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Avere vent’anni: EDGUY – Kingdom of Madness

27 febbraio 2017

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Pensavo davvero di non doverlo risentire, prima di scrivere queste quattro righe. Pensavo che il più bel disco degli Edguy, nonché uno dei migliori dischi di un’epoca che vide il power metal tornare prepotentemente in auge, non avesse bisogno di un ripasso, visto che lo ascolto a cadenza fissa ed è per me uno dei veri gioielli degli anni novanta. Premessa: il power metal di quel periodo mi lascia in larga parte indifferente. All’inizio era carino ma poi è diventato tutto uguale, con milioni di band che si affacciavano sulla scena, molte delle quali senza proprio nulla da dire, se non il solito giro di doppia cassa, qualche riff stantio e le solite palle neoclassiche che dopo un po’ prendevano davvero all’anima. Sono pochi i gruppi che ascolto ancora oggi e nemmeno gli Edguy mi direbbero qualcosa se non fossero usciti in passato con un album così fresco e spontaneo, che trasuda un talento talmente evidente che mi fa riflettere su quanto sia stata un peccato la parabola discendente intrapresa successivamente (suvvia, tiratemi tutti i pomodori che volete). Kingdom of Madness arrivò tra il dimenticato Savage Poetry (versione originale) e il vanaglorioso Vain Glory Opera (vanaglorioso, esatto), disco troppo plastificato per i miei gusti, e anche noioso, con i suoi pipponi neoclassici qua e là. Se proprio la vogliamo dire tutta (e lapidatemi) sul successore di questo piccolo gioiello si perse di vista una cosa essenziale nel metal: i riff, quelli belli. Vain Glory Opera è zeppo di orpelli e abbellimenti che personalmente non mi impressionano affatto, e la produzione è a tratti soffocante. Kingdom of Madness invece è scarno ed essenziale negli effetti sonori ma va diritto al sodo e ti sbatte in faccia il metallo, quello rovente. (Leggi tutto)

R.I.P. Pietro Giordano (1948-2017)

26 febbraio 2017

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“E prima che cosa faceva?”

”Facevo l’elemosina davanti alle chiese.”

La ricorrente, sempre uguale chiosa a ognuna delle interviste impossibili a Pietro Giordano, ora nelle vesti di uccello di stupratore, morto ammazzato, pezzo di merda o altra cosa inutile, mi pare oggi la sintesi più efficace, o perlomeno l’unico modo di sintetizzare, la vita del (non) attore palermitano che ricordiamo oggi con il solito mesetto di colpevole ritardo.

Perché l’elemosina davanti alle chiese la faceva davvero. Le due volte che l’ho incontrato – davanti alla Martorana o alla Cattedrale – era compreso nel suo ruolo, nel “lapardeo” che aveva incarnato, nella vita e sullo schermo, per più di trent’anni.

Franco Maresco, nella scarna dichiarazione che ha rilasciato in occasione della sua morte, ricordava la sua estrazione agiata e la sua avversione compulsiva per ogni forma di lavoro: la vita di Pietro Giordano è stata, in fin dei conti, un enorme sforzo per evitare di lavorare, e il suo impegno di attore non può essere considerato come tale. Forse una realizzazione esistenziale, una messa in scena di se stesso (cifra ben cara al cinema di Ciprì e Maresco), ma lavoro non riesco a chiamarlo, per una “cosa inutile” come lui. Cosa inutile che però, tra una cosa e l’altra è stato sui canali nazionali per anni e, nell’occasione del Ritorno di Cagliostro, riuscì pure a tener testa a Robert Englund (cosa ci facesse Robert Englund in Sicilia a fare un film con Ciprì e Maresco, ancora me lo chiedo, in uno dei più grandi cortocircuiti culturali dell’Italia moderna). (Leggi tutto)

Avere vent’anni: CHILDREN OF BODOM – Something Wild

24 febbraio 2017

 

Alexi Laiho m’ha sempre dato un po’ fastidio, tra rimmel, trucchi e quell’immagine a metà tra il depresso/punk/glam/salcazzo che, più che donare fascino a ‘sto soggettone, dà proprio l’impressione che sia un coglione senza ritorno; impressione poi confermatami dal matrimonio, durato un paio d’anni, con quel discreto barile svociato di Kimberly Goss, tastierista per un periodo dei Dimmu Borgir, con la quale ha inciso ben tre album a nome Sinergy (tra l’altro nel debutto Beware The Heavens ci suonano pure Jesper Stromblad e Sharlee D’Angelo), che, voce a parte, manco sono malaccio, specie l’ultimo. Perché è vero che Alexi Laiho m’ha sempre dato fastidio, però solo alla vista. Quando ascoltai per la prima volta i Children Of Bodom, e la prima cosa che sentii fu Hatebreeder, rimasi di sasso perché era la cosa più figa e d’impatto che mi capitava di ascoltare da un sacco di tempo. Meglio ancora, non era qualcosa che avessi già sentito, per un verso o per l’altro: non era black metal anche se c’erano i blastbeat e la voce in screaming che non si capiva un cazzo; non era power/speed nonostante la presenza di tastiere, aperture melodiche, doppia cassa a elicottero e produzione di cartone; non era manco metal neoclassico, pur con gli svolazzi di chitarra e clavicembalo a richiamare ora Bach ora Vivaldi, e insomma: era nuovo, era fresco, era mai fatto prima.

