Lo Spirito Continua, i quarant’anni del più grande disco hardcore italiano

Quando uscì, luglio 1986, Lo Spirito Continua io non avevo ancora compiuto due anni di età, per cui no, è inutile che mi chiediate se c’ero. Ovvio, non ho vissuto nulla in diretta di quelle schegge impazzite dell’hardcore italiano di quarant’anni fa. Con tutti i limiti possibili (il tempo passato, la sua natura reietta e refrattaria) è una storia che è stata comunque documentata diffusamente e celebrata, a beneficio anche di chi, come appunto il sottoscritto, non c’era. Mica rose e fiori: eroina, disagio a dosi industriali, una società che oscillava tra le bombe nei treni e i culi in televisione. Unica prospettiva concreta: entrare come ingranaggio a un certo punto della catena di montaggio.

Non volessimo pensare anche al contesto, la vitalità confusa ma devastante di Negazione, Indigesti, Nerorgasmo, Raw Power, I Refuse It, C.C.M., Wretched, Kina e cento altri basterebbe per lasciare sbigottiti, oggi. Senza soldi, senza produzioni, senza locali, promoter. Eppure in centinaia (in Italia, in altre migliaia nel mondo) sono riusciti comunque a lasciare incise cicatrici formidabili sulla pelle, sui muri, sul vinile. Se ci sono riusciti penso fosse perché non si trattava solo di musica. Non era arte, figuriamoci se era intrattenimento. Era semplicemente il modo migliore che avessero per sentirsi vivi, in mezzo alle macerie. Lo Spirito Continua è giustamente considerato da molti il disco fondamentale di quella stagione, poi ognuno ha la sua opinione, come è giusto che sia.

Con tutte le differenze del caso, l’album di recente è stato oggetto di mostre fotografiche e libri, come successo pure ai C.C.C.P.. Con tutte le differenze del caso: se i reggiani sono un’operazione totalmente (o quasi) cerebrale, i torinesi sono viscere e carni dilaniate. Non ne è seguita in questo caso una reunion, come ritengo giusto che sia, forse non solo per la scomparsa di Marco Mathieu. In verità non stava a loro, a gente di cinquanta e passa anni di cicatrici sulle spalle, ravvivare quello spirito ancora una volta. Credo che non sarebbe stata mai la stessa cosa, semplicemente perché l’energia istintiva di un disco del genere non la puoi replicare, la puoi solo trasmettere. Lasciare come un testimone. Come loro hanno già fatto quarant’anni fa. Risuonare la scaletta su un palco di un festival estivo con qualche bravo turnista, una volta più di tutte, sarebbe stato probabilmente altro. Lo Spirito Continua, se vuoi celebrarlo, lo fai andando a cercare chi oggi cerca di esprimere in qualche misura un’energia e una vitalità paragonabili, non necessariamente solo nel punk.

Quando uscì Lo Spirito Continua i quattro Negazione avevano su per giù tra i venti e i ventidue anni. Ed erano al primo disco intero, dopo split e singoli già leggendari come Tutti Pazzi. Eppure resta un disco che fa categoria a sé, qualcosa di talmente compiuto, a suo modo perfetto, che è difficile confrontarlo con qualcos’altro, anche fossero le uscite precedenti e successive dello stesso gruppo. Musicalmente straordinario, un punk convulso e metallico, selvaggio e hardcore. Che, per dire, riviste americane come Flipside e Maximum R’n’R ai tempi definivano come “thrash”. Non thrash metal, non come lo si intende, ma comunque lì, da qualche parte in direzione di quel crossover tra thrash metal e hardcore che in America era già qualcosa, al tempo. Da qui forse le sneakers, le bandane e quell’aspetto esteriore meno ascetico della media delle band hardcore italiane. Ritmi quasi sempre velocissimi, cambi di tempo repentini, riff feroci, intricati, sempre cangianti e sorprendenti. Urla. Non riesci ad ascoltarlo senza che ti venga il fiatone, anche a farlo comodamente seduto in poltrona. Musicalmente eccezionale, energico, avventuroso e vivo, Lo Spirito Continua però si distingue rispetto ad altri dischi straordinari punk e metal dei tempi anche e soprattutto per le parole. Io non so giudicare se siano poesia o ingenuità di ventenni, ma i testi di queste canzoni sono sicuramente schiaffi che bruciano ancora, bruciano sempre.

