Non erano pregiudizi, Primitive faceva schifo davvero

L’Azzeccagarbugli: Ricordo distintamente che poco prima dell’acquisto di Primitive, uno dei pochissimi dischi che ho rivenduto in tutta la mia vita (e parliamo di una persona che ha ancora in casa l’esordio di Beto Vázquez Infinity), il negoziante cosentino che, giustamente, mi cercò di appioppare la lavatrice l’album mi disse “Oi cò, parràmuni chiaro, chiss’è u futuro!”.

E se a 16 anni ami i Sepultura, che sono il gruppo che ti ha iniziato al metal estremo con Arise, e una persona che “ne capisce” ti dice che “questo è il futuro”, che fai? Fai cazzate, ovviamente. Perché Primitive, pur non essendo il peggior lavoro dei Soulfly, non era decisamente il futuro.

Cavalera aveva un’idea (una di numero): contaminare ulteriormente la proposta del gruppo rispetto al – mediocre – esordio aumentando la componente “nu metal” e mischiando il tutto con abbondante salsa terzomondista.

Il problema è che per creare un disco del genere non basta avere una sola idea perché l’unico risultato possibile è un disco confuso, noioso e senza capo e né coda. Se a ciò si aggiunge un cantato monocorde come non mai, una struttura dei pezzi che non conosce variazioni e la circostanza che TUTTI i pezzi si basano su UN SOLO riff, arrivare alla fine dell’album è un’impresa titanica.

Paradossalmente, i momenti migliori del disco (a parte Back to the Primitive che pur essendo un mix tra i Korn e Roots for dummies almeno ti entra in testa) sono quelli più distanti dal sound dei Soulfly: Son Song con il featuring di Sean Lennon è interessante, il ritornello quasi soul di Flyhigh è divertente, alcuni passaggi di Pain e persino la parte puramente hip hop della – bruttissima – In Memory of… destano l’ascoltatore dal mortifero torpore e dalla monotonia dell’album.

Ma si tratta, appunto, di momenti che si inseriscono nel contesto di brani pensati male ed eseguiti peggio, e che raggiungono il loro nadir nei momenti più etnici, a dir poco aberranti. E dopo Primitive le cose andranno sempre peggio, facendomi maledire il nome di Max Cavalera e facendomi chiedere come sia potuto cadere così in basso.

Poi, però, rimetto su Beneath The Remains e mi ricordo perché lo amavo così tanto e quanto erano giganteschi i Sepultura, apro il booklet della ristampa di Scream Bloody Gore  dei Death e leggo gli estratti della commovente corrispondenza tra Cavalera e Schuldiner e mi si stampa un sorriso sulla bocca. Con la conseguenza che, ancora oggi, ogni volta che esce un nuovo lavoro dei Soulfly provo a dargli una possibilità. Non si sa mai: Max potrebbe rinsavire o, ancora meglio, potrebbe sorprendermi con quel “futuro” che aspetto da vent’anni. 

Trainspotting: Non riascoltavo Primitive dal 2000, e avrei preferito ovviamente non parlarne e risparmiarmi la pena di riportare i Soulfly nella mia vita, ma qualche giorno fa ho assistito a una scena che mi ha fatto rabbrividire: alcuni miei compari di redazione stavano tranquillamente parlando di come avessero rivalutato questo disco, di come in fondo fossero tutti pregiudizi verso la gente con i pidocchi in testa, di eh ma il groove, eh ma qui ancora aveva carica e si è scaricato dopo, eccetera. Dato che questa discussione stava prendendo l’orribile piega di “ora faccio la recensione così ridiamo finalmente giustizia a questo mirabile disco”, ho preso il toro per le corna e ho rimesso su Primitive, così da limitare i danni e salvare l’onore. Inoltre l’esimio Azzeccagarbugli si è aggiunto e ci tenevo a fare una doppia con lui per accanirci insieme sui Soulfly, così da cementare il vincolo virile dell’amicizia eterosessuale. Insomma, in questo momento sto riascoltando Primitive dopo vent’anni. Che dire, amici. Non so davvero da dove cominciare, se fare un discorso più concettuale oppure limitarmi a indicare schifato il colore dei rasta di Max Cavalera. Diciamo che, se il debutto era insulso e noioso, Primitive è proprio una paraculata fatta a tavolino per cercare disperatamente di spaccare le classifiche. Qua dentro c’è tutto quello che nell’anno 2000 poteva essere appetibile per il circuito nu metal o affini, compreso il fatto che – anche per ovviare alla letale monotonia di dodici canzoni con lo stesso cazzo di riff TRUTTRUTTRUTUTTRU e lo stesso tempo di batteria – ci sono svariati ospiti di ogni genere, partendo dai cantanti (Tom Araya, Corey Taylor, Chino Moreno e, uhm, il figlio di John Lennon) finendo agli esotismi più disparati, tra cui come non ricordare l’ottima tribù dei Mulambo, che suona i bonghetti in un altrettanto ottimo pezzo intitolato con sovrumano sforzo d’immaginazione Mulambo. Ormai ci siamo abituati, ma all’epoca vedere Max Cavalera scimmiottare le mode dei ragazzini nu metal faceva ancora male. La cosa che dà più fastidio però non è il lato musicale in sé quanto l’attitudine da punkabbestia che si riflette nell’esasperante ripetizione di slogan terzomondisti a cui si aggiunge un repertorio continuo di incitazioni motivazionali a lottare contro la società, la gente invidiosa, quelli che ti infastidiscono in mezzo alla strada, etc. Tutta questa carica eversiva e iconoclasta sparisce però magicamente al momento di dover fare il video di Back to the Primitive, in cui Max Cavalera ricanta alcune parti sostituendo i millemila fuck col più socialmente accettabile sinonimo screw. Mannaggia.

4 commenti

  • veci de me e lo eravate giá 20 anni fa: back to the primitive, boom, mulambo, the prophet, pain, jumpdafuckup… tutti capolavori, specie l’ultima con un corey taylor bestiale e un testo super

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  • È una cacata, senza dubbio, passiamo avanti

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  • Non ho fatto l’università a Bologna per cui certe cose non posso capirle.
    Cestinato appena uscito e del primo non avevo una così cattiva impressione perché una delle primissime cose metal che mi sono capitate tra le mani. Certo, le cose migliori erano le due cover dei Discharge messe come bonus…

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  • Album pessimo, già all’epoca non mi fece impazzire ma semplicemente non l’ho risentito più, risentendolo oggi suona ridicolo. Incredibile come strofe e ritornello siano attaccate in modo totalmente meccanico come in “Jumpadufuckup”, le canzoni siano noiose e ripetitive, basate quasi tutte su un solo riff, l’unico riff bello dell’album cioè quello di “Flyigh” è copiato dai Prong, non provo nemmeno a sentire gli altri album

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