Avere vent’anni: giugno 2000

NOVEMBRE – Classica

Edoardo Giardina: Classica è il primo album veramente compiuto dei Novembre. Se da una parte Wish I Could Dream It Again…, pur nella sua originalità, rimaneva adolescenziale e umorale, dall’altra Arte Novecento, nonostante fosse già più velleitario e intellettuale, mostrava comunque il fianco a qualche debolezza, come la povera prova di Carmelo Orlando al microfono e un’immensa mole di idee, difficile da maneggiare anche per loro. Classica, invece, è finalmente frutto della definitiva maturità stilistica e artistica del gruppo romano. Torna su binari più propriamente metal e allo stesso tempo manetiene un uso sapiente della melodia – dovuto a vari fattori, tra cui sicuramente l’italianità del gruppo e le influenze artistiche anche straniere (penso a tutto il milieu metal svedese gravitante attorno alla figura di Dan Swanö e al death doom metal inglese di Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema) – facendo girare il tutto come una macchina ben oliata. Tanto che, anche se personalmente gli preferisco il successivo Novembrine Waltz (se possibile ancora più equilibrato), tutt’oggi mi risulta estremamente difficile trovare un benché minimo difetto a Classica.

DEICIDE – Insineratehymn

Marco Belardi: Sono andato a rileggermi come si scriveva il titolo di quest’album ma non ho voluto riascoltarlo. Secondo voi perché? I Deicide nel momento clou della loro implosione, pieni di cazzi con l’etichetta discografica (Roadrunner, dunque niente che dipendesse dai Deicide) e di contrasti interni già ampiamente esistenti all’epoca di Serpents of the Light o da chissà quando. Tutto sommato Bible Basher me la ricordo ancora, e quando la suonarono a Firenze fu uno dei tanti momenti piacevoli di quel concerto pazzesco. Viene da ridere oggi, perché ne sono accadute mille: Scars of the Crucifix, i chitarristi che contrabbandavano, i cacoioepuzzite a distanza, Santolla, gli Amon, le decine di sbrocchi su Facebook ogni volta che qualcuno esagerava con la farina di segale dal naso. Album del genere davvero li rileggi sotto un’ottica diversa a vent’anni di distanza, e le note non c’entrano. Passo oltre, non voglio più pensare a Insineratehymn e tantomeno a In Torment in Hell.

SACRED STEEL – Bloodlust

Trainspotting: I Sacred Steel servono per darti la giusta carica quando hai deciso di decapitare i tuoi nemici ma, all’ultimo momento, hai quell’attimo di incertezza che potrebbe farti tornare sui tuoi passi. Bastano cinque minuti e senza neanche accorgertene ti ritrovi ad affilare l’ascia. Bloodlust è il loro terzo album: non ci sono mai state grosse differenze tra i loro lavori perché i Sacred Steel hanno sempre perfettamente compreso il proprio posto nel mondo e la propria ragion d’essere. Nessun passo indietro dunque, e il tutto sembra un’ideale colonna sonora per i racconti di Howard su Conan, con quell’atmosfera cruda da elogio alla legge della giungla e al darwinismo sociale. E, su tutto, la voce da gatto in calore di Gerrit Mutz, l’unico cantante possibile per questa macchina di violenza e morte, che anzi per qualche motivo è resa ancora più credibile da quella vocina stridula. I Sacred Steel sono come quelle compagnie di efferati soldati di ventura che andavano in giro a uccidere, bruciare, rapinare, stuprare per il solo gusto di farlo; questa gente non era come li raffigurano adesso nei film, con la barba fatta, il capello a posto, le unghie pulite e i vestiti coordinati: facevano schifo, dormivano nella merda e nel sangue, si lavavano una volta all’anno ed erano brutti come la fame. Le cronache ci raccontano che spesso i loro capitani avevano un aspetto grottesco, erano monchi, storpi, orbi, orribili, sdentati e pieni di pidocchi, però erano uomini crudeli e spietati, capaci di sgozzare bambini a mani nude per divertimento. Gerrit Mutz non ha i pidocchi, ma ha una vocina del cazzo: e, così come quelle rare rappresentazioni in cui le bande armate di sbandati vengono raffigurate sporche e cenciose sono più credibili di quelle dei film patinati, allo stesso i Sacred Steel sono più credibili di centinaia di gruppi che dicono le stesse cose ma che stanno bene attenti a sembrare cattivi. I Sacred Steel invece a prima vista sembrano ridicoli, ma poi sono quelli che la gente la decapita sul serio.

