Nessuna garanzia per nessuno: C.S.I.@Festival Lupo, Marzabotto – 29.08.2026

Nell’estate del 1944 il fronte si stava ormai attestando in Italia settentrionale, sull’Appennino Tosco-emiliano, lungo la linea di difese e fortificazioni tedesche chiamata Linea Gotica, che, nel tratto più vicino al nodo nevralgico rappresentato dalla città di Bologna, passava nel comune di Marzabotto, sulle creste dolci del colle chiamato Monte Sole. Nella zona operava già la brigata Stella Rossa comandata da Mario Musolesi, detto il Lupo, che rischiava di rendere particolarmente difficili i collegamenti e gli approvvigionamenti del fronte proprio in uno dei suoi punti maggiormente nevralgici. Lo stato maggiore del feldmaresciallo Albert Kesselring (comandante supremo delle forze tedesche in Italia, la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era già avvenuta sotto il suo comando) decise di adottare la stessa linea messa in atto poche settimane prima a Sant’Anna di Stazzema. Ovvero, senza prendere di mira alcun obiettivo militare, sterminare la popolazione civile di tutta una certa area geografica, per eliminare qualsiasi possibilità di appoggio concreto, ma ancora di più per annientare lo spirito delle truppe irregolari nemiche e di quanti avrebbero potuto aderirci. Dell’operazione venne messo a capo il maggiore Walter Reder, comandante del sedicesimo battaglione esplorante corazzato della 16.SS-Panzergrendier-Division “Reichsführer-SS”. Lo stesso Reder, in precedenza, era stato sospettato di aver preso parte all’attentato del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, la cui morte aveva aperto la strada per l’annessione tedesca, ma anche causato un incidente diplomatico con il governo italiano che aveva persino trasferito truppe sul Brennero.

Con la guida di alcuni locali fedeli alla nuova Repubblica, le truppe tedesche dal 29 settembre al 5 ottobre passarono in rassegna villaggio per villaggio, borgata per borgata, cascina per cascina, lungo i declivi dolci del Monte Sole, tra le valli del Setta e del Reno, con l’intenzione di non risparmiare nessuno, utilizzando tutte le armi in dotazione, persino quelle pesanti. Nella frazione di Casaglia, stipate dentro il piccolo cimitero locale, sono state mitragliate 197 persone, di cui 52 bambini, il rimanente donne e anziani, in prevalenza. A Caprara le vittime furono 107, di cui 24 bambini, mentre nei rastrellamenti dei casolari vicini trovarono la morte altre 282 persone, tra cui 58 bambini. A Cerpiano altre 49 vittime, di cui 19 bambini. Sulla strada per Creda i tedeschi uccisero 103 persone, altre 81 una volta arrivati proprio a Creda. Le stime ufficiali parlano di circa 770 vittime ufficiali, mentre considerando i comuni vicini e le morti causate da mine e devastazioni nel periodo successivo il macabro conteggio arriverebbe a circa 950 unità. Vittime in estrema maggioranza i più deboli, tra cui i bambini, alcuni dei quali uccisi con colpi alla testa, a bruciapelo. Alcuni infanti furono strappati dalle braccia delle madri e gettati nelle fiamme degli edifici cui era stato appiccato il fuoco. Molti morirono per granate lanciate dentro granai, case e chiese dove la gente cercava inutilmente rifugio.

