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Jon Schaffer’s Purgatory, o l’estetica della cover band

17 gennaio 2019

Non so quanti di voi che leggono strimpellano uno strumento, oppure avevano/hanno un gruppo, dedito magari al grind, tipo quello che Trainspotting ha nella sua testa da mille anni e che non riesce mai a concretizzare per varie ragioni (non ultima che non sa suonare un cazzo. Direte voi, e che c’entra il grind con il saper suonare? Vero pure, ma è un altro discorso). Pochi, tanti, boh? Immagino comunque abbastanza, visto che chi ascolta il metallo spesso finisce anche per suonare qualcosa, per un verso o per l’altro. Comunque, quelli di voi che hanno o hanno avuto un gruppo magari avranno anche registrato dei demo, no? O anche solo le prove col gruppo in saletta. Quando suonavo con gente, una venticinquina d’anni fa, si usava registrarsi su cassetta con uno stereo. Anche i demo propriamente detti giravano per lo più ancora su cassetta, il cd come mezzo di registrazione di massa accessibile a tutti avrebbe preso piede definitivamente da lì a qualche anno, con l’avvento dei masterizzatori su PC.

E insomma qualche tempo fa, mentre sto spostando cose, mi capita sottomano questa cassettina registrata in sala prove appunto circa venticinque anni or sono. Ma pensa un po’. Non sapevo neanche dove ascoltarla, poi mi sono ricordato che ho ancora un piccolo stereo con lettore cd (che è morto da tempo) e cassetta in soffitta, sicché sono andato su, l’ho messa nel vano per le cassette ed ho premuto play. Sapete, all’epoca avevo ‘sto gruppetto di rock italiano, dedito a pezzi originali che scrivevo quasi esclusivamente io. In realtà penso che fossimo complessivamente troppo scarsi per fare cover (specie il batterista, che però era uno tranquillissimo che si sfondava di canne. Ciao Gigi, se mi leggi), ma soprattutto io di musica italiana non sapevo nulla di nulla, per lo più il rock italiano era inesistente e mi faceva cagare mattonelle (tranne qualcosa dei Litfiba). In realtà io volevo suonare gli Iron Maiden, gli Helloween, Malmsteen o che cazzo ne so, pure i Deep Purple, i Black Sabbath (i Led Zeppelin dipende), invece quella con la quale mi sono scontrato era una realtà “musicale” allucinante fatta di coglioni col botto per di più ignoranti e supponenti da morire.  (Leggi tutto)

Dalle Highlands con furore. Il nuovo video dei SAOR

16 gennaio 2019

Un gruppo di cui non vi abbiamo mai approfonditamente parlato sono i Saor, in realtà progetto del solo Andy Marshall, scozzese di Glasgow e autore fin qui dei tre album Roots, Aura e Guardians, a cui farà seguito il mese prossimo Forgotten Paths, di cui è appena uscito il video d’anticipazione Bròn, che vedete qui sotto.

Black metal atmosferico dalle atmosfere celtiche, molto evocativo e sempre in punta di piedi, nonostante il vocione cavernoso del suddetto Marshall a cui alla fine si è fatta l’abitudine. Pregevolissimo anche il video, che riesce nell’intento di non scadere mai nel pecoreccio pur avendo come protagonista una donna pseudo-sciamana che maneggia un teschio di cervide cornuto a caso. Rimanete sintonizzati perché ho idea che Forgotten Paths sarà materiale da playlist di fine anno.  Leggi tutto…