GRAVELAND – Creed of Iron

Michele Romani: Robert “Darken” Fudali è da sempre l’unica musa ispiratrice dei Graveland da Cracovia, senza dubbio una delle entità polacche più conosciute in assoluto, soprattutto in ambito estremo. Partiti inizialmente come una band vera e propria, nel corso degli anni il progetto è rimasto unicamente nelle mani di Darken, autore di tutte le musiche e del concept lirico. Se nei primi demo come The Celtic Winter o In The Glare of Burning Churches e nel full d’esordio Carpathian Wolves (ancora oggi il mio preferito in assoluto) si sentivano nettamente le influenze della nascente scena black norvegese, già con i due lavori successivi la proposta musicale di Darken ha virato verso territori più marcatamente pagan metal, che in questo Creed of Iron hanno preso nettamente il sopravvento. Inutile negare come l’influenza dei Bathory abbia pesantemente influenzato la produzione di questo ottimo lavoro, 4 lunghissimi brani più intro dove il fantasma di Quorthon sembra aleggiare in maniera permanente: un sound maledettamente epico e pomposo, con quei tipici cori battaglieri che negli anni sono diventati un po’ il simbolo di Graveland, il tutto però con una registrazione volutamente “sporca” proprio come nei lavori del compianto artista svedese. Qualche retaggio tipicamente black fa ancora saltuariamente da base a brani  tutti di media-ottima fattura, tra i quali però mi preme nominare la penultima Ancient Blood, con quei tastieroni onnipresenti che sembrano fare da sfondo all’ingresso nel Valhalla. Sinceramente non nego di aver amato i Graveland più estremi, ma anche questo Creed of Iron rimane comunque un disco notevolissimo, che non può mancare nella collezione degli amanti di queste sonorità.

EDGUY – The Savage Poetry

Trainspotting: In The Savage Poetry gli Edguy risuonano completamente il loro debutto, chiamato appunto Savage Poetry (senza l’articolo) e uscito 5 anni prima, nel 1995. Quest’ultimo era stato autoprodotto dai nostri prodi tedeschini, all’epoca adolescenti, e soffriva di pesanti lacune sia a livello sonoro che esecutivo, oltre ad essere sempre stato introvabile in commercio al punto da essere stato, per almeno due decenni, complicatissimo persino da scaricare su internet: in pratica nessuno aveva la copia originale di quell’album, ed evidentemente Tobias Sammet si guardava bene dal metterla in circolo, vista l’amatorialità di quel suo primo vagito discografico. Il pregio però di Savage Poetry erano le canzoni, e in questa edizione del 2000 la cosa viene resa evidente, tanto che il presente The Savage Poetry è forse il miglior disco in assoluto degli Edguy insieme ad Hellfire Club del 2004. A parte le due ballate, i pezzi sono tutti spettacolari: potenti, melodici, ben costruiti, con una sequenza di riff, melodie, assoli, cavalcate che ti lasciano incollato alle casse dello stereo fino alla fine dell’album, con una costanza che (quasi) mai più gli Edguy avrebbero avuto in futuro. The Savage Poetry è di sicuro uno dei migliori dischi di power metal europeo mai composti, e uno dei pochissimi casi in cui una riregistrazione non era solo comprensibile ma doverosa.

