzone reperibile esclusivamente su un 7 pollici in vinile e l’altra su un doppio greatest hits, chi segue la band greca in maniera assidua (e non ha un giradischi a casa) potrebbe avere qualche problemino. Ma non c’è problema, perché ve ne abbiamo parlato noi, e vi alleghiamo anche i video dalla pagina ufficiale:  (Ascolta i pezzi)

Come è profondo il mare: DAGON – Back to the Sea

21 febbraio 2018

Come ogni persona nata sulla costa e abituata ad addormentarsi con il rumore della risacca, ho con il mare un rapporto religioso. Anche per questo a dieci anni mi appassionai così tanto a Lovecraft, esorcizzando la mesta presa di coscienza che – non essendo mai stato troppo portato per le materie scientifiche – non sarei mai diventato un biologo marino come sognavo da bimbo (ok, era il piano B qualora non fossi diventato un famoso paleontologo). Se il tuo senso del sacro è smosso da quell’infinita distesa d’acqua salata, perché non ritenere plausibile che al di sotto vi languiscano divinità dimenticate in attesa del risveglio? Un intimo legame che mi porta ad avere un debole per tutti i gruppi che trattino argomenti marittimi, che siano pirateschi (Alestorm), zoologici (Giant Squid) o quant’altro. Non potevo quindi non avvicinarmi con fiducia a una band che si chiama Dagon come il dio-pesce del pantheon lovecraftiano, definisce la propria musica “Ocean Metal”, quando non”Nautical metal” (attenzione), e scrive testi i cui argomenti spaziano dalla battaglia di Lepanto alle consuete gesta di corsari a caccia di tesori nascosti.

Di Lansing, Michigan, al terzo full, i Dagon nascono dalle ceneri dei Bestiary, gruppo deathcore cristiano autore di un paio di album nel 2001 e nel 2003. Un passato che si riaffaccia in pezzi come The Dog of the Sea, tra breakdown di prammatica e citazioni dei Dark Tranquillity (anche la timbrica vocale di Randall Ladiski si rifà spesso a quella di Mikael Stanne).  Le influenze dei Dagon vanno però ben oltre il solito death svedese rimasticato e guardano alla gloriosa tradizione power a stelle e strisce, quando non al thrash tout-court (l’acchiapponissima Fortune Favors the Bold). Il risultato è un dischetto variegato e imprevedibile, in grado di piacere anche ai nostalgici che si farebbero estrarre un dente del giudizio senza anestesia piuttosto che ascoltare un qualsiasi lavoro degli In Flames successivo a Colony. (Leggi tutto)

Argomenti sui draghi: RHAPSODY @Zona Roveri, Bologna 17.02.2018

20 febbraio 2018

Sapete, in Sudamerica mi chiamano Patricia”. A pronunciare questa frase, di fronte a un pubblico attonito, è Fabio Lione, nel momento-Pippobaudo d’obbligo per ogni gruppo power metal; quello cioè in cui il cantante intrattiene l’udienza con tecniche d’avanspettacolo, più o meno godibili a seconda del soggetto. Ma partiamo dal principio.

La Zona Roveri è un capannone della periferia di Bologna che oggi è pieno come un uovo, avendo attirato per questo evento gente dalle più svariate zone del Centro-Nord. C’è anche l’iperuranico Buti, colui che ha ispirato il personaggio di Don Zauker, che si è fatto la sua bella dose di autostrada per venire a sentire le storie dei draghi. È un circolo ARCI, quindi bisogna pagare 10 euro per la tessera. “Eh ma non ti lamentare, tanto poi la tessera ti vale tutto l’anno”, mi viene detto. E chi cazzo ci capita mai in un circolo ARCI, rispondo io. L’ultima volta è stato per i Russian Circles al Monk, ma era un anno e mezzo fa, e quella ormai è scaduta. Comunque sia, arriviamo chirurgicamente in tempo per la fine dei Beast in Black, secondo dei gruppi spalla della serata, che non avevamo assolutamente intenzione di sorbirci, avendo peraltro preferito una cena a base di tagliatelle al ragù e guancia di maiale stracotta nell’ottima Trattoria del Ghiottone che consiglio vivamente a tutti. Del resto come si fa a presentarsi ad un concerto power metal a stomaco vuoto, sarebbe come andare a vedere i Gorgoroth col De Viris Illustribus di San Girolamo in mano. A questo proposito un pensiero va al nostro vecchio amico Giorgio Heidegger, azzimato ascoltatore di black metal stupramadonne ma con la perversione per i Rhapsody, questa sera alle prese col suo primo concerto in assoluto in cui il pubblico non solo non sembra tendenzialmente sull’orlo di una crisi depressiva ma addirittura ride. I Beast in Black, di cui ascoltiamo gli ultimi due pezzi, portano il tutto al parossismo: finlandesi, tamarri come un cuozzo di Forcella con le frasi di Genny Savastano tatuate sul collo, pompano in quattro quarti senza nessuna vergogna, candidandosi a entrare nelle nostre autoradio quando le temperature si alzeranno e si potrà andare in giro col finestrino abbassato a dare mostra di coatteria nei corsi principali delle nostre città.  (Leggi tutto)

