Supergruppi improbabili: ARISE FROM WORMS – A Bleeding Tree Hanging Self-Destruction
A me spiace soprattutto una cosa: che nel biennio della Pandemia Sonny Lombardozzi non avesse veramente una sega da fare. In seguito ve lo presenterò, anche se gli appassionati di death metal già sapranno. In quel periodo di profonda reclusione mi sono riguardato tutto South Park. Naturalmente non le stupende puntate sulla Pandemia, quelle sarebbero venute alla luce di lì a poco. Mi sono riguardato Twin Peaks. Ho rimesso più volte in ordine casa. Ho suonato la batteria elettronica fino a farmi schiantare il cuore. Ho letto romanzi horror, biografie della Tsunami, libri di alpinismo.

Sonny Lombardozzi l’avevo conosciuto nel maggio 2018. Suonava come chitarrista con gli Incantation con una vistosa bandana in testa: la location era il Circus di Scandicci, un locale che ahimé non esiste più. Proprio come tanti altri della zona, verrebbe da aggiungere. Se avessi avuto la premonizione che un Sonny Lombardozzi in preda alla noia avrebbe formato gli Arise From Worms – anziché leggersi Razzo rosso sul Nanga Parbat sul divano, come il sottoscritto – avrei fatto sì che sembrasse un incidente.
Un chitarrista esce dagli Incantation, si fa due palle così voluminose da doverle appoggiare sulla seggiola accanto, gli sale la smania e inizia a reclutare i musicisti più tecnici che conosce. Il problema più grosso è che gli dicono tutti di sì. Non è come con Paolo Maldini rimbalzato da Pep Guardiola, a lui fila tutto liscio come da manuale. Quel che non so chiarire a me stesso è la metodologia di reclutamento.

Prende Flo Mounier, e fin qui ci sta. Flo Mounier è risaputo essere la mente dietro ai Cryptopsy, ma nell’ultimo decennio gli è salita la puttana addosso. È diventato l’amichetta che quando l’abbracci è tutta appiccicosa perché solo mezz’ora prima faceva i turni con un altro amichetto. Vltimas è l’unico progetto il cui nome mi sovviene – non in combo con la gastrite – ma vi garantisco che ha cominciato a suonare un po’ con tutti, come quei tali che sentono puzza di vecchiaia e di ritiro e devono farne mille prima che sia troppo tardi. Prende Flo Mounier, rifletto, perché se devi tentare senza un criterio almeno cominci con chi ci sta a priori, non con chi fa il difficile. Se ti manca un allenatore chiami Giampaolo o Ballardini, per capirci.
Poi prende un ospite, Dallas Toler-Wade – il cartellone pubblicitario recita: “Una vita nei Nile” – e gli regala due tracce nell’EP di debutto omonimo. La formazione però la completa con Steve Tucker e fin qui siamo tutti contenti, perché è il progetto tecnico di gente che non fa necessariamente death metal tecnico. Inoltre Trey Azagthoth è cotto come un fegatello, il che fa di Steve Tucker non il cantante dei Morbid Angel, ma un uomo libero. Che cosa suonano gli Arise From Worms? Non indirizzate il pensiero alle leggiadre e poetiche annate di Cynic, Atheist e quant’altro, siamo alla stregua delle sbrodolate senza capo né coda tipiche di oggi. Il death metal tecnico del 2020 è come quelle droghe sintetiche che fanno tornare i giovani a casa dalla discoteca con la bocca storta. Paul Masvidal era un po’ come John Cyriis: fritto per gli alieni senza un apparente motivo scatenante, e io preferirò a vita quella generazione lì all’attuale. Perché erano fuori come terrazzi, ma la musica la sapevano fare con sufficiente gusto. Parentesi chiusa.