CRUACHAN – The Middle Kingdom

Edoardo Giardina: Ho sempre considerato Tuatha na Gael dei Cruachan come il primo album che diede veramente il la al folk metal, molto più dei primi album degli Skyclad (tesi sostenuta anche nel libro Folk Metal: Dalle origini al Ragnarök). Il fatto è che mentre i secondi si limitavano ad aggiungere piano piano elementi folk sulla loro base heavy metal, i primi hanno praticamente preso il black metal e l’hanno spalmato sulla musica folk irlandese ottenendo da subito un risultato estremamente organico ed omogeneo. Cambi di formazione e un breve e momentaneo scioglimento hanno purtroppo fatto sì che il successo non si sarebbe ripetuto allo stesso modo in The Middle Kingdom. Scrivo purtroppo non perché The Middle Kingdom sia un brutto album, ma perché punta in una direzione molto più orecchiabile, quasi radiofonica – tanto che a riascoltarlo oggi mi viene quasi difficile definirlo metal – che poi verrà seguita anche dagli album successivi fino a Blood on the Black Robe. Si lascia ascoltare comunque piacevolmente, beninteso (anche se la nuova cantante non si dimostra sempre all’altezza), e un paio di canzoni sono davvero ottime; ma Tuatha na Gael per me rimane di tutt’altro livello.

VENOM – Resurrection

Marco Belardi: Lì per lì non capii affatto Resurrection. Eppure questo gruppo aveva iniziato a fare dischi di merda nel 1985, e, oltre quell’annata, fu un po’ come andare sulle montagne russe: godevi come un riccio per Prime Evil e procedendo dritto nella loro discografia la situazione peggiorava, ancora e ancora. Fu esattamente così per Resurrection, ma fu un abbaglio. Mi era piaciuto un sacco Cast in Stone, banale, eppure viscerale ed aggressivo. Non so perché ma Resurrection non mi piacque per niente: lo presi a scatola chiusa e appurai subito che Abaddon era scomparso un’altra volta. Ma i Venom per me erano soprattutto Mantas. A proposito, che goduria era l’assolo improvviso a metà di Vengeance? L’album si presentava roccioso, moderno, dinamico: in poche parole la base per i Venom Inc. con sopra Cronos. Me ne rendo conto adesso: Resurrection era un album davvero carino e non me lo filai nemmeno di striscio, anzi, a un certo punto l’ho pure rivenduto senza neanche dargli un’ultima chance. Ingrato, anche perché tolto Fallen Angels (altro titolo che ho recuperato e rivalutato da pochissimo), negli anni seguenti avrebbero combinato un po’ poco. Un tale me li descrisse come i Venom che giocano a fare i Fear Factory: al primo impatto me ne ero convinto anch’io, ma era una cazzata. I Venom per l’ultima volta provarono a cambiare faccia, come al tempo di Calm Before the Storm, con risultati che a risentirlo oggi mi sembrano addirittura insperati.

METALIUM – State of Triumph

Trainspotting: Siete mai stati in mezzo ad una tempesta con un enorme pilastro di cemento armato che continua a sbattervi violentemente in faccia? A me sinceramente quest’esperienza manca, ma se riesco a immaginare l’effetto di una cosa simile è solo grazie a Steel Avenger, la prima traccia di questo State of Triumph, un’allucinante vortice del power metal più sopra le righe mai registrato, velocissimo, furiosissimo, con le chitarre che fanno un casino indicibile, si sovrappongono, fischiano, ti bestemmiano i morti, la batteria che sembra una lavatrice in centrifuga con le pietre dentro e poi la voce su toni altissimi e un ritornello che ispira una violenza che neanche la visione di 300 sotto anfetamine. Il disco poi è tutto qui, anzi: l’intera carriera dei Metalium è tutta qui, racchiusa in questi tre minuti e ventuno secondi venuti fuori chissà come e che loro non sono mai più riusciti a replicare. Ricordo perfettamente la prima volta che l’ascoltai: il debutto Millennium Metal aveva fatto tanto parlare di sé, ma non mi aveva preso particolarmente; metto le mani su State of Triumph, infilo le cuffie, ascolto dubbioso l’introduzione e poi BAM! arriva ‘sta bordata con questo ritornello fuori di testa che mi faceva ripetere “Ma questi come cazzo hanno fatto? Ma è legale?”. E da allora, quando meno me lo aspetto, mi ritorna in testa il ritornello e mi sforzo per mantenere una posizione rispettabile mentre dentro la mia testa quell’animale di Henning Basse strilla DIIIIIIEEEEE! BATTLE IT RAGES ON HIIIIIIGH! OOOOOOOOOAAAAAA FOLLOW THE SIGN IN THE SKYYYYYYY! e tutti i suoi compari crucchi abbaiano DIE! DIE! DIE! STEEL AVENGER! Un’esperienza meravigliosa che consiglio a tutti voi fratelli del vero metal e che è l’ennesima riprova del fatto che la gente non sappia davvero che si perde a non essere metallari. Mi raccomando il volume.

