Dieci dischi per gli anni Dieci: Luca Venturini

I dischi metal, o affini, di questa lista non sono dischi particolarmente ricercati o perle che conoscono in pochi. Al contrario. Sono dischi molto noti, credo, almeno alle persone che bazzicano questo blog. Inoltre, e questo riguarda tutti i dischi, non è detto che io li ritenga dei capolavori. Anzi, forse solo un paio lo sono. Gli altri però contengono canzoni che hanno accompagnato i miei anni Dieci. E quindi siccome, alla fin fine, quello che conta davvero sono sempre e solo le canzoni ecco la mia lista.

CONVERGE – All We Love We Leave Behind (2012)

La parte di batteria della traccia omonima di questo disco è una delle più semplici ma al contempo devastanti che possiate mai sentire. La canzone in sé è fuori dal mondo e ogni volta che lo ascolto poi mi fanno male le cervicali per via dell’ eccessivo scapocciamento. Un’altra traccia della quale ho abusato è stato Sadness Come Home che ha quel ritornello pesantissimo che pare uscito da Reign in Blood. La cosa incredibile di questo disco è che non ha mezze misure. Ci sono alcune canzoni che sono strabilianti e altre che sono proprio insulse. Ma ad ogni modo, sempre viva i Converge.

 

WARBRINGER – IV: Empires Collapse (2013)

Per circa quattro, cinque o forse più anni, non ricordo, ho acquistato e ascoltato più dischi jazz che metal. Idem per i concerti. A Verona d’altronde c’era molta più possibilità di vedere jazz che altro, per cui a un certo punto seguivo il metal con meno interesse. Fatto sta che poi mi arrivano sottomano questi Warbringer, ascolto One Dimension e, come risvegliato da un sonno secolare, mi domando: MA QUANTO È FIGO IL METALLO ? E basta, è da allora che non compro più un disco jazz. Altra canzone devastante di questo disco è Iron City, peccato dal vivo non gliel’abbia mai vista fare.

CATTLE DECAPITATION – Monolith of Inhumanity (2012)

Una mattina di dicembre di tre anni fa mi stavo preparando per andare al lavoro. Accendo il telefono e vedo che sulla chat del condominio qualcuno ha postato delle foto. Siccome non ho il download automatico dei file, le vedo sfumate e non capisco di cosa si tratti. Sotto a queste foto, i miei vicini scrivono cose del tipo “Maledetti”, “Speriamo non sia di nessuno di noi”, È chiaro che è successo qualcosa di poco piacevole. Scarico le foto. È un’auto parcheggiata lungo la via dove abito. È stata “cannibalizzata”, parola usata per intendere che hanno portato via parti della carrozzeria. Nello specifico a questa macchina hanno portato via: le due porte laterali sinistre, una parte anteriore e una posteriore. Sgrano gli occhi. Mia moglie mi chiede cos’ho. Non rispondo. Sono sconvolto per come è ridotta l’auto. Quella FIAT 500L bianca. Fiat. 500L. Bianca. Come la mia. Esco di casa e tremo. Arrivo all’auto. È LA MIA. Sono scioccato. Nel frattempo passa di lì un mio collega, che bestemmia come se fosse stata la sua. Vengono fuori i vicini, e passano a mettermi la mano sulla spalla manco avessi avuto un lutto in famiglia. Ma a me dell’auto frega fino a un certo punto. Io avevo il terrore mi avessero rubato i CD, che erano nella portiera laterale destra. Poi vedo lui, Monolith of Inhumanity sotto il sedile del passeggero, insieme agli altri. Sono stati buttati sotto lo stesso sedile. Ci sono tutti. Respiro, sollevato. Vado dai carabinieri a fare denuncia e poi chiamo un mio amico per poterla parcheggiare temporaneamente in garage da lui. Mi dice di andare subito, non c’è problema. Parto e faccio i 5km che mi separano da casa sua, senza portiere laterali e con i Cattle Decapitation nel lettore CD. Vi lascio immaginare le facce di chi mi ha incrociato per strada. Qui sotto la foto della chat. Fate voi.

MASTODON – The Hunter (2011)

In realtà poteva essere uno qualsiasi dei Mastodon ma scelgo questo perché penso sia il più istintivo dei loro lavori. Sono la mia band preferita e questo disco mi aveva un po’ fatto storcere il naso quando uscì. Invece è stupendo. Brent Hinds, insegna agli angeli a insultare i tecnici del suono.

SNARKY PUPPY – We Like It Here (2014)