Musica da camera ardente #18

16 gennaio 2019

A proposito del nuovo Essence! ne ho lette di tutti i colori e mi trovo a concordare con quella fetta di critica che non lo esalta troppo ed allo stesso tempo non è così dura nei confronti della restante e recente produzione. Bisogna ammettere, altrimenti farei un danno alla mia credibilità di pennivendolo, che gli ultimi DEATH IN JUNE che mi abbiano realmente impressionato si collocano negli anni ’90 e che da quel Rose Clouds of Holocaust in poi non ho più perso molto tempo sia nell’interpretare il significato dei testi, che è sempre stato in bilico tra il senso e il non-senso, che nell’ascoltare gli album successivi con lo stesso livello di concentrazione che potevo avere un tempo. Concordo, quindi, con coloro che contestualizzano Essence! all’interno di una carriera molto lunga e non sempre a fuoco ma anche che lo considerano un ideale continuatore di quel Rose o di un But, What Ends When the Symbols Shatter? Parimenti non credo che nelle produzioni degli anni zero tutto sia da buttare, per quanto il calo di ispirazione rispetto agli esordi sia palese. Infatti, un Operation Hummingbird o un All Pigs Must Die (ma anche lo stesso Peaceful Snow alla fine), per quanto pieni di autocitazioni, non possono essere maltrattati più di tanto, soprattutto i primi due. Anche Essence! è pieno di autocitazioni, come pure i testi, ancora una volta in bilico tra il significato e la puttanata, sono comunque immaginifici (rispetto a questo punto consiglio The Humble Brag e The Dance Of Life – To Shoot A Valkyrie), ed è proprio per questi motivi che funziona. Non mi sento neanche di condannare in nessun modo chi ne ha esaltato eccessivamente le qualità, perché forse, sull’onda dell’entusiasmo iniziale, sarei caduto nello stesso errore.  (Leggi tutto)

Credo che i METAL ALLEGIANCE avranno sempre il solito problema

15 gennaio 2019

Quando questi ragazzoni hanno inciso il primo album ammetto di non essermeli filati nemmeno di striscio. Dopodiché è sicuramente accaduto qualcosa: io e Cesare Carrozzi ci siamo sentiti su Messenger e sembravamo voler fare entrambi la recensione. Col passare dei mesi, dato che Volume II: Power Drunk Majesty è uscito intorno a metà settembre, si è verificato solo un timido rimbalzare di la faccio io, seguito da ora non ho tempofalla pure tu, e da alcune limpide bestemmie in abruzzese. Il che mi ha messo nella posizione di parlare dell’album del quale, più di ogni altro, speravo si occupasse lui. Il punto è questo: Metal Allegiance una combriccola imbastita da Dave Ellefson e Mike Portnoy, a cui si sono aggiunti un discografico che suona pure il basso e – ultimo in ordine di tempo – l’onnipresente Alex Skolnick. Il progetto è nato a bordo di una delle tante crociere metallare che ogni anno vengono organizzate dai gruppi grossi: se non erro iniziarono proprio i Kiss, ma in quel caso sono sicuro si trattasse della Motorboat di Lemmy Kilmister. Dopodiché hanno inciso un primo album, sinceramente bruttino, ed il seguente – che abbrevierò d’ora in poi in Power Drunk Majesty per praticità – pur risultando sicuramente migliore di esso, è ancora una volta afflitto da una serie di problematiche che il quartetto di marinai headbanger non credo sarà mai in grado di risolvere.

Della scrittura dei pezzi penso si occupino un po’ tutti, ma non ho dubbi sul fatto che Mark Menghi ne sia il principale direttore d’orchestra: cura quasi tutte le interviste, invita gli ospiti alla festa e fa circolare un nome che fino a ieri poteva un po’ suonare, per un metallaro, come il Phillip Boa dei Voodoocult fino al 1993. Ed i brani di Power Drunk Majesty sono infarciti di ottimi riff, strutturati come il Capro comanda e prodotti relativamente a modo, ma con una batteria che perde nettamente il confronto se comparata con quella di un Six Degrees Of Inner Turbulence, per la cura maniacale con cui erano state registrate e mixate le sue linee in quell’occasione. È un peccato, perché al sottoscritto Mike Portnoy piace una cifra ed in quest’occasione avrei voluto ammirarne il tocco, piuttosto che ritrovarmi davanti all’ennesima produzione Nuclear Blast, con percussioni identiche a quelle dell’ultimo lavoro dei Testament, ed a tanti altri ancora in cui hanno offerto prestazione altrettanti musicisti. Mike Portnoy è Mike Portnoy, ed io pretendo di distinguerlo così come Gene Hoglan e tutti gli altri fuoriclasse letteralmente “castrati” dai metodi di registrazione odierni.  (Leggi tutto)

Me ne vado da Roma ascoltando i GOD IS AN ASTRONAUT

14 gennaio 2019

Una recente esperienza personale ha rafforzato la mia coscienza sulla precarietà della salute – o perlomeno della prestanza – fisica e psichica dell’animale uomo, e ho preso in considerazione l’idea di cosa fare del mio cadavere, dato che i cappotti di legno non mi aggradano. Preso atto che non dispongo di una forza di volontà sufficiente per intraprendere la strada dell’auto-mummificazione, al momento le alternative che sto ponderando si dividono tra la cremazione (con conservazione delle ceneri in un’urna a forma del calco del mio cazzo, esteso fino alle palle e al buco del culo) e la pietrificazione, sì da contrapporre a una vita vissuta in maniera liquida una morte vissuta in maniera solida. Fatto sta che io non ascolto più Max Gazzè.

