Avere vent’anni: maggio 2006

ENSLAVED – Ruun

Barg: Con Isa gli Enslaved si erano definitivamente imposti nella rinnovata veste “prog-black” o comunque la si voglia chiamare, guadagnandosi una credibilità che a quel punto nessuno era disposto a negare loro. Ruun, uscito appena due anni dopo, rivela una band completamente padrona dei propri mezzi e che sa perfettamente cosa vuole fare e soprattutto come farlo. Otto brani senza alcun cedimento, solidi, che passano con estrema naturalezza attraverso vari registri costituendo un insieme organico e sempre coerente a sé stesso, evitando arlecchinate stilistiche disomogenee o passaggi inutilmente cervellotici. Se nel precedente c’erano alcuni momenti che si potevano definire sperimentali, o in quelli immediamente prima si sentivano ancora echi del passato (fosse viking, death o black tout court), Ruun restituisce quella sensazione di compiutezza propria delle band all’apice compositivo di una specifica fase evolutiva. Per questo motivo è Ruun il manifesto definitivo dei nuovi Enslaved, il disco che, anche più di Isa, rappresenta meglio questa fase avanzata della discografia del gruppo di Bergen.

MISERY INDEX – Discordia

Luca Venturini: Ho sempre stimato molto Jason Netherton, che all’apice del successo con i Dying Fetus decise di mollarli per ripartire da zero con un altro progetto: i Misery Index, appunto. Band che purtroppo non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto; dico purtroppo perché avrebbero tutto quello che a me piace in un gruppo: riff, potenza, melodia, quell’agilità giovanile propria dell’hardcore e testi come se fossero un libro di Mark Fisher. Eppure, al di là di qualche pezzo qua e là, non è che le loro canzoni mi rimangano in testa. Retaliate, l’esordio del 2003, mi era piaciuto, tutto sommato, perché sembrava l’evoluzione più giusta dell’immenso Destroy the Opposition, al contrario dell’insipido Stop at Nothing. Ma oggi fatico a trovare la voglia di ascoltarlo. Discordia non mi era piaciuto all’epoca e oggi ancora meno. Meno melodico, meno punk del predecessore, sicuramente più violento, mi pare un ottimo album nella forma e nello stile, ma di concreto, tolte Sensory Deprivation e Pandemican, non ci sento niente.

NECROPHOBIC – Hrimthursum 

Griffar: Quando uscì Hrimthursum i Necrophobic erano già in giro da quasi vent’anni, spostando il loro suono dal death metal primordiale degli esordi al black-death tecnico che ha in Storm of the Light’s Bane il punto di riferimento più elevato. In verità i Necrophobic sono sempre andati avanti per la loro strada senza mai essere effettivamente accostabili ai Dissection, sebbene la loro proposta si identifichi in quel sottogenere almeno dal terzo album in avanti (The Third Antichrist, 1999). Oggi sono passati altri vent’anni e possiamo senza tema di smentita affermare che nel corso della loro lunghissima carriera i Necrophobic abbiano mantenuto uno standard elevatissimo di qualità. Hrimthursum ovviamente non costituisce eccezione, è probabilmente il lavoro più violento che hanno scritto e sicuramente uno dei più maligni: un disco che puzza di zolfo, diavoli, demoni, legioni infernali dall’inizio alla fine, nel quale i riff in tremolo picking e il blast regnano sovrani, intercalati da passaggi più lenti, atmosferici ed armonici che evidenziano l’eccellente preparazione tecnico-compositiva dei componenti della band. In pratica ogni pezzo potrebbe essere considerato un highlight preso singolarmente, ma funzionano comunque tutti e 11 come un insieme coeso rivolto verso l’eccellenza. Questo nonostante il disco duri praticamente un’ora, cosa che è l’unico difetto (se così si può chiamare) appuntabile all’opera, che, data la sconfinata violenza insita, se fosse durata una decina di minuti di meno avrebbe concesso un po’ di sollievo all’agonia. Un gran disco, non c’è che dire.

