Un tempo per ogni cosa: SOCIAL DISTORTION – Born To Kill
Crescere, maturare, invecchiare, significa inevitabilmente cambiamento. Scomodando i Byrds, c’è una stagione per ogni cosa e non sempre è facile da accettare. E penso che il modo in cui cresciamo “insieme” ad alcuni artisti che amiamo molto sia davvero interessante. Ho sempre ritenuto stimolante “confrontarmi” con loro, constatare come lo scorrere del tempo li abbia cambiati. In questo sposo la filosofia di Massimo Cotto che anni fa scrisse “si va a vedere Bruce Springsteen non per vedere come sta lui, ma per vedere come stai tu”. Ecco, con alcuni gruppi ho questo rapporto “bilaterale” ma a volte, vuoi per quello che hanno rappresentato in passato, vuoi per quello che simboleggiavano anche a livello personale, è difficile accettare determinati cambiamenti ed è una “condizione” che noto in molti appassionati che oggi sono intorno ai 40/50 anni.
Senza voler fare psicologia spicciola, sono portato a credere che ciò dipenda da una certa difficoltà ad accettare i propri cambiamenti: non si accetta mai del tutto di invecchiare e quello sparuto manipolo di artisti lo vorresti vedere sempre allo stesso modo, perché custodisce quella parte di te che non vorresti mai vedere invecchiare. Questo estenuante prologo mi serve a introdurre il nuovo, bellissimo, disco dei Social Distortion, che arriva dopo ben quindici anni dal precedente Hard Times and Nursery Rhymes, un lasso di tempo in cui Mike Ness ha dovuto affrontare lutti, problemi di dipendenza del figlio e un tumore alle tonsille che pare finalmente superato. E come per il precedente, anche questa volta all’inizio ho un po’ faticato ad entrare in questo nuovo lavoro.
Dopo diversi ascolti, mi rendo conto del motivo: perché quella “epica della sconfitta”, quella bruciante sensazione di rimpianti e vani desideri che hanno sempre costituito la cifra stilistica di Ness, oggi viene “filtrata” da una certa malinconia, da un’urgenza totalmente diversa e da una certa consapevolezza che – di primo acchito – si è portati a respingere, come a volte si respinge l’idea stessa del tempo che passa. E quindi si è portati a cercare una Dear Lover, una Reach For The Sky, una Mommy’s Little Monster, quella miscela esplosiva e urticante di punk californiano, di melodia, di immaginario country. E invece ci si trova davanti a un qualcosa di più “addomesticato”, anche nei suoni, come nel caso del predecessore. E ci si sente un po’ spaesati.
Se per Hard Times And Nursery Rhymes la chiave di volta è arrivata con quel capolavoro di Diamond in The Rough, in questo caso la svolta è giunta con Tonight. Una sorta di Winners and Losers unita a Story of My Life, una storia di rimpianti personali di dilaniante sincerità (We had plans for tomorrow / But our problems really seemed to ruin our today) che mi ha fatto semplicemente comprendere come quell’urgenza, quell’epica, sia ancora lì, rabbiosa e sofferta, ma declinata in una forma diversa e più consona a questa stagione della vita di Mike Ness.
E quindi quella dichiarazione di intenti che dà il titolo all’album – Born To Kill – in cui si cita il rock and roll animal di Lou Reed, non è semplice nostalgia, ma una rivendicazione di identità, così come la successiva settantiana No Way Out, con tanto di citazione bowieana. Per non parlare di un pezzo – questo sì, esplicitamente nostalgico, ma Ness se lo può permettere – come The Way Things Were, con un testo che sembra uscire dal pantheon del country americano (No one said that life would be so hard /So I planned out my escape with an old guitar / I wrote a song with a stolen riff, if you ain’t got a song, you ain’t got shit/ And we said, “Goodbye” to the way things were) che fa venire i brividi. E allora sì, quando si accetta questo “diverso sentire”, le cose iniziano davvero a prenderti bene, e il delizioso duetto con Lucinda Williams di Crazy Dreamer, quasi uno standard country elettrificato, scorre via come una brezza estiva, e la cover della celebre Wicked Game di Chris Isaak sembra ancor più sinuosa e divertente dell’originale.
In questo modo si arriva “ricaricati” verso il finale, con la springsteeniana Don’t Keep Me Hanging On e la classicissima e semplicemente perfetta Over You, che ci fa comprendere come i Social Distortion siano sempre gli stessi, ma comprensibilmente diversi, un po’ come lo siamo anche noi: sperando di mantenere i tratti migliori del nostro carattere, quelli che ci mantengono più vivi e che tengono vivo quel ragazzino di sedici anni che si affaccia al mondo. E allora a me sta bene davvero così, e possiamo uscire e rischiararci sotto il sole californiano, chiudere gli occhi e seguire il consiglio di Mike Ness del 2004: Listen to the boulevard / Listen to the falling rain / I believe in love now With all of its joys and pains.
(L’Azzeccagarbugli)