E Alexi alla chitarra spaccava. Bravi tutti per carità, ma essendo fondamentalmente musica per chitarra, beh la chitarra spiccava. E spaccava, come detto. Oddio, magari sarà stato anche il periodo, ero appena ventenne ed immerso fino al collo nel mondo dei guitar hero, neoclassici o meno, però dal punto di vista di un ragazzo che suona la chitarra questo disco è fenomenale. (Leggi tutto)

La mensa di Odino #15

23 febbraio 2017

sepultura-machine-messiahLa verità è che si parla male dei SEPULTURA per partito preso, nessuno si ascolta più i dischi. E capisco anche il motivo, visto che sfido chiunque a rimanere serio quando ci si riferisce a questo gruppo chiamandolo Sepultura. A me però sono sempre rimasti simpatici, anche se ovviamente neanche io ho più ascoltato i loro dischi. Forse perché dall’altra parte della barricata c’era Max Cavalera, che considero IL MALE o giù di lì, ma a me l’idea di Andreas Kisser che suona con gente a caso nei localini fa abbastanza simpatia. Kisser da ragazzino mi sembrava l’unico serio di quella banda di scappati di casa; o quantomeno l’unico che ci tenesse a sembrare metallaro. E insomma metti su Machine Messiah, parte la titletrack sabbathiana che nella strofa richiama gli Alice in Chains e pensi che tutto sommato forse qualcosina te la sei persa. Poi la titletrack finisce, inizia il resto del disco e ti dici che no, è meglio rimanere nell’ignoranza. L’ignoranza è forza, come dice Felipe Melo. Questo sarebbe il momento di finire di scrivere (perché voglio dire, è un nuovo disco dei Sepultura. Che altra descrizione volete? È un nuovo disco dei Sepultura) ma devo purtroppo infierire sul cadavere della reputazione di Andreas Kisser segnalando la bonus giapponese, una terrificante cover della sigla originale di Ultraman, già coverizzata dai Ratos de Porao. Provate a immaginare cosa può esserne uscito fuori. Immaginate Derrick Green che canta la sigla di un programma giapponese, in lingua giapponese. Fatto? Direi che possiamo archiviare la pratica in modo definitivo.

Accogliamo il nuovo GRAVE DIGGER con l’ormai usuale atteggiamento di rassegnazione dovuto al fatto che questi paiono essere gli unici tedeschi a subire un normale declino stilistico col passare degli anni, proprio come succede a tutti i vecchietti nel resto del mondo. Qual è l’ultimo disco decente dei Grave Digger? Knights of the Cross? Excalibur? Si parla comunque di un’epoca in cui compravi una pizza con 4mila lire e se sentivi la parola cellulare pensavi alla camionetta della polizia. I problemi non sono solo meramente stilistici, che già basterebbero da soli perché in questo genere se non azzecchi riff e ritornelli finisci male: i Grave Digger suonano esattamente come suonavano trent’anni fa, come se il tempo non fosse passato; e se di solito questo concetto è inteso in maniera positiva, stavolta è diverso: come già detto nella recensione all’ultimo Running Wild, anche per suonare lo stesso genere devi renderti conto che gli anni sono passati; non per il metallo, che è eterno, ma per te stesso, che hai i capelli bianchi e le vene varicose. Parlo di sfumature di attitudine, quella sottile linea tra l’essere coerente e l’essere pacchiano; o, se volete, la differenza tra uno che a cinquant’anni va vestito come un truzzo ventenne e uno che alla stessa età rimane giovane e fresco dentro, ma non si mette in ridicolo con sopracciglia ad ali di gabbiano e risvoltini. La differenza tra Gianluca Vacchi e Gerard Depardieu, diciamo così.

