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Avere vent’anni: DEATH – The Sound of Perseverance

29 settembre 2018

L’ultimo disco dei Death in realtà non è proprio un disco dei Death. Uscì sotto questo moniker per precisa volontà dell’etichetta, la Nuclear Blast, che convinse, o costrinse, Chuck Schuldiner a dare un successore all’enorme Symbolic prima di passare definitivamente a concentrarsi sui Control Denied. Già, perché proprio i Control Denied furono il grande progetto che occupò la mente di Evil Chuck nei suoi ultimi anni di vita, al punto da impregnare nel profondo anche quella che poi sarebbe stata l’ultima fatica dei Death. Un progetto figlio della passione per il metal classico, Judas Priest in particolare, il cui fuoco aveva completamente avviluppato Schuldiner tanto da rendergli impossibile comporre un disco death metal come in passato. E la (brutta) cover di Painkiller in chiusura assume in tutto ciò un significato altamente simbolico: si chiude una fase, se ne apre un’altra.

Prima che The Sound of Perseverance uscisse nei negozi giravano già da un paio d’anni alcuni demo a firma Control Denied, tre pezzi dei quali poi finirono nel presente album: Bite the Pain, Spirit Crusher e A Moment of Clarity. A riprova di quanto si diceva poc’anzi, questi tre pezzi non hanno alcuna differenza sostanziale con gli altri, come se Chuck fosse già irrimediabilmente proiettato verso un nuovo modo di scrivere musica. In particolare un pezzo come Story to Tell, epico ed enfatico come mai i Death erano stati, preclude ad un inevitabile cambio di rotta; o ancora le melodie di To Forgive is to Suffer, che lasciano intravedere un nuovo approccio che non poteva più essere tenuto soffocato. Un approccio estremamente personale, come di un album solista; cosa che effettivamente era: Schuldiner aveva dichiarato di non voler più condividere la guida di una band con alcuno, e il rinnovamento totale della formazione per The Sound of Perseverance lo dimostra. 

L’ombra dei Judas Priest incombe sui riff, sui duetti delle chitarre, sugli assoli, sulla struttura compositiva, persino nella voce di Chuck che assume una tonalità più stridula e interpretativa; ovviamente l’impronta del passato non è completamente scomparsa, anzi: The Sound of Perseverance viene suonato come se fosse un disco dei Death, anche se, nel suo intimo, non lo è. Questione di arrangiamenti, di distorsioni, di approccio alle partiture: il tasso tecnico della band viene messo in risalto il più possibile, specie per quanto riguarda la batteria che spesso interpreta il ruolo di protagonista assoluta quando, di contro, nei Judas Priest ha quasi sempre rappresentato l’anello debole. Ma sono dettagli da un lato inevitabili viste le personalità dei musicisti e dall’altro necessari per differenziare i due gruppi: quello che veramente rimane di The Sound of Perseverance è la grandiosità del progetto che Chuck aveva in mente, che però dopo l’immenso disco in oggetto partorirà il topolino di The Fragile Art of Existence, il debutto a nome Control Denied che uscirà poi l’anno successivo e che, sulla base delle premesse, risulterà quantomeno deludente.

È quindi The Sound of Perseverance il vero canto del cigno del chitarrista di Long Island, l’ultimo vero capolavoro da lui composto, che per di più racchiude in un unico album entrambe le concezioni musicali che hanno mosso la sua vita: il death metal cerebrale della band principale e l’heavy metal priestiano e moderno che avrebbe voluto sviluppare con i Control Denied. E di vero capolavoro è inevitabile parlare, con otto pezzi viscerali e profondi come questi, che ad ogni ascolto rivelano sfumature nascoste, anche a distanza di vent’anni. La morte di Chuck Schuldiner fu uno shock tremendo per ognuno di noi, e riascoltare The Sound of Perseverance fa male ogni volta, perché fa pensare a quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere; perché, se è vero che noi siamo ciò che ascoltiamo, se lui fosse vissuto e avesse continuato a scrivere musica probabilmente saremmo potuti essere ancora migliori. Per noi che all’epoca c’eravamo non c’è bisogno di altre spiegazioni: spero che anche le generazioni successive sappiano apprezzare l’immensità della sua eredità musicale. (barg)

23 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    29 settembre 2018 10:59

    Ricordo benissimo quando uscì quest’album: tutti, TUTTI, andarono completamente fuori di testa. Da 20anni non ho mai smesso di ascoltarlo.