ANCIENT RITES – Rubicon

Marco Belardi: Dim Carcosa fu uno di quei dischi che entrano nel lettore e non ne escono più. Avevo amato anche il rivoluzionario Fatherland, forse l’effettivo picco di una carriera intera. Ma amai molto di più Dim Carcosa, lo amai fino a impararne a memoria le singole canzoni, un po’ tutte. L’attesa di Rubicon fu snervante, cinque lunghi anni nei quali Gunther Theys si era cimentato in numerosi side project, i più conosciuti fra i quali erano senza dubbio i Danse Macabre. Tenne viva la fiamma degli Ancient Rites con il live album And the Hordes Stood as One, una specie di testamento, o fermo-immagine, della sua creatura nel momento in cui la si poteva ritenere maggiormente completa, all’apice. Rubicon uscì nel 2006 e non mi fece alcun effetto. Aveva la batteria sempre più in secondo piano, le melodie ridondanti, cariche, in un eterno inseguimento fra loro. Era lo stesso passaggio affrontato con i Therion all’epoca in cui, con Vovin, lì per lì non capivo se avessero raggiunto il tetto o se cominciasse a essere tutto un po’ eccessivo. Mithras era bellina e ancora un po’ me la ricordo. Ma il precedente album, cazzo, l’avevo memorizzato proprio tutto. Ad oggi continua a farmi lo stesso effetto: sono sempre loro e sì, è effettivamente bellino, ma non scocca alcuna scintilla.

VESPERIAN SORROW – Regenesis Creation

Michele Romani: I Vesperian Sorrow sono sicuramente tra le realtà più interessanti uscite dagli States a cavallo tra primo e secondo millennio, autori un symphonic black metal che, visto anche il periodo, potrebbe far pensare a similitudini con la produzione norvegese di fine anni anni ’90. In realtà la proposta del gruppo texano c’entra poco o nulla con suddetta scena, inglobando influenze che spaziano dal gothic al death melodico fino ad arrivare all’heavy classico (ogni tanto spunta qualche riff di pure matrice maideniana), il che rendono il tutto piuttosto variegato, pure troppo per i miei gusti, nel senso che spesso si fa un po’ fatica a farsi rimanere in mente i brani, data la complessità delle partiture. Da questo punto di vista reputo il precedente Psychotic Sculpture meglio riuscito, più scorrevole, e anche prodotto decisamente meglio rispetto a questo Regenesis Creation, che infatti è stato completamente riregistrato nel 2019 con un suono che gli rende molta più giustizia.

ZAVORASH – Nihilistic Ascension & Spiritual Death

Griffar: Oscuro progetto svedese che vide militare nelle sue fila membri di IXXI, Ofermod, Funeral Mist e via discorrendo, i Zavorash sono stati uno di quei gruppi che si sono filati in pochissimi, questo nonostante il loro secondo (ed ultimo) disco Nihilistic Ascension & Spiritual Death fosse pubblicato da Total Holocaust, che all’epoca era un’etichetta di assoluto culto, con schiere di blackster che facevano salti mortali pur di possederne i dischi. L’album svaria da brani fast&furious in puro stile Dark Funeral, come Själslig Slutsats, al death metal pesante di World Dominion, a cose più meditate o a stacchi di gustoso thrash metal; sono tuttavia assai presenti passaggi anche lunghi di musica ambient, effetti elettronici, persino musica classica, che sovente concludono il brano scollegandolo nettamente dal successivo. Ciò evidenzia la varietà dei pezzi, che non sono mai effettivamente riconducibili ad un unico schema compositivo bensì svariano in modo assai eterogeneo aumentando il gradimento che ne trae l’ascoltatore. Un peccato siano stati così tanto sottovalutati, avrebbero avuto ancora molte cose da dire, invece terminarono il progetto quello stesso anno facendo di Nihilistic Ascension & Spiritual Death il loro epitaffio.

