Il ritorno degli “Sleep” è come una scoreggia nello spazio
“Che sia ciocco che sia nero, skunk oppure kif
Fumo porra, ma non faccio sniff“
Incredibile come, con gli anni che avanzano, tutto quello che ti ricorda il passato paia sempre meglio. Rimpiangi i tempi dell’università, per dire. Anche se studiare era una pizza e magari vivevi in un tugurio, con altri studenti come te, mangiando davvero quello che capitava. Rimpiangi di sicuro i gruppi di una volta, erano sempre meglio di quelli di oggi e, quando ritornano, i dischi nuovi sono sempre migliori di quelli delle nuove leve. Ma vale davvero per tutto. Il passato lo ricordi sempre migliore, persino di quanto non sembrasse all’epoca. Finisci a volte per assurdo a rivalutare certe cose che un tempo ritenevi inqualificabili. Il tempo altera la memoria, quindi anche certi personaggi di un tempo oggi te li ricordi come statisti. Ricordate quando il senatùr definì il senatore Gianfranco Miglio “una scoreggia nello spazio”? C’era del genio vero in quella definizione, la capacità propria dei grandi di sintetizzare un concetto in pochissime, precise parole e di trasformarle in sentenza. Senza entrare nel merito, io è da allora che non smetto di interrogarmi su cosa sia effettivamente, una scoreggia nello spazio. Che suono abbia, che profumo. Ora fermi con gli spiegoni scientifici, che non c’è l’atmosfera nello spazio, quindi né suoni né odori. Siamo tutti adulti qua e non c’é bisogno di fare i ragazzini primi della classe, abbiamo tutti sospeso l’incredulità da un pezzo. Concentriamoci quindi sulla scoreggia.

Un astronauta esce dal suo modulo nello spazio infinito dell’Universo, completamente avvolto dalla sua tuta spaziale, una superficie di separazione infinitesima tra lui, il suo corpo, e il nulla più assoluto. Le luci degli astri, in lontananza, non offrono nessun riferimento seriamente utile per sentirsi veramente in un qualche dove. Anzi, danno solo la misura di quanto si sia nel nulla più assoluto. Pur con tutta la tecnologia di cui è dotata la sua missione, l’astronauta è fatto di carne e ossa, nervi e apparato digerente. Il mangiare è quello che è, liofilizzato, compressato, chimico, poco saporito. Ingegnerizzato apposta perché non dia conseguenze spiacevoli, anche perché lassù un idraulico non ce lo porti mica, se servisse. La digestione tendenzialmente è regolare, ma l’astronauta è un uomo, non una macchina, e di quello che avviene al suo interno può avere un controllo solo relativo. Non sempre la digestione riesce perfettamente. I batteri, si sa, sono recalcitranti a farsi comandare a bacchetta. A volte si ingegnano comunque anche loro, col materiale che gli viene dato in pasto, e riescono comunque nelle loro burle, nei loro dispetti. A volte, pur con tutte le accortezze possibili, non tutti i processi della digestione sono esenti dal produrre scarti indesiderati. Dentro il modulo poi, in quei cinque metri cubi da spartirsi con altri tre compagni, astronauti come te, non puoi permetterti chissà che libertà. Non è come convivere in affitto, ai tempi dell’università, con altri studenti fuorisede. Che tempi quelli, ti facevi sicuro meno problemi. Serate passate sul divano in soggiorno, tra cartine e accendini, davanti alla console. Le risate, ai tempi. Sempre una burla. Non ti facevi problemi a sollevare improvvisamente un gluteo, alla bisogna. Quella specie di buffa pernacchia veniva al massimo accolta da ilarità, con pacche sulle spalle. E l’odore era l’ultimo dei problemi, non si sarebbe semplicemente avvertito tra gli altri effluvi presenti nella stanza.
Che tempi erano quelli lì, il nostro astronauta un po’ li rimpiange. In fondo, anche se nello spazio infinito, si trova relegato in un misero monolocale senza finestre con altri coinquilini. Anche se non si poteva dire che cucinasse veramente, ai tempi, almeno mangiava con più gusto. E se voleva uscire a farsi un giro in centro, beh, era tutto più semplice. Specie se poi avevi certe impellenze e il ricambio d’aria era desiderabile. Perso in questi pensieri, il nostro astronauta si consola, comunque, perché l’uscita quotidiana fuori dal modulo è vicina, tanto vale aspettare, tanto vale trattenere lo stimolo.
