I SACRED STEEL rappresentano tutto il meglio del metallo
È così, amici. Perché non mi vengono in mente altri gruppi che riassumano così perfettamente tutte le cose belle dell’heavy metal, peraltro senza fare uscire un pastrocchio eterogeneo ma fondendole perfettamente in uno stile che, per quanto concettualmente derivativo, ormai dopo quasi trent’anni si può azzardare a definire addirittura riconoscibile. Se l’ispirazione e la finalità di fondo rimangono legate all’epic metal, o al limite all’heavy metal ottantiano stratificato e oscuro (che poi è la definizione stessa di epic metal, se pure ne esiste una definizione), le sensazioni che trasmettono sono le stesse del death metal più evocativo, del doom, dello speed, dell’heavy classico e del power europeo vecchia scuola. In molti momenti sembra di ascoltare i Bolt Thrower, gli Immolation o addirittura gli Incantation, certo reinterpretati e rielaborati al punto da essere stilisticamente irriconoscibili, ma con le stesse sensazioni. Ed è eccezionale nei Sacred Steel la capacità di passare da un’influenza all’altra senza mai dare l’impressione di strafare: dagli Slayer ai Candlemass, dai Manowar ai Morbid Angel, dai Nuclear Assault agli Iron Maiden, e chissà cos’altro.
Ritual Supremacy arriva dopo un silenzio di nove anni: Heavy Metal Sacrifice era del 2016, il precedente The Bloodshed Summoning del 2013, in mezzo il cambio di etichetta (dalla Cruz del Sur alla Roar) e qualche aggiustamento di formazione: al basso ora c’è Tony Ieva (ex Brainstorm) e a una delle due chitarre è subentrato Jorn Langenfeld, membro storico dei techno-deathster Subconscious ed ex Coronatus, addirittura. L’album offre come al solito una vasta gamma di stili, anche se i tre video sono tratti dai pezzi più diretti: l’omonima, Leather Spikes & Chains e Demon Witch Possession. I picchi, però, si trovano secondo me quando la velocità si abbassa e le atmosfere iniziano a puzzare di zolfo e maledizioni infernali, come in Entombed within the Iron Walls of Dis, Bedlam Eternal o The Watcher Infernal. Come già nel citato Heavy Metal Sacrifice, Gerrit Mutz non calca quasi mai troppo la mano sul growl, anche se molte volte ci va vicinissimo, preferendo un approccio più interpretativo e, prendendo con le molle il termine, teatrale.
L’avevo già detto, mi pare, ma la conclusione definitiva è che se non vi piacciono i Sacred Steel probabilmente non vi piace il metallo. O quantomeno ve ne piace una qualche versione deteriore con cui io personalmente non vorrei avere nulla a che fare, al che vi consiglierei pentimento, contrizione e completa accettazione dei vostri errori. Il bello è che, con queste premesse, difficilmente ci si potrà aspettare mai qualcosa di deludente da loro. In autunno passeranno in Italia, peraltro coi Portrait di spalla: ci si vede sotto al palco. (barg)


Non così entusiasta, ma certamente ottimi.
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