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Avere vent’anni: CARPATHIAN FOREST – Black Shining Leather

21 luglio 2018

I Carpathian Forest sono sempre stati un’entità a parte all’interno della scena black norvegese: sin dagli inizi, infatti, hanno portato avanti un percorso musicale personalissimo, mantenendo soprattutto all’inizio della loro carriera un’attitudine  piuttosto elitaria, fatta di pochi proclami e soprattutto pochissime interviste, quasi a mantenere una sorta di distacco dal resto della scena. Dopo un demo diventato ben presto di  culto e l’ottimo EP d’esordio Through Chasm, Caves & Titan Woods arrivò alle stampe questo Black Shining Leather sotto l’Avantgarde Records di Roberto Mammarella (uno che ci ha sempre visto lungo). Parliamo di un lavoro che, all’epoca in cui uscì, lasciò parecchio interdetti. Se infatti come base di partenza parliamo di un classico black norvegese feroce e nichilista, basta approcciarsi all’iniziale titletrack per rendersi conto che su questa struttura si inseriscono sia elementi derivanti da certo thrash ottantiano che, soprattutto, una vena punk che mai era stata così evidente in un lavoro proveniente dalla terra dei fiordi. Ascoltando attentamente il disco ci si accorge quasi subito di come questo rifletta le personalità disturbate dei due mastermind dell’epoca: quella ironica e dissacratoria di Roger “Nattefrost” Rasmussen e quella gelida e nichilista del misantropo Johnny “Nordavind” Krovel, che da lì a poco abbandonò la baracca.   (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ANTHRAX – Volume 8: The Threat is Real

20 luglio 2018

In queste pagine ho ammesso di essere molto affezionato a dischi che molti ritengono indifendibili, come l’aggressivo Jugulator dei Judas Priest o Load dei Metallica. Tranquilli, non mi spingerò a fare nulla del genere con gli Anthrax.

Volume 8: The Threat Is Real è il secondo disco consecutivo senza Dan Spitz alla chitarra, ed anche il penultimo di inediti con John Bush alla voce che, per il sottoscritto, era un cantante fantastico e che avrebbe dovuto proseguire a oltranza con i thrasher della East Coast. Specie dopo che, con We’ve Come For You All, avevano dato nuovamente l’impressione di capire come muoversi una volta per tutte. Sarò sincero: la reunion con Belladonna, nonostante il culmine in Worship Music, non l’ho mai capita, con tutta la simpatia che ho per lui e la stima che nutro verso ottimi classici come Spreading The Disease e Among The Living. Ho sempre trovato gli Anthrax una band divertente e non monumentale come gli altri nomi che compongono il Big Four, e con John Bush sembravano aver trovato la libertà di fare quello che gli pareva, senza rinunciare a incidere canzoni che segnano un’epoca come Only e nemmeno incredibili e riusciti inni al cazzeggio, tipo la più recente Black Dahlia. Il loro ritorno con Belladonna è traducibile in una sorta di standardizzazione – e contemporaneamente in perdita di appeal – che me li ha ammazzati all’istante, mentre, sempre per restare in tema di band del genere, avevo frettolosamente bollato la reunion dei Death Angel come una paraculata gigantesca, e devo ammettere che mi hanno in buona parte sorpreso.  (Leggi tutto)

Qualcuno adotti Chris Barnes: SIX FEET UNDER – Unburied

18 luglio 2018

Unburied è l’album di b-side di un gruppo che solitamente pubblica dischi piuttosto brutti.

A dire il vero anche loro, i Six Feet Under di Chris Barnes, hanno completato una qualche parvenza di “percorso”: in partenza erano una sorta di succursale degli Obituary con al seguito un batterista molto scarso, per intenderci un po’ come il Sassuolo o l’Empoli con la Juventus. Ma da Undead, e per circa tre album, hanno ricominciato – rivoluzionando specialmente la sezione ritmica – a creare cose decenti che suonavano anche relativamente fresche. L’ultimo, Torment, era nuovamente brutto come da tradizione della casa, ed è dalla sua tracklist che sono state scartate alcune delle canzoni che compongono questo Unburied. In sostanza qua dentro si sente, oltre all’influenza del loro sound più classico, anche quella di Crypt Of The Devil che era sì caruccio, ma i cui scarti lo erano decisamente meno: e sono questi ultimi che ci toccherà sentire una volta per tutte.  (Leggi tutto)