Il bello è che gli Arise From Worms erano spariti dalla circolazione. In seguito alla pubblicazione dell’EP mi sono dimenticato rapidamente di loro, un po’ come tutti. Credo che anche Sonny Lombardozzi, per un paio d’anni, si sia dimenticato di avere formato gli Arise From Worms in quel nefasto periodo storico.
Ma ecco che a Flo Mounier, giunta la primavera e un’estate torrida, sale nuovamente la puttana addosso. Flo Mounier lo deve fare. Adesso. L’appellativo cagna maledetta di Boris non gli avrebbe reso adeguatamente giustizia. In compagnia del capoccia Sonny Lombardozzi iniziano a rastrellare casa per casa, scantinato per scantinato, bagno chimico per bagno chimico, e trovano Lui. Il suono di uno strumento non a corde li attira in prossimità di una baita in legno nei boschi del sud della California: è il tassello mancante! Sfondano la porta e la luce irrompe dall’esterno, illuminando il volto preoccupato dell’ex tastierista più sfortunato che i Dream Theater abbiano messo dietro a quei bottoni tutti bianchi e neri.

Derek Sherinian è di origini armene e a sud dell’Armenia ci sta l’Iran. Un americano con la bandana in testa e un pessimo curriculum vitae ha appena fatto irruzione nella sua baita mentre lui pacificamente suonava la tastiera, proponendogli di far parte di un progetto del tutto sconclusionato, in cui, per trentaquattro lunghissimi minuti, si inseguiranno assoli di chitarra virtuosi senza che neanche mezzo di questi sia minimamente al servizio della canzone che lo ospita. Metto un punto perché ho appena scritto una frase lunghissima. Il tutto mentre Steve Tucker declama cose serie, nella vana attesa che la Maugeri le traduca e le spieghi su qualche radio. Derek Sherinian, preso dal terrore che i bombardamenti americani si estendano a nord per colpa sua, accetta senza pensarci su: dopo le collaborazioni con Yngwie Malmsteen, Planet X e Sons of Apollo, ecco che il virtuoso tastierista entra negli Arise From Worms e registra A Bleeding Tree Hanging Self Destruction. Scimmiotta pietosamente i Dream Theater nell’apripista Forgotten Kings in un album che, procedendo in là con le composizioni, farà soltanto più schifo che in suo principio, sprofonderà nel piattume, solleverà un’unica domanda: perché? Che periodo storico di merda che è questo, ragazzi.
Steve Tucker per il resto fa il suo lavoro da sei e mezzo politico, gli si vuole bene. È il Blaze Bayley del death metal, è lì perché un giorno l’hanno messo lì. Dopodiché ce l’hanno rimesso, e, se non si hanno particolari pretese, il suo lavoro lo si potrà pure apprezzare. Non canterà mai da nove in pagella. Canterà da sei e mezzo politico e, da che mondo è mondo, quello non è e non sarà mai un brutto voto. Sulle webzine storicamente non vengono messi voti al di sotto del sei e mezzo politico, e voi siete abituati a non incuriosirvi per ciò che è reputato da sei e mezzo politico. Flo Mounier, che suoni sul disco più intricato e cervellotico del mondo o che suoni negli Vltimas, è Flo Mounier: è un fenomeno della batteria e starei a sentirmi A Bleeding Tree Hanging Self Destruction solo per ascoltare la sua prestazione. Il problema, ragazzi, è che qui ci sono svariate composizioni di cui nessuno si ricorderà più fra un mese, abbinate a uno spreco di talenti senza precedenti e a una lampante scarsità di idee. È un album che non va da nessuna parte, e, che voi apparteniate al clan dei riccardoni o a quello del debutto dei Possessed, difficilmente questa roba vi rimarrà in testa e vi comunicherà qualcosa di concreto. Oppure in seguito all’ennesima botta di calore avrete scoperto il disco dell’anno: a quel punto comprategli pure la maglietta, così si sente incitato a comporne altri cinque o sei.
Il compito principale di un album, oggigiorno, è quello di riuscire a essere ricordato nel tempo. Negli anni Ottanta poteva essere quello di aggiungere due singoloni alla scaletta di un nuovo tour mondiale, come accadeva ai Queen. Oggi no. Oggi, se componi un album in cui trovano luogo solo assoli cervellotici, blast beat furiosi e qualche bestemmia al Cristo, probabilmente hai fallito. Hai fallito anche se nessuno sta pretendendo da te la nuova Out of the Body. È passato un giorno dal mio terzo e ultimo ascolto di questo insostenibile titolo e già non ne ricordo una sola nota. Non ne ricordo l’impostazione, il carattere, non ricordo dov’è che volessero andare a parare. (Marco Belardi)

