DGM @Iron Music Store, Scandicci – 22.05-2026
Foto di Marco Belardi
Ogni settimana capita più o meno questo: vado all’ultimo concerto stagionale nei locali, perché è l’occasione per salutarsi con persone ammodo che rivedrò più o meno a settembre, calendario permettendo. Una birra in più del normale, tanto è l’ultimo concerto, e il lunedì, non appena mi accingo a chiudere il report, mi arriva una proposta di andare a un altro concerto. Per capirci, questo fine settimana ne avrò puntualmente un altro, parecchio più lontano degli altri. Questa cosa comincia ad assomigliare al concetto per il quale la dieta prescritta dal dottore comincia sempre domani.
Dovessi descrivere in una sola frase il venerdì appena trascorso mi riallaccerei a Elio Petri dicendo che La classe riccardona va in paradiso. A Livorno, al The Cage, suonavano i The Aristocrats di Marco Minnemann. Essendo il batterista stato invitato nientemeno che da Jordan Rudess al chiacchieratissimo provino per rimpiazzare Mike Portnoy, presumo che qualche metallaro fiorentino si sia fatto la Firenze-Pisa-Livorno per recarsi in loco e godersi i suoi fill.

Firenze è fatta così: non ci sono mai abbastanza concerti e, il giorno in cui ce ne sono, entro un raggio chilometrico non eccessivo ne troviamo svariati che attraggono lo stesso pubblico. Era già accaduto a inizio maggio, ne parlai in un report. E così, lo scorso venerdì in contemporanea abbiamo avuto Marco Minnemann e la serata prog metal dell’Iron Music Store, in un’alternanza di vecchio e nuovo concetto di intendere il prog metal in tutte le sue sfaccettature.
All’ingresso ho notato un Pinguino De Longhi, croce e delizia della serata. In sua assenza saremmo morti per il caldo e la mancanza d’aria; in sua presenza ci siamo semplicemente ritrovati tutti col raffreddore. Lungo la serata ho contato almeno sei discese dalle scale del locale per approfittare della relativa frescura all’esterno, il che mi ha ricordato le foche quando riemergono sul pack per rifiatare e l’orso bianco le fa a pezzi. Di birre ne ho invece contate tre. La strampalata leggenda per cui quel genere di bevanda sia dissetante prima o poi tramonterà, e io continuerò a trangugiarne.

Hanno aperto i FLASHBACK OF ANGER seguiti dai MINDAHEAD, due gruppi direi agli antipodi. Power metal anni Novanta per i primi con cover di Eagly Fly Free in chiusura, e modernità assoluta per i secondi, con cantante femminile in completo rosso controbilanciata da una seconda voce in growl, a dire il vero, perlomeno inizialmente, mixata molto bassa. Dei Flashback of Anger ricordo un aneddoto: sono sul territorio fiorentino da circa vent’anni, e provengono dalla medesima scena i cui nomi corrispondevano a Mistyland, Seventh Seal, Holy Land, Frozen Tears. Sono più o meno sicuro di avere recensito su MetalManiacs il loro primissimo demo Panta Rei, ricordo la sua copertina, e ricordo che avevo tagliato da pochissimo tempo i capelli, sino ad allora lunghi.
Potrei volervi male e allegare una foto di quando avevo diciannove anni, in cui vesto un maglioncino celeste e tengo in braccio un gatto rosso che sembra impagliato, con espressione da servizio giornalistico su Garlasco e un poster bellissimo degli Agent Steel alle spalle che recita thrash or be thrashed, ma non lo farò. Non oggi. Perché questo report è sulla classe riccardona che va in paradiso.

La svolta grossa l’hanno data gli INNER VITRIOL, da Bologna. Quattro persone in rapida successione mi hanno indicato membri degli Inner Vitriol e detto nell’orecchio vedi, lui è quello dell’Alchemica con lo stesso tono di voce e la stessa riservatezza con cui qualcuno ti indicherebbe uno della banda della Uno bianca. Non ho capito a chi di preciso si riferissero, ma sono molto contento di avere assistito al loro concerto, al modo in cui il cantante Gabriele Gozzi ha scherzato a più riprese sui cliché del prog metal e alla celebrazione dell’epoca d’oro del prog italiano per mezzo di Impressioni di settembre della Premiata Forneria Marconi, e via discorrendo. Il loro prog metal ha riproposto peculiarità tipiche di tutti quei gruppi che oltre i Dream Theater hanno permesso al genere di fare tanti piccoli salti e di distaccarsi dal nome più ingombrante che lo rappresenta: dai Pain of Salvation agli Haken passando per quelle improvvise esplosioni di suono e rumore care ai Tool, senza mai assomigliare in maniera sfacciata a nessuno fra questi, senza mai annoiare.

Scriverò poco dei DGM perché ero stanco morto, mea culpa. E pertanto non me li sono goduti appieno. Hanno avviato, processato e concluso un concerto perfetto, un inno agli anni Novanta con canzoni che girano e che ha coinvolto tutti quanti, nonostante gli interpreti siano completamente diversi da coloro che avviarono il progetto nel lontano 1996, nominandolo con le iniziali di ciascuno dei fondatori, come da usanza di gommisti, carrozzieri ed elettrauto. Il pubblico stabilmente in prima fila, per metà morto per asfissia, per metà congelato dal Pinguino De Longhi, han cantato a menadito le canzoni dei DGM. I suoni dell’Iron Music Store hanno ancora una volta fatto centro, confermando il locale come uno dei più affidabili in tal senso, sul suolo toscano, in compagnia di Santomato, Sonar e Officina Civica. Un tributo, questo concerto, a una carriera contraddistinta dalla continuità totale, anche nel periodo mediano, fra Different Shapes e Momentum, e gli anni più recenti. Complimenti vivissimi a loro, con l’augurio, al prossimo concerto, di arrivarci meno bollito e che l’evento non parta con un’ora circa di ritardo. Siamo vecchi, bimbi. (Marco Belardi)