SPAWN OF POSSESSION – Noctambulant

Luca Venturini: Cabinet, l’esordio del 2003 della band svedese di death tecnico Spawn of Possession, mi era piaciuto. Lo riascolto pure con una certa regolarità trovandolo sempre interessante. Col senno di poi si può intuire come la band si muovesse già su un piano inclinato che avrebbe portato, nove anni più tardi, nel 2012, a quell’abominio di Incurso. In mezzo ai due dischi c’è Noctambulant. Noctambulant non mi piace né mi dispiace, oggi come allora. Mi capita di ascoltarlo solo se voglio continuare ad ascoltare gli Spawn of Possession ma non voglio far ripartire Cabinet. Ci sono le chitarrine stupidine di Incurso e le buone intuizioni di Cabinet in pari quantità. È più melodico ma anche più (inutilmente) complicato dell’esordio. Si lascia ascoltare, secondo me, anche se alcune parti sono un po’ ridicole: ad esempio, l’inizio di Eve of Contempt, prima che entri la voce, mi fa sempre ridacchiare.

DRUDKH – Blood in Our Wells

Barg: Blood in Our Wells credo sia il disco più noto dei Drudkh, tanto che spesso viene citato come il loro apice assoluto. Io non sono esattamente d’accordo, perché sono molto legato affettivamente al secondo Autumn Aurora, ma in ogni caso questo rimane un album bellissimo, in cui il loro black atmosferico da sottobosco assume una forma più compiuta; e in questo senso è chiaro che, specie per chi li ha scoperti negli anni successivi, Blood in Our Wells rappresenti il manifesto sonoro del gruppo di Roman Saenko. Farei comunque fatica a fare una classifica dei primi quattro dischi, usciti peraltro nel giro di appena tre anni, dal debutto Forgotten Legends del 2003 al qui presente (già il quinto Songs of Grief and Solitude, uscito anch’esso nel 2006, non è a mio parere al livello dei predecessori). Tentare di descrivere lo stile dei Drudkh è inutile, dato che se avete sentito uno qualsiasi dei loro tredici dischi vi sarete automaticamente potuti fare un’idea di tutti gli altri, ma ci tengo comunque a ribadire che questo Blood in Our Wells è uno dei loro capolavori, consigliato ciecamente a chiunque apprezzi il genere anche solo di sfuggita.

PEARL JAM – st

L’Azzeccagarbugli: Quando è uscito l’omonimo dei Pearl Jam non avevo dubbi nel considerarlo il peggiore della loro discografia, ma oggi non ne sono più molto sicuro. La ragione è molto semplice, l’avocado è un album da piena zona di comfort che, per di più, giunge dopo due album che “si accomodavano” sempre di più dopo i fasti di No Code  e Yield. Qui il declino sembrava irreversibile e, anche a causa di un missaggio veramente brutto (nel 2017 è uscita una versione remixata molto migliore), sembrava ci fosse poco da salvare. In realtà, riascoltato oggi, si tratta di un lavoro ampiamente sopra la sufficienza, superiore a diversi lavori che sarebbero arrivati dopo (Lightining Bolt, Dark Matter), con alcuni pezzi davvero a fuoco: dall’apertura, ottima, di Life Wasted, alla “vitalogiana” Severed Hand, al delizioso pop di  Parachutes, alla dolorosa Gone, alla commovente e classicissima Come Back. A queste si alternano altri brani comunque gradevoli e pezzi scritti con la mano sinistra e, se si considera una scaletta di tredici brani per 50 minuti di durata, è ovvio che incidono in modo significativo e di certo non in positivo. Ma, come sempre in ambito artistico, il risultato complessivo non è dato dalla media aritmetica delle sue componenti e a distanza di vent’anni, pur restando uno dei lavori meno ispirati di Vedder e soci, devo ammettere di averci “fatto pace”; e, mentre scrivo queste poche righe e il sole del maggio romano entra dalla finestra della mia stanza, la coda di Come Back mi sembra una colonna sonora perfetta.