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  2. Cattivone permalink
    29 settembre 2018 11:15

    Disco immenso, niente da aggiungere.
    Lo so, è una frase banale ed abusata, ma in questo caso è proprio così.

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  3. saturnalialuna permalink
    29 settembre 2018 11:17

    Questo è stato l’album per cui ho vissuto l’ansia da pubblicazione per eccellenza.
    Aspettative enormi, voglia di scoprire, interviste rivelatrici, c’era tutto.
    Poi, al negozio il giorno stesso, ascolto in cuffia col libretto in mano e la musica, cazzo la musica. Siamo stati fortunati a vivere quel momento.
    Uno degli album della vita, senza dubbio.

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  4. El Baluba permalink
    29 settembre 2018 11:57

    ricordo ancora quando andai a comprarlo appena uscito da scuola ad un grosso music store che si trovava all’inizio di via Baldo degli Ubaldi a Roma. La cosa che mi rimase più impressa fu la citazione di Nietzsche nel libretto. A distanza di anni rimango ancorato con il cuore a Symbolic, ma The Sound Of Perseverance, come ha già detto Arkady, ci ha mandato tutti fuori di melone. Io persi intere giornate sui tabulati trovati in rete di A Story To Tell e Scavenger Of Human Sorrow e provare a risuonarle con un amico. Fucilatemi pure ma io ho sempre preferito la cover dei Death all’originale dei Priest…

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    • Yukluk permalink
      29 settembre 2018 12:15

      Bhe allora anche io sono da fucilare… amo da impazzire la cover di painkiller… del disco non dico nulla non c’è bisogno…

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    • bonzo79 permalink
      29 settembre 2018 22:21

      anche secondo me cover eccezionale

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  5. Paul permalink
    29 settembre 2018 12:30

    D’accordo su tutto, anche sulla considerazione del disco dei Control Denied. Per me il punto debole dell’album è sempre stata la batteria, anzi il batterista! Un sacco di rullate inutili, piatti inseriti a caso e totale assenza di gusto nelle ritmiche (Painkiller è emblematica da questo punto di vista). Suonato da Gene Hoglan sarebbe stato un’altra cosa

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  6. Andrea permalink
    29 settembre 2018 12:48

    Il metallaro per eccellenza, come atteggiamenti e passione. Soprattutto, uno dei veri geni dell’intera scena, a prescindere da generi e sottogeneri…. quanto ci è mancato e ci manca ogni giorno. … In due cose non sono d’accordo col recensore :
    1) anche a me la cover di painkiller piace molto
    2) Il disco dei control denied per me è veramente bello e il cantante, Tim aymar, è stato una delle meteore purtroppo più sottovalutate della storia del metal

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    • El Baluba permalink
      29 settembre 2018 13:25

      non nascondo che quando usci il disco dei Control Denied fu una mezza delusione, però ero talmente in fissa con i Death che me lo riascoltavo in continuazione, ed alla fine giunsi alla conclusione che il disco è fantastico. L’heavy metal secondo Chuck. Punto. E poi la title-track ha poi un testo che veramente da lacrime, nonchè il riff iniziale cheè qualcosa di indescrivibile.

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    • 30 settembre 2018 11:53

      Se apprezzi Aymar, vai ad ascoltarti i Pharaoh, dove canta attualmente. Loro e i Dawnbringer (progetto semisolista del batterista Chris Black) sono tra i gruppi di hm classico/retro più sottovalutati che conosco. Per i Pharaoh parti pure da Be Gone, “No Remains” o anche la cover di Tormentor degli Slayer. E già che sono qua ti raccomando caldissimamente anche Into the Lair of the Sun God dei Dawnbringer, disco della madonna

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  7. anielpep permalink
    29 settembre 2018 12:49

    E’ uno dei pochi dischi che porterei su un isola deserta. Emozioni ad ogni ascolto.

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  8. Hieiolo permalink
    29 settembre 2018 14:00

    Dio cristo la cover di painkiller è perfetta cazzoo

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  9. 29 settembre 2018 14:31

    Mi ha cambiato la vita, ‘sto disco. Immenso, totale: il death metal nella sua massima espressione.