Non sprecare parole e sorrisi per me
Io conosco gia’ la fine del libro
Non mi serve addolcire il dolore
Perche’ io ho perso
Ho gia’ scelto la sconfitta
La vittoria della sconfitta
Quante volte ancora mi mostrerete
Che questo posto non e’ il mio
In ogni istante, ad ogni occhiata
In ogni pensiero, ad ogni azione
Sempre, fino a quando crepero’
Davanti a qualche vostro palazzo
In ginocchio, con il corpo distrutto
Ma con la mente attiva
Perche’ l’odio rimane
Quando mi chiedete perche’
Mi fate ancora piu’ schifo
Io odio la vostra ipocrisia
Io voglio e non chiedo perche’
Conosco gia’ la risposta
Troppe volte il bello diventa brutto
Troppe volte soffro, troppe volte…
Non sprecare sorrisi e parole per me…

La prima metà del disco è nichilismo radicale, rivendicato con orgoglio, a viso aperto. La Vittoria della Sconfitta, Lasciami Stare, Diritto Contro un Muro e Niente sono forsennate e recidono immediatamente qualsiasi possibilità di mediazione, di compromesso. Anche se sempre o quasi in modalità urlo, le parole di Zazzo sono quasi tutte intelligibili, non lasciano scampo. Il lato B è invece quello della riconciliazione, quello che sostituisce l’Io con il Noi, che trasforma l’odio in cambiamento, come un’alchimia. Subito Un Amaro Sorriso segna il cambio di prospettiva con quel “lucidi guerrieri pronti a vendicare la vita”. La presa di coscienza che il rifiuto delle istituzioni, dei dogmi e della coercizione non preclude la voglia di vivere e l’empatia per chi condivide la sofferenza e forse la lotta. Lotta di ogni giorno, personale, che è politica anche se qualcuno forse, nel decennio precedente, l’avrebbe bollata come qualunquismo, perché la dimensione politica precluderebbe quella personale.

Ma negli anni ‘80 ormai anche quella narrativa del decennio precedente stava venendo spazzata via da trasmissioni televisive e manovre ben più subdole e permanenti. Certi veli ormai erano caduti del tutto o quasi. E poi, se gli ideali si trasformano essi stessi in prigioni o chiese, non c’è da sorprendersi se vengono rifiutati. La musica de Lo Spirito Continua è politica, come lo era ai tempi crearsi un circuito da zero, entrando in relazione con gente anche lontana, evitando qualsiasi compromissione, per condividere il proprio modo di stare al mondo. Ironico forse che la conclusione di un disco così inizi proprio con una chitarra folk. Potrebbe benissimo essere quella di una vecchia canzone di protesta. Poi folate elettriche ed epiche e accelerazioni furenti. È la stessa Lo Spirito Continua, conclusione e insieme apice di un disco formativo come pochissimi altri. Almeno per il sottoscritto. Si chiude il cerchio iniziato meno di mezz’ora prima con La Vittoria della Sconfitta:

Lo spirito continua….
…continua…lo spirito…
Dietro lamenti melodiosi
Risuona la voce di un vecchio
A raccontare il senso di una vita
Collezione di attimi
Per le sensazioni più belle
Ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
Leggo di me in loro
E non sono ostili
Ma il ricordo puo’ uccidere il bisogno…
…non ho paura di quel rumore
C’è un lampo nei tuoi occhi
Che non potrò mai spiegarti
Mentre ti alzi e te ne vai
Guardo verso una parola lontana…
…Il gioco di immagini è riuscito
Esplode una risata sensuale…
Io sorrido sopra il mio odio
Scoprendomi dentro un amore spesso negato
Scopro te nel mio corpo
Non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
Io farò lo stesso
E forse allora anche la ferita
Farà meno male
Lo spirito continua
Potremo davvero essere vecchi e forti

Avevano venti, ventidue anni al massimo i Negazione quando è uscito Lo Spirito Continua. Come Negazione esistevano da solo due anni. In quei due anni si erano fatti conoscere nel giro hardcore d’Italia e d’Europa pubblicando questi ventotto minuti formidabili. E in questi ventotto minuti soltanto sono stati capaci di trasformare l’odio in una energia (pro)positiva. Una lezione, una fiaccola che da quarant’anni non si spegne. (Lorenzo Centini)

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