DEATHSPELL OMEGA – Infernal Battles

Michele Romani: I Deathspell Omega sono sempre stati un gruppo particolare, circondato da un alone di mistero (la vera identità dei membri non si è mai realmente capita del tutto) e da giudizi sempre abbastanza netti, nel senso che di solito o li si ama o non li si sopporta minimamente. Questo Infernal Battles rappresenta l’esordio assoluto dell’act francese, e se per caso date ascolto alle ultime pubblicazioni della band faticherete a capire che si parla dello stesso gruppo. L’avantgarde metal ultracomplesso e dissonante delle ultime pubblicazioni, infatti, con questo esordio non c’azzecca assolutamente nulla: parliamo infatti di un grezzissimo black metal di chiara ispirazione darkthroniana, inframezzato da innesti di ispirazione quasi thrash e contornato ovviamente dal classico sound ultra lo-fi tipico di quel periodo. Personalmente dal punto di vista compositivo preferisco di gran lunga il successivo e sempre darkthroniano Inquisitors of Satan, anche perché questo a tratti risulta veramente troppo acerbo. Un discreto lavoro ma non esattamente nulla da tramandare ai posteri.

THY MAJESTIE – The Lasting Power

Gabriele Traversa: Ho appena acquistato questo disco, trovato per puro caso al mercatino dell’usato vicino casa mia, in uno scaffale dove solitamente il massimo che trovi è un greatest hits di Al Bano. Quando si dice il destino. Ovviamente sono almeno dodici anni che lo conosco (Dio benedica Emule), ma originale avevo dubbi anche solo esistesse. Comunque, il debutto dei Thy Majestie è la risposta più prog e più terrona (sono di Palermo) ai Rhapsody, credo possa essere tranquillamente definito così. La registrazione non è il massimo e i musicisti sono ancora molto acerbi (il cantante in particolare), ma i pezzi ci sono, e il potenziale pure; infatti i successivi Hastings 1066 e Jeanne D’Arc lo confermeranno. The Lasting Power è il suono di lama che viene lentamente affilata nelle camere di un bel castello; pronta a mietere teste di elfi, nani, troll, cavalieri, giganti, principesse (no, principesse no, poracce) non appena sarà pronta a puntino e si presenterà l’occasione buona. Alla pugna!

BON JOVI – Crush

Trainspotting: Se penso all’anno 2000 non possono non venirmi prepotentemente in mente trevideo in particolare, passati a rotazione continua da qualsiasi programma musicale migliaia di volte al giorno: I Disappear dei Metallica, It’s My Life dei Bon Jovi e Take a Look Around dei Limp Bizkit. Sul primo quello spostato di Belardi ha scritto un intero articolo, sul secondo ci penso io a scrivere qualche riga, perché comunque non è possibile che si lasci passare la cosa sotto silenzio. Del terzo parleremo il mese prossimo. Non sono propriamente un fan dei Bon Jovi né del genere a cui facevano riferimento negli anni d’oro, anche se lui mi sta simpatico e quella loro manciata di pezzi famosissimi effettivamente spaccava; però questa cazzo di It’s My Life è una canzoncina perfetta, la puoi sentire un milione di volte e ti prende sempre allo stesso modo, è tutto esattamente al posto giusto e funziona come raramente un pezzo rock radiofonico ha mai funzionato, tanto da essere entrata nell’immaginario americano come e più dei loro vecchi successi; non ho idea dei numeri e delle statistiche, ma non mi stupirei se It’s My Life sia diventata più famosa delle varie Wanted Dead or Alive, Livin’ on a Prayer od Always (anche se, per quello che può valere, è la loro canzone più visualizzata su YouTube con 850 milioni di visite), il che è tanto più assurdo se si pensa che nel 2000 i Bon Jovi già erano considerati un gruppo abbondantemente bollito e improponibile. Il video poi era anche piuttosto carino e in qualche modo non era neanche troppo dissimile da quello di I Disappear, che però a differenza di It’s My Life era una puttanata di canzoncina da quattro soldi. Per quanto riguarda il resto dell’album non ho niente di particolare da dire.