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  10. Petrvs Epicvs Metallicvs permalink
    29 settembre 2018 15:36

    Disco che trascende tutte le etichette che gli si possono dare, questo è Metal con la M maiuscola…immenso.
    “se è vero che noi siamo ciò che ascoltiamo, se lui fosse vissuto e avesse continuato a scrivere musica probabilmente saremmo potuti essere ancora migliori.”….è proprio cosí. Grazie Barg, per aver messo nero su bianco i sentimenti della nostra generazione nei confronti di questo capolavoro.
    LET THE METAL FLOW.

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  11. pepato permalink
    29 settembre 2018 19:06

    Un capolavoro immenso: con questo disco per si chiudono definitivamente gli anni 90, proiettati avanti verso un mondo di minore introspezione sofferta e più fantasia e sperimentazione. Per me l’album dei Control Denied è bellissimo, viziato unicamente da una produzione volutamente sottotono, grezza, ma impreziosito da un cantante pazzesco. La cover di Painkiller mostruosa e bellissima. Interessante notare come questo disco sia molto più classic metal che non death, ma per me resta il loro migliore in assoluto, meglio anche di Symbolic proprio perché più passionale, sofferto, emozionante.

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  12. bonzo79 permalink
    29 settembre 2018 22:22

    bella rece e bei commenti, bravi a tutti

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  13. Fanta permalink
    29 settembre 2018 23:28

    Per me il vero inarrivabile capolavoro dei Death è Symbolic. Ma quando dico inarrivabile intendo che nessuno mai ha fatto meglio in ambito extreme metal. E non credo succederà in futuro.
    Ma il canto del cigno è il canto del cigno. È maledettamente vero: Chuck Shuldiner manca a ognuno di noi. Ognuno di quelli che in un modo o nell’altro hanno attraversato gli anni 90, heidegerianamente, essendoci.

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  14. 30 settembre 2018 11:02

    La t-shirt di questo disco, ormai inutilizzabile perché lisa e bucata, è stata riciclata come true pigiama. Sull’album è stato già detto tutto, non il più bello dei Death in assoluto, di certo il più sofferto e passionale, e tuttora quello che ascolto di più. To Forgive Is To Suffer la mia preferita personale

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  15. 30 settembre 2018 19:19

    Ho scoperto l’esistenza di questo disco con un paio d’anni di ritardo rispetto alla sua uscita. Lo bramavo ma non riuscivo a trovarlo. Poi lo trovai a New York, qualche mese prima dell’undici settembre. Ce n’era una sola copia; la comprai per regalarla al mio migliore amico.
    Lui mi ringraziò, ascoltò il disco un paio di volte e poi lo lasciò sullo scaffale a prendere polvere, fino a smarrirlo. Io continuai a non trovare il disco in nessun negozio, e me lo feci prestare da lui per farmene una copia. Ho continuato ad ascoltare fino a quest’anno, quando è andata in pensione con l’agognato acquisto. E l’amico è ancora il mio migliore amico.
    Questo è ciò che significa per me “The Sound Of Perseverance”.

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  16. wal65 permalink
    30 settembre 2018 21:41

    Ho controllato i miei biglietti, perchè non mi ricordavo, e li ho visti 5 volte negli anni 90, quasi sempre in Germania. Questo disco non lo conosco benissimo, perchè li ho scoperti tramite i demo, quando facevo tapetrading, e poi con Scream bloody gore e Leprosy . Ho dei flash di gente sudata e con gli occhi fuori dalla testa, che cantava Pull the plug, niente foto all’epoca, ma ho i nastri di tutti i concerti a cui andavo. Ogni tanto li riascolto per riprovare le stesse emozioni, anche a distanza di tanti anni, pensando a quanto sono stato fortunato di aver vissuto quel periodo d’oro. Quando mi dimenavo con Chuck a due metri non pensavo che ci avrebbe lasciato così presto, ed ora devo rimpiangere di non aver approfondito di più all’epoca, ma c’era troppa roba che usciva allora, e tra CD e concerti, non ci stavo dentro, comunque un grande.

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  17. lux chaos permalink
    2 ottobre 2018 22:26

    Capolavoro immenso, ineguagliabile, totale….come cazzo si fa a dire che la cover di Painkiller, MERAVIGLIOSA, sia brutta, lo sa solo la madonna…non una nota fuori posto, da adorare

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  18. sergente kabukiman permalink
    16 ottobre 2018 21:42

    bellissima retrospettiva, grande Barg.

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