Tutti i casini che ti succedevano aprendo una webzine vent’anni fa

All’apice della noia da lockdown mi è venuto in mente di proporre un’intervista un po’ atipica a un gruppo con cui posso dire d’esser cresciuto.

Mi rispondono subito, esortandomi però a contattare il loro agente, il quale, nella malata logica di codeste dinamiche, mi rimetterà in contatto con la persona che avevo appena sentito. L’intermediario mi fa sapere che si tratta di un’ottima idea, dopodiché scompare. Oltrepassato il picco epidemico ricompare per dirmi che esistono accordi con terze parti e che moltissime interviste, come del resto la mia, sono state rinviate.

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Durante questo raduno, uno dei presenti si mise a camminare a quattro zampe e ululare per ore all’interno del parco delle Cascine. Subito dopo fece ritorno alla stazione di Santa Maria Novella, a piedi, senza salutare. Benvenuti su MetalManiacs. Io e Michele Romani ci siamo.

Non era affatto una novità: a inizio anni Duemila già arrancavo per portare a casa interviste che non fossero il solito botta e risposta sull’album in uscita. E allora ho deciso di ritornare sui pro e i contro di quel mondo, sul tempo che ci ho perso e soprattutto sul perché.

Ebbene, in un malfamato giorno del 2001 ero andato a cercarmela. Leggevo quotidianamente un paio di webzine, e ne parlai così tanto a un compagno di classe che alla fine me la buttò lì:

“Ne apriamo una anche noi?”

Guadagnarci dei soldi sarebbe stata una pretesa piuttosto bizzarra per un portale da 250 visitatori giornalieri, ma si sa, oggi ci provano un po’ tutti. Ebbene, si trattava solamente di togliermi soddisfazioni e me ne tolsi moltissime, al prezzo di doverci spendere molte, forse troppe ore al giorno.

Tutto prese forma rapidamente, finché debuttammo secondo la diffusa e prevedibile formula news – report – interviste – recensioni. Ci tengo a precisarlo: ogni immagine che vedrete d’ora in poi proviene dallo storico e per fortuna inimitabile forum di MetalManiacs, un nome che scegliemmo – su suggerimento dei cari Exciter – ben prima dell’avvento della nota rivista, naturalmente senza aver cura di registrare alcun marchio: ma tanto passarono sei anni ed eravamo già fritti.

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Toccò iscriversi a decine di mailing list, e il resto l’avrebbe fatto il progenitore dei Donna Moderna dell’heavy metal, Blabbermouth. Ogni giorno raccoglievo quattro o cinque notizie che impaginavo e spedivo al webmaster per la messa in rete finale.

Le interviste erano appunto una delle note dolenti. Quelle in inglese potevamo farle soltanto in tre, col risultato di dover interagire con gruppi che mi ero sempre rifiutato d’ascoltare o con divi del mutismo tipo Weikath e Michael Amott.

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A bilanciare le cose erano i report: fummo accreditati al Gods of Metal per svariati anni, ospiti, in conferenza, da Lemmy e Manowar, col grande Scott Columbus uguale a un politico addormentato in Parlamento e un Joey cordialissimo, che strinse la mano ad ogni presente. Ma preferivo i concerti nei locali di piccola portata, fu così fin da principio. Gerre dei Tankard ci concesse l’intervista a patto che avessimo bevuto con loro: era ancora pomeriggio, e tenevano la birra nel ghiaccio in uno di quei barili con cui si riscaldavano le puttane di Duke Nukem 3D. Mi fecero uscire di lì obliquo, eppure quella sera fecero un concerto della madonna.

Nella nostra assoluta dabbenaggine ci vennero due buone idee. La prima fu quella di inserire un layout simile a una pagina di giornale, il che avrebbe reso la lettura meno stancante. L’altra novità riguardò alcune rubriche. Eravamo già stanchi della formula nativa e così puntammo su dischi storici, rarità e articoli tematici. Erano diversivi, in sostanza, e la maggioranza dei lettori sembrò apprezzare all’istante: il metal attraversava una marcata fase di stanca e decidemmo di procedere un po’ a ritroso.

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Cozzavamo con una veste grafica indifendibile (obsoleta, prevalentemente gialla e grigia) e con continui errori di impaginazione. Non ci fu alcun modo di cambiarla: più volte il webmaster assicurò tutti che l’avrebbe fatto, ma non accadde mai. Si arrivò a contattare terze parti che iniziarono a lavorare su una veste inedita per poi lasciare il lavoro a metà, a minacciare il suddetto webmaster, finché non accettammo le cose per come stavano. Dovevamo tenerci quella grafica di merda per sempre. Ma forse la verità è che non ce ne fregava niente di crescere, diventare degli youtuber con lo scaffale dei cd alle spalle o cose del genere.

