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SAXON – Thunderbolt

18 aprile 2018

La maggior parte di noi, il sottoscritto in testa, avrà recuperato Thunderbolt un po’ in ritardo perché ha avuto la sfiga di uscire più o meno contemporaneamente a Firepower. Ok, intendiamoci, qua nessuno vuole azzardare paragoni improbi. Firepower è bellissimo, Thunderbolt è l’ennesimo disco dei Saxon, manco tra i migliori degli ultimi anni. Però, a voler vedere la questione da un altro punto di vista, per Firepower ci siamo fomentati così tanto anche perché i Judas Priest non ne azzeccavano una da Jugulator. Nei vent’anni in cui i Priest cacciavano il povero Ripper, richiamavano Halford e pubblicavano tre album uno più fiacco e noioso dell’altro (salviamo giusto qualche sprazzo di lucidità su Redeemer of Souls), i Saxon, archiviate nel ’95 con Dogs of War le velleità commerciali (o meglio, quelle che potevano essere considerate tali dieci anni prima), infilavano una striscia positiva che pochissimi altri loro coetanei possono vantare: dieci full tutti tra il “carino, dai” e il “praticamente da playlist”. Scusate se è poco. E dal vivo restano tra i migliori della loro generazione. Al Rock Fest di tre anni fa, gli stessi Priest uscirono piuttosto malconci dal confronto (e Biff è invecchiato molto meglio di Rob, o quantomeno ha avuto meno accidenti di salute). 

Nella forchetta di cui sopra, Thunderbolt pende più dalla parte del “carino, dai”. Più disomogeneo e un po’ meno ispirato del precedente Battering Ram, il ventiduesimo album dei Saxon ha qualche riempitivo di troppo e vive soprattutto di episodi. La title-track, che ai tempi di Metal Shock avrei definito ANTHEMICA, un pezzo concepito per la dimensione live, perché quando i Saxon suonano materiale recente non vai necessariamente a farti una birra, tutt’altro. I duetti di chitarra di The Secret of Flight, dove strizzano l’occhio con classe al periodo buio dei tardi anni ’80, quando andare dietro all’hair metal radiofonico in voga negli USA sembrò davvero un’ottima idea e andò così in malora mezza Nwobhm.

Altrove si respira un’aria di rilassato cazzeggio. Il mid-tempo Predator, ospite Johan Hegg degli Amon Amarth che fa il controcanto in growl. Il tributo ai Motörhead They Played Rock’n’Roll. O la meno graffiante Roadies’ Song. Dove perdono qualche colpo, rispetto al recente passato, è nei brani buttati sull’epico. Sons of Odin non è male ma Nosferatu e A Wizard’s Tale non sono tra i momenti più memorabili. È questo che mi fa preferire un Battering Ram o un Call To Arms, per quanto Thunderbolt nella playlist da metropolitana resista più del previsto. E poi, tornando al discorso di prima, fare un discone dopo vent’anni di fuffa è una cosa, inciderne uno come minimo decente ogni due o tre anni a un’età così avanzata è decisamente un’altra storia. (Ciccio Russo)

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