MORRIGAN – Welcome to Samhain

Griffar: Quinto album dell’unica band in grado di andare a giocare in casa dei Bathory e uscirne vincitrice, Welcome to Samhain è forse il disco che più tributa la band svedese degli esordi brutali, bestiali, grezzissimi. Il tutto adeguato al pagan-epic black che deriva direttamente da Hammerheart e, reinterpretato come solo i tedeschi hanno saputo fare, migliorato. I brani sono possenti, vigorosi, bestialmente impattanti come lo sono Pace ‘Til Death, The Golden Walls of Heaven e simili, ma più epici, come il pezzo che dà il titolo al disco, con tanto di cori da lacrime agli occhi. Tuttavia è l’atmosfera putrida del metal estremo anni ’80 che emerge prepotente, ciò anche dovuto ad una produzione più minimale del solito. Ci sono, invero, sciocchezze come la intro We Are Possessed, quasi due minuti di urla strazianti prive di un reale senso logico/artistico, poi replicata più o meno a metà disco in Cranking Battleharps, altri tre minuti e rotti di urla meno che inutili. Se si soprassiede su questi due episodi infelici, gli altri otto brani vi delizieranno con pagan-epic black metal al suo massimo livello, diretto discendente da quello di chi quel genere se l’è inventato (Quorthon) eppure in grado di innalzarne il livello ed andare oltre. Tutto atmosfera ed attitudine, senza fronzoli, inutili tecnicismi o riff lunghi e contorti; no… Semplicità, coerenza e passione, oltre alla giusta dose di cattiveria che in questi contesto è indispensabile come il sale per cuocere la pasta. Ogni disco che vanti simili caratteristiche è degno di essere immortalato vita venturi sæculi.

KAMPFAR – Kvass

Michele Romani: I Kampfar all’epoca del capolavoro Mellom Skogkledde Aaser erano sulla bocca di tutti, e sulle riviste apparivano dappertutto le foto di Per-Joar Spydevold (per gli amici Dolk), ripieno di borchie e lunghissima chioma bionda al vento, che mostrava con fierezza il tatuaggio della sua creatura sull’addome. Le condizioni per spiccare il volo e conquistarsi un posto nell’Olimpo del black norvegese sembravano esserci tutte, poi però qualcosa si ruppe. La Malicious chiude i battenti e il gruppo incide quell’altro disco della madonna di Fra Undervedenen per la Hammerheart Records, che però sembra crederci poco, tanto che l’album riceve una promozione scarsissima e si fa fatica addirittura a trovarlo in giro. Dolk ne ha pieni i coglioni, non trova gente per esibirsi dal vivo e metterà i Kampfar in ibernazione per sette lunghi anni, quando l’incontro col bassista Jon Bakker (attivo in band minori quali Gruesome e Carpathian Full Moon) lo convincerà a rimettere su il gruppo, con una formazione finalmente stabile che comincerà anche a fare qualche concerto. Il risultato si chiama Kvass, per chi scrive l’ultimo grande disco dei Kampfar sebbene inferiore ai primi due: la ricetta però è sempre quella che reso grandi i Kampfar, vale a dire il binomio tra la radici black metal di Dolk e i riff di pura estrazione folk generati dalla chitarra del cognato Thomas Andreassen, la cui dipartita dopo l’appena sufficiente Inferno dell’anno dopo porrà fine ai Kampfar, almeno QUEI Kampfar. Fortunamente in Kvass la formula ancora funziona, e si tramuta in grandissimi pezzi come LyktemennTil Siste Mann o la grandiosa Ravenheart, da sempre cavallo di battaglia dal vivo. La band reggerà ancora parzialmente botta con Mare per poi sbracare totalmente con una serie di lavori piatti e noiosissimi che non sembrano neanche partoriti dalla stessa band.

