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Avere vent’anni: MERCYFUL FATE – 9

19 maggio 2019

Il capitolo intitolato 9 l’ho visto invecchiare con indosso la fama del disco brutto dei Mercyful Fate. Giusto un annetto fa scrissi qualcosa a proposito di Dead Again, ed è faticoso rimettermi a descrivere uno dei momenti meno felici della carriera di un gruppo con cui sono letteralmente cresciuto. Sono estremamente grato ai Mercyful Fate, ma non è per parargli il culo che affermerò quanto 9 fosse effettivamente migliore di come è stato dipinto per vent’anni.

Effetto dentro/fuori: la coppia formata da Shermann e Denner era l’anima portante del gruppo. Lo so che è difficile astrarsi anche per un solo attimo dalla fortissima presenza scenica di King Diamond, ma le cose stavano così. Erano un tandem di chitarristi affiatato e fenomenale, suonavano insieme ben prima di fare ingresso nei Mercyful Fate e avrebbero continuato così dopo il tracollo, nei Force of Evil. Storia breve pure quella. Al posto di Denner in Dead Again era finito un tizio che era tutto fuorché uno sprovveduto, Mike Wead. Già negli Abstrakt Algebra con Mats Leven e nei Memento Mori con Messiah Marcolin (entrambi ex Candlemass), Wead cambiò band satellite ed entrò nel giro del Re Diamante. Sfortunatamente, ciò avvenne nel momento in cui le azioni del suo progetto solista andavano in salita e la realtà legata ad Hank Shermann decisamente in picchiata. Non fu colpa di Mike Wead, ma la storica coppia con Michael Denner si era sciolta, ed era naturale che qualcosa non avrebbe funzionato a dovere. Inoltre il discreto Voodoo fu solo il preludio all’enorme successo riscosso da House Of God (al quale preferisco mezza discografia solista di King Diamond, ma andò proprio così): i Mercyful Fate, riassumendo ai minimi termini, erano alla canna del gas. L’ultima canzone rilevante era stata The Uninvited Guest e risaliva al 1996: Dead Again ne aveva tre o quattro discrete ma non pungeva per niente. Eppure non è per assolutamente una merda, ma non è nemmeno la nerdy girl with glasses che, se rimessa a punto, si trasforma nella fica senza compromessi su cui giocarsi le diottrie.

I pezzi di punta superarono in tutto e per tutto quelli del suo predecessore, e in particolar modo mi riferisco alla bellissima Kiss The Demon ed alla successiva Buried Alive. Tra i pezzi iniziali apprezzo solo Church Of Saint Anne Sold My Soul. Ne conto quattro più una discreta titletrack, e complessivamente ce ne stavano nove: ammetto che le rimanenti quattro, soffermandomi in particolar modo sugli episodi più veloci come Insane, rasentassero il concetto di squallore. Il problema di 9 era soprattutto quello di voler suonare particolarmente aggressivo, e di toppare ad ogni reiterato tentativo di accelerare con la doppia cassa di Bjarne T. Holm in sottofondo: pure House On The Hill era nientemeno che una penalizzata riproposizione dei cliché già visti in The Uninvited Guest, e l’opener Last Rites non dava il colpo di frusta che ad una traccia numero uno è richiesto a priori, nell’heavy metal.

In compenso King Diamond si comportò in maniera adorabile: rendendosi conto che era possibile incidere un album rinunciando parzialmente a quegli acutini del cazzo, si cimentò in una prova maiuscola fatta di un’interpretazione graffiante, dai toni orrorifici, che fece parlare di sé negativamente alla stregua del non fa più acuti perché è bollito. E invece io ne fui parecchio felice, perché mi aveva un po’ rotto le palle con quegli acuti, cosicché la presi benissimo. In conclusione un bel disco, solo che questa band mostruosa aveva dato il meglio di sé nei primi anni nonché a ridosso della reunion, con quell’In The Shadows che ad oggi considero uno dei titoli heavy metal più belli degli anni Novanta. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    19 maggio 2019 10:46

    Il timbro vocale mi fa allontanare, sono curioso di leggere i fratelli e sorelle.

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  2. 19 maggio 2019 11:53

    Si sente che era l’epoca del power, però anche io lo sento più valido adesso che in passato. Un buon disco, senza dubbio, ma probabilmente ce lo filiamo con più attenzione del dovuto a causa del monicker in copertina. Nulla di male in ciò, beninteso, ma è giusto ricordarcelo.
    Bel recupero domenicale Belà.

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  3. 19 maggio 2019 19:10

    Sarà che 9 è stato uno dei primi dischi veramente Metal che ho comprato in adolescenza (oltre ai vari Maiden, Metallica e power vario), ma sono vent’anni che continuo a considerarlo un discone pieno di gran pezzi. Un paio di filler ci sono sicuramente, e sicuramente non reggerà il confronto con i primi capolavori, ma se oggi uscisse un disco del genere staremmo gridando al miracolo

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  4. 19 maggio 2019 21:58

    Ho sempre avuto un grande rispetto per i Mercyful Fate, ma non ho mai sopportato le voci acute, per cui non sono mai stato molto attento alle loro uscite.
    A quanto ricordo e ri-ascolto, in effetti si trattò di un disco con qualche canzone mediamente più veloce e tirata del solito, però è uno di quelli che non ricordo con particolare nostalgia.
    C’erano anche due – tre canzoni più di atmosfera, che forse sono anche più interessanti dei pezzi con doppia cassa e ritornello alla tedesca, per esempio: Sold my Soul, Kiss the Demon.

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  5. Supermariolino permalink
    19 giugno 2019 16:35

    Dopo i primi due album (e il primo di King Diamond solista) che hanno segnato la mia adolescenza, non sono più riuscito ad ascoltarli. King Diamond grande personaggio.

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