Avere vent’anni: MYRKSKOG – Deathmachine

In quegli anni stava prendendo forma un qualcosa di bellissimo, e cioè, l’ultima incarnazione sensata del black metal. In taluni casi si finì col fuoriuscire dai ranghi d’origine, attingendo dai Morbid Angel o rimanendo comunque nella loro orbita, ma generalmente, questo accadde senza mai creare un miscuglio improbabile o fastidioso. È possibile affermare che il risultato rimanesse pur sempre il black metal, o, al limite, qualcosa in grado di incarnarlo benissimo. Ci avevano provato gli Immortal di Blizzard Beasts, e ci era riuscito Blasphemer al suo primissimo impatto con i Mayhem, letteralmente prendendoli per mano e indicando loro la direzione da percorrere. Il momento più intenso e concreto di questa breve e intensa corrente fu reso possibile dai Thorns di Aldrahn e Snorre Ruch, dagli Zyklon di Samoth e da questi tizi qua: i Myrkskog.

I tre norvegesi erano attivi da svariati anni, ma giunsero al punto un po’ tardi. La loro prolungata incubazione fu un bene per tutti, perché quando debuttarono erano pronti al cento per cento. Con Deathmachine i Myrkskog furono capaci di dare repentinamente il cambio a due anime ben distinte: death metal la prima, black tradizionale ma aggiornato alle necessità del tempo la seconda. Entrambe le correnti erano caratterizzate a tal punto da trarne una cosa sola, totalmente omogenea: era come se il gelo del metal scandinavo fosse stato industrializzato, sparato a calci nel futuro, o meglio ancora passato attraverso un qualcosa che in America avremmo accomunato più ai Fear Factory che al death metal in persona. Ma non fatevi ingannare, pensando con ciò alla cassa spezzata di Raymond Herrera o agli hamburger doppi di Cazares: era unicamente una questione di atmosfera, di sensazioni.

Deathmachine era gelido senza avere niente di sonoro in comune con un In the Nightside Eclipse. Fu una questione molto diversa da quella imbastita dai Dodheimsgard, un assalto totalmente frontale e che non ammetteva concessioni alla visione pionieristica di Aldrahn o gente della medesima cricca. Niente avantgarde, niente esperimenti o cazzeggio tranne che nel finale, solo mazze da baseball sulla nuca o all’altezza delle ginocchia. Per quello che mi riguarda alcuni lavori racchiudono in sé una magia che è tipica del loro tempo: Deathmachine è stato irripetibile per i Myrkskog come World ov Worms lo sarà per gli Zyklon di Samoth un anno più tardi. Non dategli una chance, ascoltatelo proprio e fatelo con la dovuta attenzione. Anche se personalmente Pilar Deconstruction devo sempre saltarla, mentre David Vincent non l’ha saltata e guardate cosa cazzo ha combinato nel 2011. (Marco Belardi)

One comment

  • Articolo interessante, ricordo bene il periodo quando entrai in fissa per i Zyklon, i Fear Factory e tutte queste sonorità decadenti. Il problema, almeno nel mio caso, è che a stento reggono la prova del tempo che passa e si finisce sempre con il tornare agli AC/DC o a Henry Rollins come spiegato negli articoli precedenti da Trainspotting e dal Greco.

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