KING DIAMOND – House of God

Marco Belardi: Alcune uscite di King Diamond suscitarono uno scalpore un po’ sproporzionato, e House of God la inserisco fra queste. Badate bene, i Mercyful Fate rientrano fra le mie band preferite in assoluto, ma sono il primo a riconoscere che hanno fatto una porcata, se questo avviene. E all’epoca di Dead Again lo ammisi. Nel caso di King Diamond solista mi sarei maggiormente esaltato con la seconda parte di Abigail, che aveva sì dei bei pezzi, ma li annegava in quella produzione così impastata. Al contrario, nel 2000 era uscito House of God, un album dai suoni impeccabili del quale finii con l’apprezzare a non finire la forma: in particolar modo i riff e gli arrangiamenti, meriti, quest’ultimo, della vincente e non duratura accoppiata LaRocque/Drover. Sì, quello che suonò su United Abominations. Il lavoro dei due non si poteva discutere, in compenso, i pezzi erano un po’ tutti carini senza raggiungere chissà quale livello, e su tutte metterei Follow the Wolf e The Pact. L’album non era immerso in quell’aura maledetta che aveva caratterizzato il precedente Voodoo. Era un album heavy metal, bello stiloso, un po’ poco nero dentro. Voglio inoltre esser sincero: dei suoi concept e delle storie che imbastiva non mi è generalmente mai fregato un cazzo. Non considero quest’album un brutto album, ma finì in alto nelle poll delle varie riviste che leggevo e ricevette molte recensioni entusiastiche: e ancora oggi lo riascolto e mi sa di occasione sprecata.

IMPALED NAZARENE – Nihil

Ciccio Russo: Uno dei dischi peggiori di uno dei miei gruppi preferiti. Dopo aver inciso quel Rapture che è il loro vero capolavoro, gli Impaled Nazarene rinnegano la svolta punk, allargano la formazione a cinque elementi reclutando – non si sa perché – Alexi Laiho dei Children of Bodom e incidono un album di black metal ordinario, zanzaroso e pure piuttosto moscio con qualche sporadica botta di adrenalina quando si recupera il furore hardcore del predecessore, come in Zero Tolerance. A parte qualche assolo fischione, Laiho non fa granché e non si integra. L’innesto giusto sarebbe stato trovato con il lavoro successivo (l’invece ottimo Absence of War Does not Mean Peace), nella persona di Somnium dei Finntroll, che purtroppo si sarebbe spiaccicato su un ghiacciaio subito dopo, non si sa bene se per un accidente o di sua iniziativa.