GENERAL SURGERY – Left Hand Pathology

Luca Venturini: A chi segue il death metal svedese il nome General Surgery non suonerà nuovo. Pur non essendo un nome di punta, si tratta comunque di un progetto di tutto rispetto messo su nel 1988 da Matti Kärki, il cantante dei Dismember. Al microfono però non c’era quest’ultimo, ma Richard Cabeza, anche lui poi con Dismember, Unanimated e altri. Prima di sciogliersi nel 1991 pubblicarono qualche demo e un EP (uscito per Relapse) suonando praticamente il goregrind dei primi Carcass. Si riformarono successivamente nel 1999 con la formazione rimaneggiata ricominciando col pubblicare qualche split. Nel 2005 se li tirò in casa la Listenable Records e, finalmente, l’anno dopo uscì il primo disco con un titolo che fa il verso a Left Hand Path degli Entombed. Nonostante il viavai di musicisti negli anni (l’unico fisso sarà sempre solo il chitarrista Joacim Carlsson) questo disco è ben riuscito. Gira ancora intorno ad uno stile goregrind però non è più così spudoratamente clone dei Carcass. Se il genere vi appassiona un ascolto è più che consigliato.

RED HOT CHILI PEPPERS – Stadium Arcadium

Edoardo Giardina: Nel 2006 avevo appena iniziato ad affacciarmi alla musica in maniera più concreta, e un cugino di mia madre che suonava la chitarra in una tribute band di Neil Young mi prese sotto la sua ala. Sapendo come avevo sviluppato una forte passione per i Red Hot Chili Peppers, a giugno 2026, al mio compleanno, mi regalò Stadium Arcadium. Ho ancora vivida in testa l’immagine di quando lo aprii e notò che era un doppio album ed esclamò: “Ecco perché costava così tanto.”. Kiedis e Flea se ne uscirono con una quantità di canzoni di cui forse nessuno sentiva veramente il bisogno, soprattutto considerando che il secondo CD si fa fatica a ricordarlo. Alla fine Stadium Arcadium è un album pop tutto sommato piacevole – poca roba se si considera cosa furono capaci di tirare fuori i RHCP al loro apice, ma questo passava il convento – e all’epoca me lo feci bastare e lo ascoltai a profusione, anche perché ero abbastanza piccolo e avevo pochi altri CD a disposizione. Riascoltandolo oggi confermo l’impressione di un album con poche pretese che si lascia ascoltare, cosa che non si può dire del successivo I’m With You e dei successivi di cui non ricordo neanche il titolo. Mi è sembrato anche di notare come alcune canzoni ripercorrano in qualche modo la carriera del gruppo: WarlocksStorm in a TeacupHump de Bump e altre sembrano uscite da una versione imbolsita di Blood Sugar Sex MagikDani California e Snow (Hey Oh) sono singoloni in piena linea con Californication e By the Way (così come Tell Me Baby che però nessuno si ricorda perché viene appunto dal secondo disco); Torture Me prova a infilare una “sfuriata punk”; Charlie ripropone un po’ di buon vecchio funk salvo poi passare a un ritornello radiofonico; Readymade potrebbe sembrare, alla lontana, un rimasuglio di One Hot Minute; qua e là Kiedis prova a “rappare”. Se non durasse più di due ore forse ne avremmo un ricordo leggermente migliore.

SETHERIAL – Death Triumphant

Griffar: Credo sia riconosciuto a livello mondiale che i Setherial un disco insufficiente non l’abbiano mai scritto, ma contemporaneamente non sono mai riusciti a pareggiare quell’incredibile capolavoro di Nord. Death Triumphant è il loro quinto album e come sempre ci delizia con melodie fredde suonate per gran parte del tempo in blast beat, tuttavia è più meditato, più vario, e se vogliamo è uno dei loro più complessi, parlandone da un punto di vista puramente tecnico-strumentale: ascoltate la conclusiva Curse of the Manifest per farvi un’idea, da sola vale tutto l’album. Cambiano tempo in continuazione garantendo al lavoro una peculiare frenesia che travolge l’ascoltatore e pure lo stupisce, perché suonare pezzi come questi, così contorti e nervosi, con questa abilità, non è da tutti; probabilmente, se non si fossero chiamati Setherial, Death Triumphant sarebbe stato accolto con ovazioni e grida veneranti, invece se chiedete a 100 blackster quali dischi hanno pubblicato i nostri svedesi probabilmente Death Triumphant nemmeno sarà ricordato dalla maggior parte. È la sventura di avere scritto in precedenza un disco così enorme: ti ci devi sempre confrontare, solo che, essendo irripetibile, devi accettare il fatto che verrai anche ingiustamente criticato per non essere stato capace di uguagliarlo. Death Triumphant è un album snello (meno di 39 minuti), suonato, registrato e prodotto come meglio non avrebbe potuto farsi, ma non ha mai fatto particolarmente breccia nei cuori di chi ama tuttora Nord incondizionatamente. Uscirà nel 2010 l’ultimo album, più sperimentale, seguito da due sette pollici in vinile qualche tempo dopo, ma è assodato che i Setherial non esistano più da molto tempo.

