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Jugulator, il canto del cigno dell’heavy metal

26 ottobre 2017

Jugulator è la dimostrazione definitiva di quanto i Judas Priest fossero un gruppo sovrannaturale. Painkiller era uscito da 7 anni, un’era geologica in cui musicalmente era successo di tutto: il grunge era nato, vissuto e morto, costringendo moltissimi vecchi gruppi a cambiare suono per sopravvivere; era esploso il nu metal, che prometteva dover cambiare il metal per sempre; band come Pantera e Fear Factory, per tacere del death floridiano, erano ormai gli ascolti preferiti dai metallari americani. I Priest rischiavano di essere considerati dei vecchi dinosauri, scorie dei decenni passati con cui nessuno sembrava essere più disposto ad avere a che fare. Praticamente mancavano dalle scene da quando i Guns’n’Roses avevano fatto uscire solo il debutto, i Nirvana erano un gruppo psichedelico londinese degli anni sessanta e il compact disc era un’avveniristica novità. A metterci il carico da duecento l’abbandono di Rob Halford, che non era solo il cantante dei Judas Priest, ma la più grande icona metal di sempre, la vera motivazione per cui noi poveri stronzi continuiamo tuttora a mettere giacche di pelle e borchie. Era ancora fresco lo shock per aver sentito Blaze Bayley cantare negli Iron Maiden, e la notizia che Tipton e Downing stavano per dare alle stampe il successore di Painkiller con un cantante che nessuno aveva mai sentito nominare fece venire la pelle d’oca a praticamente chiunque.

Invece Jugulator è un capolavoro. Ma un capolavoro vero, non solo degnissimo di stare sullo scaffale al fianco dei suoi predecessori, ma il disco che più di ogni altro, come dicevo all’inizio, fa prendere coscienza della grandezza dei Judas Priest. Un gruppo che non è mai rimasto uguale a sé stesso, rendendo sempre attuale il proprio suono, ma senza mai snaturarsi: un principio sublimato proprio nel momento più complicato della loro carriera. Il risultato è un’ora di musica senza mai cali di tensione, dieci pezzi uno più bello dell’altro con un singolo da infarto (Burn in Hell) e una conclusione da veri maestri: Cathedral Spires, nove minuti in crescendo che non ti lasciano altra scelta che rimettere il disco daccapo, ancora una volta, a volume sempre un po’ più alto dell’ultima. 

In Jugulator c’è tutto quello che era successo nel mondo del metal nel dopo Painkiller, senza nel contempo mettere mai in discussione l’identità dei Judas Priest. Quando uscì fece un botto clamoroso. Non ho mai, MAI sentito nessuno parlarne male. È un disco che metteva d’accordo sia il metallaro di vecchia data che un qualsiasi ragazzino brufoloso che aveva scoperto il metal con Far Beyond Driven e il cui orizzonte musicale si fermava, che so, a Youthanasia. L’unica critica a questo disco che abbia mai letto fu in una recensione random su internet, in cui il tizio se la prendeva con Ripper perché “sembra un barbaro all’assalto di un cinghiale selvatico”; il che nella mente dello scrivente doveva suonare come un’offesa, pensate come sta messa la gente.

Ecco, Ripper. Sono tuttora convinto che fosse la scelta migliore che potessero fare; un Rob Halford degli anni novanta, attualizzato e dannatamente esplosivo, senza – ovviamente – la carica simbolica che aveva Halford ma con tutto il resto al posto giusto. E, paradossalmente, i Judas Priest sono artisticamente finiti nello stesso momento in cui l’hanno cacciato, riprendendosi il pelato e spostando indietro le lancette stilistiche di un paio di decenni, cosa che per la storia dei Judas Priest suona come una bestemmia imperdonabile. Jugulator però rimane, è lì, fermo, immutato, incontestabile, come un dito ammonitore alfieriano teso verso di loro, a ricordargli sempre che cosa sono stati capaci di essere quando osavano, e cosa sono diventati adesso che si accontentano di vivacchiare sui riflessi impietosi del passato. E – pur se Demolition è, nella sua modestia, un apprezzabile tentativo di continuare a percorrere coerentemente la stessa strada di innovazione e modernizzazione – mi piace pensare a Cathedral Spires come alla degna conclusione della storia dei Judas Priest. Quindi, in più di un senso, della storia dell’heavy metal. E il prossimo boccale alzatelo alla salute di Tim ‘Ripper’ Owens, sinceramente ed intimamente uno di noi. (barg)

9 commenti leave one →
  1. Crisuommolo permalink
    26 ottobre 2017 10:41

    Barg, sull’internetto ci sono recensioni che sbeffeggiano questo discone e incensano “Angel of retribution”. Il mondo è brutto perché e vario…

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  2. Crisuommolo permalink
    26 ottobre 2017 10:41

    È, sorry

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  3. bonzo79 permalink
    26 ottobre 2017 11:30

    sarò l’unico che ne parla male allora. non mi dice niente. ma non mi ha mai detto quasi niente il gruppo tout court (però painkiller lo so intero a memoria)… mea culpa

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  4. Sadwings permalink
    26 ottobre 2017 12:43

    Io lo trovo un buon album ma non un capolavoro. Jugualtor, burn in hell, bullet train, chatredal spires, blood stained sono ottime canzoni. Ma nel mezzo ci sono brani come decapited che non mi dicono nulla. e si per me sono migliori angel of retribution, e tanto bistrattato nostradamus (che non si può dire che sia un lavoro tipicamente priestiano).
    Tim ripper owens sicuramente ha fatto un ottimo lavoro ma non è l elemento che fa la differenza cosa che Halford anche se azzoppato dall’eta fa e continua a fare. Inoltre se owens si cercasse un buon compositore che scrive per lui delle ottime canzoni, invece di militare in band dove lo cacciano dopo cinque secondo o continuare a cantare cover, secondo me farebbe una carriera più dignitosa.

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  5. Federico permalink
    26 ottobre 2017 14:16

    Questo disco è un cazzo duro dall’inizio alla fine, poche storie.

    Liked by 1 persona

  6. weareblind permalink
    26 ottobre 2017 20:26

    Burn in hell è fuori scala. Peccato l’intro inutile e rompi palle.

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  7. vito permalink
    29 ottobre 2017 08:30

    senza i judas il metal non si sarebbe mai affacciato nel mainstream cosi’ da diventare fruibile anche alle mie latitudini all’inizio degli anni ottanta.saluti

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