OPETH // BLOOD INCANTATION @Bologna – 11.07.2026
Se ci fosse un abbonamento per i concerti degli Opeth, io e la mia signora ne avremmo sicuramente la golden edition. Ogni volta che Michele passa da queste parti noi puntualmente ci presentiamo, tanto che se lui ci dovesse vedere un altro paio di volte avrebbe ogni base giuridica per richiedere un divieto di avvicinamento. Però, fintanto che nella nostra cassetta delle lettere non arriva alcuna ingiunzione tramite raccomandata di colore verde, continuiamo a sperare che lui non ci noti, addirittura programmando una trasferta bolognese ad hoc nella soffocante afa di un sabato estivo che però dovrebbe trasformarsi in un violento nubifragio proprio nel momento del concerto, ovviamente all’aperto e ovviamente su un prato, col rischio di trovarsi nel fango fino alle ginocchia durante i delicati arpeggi spettrali di Fredrik Åkesson, manco fossimo a guardare i Grave Digger al Wacken. Il nostro zaino si arricchisce quindi di accessori specifici come mantelli antipioggia, cappelli impermeabili e galosce, quest’ultime ormai irrimediabilmente associate a Peppa Pig, come ogni genitore di bimbi piccoli potrà confermare. Bimbi piccoli che, peraltro, sono l’unico motivo per cui ci siamo persi la data di Pompei, che dev’essere stata una cosa da raccontare ai nipotini.
Il Parco delle Caserme Rosse è in zona Bolognina, alla periferia nord della città dei tortellini e delle zanzare tigre, e ospita contemporaneamente due manifestazioni musicali: una è il Sequoie Music Park, dove andremo noi; l’altra, a poca distanza, è chiamata Bonsai e oggi presenta un tizio che si fa chiamare Tutti Fenomeni, che Wikipedia definisce cantautore, rapper e attore italiano. Quando arriviamo nell’area specificamente deputata all’acciaio hanno appena cominciato i Blood Incantation, che mia moglie non conosceva e per i quali avevo cercato di prepararla con toni che a lei sono parsi non promettere nulla di buono. La redazione del vostro blog preferito è difatti piuttosto divisa nel giudizio al gruppo di Denver, e io aderisco al partito avverso, a differenza di altri, come Belardi, che ne magnificano gli influssi pazzerelli e le capigliature creative. A proposito di Belardi: l’infido toscano è anche lui nella folla bolognese, perso da qualche parte. Continuo a mandargli messaggi per chiedergli dove stia, ma niente. A un certo punto mi risponde alla sua maniera, cioè parlando di tutto meno della cosa essenziale, cioè della sua esatta ubicazione. Dopodiché sparisce, per riscrivermi il giorno dopo facendomi una specie di report dei Blood Incantation via messaggio vocale concludendo con “tanto ci vediamo domenica prossima al Luppolo”. In ogni caso, dai suddetti Blood Incantation mi aspettavo peggio, anzi molto peggio, perché dal vivo risalta soprattutto la componente più death metal, mentre tutti quegli sfarfallii synthwave – o qualsiasi cosa siano – rimangono decisamente sullo sfondo. Peraltro la scelta della scaletta è quantomeno singolare, dato che suonano l’ultimo disco Absolute Elsewhere per intero, dall’inizio alla fine, senza alcun estratto dagli album precedenti né tantomeno da quello che dovrebbe uscire a breve. Comunque ripeto: pensavo peggio.
Nessuna sorpresa invece da parte di Michele e della sua banda, dato che, come già ribadito in altri dei miei numerosi report, gli Opeth riescono sempre a fare il concerto perfetto, in qualsiasi condizione e in qualsiasi contesto stiano suonando. Intendo da ogni punto di vista: non solo tecnico, ma anche di coinvolgimento del pubblico, dello spettacolo di luci, delle sorprese nella scaletta e tutto il resto. A tal proposito, la scaletta oggi è molto diversa da quella che proposero all’Alcatraz lo scorso ottobre, nonostante le due date facciano parte della stessa tournée. Suonano sempre quei tre pezzi dall’ultimo (#1, #7 e #3, in quest’ordine), chiudono sempre col quarto d’ora di Deliverance (e non saprei immaginare una chiusura migliore) e c’è sempre The Devil’s Orchard, ma da Damnation fanno Windowpane e non To Rid the Disease, da Blackwater Park scelgono The Drapery Falls e non The Leper Affinity, da Watershed c’è Hex Omega e non Heir Apparent, e in più c’è un pezzo da In Cauda Venenum e ben due pezzi “vecchi”, ovvero Godhead’s Lament da Still Life e una versione particolarmente riuscita della bellissima Demon of the Fall (da My Arms, Your Hearse). L’altra volta l’amarcord si era limitato solo a un pezzo, che però era The Night and the Silent Water, mica pasta e fagioli. E in tutto questo, per completare la scaletta come solo lui sa fare, Michele annuncia pure la cover di You Suffer dei Napalm Death, avete presente, per la quale incita il pubblico a cantare in coro.
Nonostante tanta grazia, il concerto si trasforma in una gara contro il tempo per due motivi. Uno è che alle 23 cominciava il quarto di finale Norvegia – Inghilterra, che lo stesso Åkerfeldt ci tiene a specificare di voler vedere assolutamente, a costo di farsi mettere uno schermo sul palco. L’altro è che il preannunciato temporale stava arrivando serio, con tuoni fulmini e saette e un ammasso di cumulonembi color piombo che si facevano sempre più vicini e che parevano usciti da un film catastrofico americano. Il nostro eroe a un certo punto guarda in quella direzione e, col suo solito aplomb, dice qualcosa tipo “so it’s really coming”. Verso la fine si alza anche un vento che non preannuncia nulla di buono e che si gonfia col passare dei minuti. Appena finisce il martellamento finale di Deliverance la folla si affretta verso l’uscita per cercare di scappare all’imminente fortunale; passiamo di nuovo vicino all’altra area, quella col palco “indie”, e sentiamo il tizio di cui sopra, quello attore e rapper, che sta cantando qualche nenia da brunch bolognese al circolo Arci coi sandali di cuoio, e nel nostro cuore speriamo che la pioggia se la prenda tutta lui al posto nostro.
E così è stato. Noi siamo riusciti a ritornare in albergo per il rotto della cuffia, ci siamo guardati la partita belli freschi mentre fuori si scatenava l’inferno e il nostro amico indiboi è rimasto a esporre il proprio corpo alla furia degli elementi. Purtroppo la Norvegia ha perso, ma è comunque stato un bel percorso. Odino sarà stato contento lo stesso. Con Michele invece ci rivedremo la prossima volta che ripasserà da queste parti, è sempre un piacere. (barg)




Di passaggio qui solo per dire che il giorno precedente, in quel del Sud, Michele (che per l’occasione il pubblico ha ribattezzato Michè, manco ci fosse stato Tony Tammaro) si è vantato di essere stato il primo nella storia ad aver cantato in voce death metal nelle antiche rovine di Pompei. Fa tanto bene al cuore.
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