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I loghi che ci avete mandato

22 febbraio 2017

stefanomannoAbbiamo finalmente un nuovo logo e lo adotteremo a giorni, una volta risolti un paio di dubbi sui colori. Lo ha disegnato un amico del nostro fine arabista Edoardo Giardina. A costui, ahivoi, andranno quindi i salumi e i formaggi promessi dal nostro mirabolante concorso di qualche mese fa. Tra la roba che ci avete mandato non c’era nulla che potesse andare davvero, in un paio di casi per mere ragioni di formato. Però, in termini di attitudine, come accadde con il glorioso concorso per cambiare nome, molti di voi hanno colto lo spirito, anche troppo, come lo spiritosissimo Stefano Manno, autore dell’opera di cui sopra.

Purtroppo ci serviva un luogo orizzontale, ci dispiace molto non aver potuto considerare questa creazione di John Walker.

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Il Masticatore aveva suggerito di mettere “dieci stronzi” al posto di “20 sigarette” ed era in effetti un’idea splendida. John Walker ci manda pure quest’altra creazione, che include una raffinata citazione dell’intervista al vincitore del concorso del becco più bello:

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Sull’elaborato di Ciro Bocchetti abbiamo riflettuto un po’ e avevamo pensato di ricontattarlo, magari chiedendogli di modificare un paio di cose, magari meno marijuana dietro che poi stona con le recensioni dei gruppi cascadian. Però inserire come elementi Lemmy e la puzzola era una trovata simpatica. Magari lo uso come sfondo per il desktop in ufficio. (Leggi tutto)

OVERKILL – The Grinding Wheel

20 febbraio 2017

overkill_-_the_grinding_wheelAvevo sperato almeno in qualcosa di meglio di White Devil Armory ma siamo più o meno sugli stessi, comunque non disprezzabili, livelli. Dopo due botte mostruose come Ironbound e The Electric Age, probabilmente le cose migliori incise dai newyorchesi dai tempi di W.F.O., se non di Horrorscope, era lecito. Gli ultimi anni ci hanno regalato un’inattesa trafila di disconi incisi da ultracinquantenni ma, dopo tanti album e dopo aver dato così tanto, mantenere una continuità creativa di quel livello a un’età simile è una cosa che non possiamo pretendere manco da gente caparbia e di pelle dura come gli Overkill. The Grinding Wheel è il diciottesimo lp in trentadue anni. Il primo singolo che ho ascoltato, Goddamn Trouble, è fantastico, una diavolo di endovena di caffeina che purtroppo rimane pressoché isolata. Giusto Our Finest Hour forse ci va vicino. Anzi, a ‘sto giro puntano più sui mid-tempo, cacciano brani più strutturati e lunghi (cinque canzoni su undici superano i sei minuti e non sempre gli viene bene) e, dovendo giustamente rimescolare un paio di carte in tavola per rendere il disco un minimo sindacale diverso dal precedente, torna pure qualche guizzo sperimentale anni ’90. (Leggi tutto)

Video Game Diaries: Viaggio al centro della decima arte

17 febbraio 2017

41n9avopw-l-_sx355_bo1204203200_Ricordo che ad iniziarmi al mondo dei videogiochi fu un mio cugino, che qua per comodità chiameremo Cugino #1. Ricordo anche che nello stesso periodo suo fratello – nonché mio cugino, che qua per comodità chiameremo Cugino #2 – mi introdusse al mondo del metal. Da un punto di vista musicale ringrazio ancora il Capro che le cose siano andate in questo modo e non viceversa. Se fosse andata altrimenti in questo momento probabilmente sarei con il primo a fare powerlifting in palestra mentre ascoltiamo i Manowar. Almeno il secondo mi aveva aperto un mondo intero passandomi un po’ di roba di Pantera, Death, Testament, Slayer e Black Label Society. E mi ritengo molto fortunato visto che un altro cugino, Cugino #3, aveva le pareti della camera tappezzate di foto di Fabio Lione autografate dallo stesso.

Posso ritenermi fortunato anche da un punto di vista videoludico, altrimenti starei ancora giocando a Sonic con il Sega Mega Drive. Cugino #1 invece, prima ancora che entrassi nella pubertà, cominciò a sommergermi di videogiochi. I regali più azzeccati furono probabilmente The Elder Scrolls III: Morrowind e Neverwinter Nights, entrambi giochi di ruolo fantasy medievali e parti di serie che seguo tuttora. Ciononostante credo che non sia necessaria la storia personale di nessuno (tantomeno la mia) per dimostrare che la sottocultura nerd e quella metal spesse volte si incontrano. Ne possono uscire mostri di asocialità rari come il mio amico che si imparava alla chitarra le colonne sonore di tutti i Final Fantasy e che per hobby creava forum online dove giocare a D&D. Oppure discografie interamente (o in buona parte) ispirate al Signore degli anelli, prima tra tutte quella dei Summoning. O ancora meglio – si fa per dire – gruppi che si ispirano all’universo di Warhammer, di cui tra l’altro la Creative Assembly ha appena fatto uscire uno strategico in tempo reale.

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