Il noise americano sui Navigli: BARATRO – No Comply
Dave Curran, da Nuova York, è stato il bassista degli Unsane dal 1994 al 2000 e poi dal 2003 al 2019. Con questi ha partecipato quindi a diversi tour che sono passati pure per l’italia dove, in era pre-Covid, Curran finì per stabilirsi. Non in una masseria in Puglia o in un casale di Toscana come farebbe uno Sting qualsiasi, ma a Milano. Vallo a capire. Ma in fondo non so nulla del perché sia finito qua, e a Milano per lavoro sono finito a viverci pure io, nel 2018. Al C.S.O.A. COX18, sul Naviglio Pavese, Curran avvia un sodalizio con Federico Hartridge, ex chitarrista dei Council of Rats (Milano Hardcore) e Luca Antonozzi, batterista di Laghetto e Marnero, band queste che non necessiterebbero di presentazioni per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la scena (post)hardcore italiana.
I tre si danno come nome Baratro, parola perfetta per un gruppo noise/punk/hardcore, non mi spiego perché non l’avesse ancora usata nessuno prima. E pubblicano prima un Ep, Terms and Conditions, nel 2021, poi un album nel 2024, The Sweet Smell of Unrest, che si fa notare notare nel giro. Ora è il turno di No Comply, con una novità in formazione, l’ingresso di un violoncellista, Matteo Bennoci. Strumento insolito nel rock in genere, nel noise e nel punk in particolare, il violoncello. Comporta necessariamente qualche adattamento nella formula, che quindi dal noise/rock abbastanza puro delle prove precedenti accoglie modalità maggiormente post. Inteso come post-hardcore e per certi versi post-metal. Col violoncello a ricoprire nell’economia del suolo il ruolo che talvolta, tipo nei Neurosis, hanno i campionamenti.

Così No Comply si apre proprio con Dawn, un’alba classicheggiante di archi, che cede il passo quasi subito alla elettrica e drammatica Hold Fast, il brano che stabilisce i termini di quanto si andrà ad ascoltare. Ovvero un album meno dedito all’assalto convulso, maggiormente concentrato invece a restituire angoscia e dolore, in linea con la tematica lirica. Sintetizzata dalla fotografia in copertina: uno skater in attività tra le macerie della sua città: Gaza.
Esempio forse più rappresentativo la quarta traccia, Keep ‘Em Needing (titolo chiaro, no?), un blues noise psichedelico, violoncello da suggestioni mediorientali, chitarra distorta, urla ed esplosioni. In 120 on 280 fa capolino un ospite di lusso, Eugene Robinson, ex leader degli Oxbow, un’altro che un pied-à-terre da qualche parte in Italia dovrebbe averlo, visto che ci capita spesso, tra album con gli Zu, i Buñuel di Xabier Iriondo e collaborazioni più sotterranee ancora, come quella anni fa coi Dead Elephant di Lowest Shared Descent. Insomma, c’è un legame forte tra la gloriosa scena noise americana e quella ormai pluridecennale italiana. Non solo una questione di derivazione. I Baratro si inseriscono in questa scena trasversale e trans-oceanica con un disco più forte e più personale dei precedenti. (Lorenzo Centini)
