BATTLEROAR – Petrichor

Negli ultimi anni i gruppi di metallo tradizionale si sono talmente moltiplicati da aver addirittura creato una nuova definizione, ovvero quel NWOTHM di cui Lorenzo Centini ci aggiorna costantemente e brillantemente, sottocategoria che racchiude una quantità di realtà che si rifanno nostalgicamente agli anni Ottanta spesso replicandone in maniera filologica anche l’estetica, come quei gruppi neo-thrash di una ventina d’anni fa che avevano riesumato le scarpe bianche a caviglia alta, i jeans strappati e il mullet. Una buona parte di questi finisce fondamentalmente a suonare epic metal, definizione storicamente vaga e indefinita al punto che tuttora non sono in troppi ad aver capito a che cosa si riferisca davvero. In questo marasma si rischia però di dimenticarsi dei gruppi “di mezzo”, cioè quelli che l’epic metal (o l’heavy metal tradizionale in genere) avevano iniziato a suonarlo in tempi non sospetti, quando l’età dell’oro dei vari Manilla Road e Warlord era finita e contemporaneamente il recupero un po’ modaiolo degli ultimi anni non era ancora cominciato. In questa categoria ricadono in pieno gli ellenici Battleroar, che debuttarono con il capolavoro eponimo nel 2003, quando la richiesta per questo tipo di musica era vicina allo zero e ogni tipo di rimando al metallo tradizionale rischiava di venire associato al carrozzone del power metal che aveva comprensibilmente stufato da un bel po’.

Fummo in pochi, all’epoca, a prenderli sul serio, e la situazione non migliorò con il passare del tempo. Di loro si accorse però la mai troppo lodata Cruz del Sur, che li prese sotto la propria ala per tre album, accompagnandoli durante i continui cambi di formazione che hanno rischiato di tagliare le gambe alla band rendendola poco riconoscibile tra un disco e l’altro, con addirittura cinque o sei cantanti diversi in poco più di vent’anni. Per darvi un’idea della cosa, Kostas Tzortzis, chitarrista e fondatore, non solo è l’unico rimasto dall’epoca della fondazione, ma è anche l’unico rimasto dal precedente Codex Epicus a suonare in questo Petrichor, sesto album della formazione ateniese.

E il cambio stilistico è netto, perché Petrichor è molto più simile agli esordi del gruppo che agli ultimi dischi, che soffrivano della personalità strabordante di Gerrit Mutz, gran personaggio e degno di massima stima per quanto fatto col suo glorioso gruppo principale, ma davvero troppo grezzo per un gruppo come i Battleroar. A sostituirlo ora c’è l’esordiente Michael Kontogiorgis, con la cui voce – che in molti aspetti ricorda quella dello storico cantante Marco Concoreggi – Tzortzis ritorna alle vecchie atmosfere degli inizi, riprendendo anche una bellissima intuizione del terzultimo Blood of Legends, cioè il violino di Alex Papadiamantis, ritornato in formazione dopo la fugace apparizione in quell’album. Il violino viene qui usato per addolcire le atmosfere, ingentilire gli scenari, rendere fiabesco il mondo barbarico evocato nella cinquantina di minuti di musica. Per quanto strano possa sembrare, in Petrichor l’uso del violino è molto simile a quanto sentito nei Saturnus, e rende il viscerale epic metal degli ellenici ancora più personale.

Spero che Petrichor possa essere il disco del successo dei Battleroar, che si meriterebbero davvero di suonare davanti a migliaia di fan adoranti. Ma ho come la sensazione che non sarà così, a cominciare dalla scelta della No Remorse di stampare il disco in sole 500 copie. E non è certo questo il genere che muove le masse, oggigiorno, nonostante il recupero furbetto di certe sonorità di cui si è parlato prima. Eppure per convincersi basterebbe anche solo ascoltare What is Best in Life?, meraviglioso pezzo incentrato su un Conan maturo che ha superato il cupio dissolvi della gioventù, e che quindi parla un po’ di tutti noi. Mike Patton ammoniva di non fidarsi mai di qualcuno a cui non piacciono gli Slayer. Io concordo e rilancio: mai fidarsi di un gruppo heavy metal che non abbia un pezzo su Conan. E i Battleroar ne hanno ben più di una. Per quanto mi riguarda, Petrichor è già nella playlist di fine anno. (barg)

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