Doppia recensione: WHITE WIZZARD – Infernal Overdrive

19 febbraio 2018

White-Wizzard-Infernal-Overdrive

Marco Belardi: A ottobre mi sono imbattuto nel debut dei Witherfall, che mi ha sorpreso a tal punto che di lì a poco l’avrei considerato il disco dell’anno. La presenza in formazione di Jake Dreyer e Joseph Michael ha fatto sì che mi interessassi di conseguenza ai White Wizzard, che avevo velocemente bollato come un act di heavy metal tamarro, con un nome di merda e titoli degli album ancora più discutibili. In parte realizzai che avevo ragione, ma ripassandomi tutta la loro discografia entro la fine dell’anno, mi sono reso conto di quanta energia sprigionassero e – al netto di influenze che rendevano la loro musica davvero troppo derivativa – di quanta gente tecnicamente dotata fosse passata al fianco del loro leader e bassista Jon Leon in così poco tempo. Se il debut Over The Top era forse ciò che di loro preferivo, la linea più elegante e meno sfrontata portata avanti da The Devil’s Cut – appunto con i due membri dei Witherfall nei ranghi – non mi dispiaceva affatto. Li faceva apparire meno cazzoni e più propensi a una certa evoluzione sonora, piuttosto di sembrare una tribute band di lusso che anziché suonare cover si giustifica con gli inediti, ma a caro prezzo. Inutile dire che quando ho letto di Infernal Overdrive mi ci sono fiondato sopra all’istante. In pratica sono rientrati il primo chitarrista James LaRue, tecnicamente un pelino meno appariscente di Dreyer e in certi assoli debitore nei confronti di Marty Friedman, e Wyatt Anderson – il cantante di Over The TopFlying Tigers – che quando non adotta un timbro eccessivamente priestiano riesce ad essere pure trascinante e più adatto al sound del gruppo americano, senza però ripetere la profondità del più maturo e completo predecessore.

Il disco si presenta con una copertina meno anni ottanta e ridicola delle precedenti, con un look stavolta in direzione di Fury Road, un sound più pesante rispetto a The Devil’s Cut e – senza dimenticarne la forte vena hard rock – una complessità di fondo che ne accentua sensibilmente la componente prog. Il problema principale sono ancora una volta le influenze, se così dobbiamo chiamarle: non è facile iniziare ad ascoltare un qualcosa che, già alla prima traccia, ti ripropone pari pari la melodia vocale della strofa di Painkiller. Non il blues di One For The Road che riconoscerebbero in cinque, ma una delle canzoni più universalmente conosciute dai metallari. Potete interpretarlo come un omaggio o un plagio, fate davvero quello che volete ma la tentazione di fermarsi lì ci sarà, eccome. Il pezzo di per sé ha anche una bella energia, ma suona un po’ troppo da biglietto da visita atto a inquadrare Infernal Overdrive come un prodotto pesante quando, in realtà, il materiale al suo interno è decisamente vario – il tutto in favore della scorrevolezza e di dare un certo risalto alle qualità dei musicisti in alcune fasi, piuttosto che in altre. La cazzata, il cui dolore è ancora fortissimo, si ripete poi al quinto capitolo, quando in Voyage Of The World Raiders (titolo passato da George Lucas?) i nostri prendono To Tame A Land e fanno in modo e maniera di andarci pericolosamente vicini. Fatta eccezione per questi due passaggi, il disco è una bomba e lo è soprattutto nella prima metà: Storm The Shores si presenta anch’essa più maideniana che può ma poi azzecca il ritornello del disco; Pretty May tira fuori per prima un gusto fortemente rock e lo abbina a certe ritmiche cadenzate che mi hanno ricordato alcune cose dei Nevermore – tanto per ribadire che il gruppo ha sì invaso l’Inghilterra, ma si riferirà al proprio paese in svariate occasioni. Chasing Dragons è come se ne chiudesse un primo e brillante capitolo e pur non bissando il livello del pezzo che la precedeva, ci invita ad andare avanti; tranne Cesare Carrozzi, che è una persona orrenda e fortemente traviata dallo stile di vita tipicamente rurale da redneck-appenninico.  (Leggi tutto)

Mannaggia a Cavalera: ORPHANED LAND – Unsung Prophets & Dead Messiahs

16 febbraio 2018

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Credo non ci sia mai stata un’altra occasione in cui le anticipazioni precedenti l’uscita dell’album me ne abbiano influenzato così tanto il giudizio. Prima viene estratto il singolo We Do Not Resist, abbastanza groove nel suo stile; poi Kobi Farhi rilascia alcune interviste in cui descrive l’album come un concept “di protesta, molto arrabbiato” incentrato sui “rivoluzionari e [sui] leader [che] finiscono sempre per essere uccisi”. In un altro passaggio cita come esempi Che Guevara (non poteva mancare), Mahatma Gandhi, Martin Luther King e – punto più divertente – Yitzhaq Rabin e Anwar Sadat, due militari al governo dei rispettivi paesi. Tralasciando gli assassinii mirati di leader palestinesi o sciiti da parte dell’esercito israeliano (di cui ovviamente quest’album non parla), tutto ciò mi ha ricordato quelle pose un po’ alla Max Cavalera ora che sta nei Soulfly. Cioè tutte quelle dichiarazioni da prossima fine del capitalismo, da rivoluzione imminente, da anarco-insurrezionalisti col conto in banca… Insomma, come dice un vecchio adagio: tutti froci col culo degli altri.