ZYKLON – Disintegrate

Marco Belardi: Conoscerete la storia. A metà anni Novanta gli Zyklon-B misero in giro il bellissimo mini Blood Must be Shed. C’erano dentro le colonne degli Emperor. L’altro gruppo, quasi contemporaneo, si chiamava Zyklon, e in esso, dei due leader della iconica “E”, militava solamente Samoth. Per anni un metallaro poteva dirti che uno fosse la continuazione dell’altro, o, qualche giorno più tardi, un progetto separato. Risposta peraltro corretta. Il concetto era che gli Zyklon-B avevano fatto quel Blood Must be Shed e gli altri World ov Worms, un album di debutto bellissimo, impreziosito da perle come Zycloned. Si fermarono alla prima pallottola sparata pure loro, e il perché ve lo dico subito: persero il cantante, Vidar Jensenin arte Daemon. Il già frontman dei Limbonic Art lasciò il posto vacante a Secthdamon, e la band divenne un cinquanta percento Emperor e un cinquanta Myrkskog. Già all’esordio i confronti con gli autori di Deathmachine furono ricorrenti, dopodiché divennero obbligati. La sostanza è che Aeon non replicò il livello raggiunto con World ov Worms, e Disintegrate, che dal canto suo suonava assai genuino – probabilmente il migliore album in studio su cui potere apprezzare il perpetuo martellare di Trym Torson – scese un ulteriore mezzo gradino più in basso. Ways of the World A Cold Grave (un autentico inno ai Morbid Angel della prima era Tucker) le migliori in assoluto, seguite forse da Vile Ritual. Daemon dei Limbonic Art avrebbe interpretato, gestito e impreziosito al meglio tutto questo, e avrebbe donato a questa band spessore e una maggiore longevità. Perché l’ingrediente segreto, in fin dei conti, era stato sin da principio lui.

TIERRA SANTA – Mejor Morir en Pie

Barg: Per vent’anni ho sempre snobbato questo disco. Pur amando alcuni dei suoi predecessori, soprattutto i tre immediatamente precedenti, ogni volta che ho provato ad ascoltarlo non è mai finita bene. Forse perché l’inizio è spiazzante, con quella piccolissima parte a cappella abbastanza cacofonica, ma nella mia testa Mejor Morir en Pie è sempre stato un episodio malriuscito dei Tierra Santa, che consideravo ormai ammosciati e preda di un ammorbidimento precoce e abbastanza repentino che li distanziava troppo dal loro classico stile. E invece, quando mi sono messo a riascoltarlo un paio di settimane, ho scoperto un disco bellissimo. In undici anni di storia di questa rubrica mi è capitato di rivalutare alcuni dischi, risentendoli ad anni di distanza, ma credo mai in maniera così netta. Tutti i dieci pezzi sono magnifici, con picchi clamorosi come Un Grito en el Aire, Si Tu Alma has de Vender e Hoy Vivo por Ti. Certo l’approccio è più morbido rispetto al vecchio Indomable, ma a conti fatti Mejor Morir en Pie si pone perfettamente sulla scia del precedente Apocalipsis, che forse era pure più leggero, oltre a essere prodotto peggio. Molto probabilmente questo sarà il mio disco dell’estate, pur con vent’anni di ritardo.

