Speed/black/thrash armageddon: in vacanza col caprone

Come ricordava il Centini in una rassegna analoga risalente allo scorso anno, il “tupa-tupa-vaffanculo” è uno dei generi più belli del mondo, capace di non annoiare mai benché si tratti sempre dello stesso disco e forte di un’estetica che più è becera e ributtante più esalta. Eccoci quindi pronti ad ammannirvi una nuova carrellata di turpitudini che abbrutiranno la vostra estate. Avrei voluto iniziare proprio dai Phantom, con i quali si concludeva la multirecensione dell’inclito collega; il problema è che il loro nuovo album, Not Midnight Yet, sfiora l’ora di durata e dopo un po’ stucca. Sarà un vizio dei gruppi High Roller: prendete pure i Lead Injector (che invece meritavano parecchio, ok). In generale, però, se suoni ‘sta roba devi tenerti sulla mezz’ora, massimo 35 minuti. Tale è la durata di Cimbrian Rites, esordio sulla lunga distanza dei delicatissimi SPEEDSLUT.

Il quartetto danese, già fattosi notare l’anno scorso con il notevole Ep Ferocity of Steel, ha più di un’affinità con i connazionali Vulture, molto amati da queste parti. Impeto, rabbia e cattiveria in abbondanza ma senza sbracare troppo, quindi. Stacchi di batteria non banali e assoloni pirotecnici danno un tocco di raffinatezza a mitragliate violentissime dall’impostazione spesso motorheadiana (Into the Grave). Esagitati ma mai davvero ignoranti: c’è sempre una razionalità nordeuropea a controllare il caos. Da ascoltare a volumi illegali per una fruizione ottimale.

È inevitabile essere più indulgenti nei confronti dei fratelli del metallo penalizzati dalla geografia, quindi pollice su per gli HELLIONIGHT dal Bahrein che, tra un drone iraniano e l’altro da schivare, hanno pubblicato il loro primo Lp, Witches’ Sabbath, dieci anni dopo il mini di debutto.

Siamo tra Midnight e Bütcher, revivalismo thrash abbastanza classico suonato con competenza. La voce è roca ma non sfocia nello screaming e punta molto sui cori. I pezzi hanno pure una struttura piuttosto elaborata, con cambi di tempo, passaggi quadrati dal sentore Bay Area e una ricerca del ritornello acchiappone che a volte riesce e altre no. Il livello, però, è abbastanza alto per una formazione dalla provenienza esotica, ovvero lontana dai circuiti e dalle strutture del giro grosso. Evilust è una bomba.

E andiamo a bussare alla porta di casa Osmose, l’etichetta che negli anni ’90 aveva puntato tantissimo su questo stile, ritenendolo giustamente la quintessenza del Verbo. Purtroppo all’epoca andavano di moda il black e il death melodico e la battaglia spirituale di Hervé fu compresa solo da pochi illuminati. I BEWITCHED furono tra gli esponenti più fulgidi di quella coraggiosa operazione culturale e a vederli tornare a vent’anni da Spiritual Warfare avevo sperato che magari fosse rientrato Blackheim. Avrà più tempo libero, ora.

E invece no, della vecchissima guardia resistono Vargher degli Ancient Wisdom e Wrathyr dei Naglfar. La truculenza della copertina e il titolo che richiama l’adorabile esordio Diabolical Desecration mi avevano disposto nel modo migliore e quando parte la canzone del titolo si sente subito aria di casa. Sono sempre loro, sono svedesi e mostrano di saper suonare pur andando dritti al punto, senza mai ostentare. La componente black metal è diventata più presente che in passato e manca un po’ di nerbo, un po’ di testosterone. La classe e il mestiere sono sempre quelli, ci mancherebbe. Il problema maggiore è che i pezzi si somigliano un po’ troppo tra loro. Lo so che in questo settore i pezzi sono tutti uguali ma alcuni sono più tutti uguali degli altri, come diceva quello.

Largo ai giovani, allora, per la precisione ai RUYNED da Timisoara, il cui secondo disco, Profanum Sacrificium, suona a volte come una versione più grezza e minimalista (c’è una chitarra sola) dei The Crown, a partire da una timbrica vocale abbastanza simile a quella di Lindstrand.

I momenti più forsennati alternano giri thrash da vecchi Metallica (e perché no) ad altri, forse meno efficaci, dove il riffing si fa più classico e melodico. Il trio rumeno, anch’esso su Osmose, non convince altrettanto quando toglie il piede dall’acceleratore. Fanno eccezione le atmosfere macabre dell’ottima Orgasm Through Death, morboso mid-tempo da pugno alzato con tanto di arpeggini horror alla Necrodeath. Gran finale con la furia primordiale di Witches Gallöw (le umlaut a capocchia sono di rigore), che vi porterà a premere subito il pulsante play un’altra volta. Adorabili. E poi garantisce la Osmose. (Ciccio Russo)

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