SINERGY – To Hell and Back

Trainspotting: I Sinergy non vennero accolti benissimo. Furono immediatamente bollati come gruppo creato a tavolino dalla Nuclear Blast per sfruttare la popolarità enorme di Alexi Laiho traducendola nel genere più in voga del momento, il power metal. Laiho ne approfittò per dare visibilità a Kimberly Goss, all’epoca sua moglie. I nomi coinvolti facevano effettivamente spavento: al debutto la coppia d’asce era appunto Alexi Laiho e Jesper Stromblad, con Sharlee D’Angelo al basso che fu poi sostituito da Marco Hietala già al secondo album; come contorno una sfilza infinita di turnisti di lusso che cambiavano ad ogni disco, pare per la difficoltà di avere a che fare con la Goss, che si diceva non avere un caratterino semplice. Insomma, l’unica persona sconosciuta e che non aveva almeno 5-6 altri gruppi sul curriculum era proprio Kimberly Goss, che in passato era stata negli Ancient e aveva poi fatto da corista per qualche altra band. Quello che affossava davvero i Sinergy era proprio la sua voce, squillante e fastidiosa, che spezzava le gambe anche agli sporadici buoni spunti qui e lì. Inoltre la chitarra di Laiho, ovviamente in primissimo piano, strideva fortemente nel contesto power metal che gli era stato forzosamente costruito intorno. Il risultato è che nei 23 anni che ci separano dal loro debutto io non ho mai visto in giro una maglietta dei Sinergy né ho mai conosciuto qualcuno che ne parlasse bene. A me personalmente hanno sempre trasmesso fastidio fisico.

SADIST – Lego

Edoardo Giardina: Per me Lego dei Sadist è uno dei peggiori album che siano mai stati scritti. Non solo metal, proprio in generale. Di peggio mi riesco solo a ricordare Cold Lake dei Celtic Frost, che oltre ad essere veramente brutto aveva l’aggravante di essere stato pubblicato dopo un capolavoro del livello di Into the Pandemonium. Questi due album rappresentano per me il limite che la mente non può oltrepassare. Oltre c’è il trascendente e l’incommensurabile, orrori quali Chtulhu e i Grandi antichi. Le sonorità del gruppo genovese in certo qual modo perverso mantengono anche una discreta continuità con Crust, che tutto sommato apprezzo molto; e a mente lucida si può pure trovare una cifra stilistica comune soprattutto nello stile di Tommy Talamanca alle tastiere, estremamente riconoscibile. Ma per il resto è tutto sbagliato, a partire dall’estetica nu metal fuori tempo massimo che stride parecchio col contesto. Si sarebbe potuto fare molto di meglio, pur puntando nella stessa direzione.

THE SINS OF THY BELOVED – Perpetual Desolation

Trainspotting: Nella Norvegia della seconda metà degli anni Novanta questa roba andava fortissimo. C’erano i Theatre of Tragedy, autori di un paio di capolavori tuttora insuperati, poi i Tristania (di cui va recuperato il debutto Widow’s Weeds) e da lì una serie di imitatori e portatori d’acqua che giravano intorno a questo gothic doom metal pesantone con duetti vocali alla beauty & the beast, pizzi, merletti, languidi violini, castelli diroccati e tettone diafane. Uscirono fuori più o meno tutti insieme, concentrandosi in un brevissimo periodo di tempo, e poi sparirono oppure si misero a fare altro, perché quelle tematiche e quell’approccio erano legate a quell’epoca specifica e divennero improponibili allo scadere del secolo. I Sins of Thy Beloved però riuscirono a fare uscire il loro secondo e ultimo album Perpetual Desolation proprio nel 2000, rimanendo legati a quelle caratteristiche summenzionate che tutti gli altri avevano già abbandonato e risultando quindi quasi una specie di amarcord a breve termine. Il disco è caruccio, e all’epoca fece tenerezza perché molti di quelli che ne parlarono malissimo in realtà stravedevano per questa stessa identica roba solo tre-quattro anni prima. Non si raggiungono le vette toccate dai maestri Theatre of Tragedy in Velvet Darkness They Fear, e ci mancherebbe altro, ma rimane comunque un sottofondo gradevole per chi riesce a sostenere questo tipo di sonorità.