Fuori, nel nulla assoluto, l’astronauta è perfettamente solo, nella sua tuta tecnologica che lo separa dal vuoto. È solo e non ci sono nascondigli, non ci sono ombre, potenzialmente è sotto gli occhi di tutti. Ma tutti sono lontani, anni luce, laggiù sotto le atmosfere. Se anche guardassero in alto non lo vedrebbero mica. La situazione è ideale per rilasciare, finalmente. Un progressivo e lento rilassamento muscolare, un suono buffo, un impercettibile spiffero, tremolante per la vibrazione dell’adipe dei glutei. Un impercettibile massaggio, quasi piacevole. In pochissimi attimi un sibilo delicato si increspa, si fa lieve borbottio, loffio, e subito, anzi immediatamente, si perde nell’infinito silenzio senza eco del nulla più assoluto. Se per caso ci riuscisse di vedere adesso attraverso la visiera del casco sferico dentro cui galleggia la testa dell’astronauta, noteremmo un altrettanto impercettibile accenno di sorriso, compiaciuto. Eppure, non aveva calcolato tutto, il nostro l’eroe dello spazio infinito. Quel lieve spiffero, accompagnato dal piacevole relax nel basso intestino, viene accompagnato subito dopo da un’altra conseguenza, non preventivata, purtroppo.
Fino a quel momento della missione i batteri, nutriti da barrette ed altro cibo secco, pur avendo dimostrato di essere in grado di trasformare la materia solida in gassosa, non erano riusciti ancora a caratterizzarla olfattivamente, in maniera riconoscibile. Ma anche nell’immenso vuoto dello spazio profondo, i batteri restano recalcitranti al controllo, anarchici, mai del tutto fedeli all’organismo che li ospita e con cui vivono in simbiosi. Come folletti delle fiabe, non rinunciano mai ad un buono scherzo, quando se ne presenta l’occasione. E l’occasione la colgono al balzo, come quando sei a cena fuori con la tipa che ti ha concesso finalmente un appuntamento. Come a quel colloquio di lavoro in cui già sudi freddo di tuo, anche senza che ci si mettano le interiora. E quindi, che occasione migliore, per un tiro speciale, di una liberazione tanto attesa nel pieno dello spazio infinito? Chissà quanto ne siano effettivamente coscienti, i goliardi batteri intestinali, del fatto che il nostro astronauta non abbia considerato la tuta, quella sottile superficie tecnologica che separa il suo corpo dal nulla, che lo protegge dal gelo assoluto e dalle radiazioni spietate. Il nostro amico astronauta non ha considerato che non si tratta certo di un bermuda di cotone, permeabile come una zanzariera.
Il sorriso di soddisfazione del nostro astronauta, benché impercettibile, si incrina quasi subito, non appena la fragranza fa a tempo a diffondersi in quella camera stagna che fluttua nello spazio infinito e all’interno della quale fluttua lui stesso. Le particelle organiche accedono trionfalmente alle froge del naso a da lì un’aspirazione non controllabile le trascina sempre più all’interno, prima nelle narici, dove gli strumenti di diagnostica ancestrali del corpo umano segnalano all’astronauta che ormai la frittata è fatta. Da lì ancor più dentro, trachea, polmoni. Le particelle procedono tra le mucose. Incontrano dei batteri. Non sono quelli dell’intestino, ma si conoscono, familiarizzano. In fondo sono tutti batteri, la vedono uguale. I batteri dell’apparato respiratorio bypassano quindi il sistema nervoso dell’organismo ospitante, cominciano il passaparola, tessuto dopo tessuto, organo dopo organo, fino a che la notizia non arriva agli altri batteri, quelli dell’apparato digerente, che così apprendono del successo del loro scherzo, tra ilarità e goliardia, con tanto di pacche sulle spalle. Intanto, al nostro astronauta non resta che sperare che, una volta rientrato nel modulo, le particelle si siano nel frattempo dissolte, per non suscitare ilarità anche negli altri astronauti, visto che spogliatoio, soggiorno e camera da letto sono una cosa sola, lassù, nell’infinito nulla dello spazio profondo. (Lorenzo Centini)