Questo perché ci sono dischi che si appiccicano a dei periodi della tua vita, pure brevi, pure banali; il solo pensare al suono, quei dischi agganciati ai neuroni di recupero. Io se penso agli Offspring mi ritrovo seduto al tavolo in cucina a montare chissà quale accessorio costosissimo alla mini 4WD, gli stabilizzatori esagonali, mamma, da grande farò il meccanico. Se penso a quando mi lasciai con Gabriella penso al secondo disco del Teatro degli Orrori, che fa schifo, ma è quello che ascoltai quando da casa sua tornai a casa mia, per l’ultima volta.

Ultimamente mi sono trasferito in Umbria per lavoro, addio a Roma dopo undici anni, Roma, la città che più in assoluto si sforza di farsi odiare ma che non ce la fa perché lo sa, c’è chi se ne va ma tanto poi ritorna. Sono partito alle sette di mattina e mi sono svegliato alle cinque per caricare la macchina, perché se l’avessi caricata il giorno prima, se avessi lasciato la macchina piena di roba per strada, i negri non mi c’avrebbero lasciato neanche i tappetini. Il Negro aveva promesso che mi avrebbe aiutato, ma poi ha fatto capolino dalla sua stanza, assonnato, lo sguardo colpevole, dicendomi che stava scopando con una troia, e io l’ho guardato con tenera uggia, scopati pure la tua ennesima mia ultima troia. Volevo entrare e salutarla. Ciao ennesima troia, tu non lo sai ma per me sei importantissima, non ti dimenticherò mai, mia ultima grandissima puttana. (Leggi tutto)

Il cielo sopra R’lyeh: SULPHUR AEON – The Scythe of Cosmic Chaos

12 gennaio 2019

Ci sono due generi di captatio benevolentiae ai quali non posso resistere. Il primo sono i gruppi che parlano di animali marini, dai Giant Squid, che non mi è mai capitata l’occasione di recensire, agli Slugdge, che sto ascoltando in questi giorni senza essere ancora riuscito a capire se mi piacciano o meno. Il secondo, più banale, è costituito dalle band a tema lovecraftiano. Attenzione, non quelle che si limitano a piazzare Yog-Sothoth in un titolo o qualche vago riferimento qua e là, ma quelle animate da un’ossessione genuina per l’opera del solitario di Providence e dei suoi proseliti e contemporanei. Quelli insomma che come me, da ragazzi, invece di pensare alla fregna, andavano a caccia di vecchie edizioni tradotte a capocchia degli autori di Weird Tales più oscuri e sfigati e compravano a scatola chiusa qualsiasi tascabile della Newton & Compton recasse in copertina i nomi di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Un novero di derelitti al quale di sicuro appartengono anche i Sulphur Aeon, dei quali ci eravamo già invaghiti con il precedente Gateway to the Antisphere.

Se i cultisti di Shub-Niggurath suonassero death metal, probabilmente uscirebbe qualcosa di più simile al caos ingovernabile dei Portal; i Sulphur Aeon, da buoni tedeschi, hanno il difetto di essere sempre fin troppo puliti e precisi, quindi refrattari a quel decontrollo che è necessario se l’intento è scrivere brani ritualistici ed evocativi, contrappuntati da IA! IA! a volontà, che facciano da sottofondo all’evocazione di divinità dimenticate dallo spazio profondo. The Scythe of Cosmic Chaos, da questo punto di vista, è ancora più lineare e compatto del predecessore, il che non è per forza un male, anzi. (Leggi tutto)

La finestra sul porcile: SUSPIRIA

11 gennaio 2019

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Partirò da un presupposto: di Luca Guadagnino non ho visto quasi niente, ma ho sentito un gran parlar bene di Chiamami col tuo nome, e il mio unico approccio col suo cinema rimaneva ad ieri quella mezz’ora abbondante dedicata a Melissa P. – Non ce la feci ad andare oltre, perché sembrava di assistere a quel gioco delle giostre in cui c’erano tanti buchi da cui sbucavano altrettanti simil-falli, da interpretare come minacciose talpe che fuoriuscivano dal suolo, e respingerne l’invasione con l’ausilio di un efficace martello gommato. La protagonista veniva a trovarsi in una situazione molto simile, e non respingeva proprio un bel niente. O meglio, non ci provava proprio.