TERROR 2000 – Slaughterhouse Supremacy

Marco Belardi: Sono innamorato di quest’album, nonostante il thrash metal melodico, o svedese, o comunque vogliate chiamarlo, sia assai distante dal thrash metal che più mi va a genio. Il miracolo non si ripeterà mai più: la loro formazione era perfetta e confezionò questa cassa di dinamite un attimo prima che colassero a picco i Soilwork, quelli delle annate più celebrate e dei ritornelli cantati puliti. Bjorn Strid era bravissimo anche in quello, ma dovette aver creato questo progetto per poter portare avanti la volontà, propria, di suonare metal tradizionale senza che su di esso aleggiasse la scure delle attuali necessità del pubblico giovanile. Son of a Gun, Daughter of a Slaughter il capolavoro nel capolavoro, messa in partenza senza però concederti di arrestare l’ascolto subito dopo di essa. Unico album dei Terror 2000 che abbia mai avuto un senso, rafforzato da quel macellaio di Henry Ranta dietro alle pelli e dall’ottimo Klas Ideberg dei Darkane alla chitarra. E non so perché, ma alla seconda pubblicazione mi erano già abbondantemente venuti a noia. Che sia uscito al momento giusto, che avesse tutte le pedine perfettamente al loro posto, tant’è che lo rimetto su e funziona benissimo, senza nemmeno una ruga in fronte.

THY PRIMORDIAL – The Heresy of an Age of Reason

Trainspotting: Avevamo parlato di At the World of Untrodden Wonder come di un più che discreto dischetto di black melodico alla svedese, ben equilibrato tra violenza e melodia. Purtroppo questo The Heresy of an Age of Reason, loro quarto lavoro uscito a pochi mesi dal precedente, non è assolutamente a quel livello. La melodia viene messa in disparte in favore di una maggiore propensione all’aggressività, rendendo il tutto un polpettone troppo confusionario, complice anche scelte di produzione decisamente sbagliate. I Thy Primordial sono uno dei tanti gruppi black che hanno cercato di reinventarsi a cavallo dei due secoli non sapendo però bene che strada prendere, e da questo punto di vista il passo falso di The Heresy of an Age of Reason è un esempio da manuale.

ABYSSIC HATE – Suicidal Emotions

Michele Romani: Quando penso alla definizione di depressive black metal penso sempre a questo disco, primo e unico full lenght pubblicato da Shane Rout, l’uomo che da sempre si cela dietro al progetto Abyssic Hate. Ho sempre considerato la corrente DSBM australiana  (nella fattispecie loro, Elysian Blaze e soprattutto Austere) migliore rispetto quella statunitense di gente come Xasthur o Leviathan, e questo Suicidal Emotions ne è una conferma. Fin dall’inquietante copertina raffigurante il corpo tagliuzzato di Einar Frediksen (bassista fondatore dei doomsters norvegesi Funeral, morto suicida nel 2003) si può facilmente l’estrema sofferenza che permea sto disco, che è una sorta di sunto di tutti i caratteri tipici del depressive: riff ripetuti all’infinito, tematiche riguardanti la triade misantropia-morte-dolore fisco, drum machine e vocalizzi in scream ultra disperati. I brani sono solo quattro ma tutti sulla media dei 12 minuti circa, con una menzione particolare per la meravigliosa Depression Part 1, il cui riff iniziale è un qualcosa di semplicemente unico. La cosa che mi fa preferire gli Abyssic Hate ad altri gruppi simili è che, nonostante un sound inevitabilmente claustrofobico, riescono ad inserire qua e là melodie che ti si stampano in testa fin da subito, rendendo il tutto leggermente meno opprimente e più “digeribile”. Se cercate un disco che possa fare da colonna sonora a questa estate di merda che ci si presenta, con Suicidal Emotions andate sul sicuro.

6 commenti

  • Ai tempi c’era un mio amico che si divertiva a cantare it’s my life in growl ogni volta che era ubriaco, e la cosa mi faceva sempre molto ridere perché ero pieno pure io. Belardi, dio bestia, come cazzo fai a parlare bene di questa stronzata di Terror 2000? Ma come cazzo si fa? E’ una merda quel disco, già erano una merda le band madre di questi poveri stronzi e sta roba deathtrhashsailcazzo è ciò che ha trasformato la gran parte della scena in una pila di merda fumante. Piantala di ascoltare dei dischi di merda, che la vita è breve. Merda

