MASTODON – Marrow Deep
Immaginate lo stupore nel leggere su Reddit, dopo pochi giorni dall’uscita di Marrow Deep, che c’era chi già lo considera il miglior album dei Mastodon. Rileggo la discussione più di una volta per essere sicuro che non fosse una battuta e io non avessi colto l’ironia. Per carità, non è impossibile che una band piazzi il suo miglior lavoro al nono album e dopo oltre vent’anni di carriera. Però sapete anche voi com’è. Dopo un po’ l’ispirazione cala e per quanto si possa scrivere album buoni o anche ottimi il capolavoro è probabile che sia già stato scritto. Sia come sia non posso non comprare il nuovo Mastodon.
Arrivato il CD a casa scarto la plastica e apro il (maledetto) cartonato. Al centro sta una dedica in memoria di Brent Hinds e Michele J. Lawrence, la madre del batterista Brann Dailor, morta a febbraio dell’anno scorso. Un doppio lutto. Ma per quanto un ascoltatore possa dispiacersi per la signora Lawrence, il lutto che la band condivide con i fan è quello di Hinds. Ma Marrow Deep non è un album dedicato al solo chitarrista e sarebbe ingiusto appiattire questo lavoro e tutti i discorsi che ci girano attorno a lui solo. Dai testi emerge qualcosa di più ampio di un singolo lutto. Emerge IL lutto. Emerge una riflessione sulla rabbia, sulla perdita, sul ricordo, sulla disperazione, sull’accettazione.
Da quando questi temi sono diventati sempre più centrali nella loro musica, ovvero almeno da Emperor of Sand, anche il loro stile è cambiato. Ci sono i riffoni sludge e la batteria fuori dal mondo di Dailor, ma anche melodie memorabili, quasi radiofoniche, e atmosfere talvolta cullanti. Marrow Deep è l’apice di questo stile. La tastiera si fa più presente, senza essere però prepotente. La musica è melodica, dinamica, pesante. Emotivamente pesante. È piena di richiami alla storia della band.
Il metal, in questa evoluzione, si è in parte ritirato. È rimasto ovviamente come colonna portante. Ma ascoltando i ritornelli, soprattutto quelli cantati da Dailor, e la minor aggressività della voce di Sanders appare chiaro che stiano guardando altrove per ottenere ispirazione. Ed è incredibile quanta ne riescano ancora a trovare. L’album dura infatti un’ora abbondante e per varietà si mangia decisamente i suoi due predecessori e, forse, tutti i precedenti. È una sparata enorme, me ne rendo conto. Per quello ho messo il forse. Con questo non vuol dire che sia il migliore della band, come sostenuto da qualcuno su Reddit, appunto. O forse lo è davvero? Più di una volta mi è capitato di pensarlo razionalmente. Magari però ne riparleremo tra qualche tempo, quando saremo sicuri che sarà scemato del tutto l’entusiasmo per la novità.
Perdonate se non ho citato gli ospiti illustri, ma non me ne frega un cazzo. (Luca Venturini)

