NECRORASSEGNA: un solo prefisso per sei gruppi dall’underground più buio
Il nostro genere preferito ha sempre avuto un gran numero di gruppi col prefisso “necro” nel nome. Ieri suonava esotico e misterioso, oggi è quasi sempre garanzia palese di black death, black speed, war metal, insomma metal estremo con un immaginario prevedibile che non stiamo nemmeno a descrivere. Ebbene, negli ultimi mesi ci siamo ritrovati davanti una piccola invasione di gruppi “necro-qualcosa”, tutti più o meno collocati in quel sottosuolo dove si preferiscono certi criteri estetici, oltre che una comoda scorciatoia nominale. Non siamo davanti a una scena, a un movimento o a una resurrezione coordinata; più semplicemente, queste uscite dimostrano come questo vecchio prefisso continui a essere diffuso, e noi continuiamo a inseguirlo con una certa ostinazione.
NEKKROLÜST – Hate And Kill
I Nekkrolüst entrano nel nostro circolo dei “necro” barando con due K e per di più arrivando dall’anno scorso, ma vale la pena recuperarli proprio perché non si poteva lasciare Hate and Kill marcire in archivio. La band viene dalla Slesia polacca e giunge al primo album dopo due demo. Fanno un black thrash con suoni scuri e assai poco patinati. La cosa importante è che, al di là di eventuali e legittimi dubbi sull’originalità, questa idea dei Nekkrolüst funziona, perché sono dediti al culto del vecchio riff maledetto, del riverbero, di melodie che spuntano fuori senza troppi complimenti, per cui hanno il famoso tiro. Non c’è nessun secondo livello da decifrare, nessuna grande visione da spiegare: c’è un entusiasmo barbaro ed energico dall’inizio alla fine. I Nekkrolüst sembrano semplicemente contenti di suonare così, veloci e cattivi e, come spesso accade, questo basta e avanza. Un disco breve, diretto, vecchissimo nell’anima, per quanto sia molto più vivo di parecchie cose nate con la pretesa di essere già importanti.
NECROSHINE – War in Hell
Con i Necroshine parliamo di veterani italiani, quasi vecchia guardia, difatti rappresentano una presenza ostinata del black/death milanese: sono attivi dal 2001 e da sempre fanno black death metal. Il loro ultimo lavoro s’intitola War in Hell, pubblicato il 28 febbraio 2026 per Wine and Fog Productions. Il nome del gruppo viene dall’omonimo album degli Overkill, da specificare per chi non ci avesse fatto caso. Venendo ai nostri, War in Hell ha il pregio essere un album black death diretto, veloce e potente, tradizionale come è onesto aspettarsi, con l’aggiunta di alcune soluzioni compositive originali. Non tutto colpisce allo stesso modo e qualche momento suona prevedibile, ma il disco ha mestiere, compattezza e una buona ostinazione. In una rassegna di giovani bestie e riti funebri internazionali, i Necroshine servono anche a ricordare che la scena italiana non è nata ieri e che certe formule, quando sono praticate con convinzione, continuano a fare la loro ottima figura.
NECROMORBID – Ceremonial Demonslaught
Altri italiani, fiorentini per la precisione, i Necromorbid arrivano al terzo album Ceremonial Demonslaught con uno stile ben saldo e consolidato sui loro lavori precedenti, ma al tempo stesso mostrano un’evoluzione del proprio terrorismo war metal. Se difatti la loro sostanza resta quella della furia black death, del riffing maligno, della batteria ipnotica, il tutto guidato da una voce sfigurata, stavolta i brani sono più lunghi, più articolati, con cambi di tempo meno prevedibili e una maggiore propensione a narrare. Il pregio di questa evoluzione è che il gruppo in questo modo è diventato ancora più efficace nel proprio assalto frontale. La produzione, poi, è abbastanza definita da farsi ascoltare volentieri, pur restando molto coerente con le esigenze necessarie allo stile del gruppo. Siamo al centro del genere, non un passo più in là, ma la classe con cui lo fanno è alta.
NECROMANCER – Unholy Trinity
I tedeschi Necromancer vengono da Rostock e fanno black thrash. Siccome sono attivi dal 2016, questo è il loro decimo anniversario; rispetto agli altri colleghi qui presenti, la loro idea di “necro” è (leggermente) meno maligna, ma non certo meno energica. Nel loro nuovo disco Unholy Trinity si sente bene una certa eredità speed thrash tedesca, proprio quella dagli anni Ottanta, che piace a molti e che è la base di dodici brani direttissimi, ruvidi, urlati. È uno stile costruito e ricercato proprio così, onestamente e semplicemente, che ha il limite di diventare prevedibile, ma il pregio di suonare maledettamente divertente. Dai, metteteli su.
NECROCCULTUS – The Afterdeath Blackness
I messicani Necroccultus tornano dopo oltre vent’anni dopo il loro debutto del 2005, a cui era seguito un EP nel 2013. Si sono sempre distinti per il loro death oscuro e cimiteriale, di sorprendente qualità, tanto che sono stati paragonati ai primi Darktrone (quelli di Soulside Journey), ai Tiamat e agli Incantation. The Afterdeath Blackness è un graditissimo ritorno, uscito il 28 aprile 2026 per Terror From Hell Records. Qui il discorso è molto chiaro e lo stile continua come da tradizione del gruppo, per cui il disco si ascolta bene, ha un passo solido e un immaginario coerente. Il limite rispetto al passato, almeno al primo impatto, è la voce: un po’ troppo riverberata, troppo in avanti, tanto da rovinare quasi il lavoro che c’è dietro, che diventa meno minaccioso di quanto potrebbe essere. Resta comunque un ritorno godibile da ascoltare, soprattutto per chi cerca death metal cavernoso, senza pretese di aggiornamento.
NECROMATON – Demo 2026
Chiudiamo con il quartetto irlandese Necromaton, formatosi nel 2025, che non ha ancora un album vero, ma porta in dote un demo dello scorso gennaio, utile alla nostra breve necrorassegna. Si tratta di death metal grezzo, ovviamente autoprodotto, dodici minuti scarsi divisi in tre brani, con un immaginario che sembra più industriale e carnale rispetto alla solita necromanzia da cassetta degli altri colleghi: body horror, oppressione meccanizzata, quasi fantascienza horror. Non sappiamo ancora se diventeranno qualcosa di più consistente, ma bisogna sempre scandagliare cosa fanno gli esordienti, perché non si sa mai… (Stefano Mazza)