Motivo per cui immaginare un nuovo Suspiria, che per inciso è uno degli horror che prediligo in assoluto nonché la mia pellicola preferita a nome Dario Argento, sovrastato dalla dicitura “dal regista di Melissa P.”, inizialmente me l’aveva fatta prendere nella maniera più sbagliata possibile. C’erano stati altri elementi in sfavore del remake, reboot, o chiamatelo come vi suona meglio (un’idea in merito ce l’ho e tenterò di spiegarvela più avanti): innanzitutto l’affidare una questione portante come la colonna sonora a Thom Yorke, dato che ho iniziato a sentir provenire puzza di merda dai Radiohead quando tirarono fuori Ok Computer, dopodichè non li ho praticamente più sopportati ad eccezione di qualche brano sparso in giro per gli album. L’idea di un Suspiria con in sottofondo Yorke che spara falsetti abbinati a una media di una nota di pianoforte o chitarra acustica al minuto, sinceramente, non mi galvanizzava specie ripensando a cosa diavolo avevano tirato fuori i Goblin all’epoca: altro errore mio, il pensare a Suspiria del 2018 a mente non sgombra.

Questo è un film da ammirare e valutare a parte, ma in esso c’è sicuramente molto più del Suspiria originale di quanto possiate pensare. Il problema del lavoro svolto da Guadagnino, è che ha allungato col brodo una sceneggiatura sostanzialmente già complicata dall’esistenza di svariate sottotrame, e da un’impostazione che mi ha ricordato non poco gli usi e metodi tipici di Quentin Tarantino. L’ha suddiviso in atti, o capitoli aventi un titolo a testa, più prologo ed epilogo. Ha riciclato la Jessica Harper dei tempi che furono in una parte minore che non è comunque considerabile un cameo, un po’ come il Franco Nero di Django Unchained. E poi ha preso la storia originale come base per andare a parare da tutt’altra parte, un po’ come la blaxploitation di Jackie Brown o il film giallo nascosto in una veste apparentemente western nel sottovalutatissimo The Hateful Eight. Ed è qui che ha sbagliato: nel caratterizzare la Berlino che sostituisce di fatto Friburgo, il nuovo Suspiria si ritrova a fare continuamente i conti con le rivolte sociali dell’epoca, con la Rote Armee Fraktion e le storie di terrorismo e tumulti popolari narrati ora via radio, ora via televisione, poi con la semplice voce dei protagonisti. Tutto questo è completamente ininfluente ai fini dello svolgimento della storia, così come quasi tutta la questione riguardante il passato del dottor Klemperer, a cui viene pure data una spiegazione finale che ha semplicemente dell’imbarazzante.

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Svezia, 2014: Alissa White-Gluz si distingue agli affollati provini per il ruolo di cantante degli Arch Enemy.

Il ritmo è rimasto sostanzialmente lento, il che ci sta, anche se il continuo far uso di scene oniriche e visioni notturne comprensive di una CGI da anni Ottanta, e dell’apparizione della maschera piena di vermi di Enemies Of Reality dei Nevermore, ad un certo punto mi aveva davvero fatto temere il peggio. Molto di più della signora seduta alla mia destra, che dopo trenta minuti di trailer e pubblicità aveva esclamato a voce alta “questo film ce lo fanno SUSPIRIARE”. Giuro che quella parola mi è rimbombata nella testa per tutta la sua visione, e ancora oggi fatico a tenermi a debita distanza.

Altro elemento che non tiene botta col lavoro di Argento, dopodiché la smetto di fare paragoni, è la fotografia: Luciano Tovoli aveva realizzato un mezzo capolavoro, e la scelta di utilizzare tutti quei filtri, grandangoli e distorsioni diedero al film del 1977 una firma indelebile. Quella odierna rivela un’impostazione registica tecnicamente impeccabile, ma rimpiango l’assenza di tutto il minimalismo e l’originalità che erano presenti nel vecchio capitolo: ripeto, il Suspiria di Guadagnino è un film a sé stante, e dopo avere fatto finta di smontarlo un po’ è giusto iniziare a parlare dei suoi pregi, perché di fatto si tratta di un ottimo thriller a forti tinte horror. (Leggi tutto)

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