Un musicista non deve fare per sempre il musicista

Ha perfettamente senso quando le persone, soprattutto laddove il sistema sanitario non le tutela e le sostiene, richiedono una raccolta fondi in determinati ambiti. Tipo il mondo della musica. È accaduto proprio in queste settimane con Jennifer Finch delle L7, che ahimè era già in condizioni disperate, ma potrei tranquillamente procedere a ritroso nel tempo e ripensare a Chuck Schuldiner e a quel che i colleghi musicisti imbastirono per salvarlo dal cancro, allorché si accorsero che la sua famiglia, pur di curarlo, era finita sul lastrico. Purtroppo entrambe le storie non hanno avuto un lieto fine; è bene ribadire che in altri casi non è stato così.

Quel che mi interessa, al di là di questi casi specifici, è se realmente c’è una sensibilità collettiva o se questa è semplicemente di facciata, e comunque volta a tutelare un forte interesse personale. Un po’ come quando i fotografi naturalisti fanno la guerra per salvaguardare il parco in cui fanno le foto ma se è messa a repentaglio la longevità degli altri parchi non gliene frega grossomodo un cazzo.

La premessa di cui tenere conto è che il mondo dell’arte e della cultura è notoriamente nella merda da tempo. Certe volte i musicisti – ben distanti dalle annate in cui il loro mestiere, economicamente, rendeva – hanno fatto alzate tipo coprire con raccolte fondi (il termine in inglese già lo conoscete, e dopo quell’articolo di Stefano Mazza ben mi guarderò dal menzionarlo) i costi di registrazione del nuovo album e tante altre cose inerenti la sfera produttiva. In altri casi hanno semplicemente chiesto dei quattrini perché in tempi di magra il loro lavoro non gli permetteva di campare dignitosamente, e non andrò a scoperchiare il caso specifico di soggetti borderline come Timo Tolkki. A proposito, a ottobre vado a vedermelo che risuona i classici degli Stratovarius: se non annulla tutto come presumo, chissà che report esce fuori. Ma torniamo a noi.

Volition dei Protest the Hero è stato finanziato così, con 341.000 dollari raccolti a fronte di un obiettivo iniziale dichiarato di 125.000 dollari, su Indiegogo. Sulla stessa piattaforma, Turilli e Lione per Zero Gravity che almeno hanno avuto un senso di gratitudine particolarmente forte nei confronti dei partecipanti alla raccolta, i quali sono finiti, se la mente non mi inganna, citati sul booklet. Abbiamo ascoltato Marcela Bovio con gli Ayreon: anche lei ha quadruplicato la richiesta iniziale per finanziare la realizzazione di Unprecedented. E potrei andare avanti ancora un po’.

La domanda è: chi ha stabilito che un musicista debba per sempre fare il musicista?

Chi ha stabilito che colui che lavora entro l’ambito artistico debba ricevere una maggiore tutela rispetto a chi fa il corriere, il magazziniere, il pescivendolo, l’elettricista o magari il rider. Perché oggi nella stessa merda appartenente a arte e cultura ci stanno un po’ tutti, ed è vero che arte e cultura distinguono un popolo, fanno la sua storia, ma credo che questa materia possa innescare non pochi ragionamenti.

È molto semplice, è come per i fotografi naturalisti. Se viene a mancare il musicista verrà a mancare, in un secondo livello, quello che ad altre persone è portato dal musicista: un prodotto. E quelle persone allora iniziano a preoccuparsi, perché ci sono cresciute, perché ce l’hanno a cuore, e arrivano a finanziarlo. Il pacco che non arriva con un corriere arriverà in mano a un altro autista, della cui vita fatta di rate e bollette, le stesse che pagano i musicisti, non frega niente a nessuno.

Steve Souza che è stato cacciato in malo modo dagli Exodus, che pochi anni prima avevano cacciato in malo modo Rob Dukes (campanello d’allarme? No, riproviamoci), si è messo a produrre e vendere salsicce e io provo infinita stima nei suoi confronti, perché la sua vita di musicista è ridimensionata agli Hatriot, di cui ha fatto parte, ovvero una sorta di centro estivo in cui parcheggiare i figlioli e farli suonare perché altrimenti finiscono in qualche giardinetto a massacrarsi di canne, e ad un paio di progettini che neanche si sa se esistano. Non fraintendete il mio messaggio: io non spero che i musicisti finiscano sul lastrico perché c’è finito il tipo che guida il corriere e allora dobbiamo fare pari. Spero capiate che questa patina che riveste questo mondo magico, fatto di musica e di una scena dove ci si aiuta a vicenda su più livelli, crolla non appena mettiamo un piede fuori. E che appena i problemi diventano reali, nessuno aiuta più nessuno, se quel signor nessuno non interessa agli altri. È un paradosso, a codesto punto, che il crowdfunding porti quattro volte le cifre necessarie a realizzare non Theli dei Therion (“ho in colpo l’album della vita, vi prego, permettetemi di realizzarlo”), ma l’ipotetica ennesima porcata cosmica da polvere sullo scaffale.

La mia risposta è che se un musicista perde il lavoro di musicista, o lo vede minacciato dall’andamento generale del mondo, può tranquillamente cercarsi un altro lavoro come nel mondo fanno tutti, e senza piagnistei, nel caso non si sia nemmeno valutata l’ipotesi di andare a fare altro. È una risposta anaffettiva? Può darsi. La ripeteresti quando scompaiono dai radar gli idoli d’infanzia? Dov’è il riconoscimento per le emozioni ricevute per mezzo dei medesimi? Così replicherà qualcuno, ma è la pura verità: la perdita del lavoro di musicista ha la stessa gravità che ha la perdita del lavoro da fattorino, o in un ufficio. È Jennifer Finch il problema reale, non fare un raccoltone su Indiegogo per dare a Marcela Bovio il 400% di quanto gli serviva per comporre l’album.

Altri diranno che è difficile, per alcuni, trovare altro con un curriculum del genere. Ma se si reinventa chi non ha mai avuto soddisfazione professionale in vita sua, e ci riesce, perché ci si riesce, allora non ci sono scuse per chiunque altro, e la tutela riservata in tal caso al musicista non deve essere decuplicata rispetto a quella di chi ha investito in un negozio di palloncini per feste e s’è accorto che non li sta vendendo. La massima attenzione, ripeto, va alle Jennifer Finch, va ai Chuck Schuldiner. Va a chi prende un finanziamento per avviare una attività, perché non può passare per Indiegogo perché tanto ci sono i fan che – come si dice a Firenze – cacheranno puntualmente il lesso dopo essere stati spennati per tutta l’estate a suon di token, parcheggi a pagamento, magliette degli Opeth a 45 euro a una bancarella alle Caserme Rosse a Bologna, e quant’altro. Mi direte anche che non c’è niente di sbagliato nello spremere un benestante che acconsente a essere spremuto: il problema è che nella maggior parte dei casi non c’è alcun bisogno di spostare quelle somme di denaro, è solo mera furberia attuata da coloro che possono permettersela, in faccia a tutti coloro che invece finiranno per cercarsi un altro lavoro. (Marco Belardi)

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