Anche uomini e donne di Chiesa pagarono un prezzo particolarmente elevato, condividendo il destino dei fedeli che guidavano. Don Ubaldo Marchioni venne ucciso da una raffica mentre amministrava la Messa sull’altare (come pure tre anziani per non essere usciti solertemente dalla chiesa dopo questo omicidio). Altri due sacerdoti a Creda, due suore a Caprara. La notizia dell’eccidio cominciò a diffondersi sotto voce, nonostante le autorità locali, italiane e tedesche, negassero tutto e facessero pressione per mettere a tacere. Il quotidiano Il Resto Del Carlino, con un articolo non firmato, smentì categoricamente i rastrellamenti e la morte dei civili (allora la voce che circolava contava in circa 150 le vittime), dando invece la notizia di una “operazione di polizia contro un nucleo di ribelli”, il quale avrebbe “subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda”. Questa la linea ufficiale portata avanti dalle autorità: nessuna vittima civile innocente, ma un’operazione che avrebbe colpito solo ribelli. Pericolosi però per questa narrazione ufficiale i rapporti che i parroci mandavano alle rispettive diocesi, rapporti ostacolati dalle pressioni tedesche. Pagò un prezzo alto anche don Giovanni Fornasini, parroco della frazione di Sperticano, non rientrato in casa dopo il pranzo il successivo 13 ottobre. Il suo corpo decapitato fu trovato a fine inverno fuori dal cimitero di San Martino di Caprara.

Successivamente all’arrivo delle truppe Alleate e alla fine della guerra, la verità venne infine riconosciuta e fatta conoscere. Iniziarono anche i processi. Lorenzo Mingardi (reggente e commissario prefettizio a Marzabotto) e Giovanni Quadri vennero condannati per il loro ruolo attivo nell’eccidio, l’uno alla pena di morte (commutata in ergastolo) l’altro a trent’anni di prigionia (ridotti a dieci anni e otto mesi), ma furono poi entrambi graziati dalla successiva amnistia. Walter Reder fu condannato all’ergastolo nel 1951. Nel 1980 gli venne concessa la condizionale, nel 1985 il governo di Bettino Craxi lo liberò del tutto, pare perché fossero intervenuti in suo favore i governi austriaco e tedesco. Il feldmaresciallo Albert Kesselring sarebbe stato condannato alla fucilazione per un numero di imputazioni che includeva l’eccidio di Marzabotto, ma per l’intercessione britannica la sentenza non venne applicata e lo stesso Kesselring fu liberato nel 1952. Sarebbe diventato poi consulente di Konrad Adenauer, cancelliere della Germania Ovest, per la politica di riarmo tedesca all’interno della NATO.

Proprio sui prati e sui dolci declivi di Monte Sole il Consorzio Suonatori Indipendenti ha scelto di suonare, nel contesto del Festival Lupo, le prime due date del loro tour di saluto (“ultima chiamata”). Proprio dove il 29 giugno 2001 il Consorzio aveva già smesso di esistere, tramutatosi in parte nei Per Grazia Ricevuta. Gli anni sulle spalle ci sono tutti e si vedono, eppure per certi versi è come se ci si fosse appena salutati. Nel Parco Storico di Monte Sole, area protetta sia per la memoria che per la natura, tra boschi in cui pare si aggiri ancora il lupo, il concerto inizia all’imbrunire, con un sole color miele a spegnersi tra i colli, e prosegue poi sotto le stelle e una luna benigna. Più che un concerto pare una riconciliazione tra vecchi amici, loro e il pubblico, anche con chi in fondo non ci si conosceva già. Anche con quanti (non molti, in realtà) si ostinano ad alzare il pugno su Unità di Produzione, come se fosse per davvero inno di una specie di accelerazionismo sovietico. Una scaletta in ordine quasi cronologico, da Ko De Mondo a Tabula Rasa Elettrificata, omaggi noti a Guccini e Battiato, un richiamo dai C.C.C.P., uno dai P.G.R.. Qualche distrazione o emozione, ma uno spirito informale, familiare, riconciliato. Almeno fino alla vera coda della serata, tra impeto punk e rumore vero, Matrilineare, N’Importa ‘na Sega mischiata in medley con la coda di Buon Anno Ragazzi, Canali, Maroccolo e gli altri a tirare su un muro di suono mastodontico, apocalittico, e Ferretti a ripetere “NESSUNA GARANZIA PER NESSUNO” come il mantra di un invasato. Manco fosse Berlino Ovest nell’82. Un monito: non è detto che la storia debba ripetersi per forza sotto forma di farsa. (Lorenzo Centini)

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