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  • madonna quanta robba sto mese!!!!! Andiamo con ordine:
    – Novembre: ma quanto spaccava “Cold Blue Steel”? E’ il mio preferito dei miei concittadini, anche “Novembrine Waltz” e “Materia” rimangono ottimi lavori, ma questo secondo me equilibrava bene l’aspetto melodico, con quello più heavy.
    – Deicide: lungi da me difendere questo schifo, ma mi ha sempre fatto tenerezza che ti devo dire?
    – King Diamond: non sarà il suo disco migliore, ma è uno dei lavori solisti del re che riascolto con più frequenza. I brani hanno un bel tiro, e la storia è ben fatta. Che volere di più dal buon vecchio King
    – Impaled Nazarene: non sono mai stato un assiduo ascoltatore dei cazzoni finlandesi, anche se “Latex Cult” nella mia gioventù lo usavo per scioccare i compagni di classe. Questo qua con il buon Alexi ricordo che ogni tanto girava sullo stereo della macchina, non l’ho più sentito da allora, ma ne conservo un discreto ricordo.
    – Terror 2000: bel disco, anche se non ricordo al momento nemmeno una nota :)
    – Abyssic Hate: ci ho praticamente vissuto in simbiosi con quel disco per almeno un paio di anni. L’ho rimesso su qualche mese fa, e purtroppo, o per fortuna, non mi ricrea le stesse emozioni di quel periodo di merda. DIsco da totale catarsi.

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  • Concordo sui Terror2000, a me piacciono ancora oggi i loro 2 album. E sui Sinergy, che chiavica.

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    • Classica non è il primo album compiuto dei Novembre. È “solo” il loro primo album maturo. Sì lo hai scritto, Edoardo, ed ho capito perfettamente quello che intendevi esprimere. Il punto è che a mio modo di vedere non necessariamente un disco maturo significa che quel che è venuto prima è stato un avvicinamento a un processo di maturazione. No. Quel che è venuto prima è stato semplicemente ponderato in modo irrilevante. Fuori da una logica di mercato, per esempio. Fuori da una previsione di riscontro. Fuori da un interesse a raccogliere. L’urgenza adolescenziale di Wish I could dream it again è il Giovane Holden. Una fotografia sovraesposta e irripetibile nel catturare imperfezione e urgenza creativa. Una sintesi identitaria gridata e disordinata. Eppure spaventosamente onesta. Come quando Ernesto Sabato descrive lo scarto che esiste tra la solitudine e l’immagine sociale che ciascuno di noi trasforma in maschere. Quel primo album è intriso del coraggio sfuggente di mettersi a nudo; di azzerare la differenza tra ciò che si è e ciò che si fa. Una cosa che accade pochissime volte. E vale di per sé come unicum.

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  • Aggiungo una considerazione. Nella storia della musica rock c’è una, probabilmente la sola, band che all’ottava prova partorisce un disco annichilente nella propria fulgida, abbacinante bellezza. Al di là dei gusti personali Disintegration dei Cure è un capolavoro immortale. Sfido chiunque a smentire quel che dico senza passare per un sordo. Perché mi soffermo si questo? Perché Disintegration è un’opera che si sofferma drammaticamente sulla fine della giovinezza. Se Pornography è l’immersione agìta nel dolore del presente (I laughed in the mirror for the first time in a year), Disintegration rappresenta l’insight della consapevolezza della perdita, après-coup. È pensiero che si innesta sul senso di un vuoto esistenziale visibile e al tempo stesso perduto. Perduto perché c’è stata messa una pezza e sussiste la consapevolezza che è pura illusione. Nella maggior parte dei casi, invece, c’è un altro tipo di operazione artistica. Umana, certamente. Ma scotomizzante la verità. Mi riferisco alla negazione. Di ciò che si era, di ciò che significa soffrire, di ciò che siamo diventati.

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  • Ma i Metalium non erano quel super gruppo con Chris Caffery, Mike Terrana e altri che non ricordo? Avevano suonato anche al gods of metal se non ricordo male….

    Hai ragione su It’s my life, è incredibile come abbiano tirato fuori un pezzo del genere quando ormai erano già morti e sepolti (e lo dico da grande fan)

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