Gli Snarky Puppy sono un gruppo americano di musica fusion. Il leader del gruppo è il bassista e polistrumentista Michael League. La band è composta quasi stabilmente da circa 20 musicisti, che vanno e vengono, si scambiano, e fanno un po’ quello che vogliono, come è usanza in questo genere di musica. We Like It Here è il loro sesto album, è del 2014 ed è un live in studio, del quale sono state fatte pure le riprese video che trovate su YouTube. Ora, il disco è bello, ma l’ultima traccia, Lingus, è quella che mi interessa portare alla vostra attenzione. Il brano dura oltre dieci minuti e su YouTube ha 37 milioni di visualizzazioni. Ora vi spiego perché quel video ha così tante visualizzazioni. Il brano è diviso in due parti. Non sto a descrivervi la prima perché il delirio avviene nella seconda, che parte al minuto 4:15. A quel punto la band si ferma e comincia un ostinato ritmico sul quale viene suonata poi tutta la canzone fino alla fine. La parte è dedicata all’assolo di tastiera. Quella sera l’assolo lo suona tale Cory Henry, che dopo questa esibizione diventerà una leggenda dello strumento. Chiaramente siamo in un contesto jazz, per cui l’assolo è per lo più improvvisato. La sezione del solo è costruita in modo da lasciare il più possibile libertà armonica al tastierista. Henry costruisce un assolo mastodontico, mettendo dentro jazz, classica, gospel, funk, tutto. Il bello è che è estremamente melodico, godibile e immediato anche alle orecchie di chi non ha mai ascoltato una nota di jazz o fusion in vita sua. Per godervelo a fondo dovete necessariamente guardare le facce che fa l’altro tastierista, quello alla destra di Henry. Lui si chiama Shaun Martin ed è uno che oltre a suonare la tastiera è polistrumentista, produttore, compositore, arrangiatore e direttore di coro. Ha vinto pure 7 Grammy. Insomma, non è l’ultimo degli stronzi. Martin ha lo sguardo fisso sulle mani di Henry e per i primi due minuti di assolo ha la faccia di uno che sta cercando di capire dove andrà a parare il collega. A circa due minuti e mezzo di assolo si mette una mano sulla fronte scuotendo la testa, come a dire “che cazzo sta facendo”. Probabilmente, lui che ne sa sicuramente più della media, ha già capito che piega sta prendendo l’assolo di Henry. Dopo un po’ si toglie le cuffie, si alza, e va a mettersi in mezzo a quel poco pubblico che ha la fortuna di assistere al live, come se lui stesso volesse essere spettatore dell’evento che sta prendendo luogo. Nel frattempo Henry sta delirando alla tastiera. Michael League al basso gode come un matto. Nel frattempo Larnell Lewis, batterista, improvvisa una groove ultraterreno. Ma su Lewis ci torno per un ulteriore aneddoto. L’assolo finisce al minuto 8:15. Dopodiché ricomincia a suonare tutta la band per la parte finale. A quel punto i musicisti sono in trance performativa e l’energia che esce in chiusura è una di quelle cose che succedono poche volte nella vita. Se non siete saltati sulla sedia o non avete almeno avuto un brivido lungo la schiena ascoltandolo è probabile che non abbiate un’ anima. Concludo con l’aneddoto di Lewis. Originariamente non doveva esserci lui a suonare la batteria ma un altro. Solo che l’altro è stato male un paio di giorni prima. Allora League chiama Lewis e lo invita a raggiungerli. Ci sono però due problemi: uno sta nel fatto che il tempo stringe e non c’è modo di fare almeno una prova con Lewis. Quindi Lewis deve impararsi i pezzi guardando gli spartiti. L’altro problema è che lo studio è a Utrecht, nei Paesi Bassi, e Lewis è a casa sua da qualche parte in Nord America. Quindi oltre a impararli solo leggendoli deve pure impararseli tra gli scali e in volo. Questa canzone, personalmente, mi fan venire un brivido lungo la colonna vertebrale ogni volta, letteralmente. Il video lo trovate in fondo all’articolo.

GHOSTE NOTE – Swagism (2018)

Da una costola degli Snarky Puppy nascono i Ghost Note, che sono più orientati al funk cazzaro e strumentale che alla fusion o al funk elegante di band come i Tower of Power. Per vederli sono andato fino a Madrid. Se ad un certo punto vi stufate di certo stoner e affini ma volete comunque accompagnare le vostre serate a tema, QUEL tema, mettetevi su questo disco.

TOOL – Fear Inoculum (2019)

Ha già scritto tutto Belardi e non mi sento di aggiungere altro. Lo inserisco non perché sia un bel disco, tutt’ altro, ma solo perché ha condizionato mesi e mesi della mia vita alla fine del decennio scorso. E perché, ancora, a distanza di anni, sono invischiato in un amore viscerale per i Tool, che non mi permette di avercela con loro, nonostante all’epoca mi avessero fatto girare non poco le palle, facendomi passare, per qualche settimana, dalla parte di quelli che i Tool non li sopportano. E perché il loro concerto a Firenze di quell’anno è stato incredibile.

MGŁA – Exercizes in Futility (2015)

Questo disco è perfetto dalla prima all’ultima nota e dal primo all’ultimo colpo di batteria. Li ho visti poi nel 2017 a Brescia insieme a Carcass, Absu, Belphegor, Marduk e altri. Una giornata fenomenale. I Mgła suonarono presto e la loro esibizione fece sembrare quelli dopo di loro, cioè tutti i succitati, delle mezze pippe. Ovviamente è un’ iperbole, ma la loro potenza, quel giorno, fu annichilente. C’è stato un momento in particolare che mi ricordo come fosse ieri: lo stacco a metà di Exercises in Futility I, che fece tremare il tendone e spettinò tutti i presenti.

DAFT PUNK – Random Access Memory (2013)

Random Access Memories ha accompagnato la mia mesta estate di quell’anno, il 2013, rendendola più sopportabile. La svolta disco funk retrò dei Daft Punk inizialmente mi sembrava una paraculata, invece il disco, alla lunga, si rivelò essere ben più serio e studiato di quello che pensavo. I pezzi sono molto buoni e pur nella loro diversità si amalgamano molto bene. Fenomenale inoltre la cover di Get Lucky tradotta con Google Traduttore, che allora faceva traduzioni imbarazzanti, fatta dal fumettista Sio.

VEKTORTerminal Redux (2016)

Per dare un’idea di quanto mi piacciano i Vektor dico solo che il tavolo dei miei amici e parenti al mio matrimonio si chiamava proprio VEKTOR. Terminal Redux, in particolare, è il mio disco preferito. Cioé non preferito dei Vektor; proprio preferito in generale. Lo ho ascoltato talmente tante volte che pure mia moglie, che non ascolta metal, ha imparato a memoria Recharging the Void ed è poi venuta al Legend a vederli qualche anno fa. E le sono piaciuti. Se volete saperne di più leggete la recensione che ne fece Ciccio. (Luca Venturini)

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