NAPALM DEATH – Coded Smears and More Uncommon Slurs

16 luglio 2018

Quando avevo circa sedici anni mi presi una cotta per una ragazzetta della mia età. Con tutta l’ingenuità ed il candore tipici dell’adolescenza, in quel periodo un solo dolce e romantico pensiero mi passava per la mente dalla mattina alla sera: trovare un modo per ficcarglielo in pancia. L’occasione non mi capitava mai e questa cosa mi faceva gira un po’ i coglioni, ma andava così. Un giorno, come spesso accade, degli eventi improvvisi ribaltarono la situazione a mio favore. Un conoscente aveva cominciato a frequentare un’amica della signorina di cui sopra. Avevano organizzato una mezza festicciola a base di, beh, tante cose, ficcando in mezzo anche la donzella che mi interessava. Dove? A casa di lei, perché i suoi non c’erano. Alla grandissima. Quella sera, per l’occasione, mi faccio pure il bidet.

Salgo sul motorino (di cui allego una foto di repertorio che sarà qui da qualche parte), prendo il mio amico e partiamo a razzo. Arriviamo lì e… sopresa: in casa ci sono solo loro due. Buon segno. “Aspettiamo qualcun altro?”, domando io. “No”. Perfetto. Il cazzo mi arriva al mento. Il mio amico prende la sua, con cui aveva già un minimo di confidenza, e comincia a fare qualche numero e dopo poco si defilano. A lui è andata bene. Io non ero ancora arrivato a quella fase, quindi via ai convenevoli. Blablablabla, ecc. ecc. Stavo ingranando. Ad un certo punto sento una sorta di growl. Lo sente anche lei. Che cazzo è? Sono io. È la mia pancia, per la precisione. Le birre ghiacciate a stomaco vuoto bevute poco prima? Non lo so. Ma il growl continua. Mi sento un po’ scombussolato. Temporeggio, ma ad un certo punto le chiedo dove sia il bagno e mi ci fiondo. Non trovo l’interruttore e ho un terremoto dentro. Rischio. Cerco il cesso al buio e lo trovo quasi subito, ma comunque troppo tardi: mi sono cacato addosso. Accendo la luce. I pantaloni sono ok, perché per l’impeto li ho fatti volare via in tempo, ma le mutande no: sono smerdate, spiaccicate sul lavandino. Diarrea a soffio. C’è un’altra bella notizia per il giovanissimo Messicano: la diarrea a soffio ha macchiato anche i muri, che sono bianchi traforati e hanno assorbito la merda liquida.  (Leggi tutto)

Ho quasi rischiato di scopare con i Marduk

15 luglio 2018


In realtà manca circa un anno al ventennale di Panzer Division Marduk, ma non ho resistito. In pratica, ieri, rientrando dal lavoro ho scoperto la reale potenza di quell’album, di cui non parlerò assolutamente perché già sapete com’è, già capitolate al suolo quando Legion grida Attack! Attack! Attack! e se non vi piace oppure lo trovate noioso e ripetitivo, non posso aiutarvi in nessuna maniera.

Quello che mi è accaduto è una di quelle cose che ti segnano come metallaro, come la birra che mi sono ritrovato a bere con Mark Osegueda mentre per strada stavo fischiettando un pezzo di The Ultra-Violence, e il cantante dei Death Angel mi aveva sentito. Ma questa è più allucinante, perché ha a che fare con il black metal, e con le mignotte d’alto rango.

Mi trovavo in viale Guidoni a Firenze, una zona che la sera è piena di prostitute ed anche molto trafficata, perché collega quartieri altamente residenziali e ricchi di uffici, alle sature autostrade. Ma è luglio e si scorre bene; mi becco comunque un semaforo rosso che mi fa affiancare ad una Porsche cabriolet, probabilmente una 911 Carrera. Mi stavo ascoltando l’unico disco accettabile dopo una giornata di lavoro pessima, Panzer Division Marduk, ed ero appena a metà della prima traccia. Distratto dal veicolo di fianco, noto al suo interno il classico puttaniere fiorentino sui 65 anni, ovvero quello che la mattina porta le nipotine a fare colazione nella pasticceria più cara del centro storico, e che la sera si fionda a zoccole con tutto l’arsenale a disposizione, come il Rolex al polso e la camicia Hugo Boss rigorosamente bianca, oltre al quintale di gel spalmato come colla sul capello immancabilmente brizzolato; e poi c’era lei, una stanga dell’est europeo, castana e sui 21 anni o poco più, palesemente una escort. (Leggi tutto)

Sanguinanti acque profonde: intervista ai MESSA

14 luglio 2018

Non so se a questo punto serva ancora presentare i Messa per quelli che effettivamente sono, cioè una band italiana al secondo album che suona un drone-doom sabbathiano e oppressivo: probabilmente i trevigiani sono ancora sconosciuti al grandissimo pubblico, ma ho fiducia che chi legge queste pagine abbia ben presente di chi stiamo parlando. Dopo un album bellissimo come Feast for Water, uscito pochi mesi fa, e soprattutto dopo la prestazione maiuscola al Tube Cult Fest, abbiamo ritenuto opportuno intervistarli per poterne parlare ancora una volta. Il nostro interlocutore è Alberto, chitarrista e membro fondatore.

