Avere vent’anni: OPETH – Damnation

Questa volta non sono stato malmenato da nessun commesso, anche se, cari affezionatissimi lettori che si contano sulle dita di una mano monca, la voglia di ascoltare il disco gemello di Deliverance era tanta. Anche perché, diciamoci la verità, i pezzi acustici dei dischi degli Opeth erano sempre stati la “chicca” in più che andava a completare dei lavori fondamentalmente perfetti. Prendete, ad esempio, due album come Morningrise e Still Life: riuscireste a immaginarli senza quegli intensi frammenti folk di To Bid you Farewell o Benighted? Brani che non solo aggiungevano un qualcosa di più all’economia dell’album, ma rappresentavano anche delle composizioni che, pur essendo estremamente coerenti con la proposta degli Opeth, avrebbero potuto anche essere il frutto di un’altra band. Quindi la curiosità di ascoltare un disco completamente acustico degli Opeth era tanta.

Così, dopo aver rotto le scatole (non più ad un commesso di Ricordi) al vostro affezionatissimo Trainspotting – che all’epoca faceva parte della redazione del bisettimanale il cui nome, come Voldemort, non deve essere utilizzato con finalità editoriali – arrivò nei negozi Damnation, che comprai immediatamente, a scatola chiusa. E che ho imparato ad apprezzare veramente – ma mai ad amare – dopo molto tempo. E ciò in quanto, a volte, il peso delle aspettative è fin troppo importante. Non tanto in termini di qualità, ma di “cosa ti aspetti” da una determinata opera.

R-400137-1569423782-9001So benissimo che è un atteggiamento profondamente sbagliato, e con gli anni ho imparato a separare il mio giudizio dai miei desiderata, ma quando uscì Damnation mi aspettavo un disco folk e, fondamentalmente, mi sono trovato davanti ad un disco progressive rock acustico. Un disco molto meno “anomalo” di quello che mi sarei aspettato e che anzi si pone in una posizione molto coerente rispetto a certe influenze che gli Svedesi avevano già palesato sin dagli esordi; qui vengono anticipati alcuni degli elementi che sarebbero stati protagonisti nei due successivi lavori e, in parte, anche negli ultimi, discutibili, album di puro revival progressive anni ’70. In più i suoni sono troppo puliti e non “scarni” come avrei voluto. Vuoi anche per un’eccessiva e senz’altro voluta monotonia delle composizioni, a parte la doppietta iniziale restai fondamentalmente deluso da Damnation, fino a quando non ascoltai quei brani nella versione live e più calda di Lamentations, che mi portò a riconsiderare l’album in studio.

Peter-LINDGREN-and-Mikael-AKERFELDT-Opeth-Credit-Mick-Hutson-Redferns-HERO@2000x1500
Pur ritenendo che l’album sia ancora oggi troppo freddo e pulito a livello di suoni (in questo senso l’opera di Steven Wilson è stata fin troppo incisiva rispetto ai due predecessori), la mia opinione su Damnation è molto cambiata, soprattutto perché, col passare del tempo, nei suoi otto brani ho trovato quella vena incredibilmente triste e desolante, come solo certe cose scandinave riescono ad essere, che era sempre stata al centro della produzione dei nostri. Un’atmosfera che, nonostante una certa eccessiva staticità e un finale non proprio clamoroso (a parte l’ottima Ending Credits), non lascia indifferenti e che rende brani come Hope Leaves (splendida) e In My Time of Need (capolavoro del disco) semplicemente indimenticabili.  Un’atmosfera che si riverbera anche sui testi (mai così dolenti), tra i migliori mai scritti da Mikael Åkerfeldt. E anche se, come affermato poc’anzi, non sono mai arrivato ad amarlo, resta comunque un ottimo album, assolutamente fondamentale per comprendere l’evoluzione degli Opeth. (L’Azzeccagarbugli)

3 commenti

  • mi piacque immediatamente, anche perché ha una produzione veramente superlativa. ma mi piacque di più Deliverance e, comunque, dopo questo disco cominciarono a piacermi sempre meno. il “nuovo corso” non mi attira per niente.

    "Mi piace"

    • Ultimo lavoro davvero notevole uscito dalla penna di Akerfeldt, dopodiché seguirà un ripidissimo viale del tramonto.

      "Mi piace"

    • Capolavoro irraggiungibile anche a vent’anni.
      Tra le poche cose che rendono il mondo degno di essere salvato. È riuscito a produrre:
      i film di Woody Allen,
      Lisbona,
      le birre trappiste,
      Le memorie di Adriano e
      quest’album.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...