Se devo essere onesto, non mi è mai piaciuto troppo mettermi a leggere i testi degli album, soprattutto prima di doverli recensire. È un aspetto a cui non do neanche troppo peso proprio in generale. Tuttavia, di recente mi è tornato sottomano un neanche troppo vecchio articolo di Ciccio sullo stato del giornalettismo metallico online. Subito dopo, in rete sono comparse come funghi recensioni in cui si elogia senza mezzi termini il profondo e fantastico messaggio politico – da qualche parte ho letto addirittura di pace – veicolato da Unsung Prophets & Dead Messiahs. Quindi, visti anche i precedenti e quanto ho scritto nel paragrafo sopra, mi pareva giusto scavare un po’ più a fondo. A onore del vero, dunque, c’è da dire che il gruppo, per esempio, ha anche fatto lo sforzo di far entrare due frasi in arabo nei testi di questo album. La prima è, in The Cave e totalmente fuori contesto, una parte della shahāda; e, francamente, mi ci sono scervellato, ma non riesco a capirne il senso. La seconda è in We Do Not Resist e tradotta significa all’incirca “lode a Satana, Signore dei venti”. Facendo qualche veloce ricerca in rete pare che sia tratta da un’opera del poeta egiziano Amal Donqol. A ben vedere, però, è un poema intitolato Le ultime parole di Spartaco nel quale l’autore si immedesima nel gladiatore della Tracia. Qua è abbastanza evidente il nesso col concept della ribellione. Più che altro fa ridere che lo stesso autore abbia scritto un poemetto ben più famoso in cui si scaglia contro Sadat e invita gli arabi a non fare pace (con Israele).  (Leggi tutto)

Zakk Sabbath: BLACK LABEL SOCIETY – Grimmest Hits

15 febbraio 2018

No, non è una raccolta di b-sides o un best of, ma un nuovo disco di inediti con un titolo del cazzo. Alla fine, nei confronti di Catacombs of the Black Vatican ero stato pure troppo severo: si sa che Zakk Wylde da parecchi anni va avanti col pilota automatico, quindi non c’è bisogno alcuno di stupirsi se in mezzo a prove più efficaci e convincenti (diciamo pure mezzi capolavori), quali ad esempio Mafia e Order of the Black, ti tira fuori album di transizione, come lo era, appunto, Catacombs. Inizialmente avevo scritto che questo disco qui non era particolarmente più fico del precedente, ma perseverando negli ascolti ho rivisto abbastanza la mia posizione in suo favore. Il cambiamento fondamentale sta nell’essere più cupo, doom e ispirato dai Padri. Voglio sviluppare una affermazione (che io trovo azzeccatissima) fatta da Enrico (il quale non recensisce più niente e si limita a distribuire la sua saggezza con molta parsimonia) a proposito di Zakk Wylde che sarebbe, a suo parere, uno che ha sempre cercato di individuare un equilibrio tra l’ignoranza e una qualche ricercatezza, tra i demoni personali sporchi del fango primordiale del southern rock e il tentativo di avvicinamento di questo mondo intrinsecamente crudo a un pubblico più ampio, più avvezzo a musiche easy-listening, come fanno certi cantautori country-folk americani che non si drogano o non si rovinano la vita appresso agli abusi e a qualche altra stupida dipendenza. Si aggiunga pure che lui, di fatto, continua a scrivere album per Ozzy, sperando, magari, che lo stesso ritorni a fargli uno squillo. In questo caso specifico, invece, alcuni pezzi sono stati scritti pensando chiaramente anche a Tony Iommi, con la dovuta deferenza del caso.  (Leggi tutto)

Hello darkness my old friend: PORTAL – Ion

14 febbraio 2018

I Portal sono la dimostrazione che, a volte, anche in un genere “statico” e stilisticamente introiettato su se stesso come il death metal si possono ottenere ottimi risultati sperimentando. Gli australiani sono, ad oggi, una delle poche band nel vastissimo panorama death a godere di una propria personalità ben definita, contornata da dei tratti che li rendono inconfondibili con qualsiasi altra realtà, passata o presente che sia. Sarà l’altissima concentrazione di animali e piante ad elevato tasso di odio anti-umano presenti in quella precisa zona dell’emisfero sud del globo, fatto sta che ai Portal girano i coglioni. E gli girano in un modo tutto particolare: non è quell’incazzatura ferale tipica del death metal, è più una sorta di superamento dei limiti stessi dell’odio e della misantropia, una forma mentis nera come la pece condita da una spruzzata di occultismo che strizza l’occhio a Lovecraft e dal desiderio di precipitare l’intero universo in una melma caotica e furente. (Leggi tutto)

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