Come descriveresti i Messa a chi non vi ha mai sentiti prima?
Sanguinanti acque profonde.

A proposito del precedente Belfry, diceste che la scaletta era divisa in coppie di canzoni. Parimenti, a chi chiedeva il perché della scelta di una voce femminile eterea accostata ad atmosfere malate e claustrofobiche, rispondevate che lo scopo era rappresentare un contrasto. C’è una ragione dietro a questa fascinazione per il dualismo oppure è solo una scelta estetica?
Per noi è una scelta musicale ed estetica a pari merito. La parte compositiva gioca sui contrasti tra piano e forte, e la tracklist è stata strutturata di conseguenza. Si possono notare accostamenti di dinamiche e di tonalità molto diverse tra loro. Il concetto è che questo dualismo in realtà riporta all’uno. Tutte le persone sono divise in due parti indipendenti ma unite, che vanno a creare l’unico. La stessa cosa succede con le nostre ‘coppie’ di canzoni. Al momento dell’ascolto ogni dualismo e oggettività scompaiono, non esiste più contrapposizione. Gli opposti diventano una cosa sola e congiunta.

Il campanile del lago di Resia rappresentato in copertina su Belfry simboleggia qualcosa di specifico?
Il campanile di Belfry ha un significato preciso. Il campanile chiama a sé i fedeli prima del rito. In questo caso, una volta riuniti sono trascinati nelle profondità del lago. Abbiamo concepito Feast for Water come diretto seguito di Belfry, è stato naturale procedere in questa direzione anche con le copertine dei dischi.  (Leggi tutto)

GRAHAM BONNET BAND – Meanwhile, Back In The Garage

13 luglio 2018

Se non sapete chi è Graham Bonnet, per quanto mi riguarda meritate di morire male prima di subito. Se, al contrario, non siete esattamente degli ignorantoni col botto, sarete indubbiamente contenti di sapere che il nostro è, a settant’anni suonati (letteralmente), ancora in giro per il mondo a fare concerti (magari in buchi di culo sperduti davanti a quattro gatti, però a volte anche no), che registra dischi a suo nome (quest’ultimo Meanwhilelapizzablablabla), e che è pure fidanzato con la bassista del suo gruppo, tale Bethqualcosa la quale avrà un, boh? cinquant’anni portati benissimo. Magari ogni tanto se la tromba pure imbottito marcio di viagra, chi lo sa. Ha suonato con un botto di gente, da Blackmore, a quello stronzo di Yngwie, Michael Schenker, Impellitteri, Steve Vai, tanto per citare i più noti. Vive in California (credo a Malibu) ed è tutto sole, mare, canne e cibo messicano. Insomma, chi non vorrebbe essere Graham Bonnet, su.

Ma la cosa figa è che canta come se non meglio di quarant’anni fa, cari amici. Incredibile. Per dire, pensiamo che Rob Halford, pur difendendosi benissimo, alla sua età ha necessariamente dovuto cambiare approccio al canto, perché con l’andare del tempo le corde vocali non sono più quelle di un tempo. Ian Gillan uguale, tanto per fare un altro nome noto, ma ce ne sarebbero di esempi. Graham Bonnet no: strilla come prima. Tutt’al più la voce gli si è arrotondata con gli anni, acquistando ulteriori possibilità espressive (poi ci torniamo). Peraltro, mille anni fa, quando ascoltai per la prima volta No Parole From Rock ‘n’ Roll, Bonnet non è che mi piacesse più di tanto. In effetti ci ho messo un po’ per abituarmici, non ha un timbro così comune ed è anzi piuttosto particolare, ed in questo senso molto devo, non a caso, a tutti quei chitarristi fantastici con cui ha cantato in queste decadi, per amor dei quali ascoltavo i dischi dove c’era lui dietro al microfono, finendo affezionato anche alla sua voce, come detto peculiare, inconfondibile.  (Leggi tutto)

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