DENOUNCEMENT PYRE – Under the Aegis of Damnation

Griffar: Strano destino quello degli australiani Denouncement Pyre, gruppo di oscuro e pesante death metal che in più di un’occasione si ibrida col black meno accessibile, non disdegnando variazioni thrash metal di origine tedesca: se li trovi nella line-up di un festival potrai essere certo che sotto il palco ci sarà una folla pazzesca e un pogo da ricovero in terapia intensiva, però in termini di effettiva popolarità il gruppo non è propriamente in cima alle liste di preferenza del metallaro medio, e neanche di quello che si vanta di essere un profondo conoscitore della scena underground. Esordiscono con una demo nel 2004 (The Storm to End All Wars) e successivamente pubblicano un live album (Barbaric Vengeance, 2005, uscito solo in cassetta), quindi possiamo considerare Under the Aegis of Damnation come il loro esordio nella discografia “che conta”. Contiene tre brani di pura ferocia, un assalto furibondo death-black che, se riuscite a reperire, vi farà comprendere come mai nei concerti le loro performance sono tra le più gettonate in assoluto. Perché questi ragazzi spaccano, spaccano di brutto e sono nati per fare male, molto male; potremmo considerarli una specie di Bestial Warlust un po’ meno casinisti (neanche poi tanto in effetti). Io tendo a considerare questo EP come l’antipasto del secondo disco Hells Infantry, pure esso un EP uscito circa tre mesi dopo e legato a doppia mandata al suo vinilico anticipatore. Fareste comunque bene a riscoprire la loro musica perché è davvero marcia, ostica, aggressiva oltre l’immaginabile, non particolarmente melodica quanto piuttosto votata a portare avanti il verbo del demonio in modo più che convincente. Ad oggi sono titolari di una discografia non vastissima, comunque composta da 4 album, altrettanti EP e uno split con i Diocletian. Sono ancora in attività.

CURRENT 93 – Black Ships Ate The Sky

L’Azzeccagarbugli: Il tempo è l’unico mezzo che consente di comprendere la rilevanza di un’opera artistica nel lungo periodo. Di capire quanto e come essa abbia lasciato un segno, abbia rappresentato qualcosa di diverso nella produzione di un gruppo. E dopo vent’anni possiamo dire che a maggio 2006 sono usciti due capolavori assoluti: Monotheist e Black Ships Ate The Sky. Mi sento quasi in colpa per relegare nelle “brevi” un lavoro di tale portata, ma mi rendo conto che sarebbe necessaria una monografia per rappresentare il percorso non sempre organico che ha portato David Tibet a passare dai “rumorosi” esordi di Nature Unveiled, dalle collaborazioni con Nurse With Wound e Psychic TV, al sodalizio con Douglas P. fino a questa fase. Un percorso che ruota intorno all’enigmatica, misteriosa e oltremodo affascinante figura di David Tibet che qui chiama a sé una pletora di ospiti di diversa estrazione per creare, per alcuni aspetti, il disco di folk apocalittico definitivo. Un album che, come Monotheist, ruota intorno ai concetti di morte, al rapporto col divino e con il dopo, ma in modo totalmente diverso. Fulcro dell’album e leitmotif è la riproposizione, in diverse versioni e con diversi cantanti di Idumæa (inno di matrice metodista settecentesca, su testo di Charles Wesley, poi entrato nella tradizione americana Sacred Harp) la cui reiterazione funziona come una litania, un ritornare ossessivo della stessa domanda metafisica. Non “che cosa succede dopo la morte?” in senso astratto, ma “che sarà di me, della mia anima, del mio corpo, della mia identità, quando il cielo sarà divorato?”. Intorno a questa domanda si erge un’opera di chitarre acustiche scheletriche, pianoforti sinistri, droni, rumori, archi, feedback, improvvise accensioni in cui è inutile citare un brano in particolare. Un requiem apocalittico travestito da album folk, costruito come una liturgia spezzata, in cui David Tibet mette in scena la paura della fine e insieme l’impossibilità di smettere di cercare la grazia. Non è un disco “sulla” fine del mondo, ma un lavoro che prova a far sentire come ci si sente quando il mondo, Dio, il cielo e l’io iniziano a collassare nello stesso momento.

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