Ogni aspetto riguardante le recensioni mi portava a travasare bile. Innanzitutto ci firmavamo come una setta satanica di minorenni al momento della confessione in questura: io ero Dark Mayhem, ereditato non dai norvegesi bensì dal primo Carmageddon. Poi c’era Slaytanik Dekapitator, il webmaster, che in sei anni scrisse la bellezza di una recensione, in realtà interamente riscritta da me, perché più che un testo su All Hell Breaks Loose sembrava una richiesta d’aiuto da un carcere sotterraneo tra i monti del Gilgit-Baltistan. In linea di massima dovevo rileggere e sistemare ogni articolo che ricevevo, ma non mi sarei più imbattuto in un linguaggio così estremo.

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Mensilmente arrivavano in cassetta della posta una decina di demo, forse di più: in sei anni ne avrò ascoltate giusto tre capaci di farmi gridare al miracolo. Penso che la media sia molto migliorata al giorno d’oggi, grazie alla tecnologia ed al rapido accesso a tutorial e lezioni da parte dei giovani musicisti. Siamo finalmente pieni di demo che suonano come dischi ufficiali, ma anche di dischi ufficiali realizzati con la superficialità di una demo: il grosso problema odierno, qualora ce ne fosse uno, è che la determinazione è stata in buona parte soppiantata dalla comodità.

Non mancavano i promo, iniziai a richiederne e fu come entrare in un gorgo senza via di scampo. Con Audioglobe avevo instaurato un buonissimo rapporto di fiducia, motivo per cui passavo direttamente da loro, a dieci minuti d’auto da casa, e ritiravo. In cambio erano sempre generosi nei quantitativi, ma soprattutto, che tu parlassi bene degli album o che avvenisse l’esatto contrario, il numero di promo sarebbe rimasto invariato.

In parallelo tutti interpretarono un mio articolo sugli Opeth come una mastodontica colata di merda addosso agli svedesi: alla base di Tesi eretiche c’era solo la volontà di attirare l’attenzione su altri gruppi emersi dalla Scandinavia in merito allo stesso filone. Lo pubblicammo quando le teenager ancora si stasavano su Akerfeldt, e mi arrivarono una quindicina di e-mail di protesta. Cito, da una di esse: “ma chi cazzo sono questi Katatonia che dici tu”.

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Capitava di collaborare con qualche azienda più subdola. Partivi con pochi promo, e in allegato a ciascun cd era presente un foglio contenente i dettagli. Talvolta potevi leggere una dicitura come priority release, paragonabile agli asterischi nelle pubblicità delle auto. Ufficialmente bisognava stare attenti a non pubblicare il pezzo prima del giorno d’uscita; in realtà, quegli album era meglio non stroncarli. Dopo una serie di recensioni non proprio rigonfie d’entusiasmo una casa di distribuzione smise di mandarci il materiale, e noi cominciammo a parlare delle loro uscite in anticipo sulla “release date”. Ricominciarono ad arrivarci i loro cd, ma stavolta niente priority release.

Allora perché richiedere i promo?

Mi faceva piacere poter dare qualcosa ai miei collaboratori, visto che dal primo all’ultimo scrivevamo rigorosamente per passione. Personalmente, se un album fosse stato meritevole di alloggiare nel mio scaffale l’avrei sicuramente acquistato; ma la mossa di richiedere i promo comportava rischi di cui tutti erano al corrente, ma pochi parlavano.

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Il concetto di “dartene meno se hai stroncato l’uscita di punta” faceva acqua da tutte le parti, e divenne indecente alla comparsa dei promo con l’annuncio sovrainciso a metà canzone, o col minuto finale tagliato. Era inconcepibile scrivere qualcosa di un album martorizzato o peggio ancora incompleto, e fu imbarazzante, per le etichette discografiche, impegnarsi a combattere la pirateria per mezzo di uno stratagemma così scemo. Inoltre l’enorme disponibilità di mp3 sulla rete, album acquistabili in un secondo momento per coloro che non avevano un cassonetto al posto del cuore (cit.), rendeva il promo un autentico surplus e non più una merce di scambio con cui tenerti a bada.

Il voto era il piccolo ed enorme problema di fondo. Si pensò di toglierlo dalle recensioni, eppure rimase lì. Portali con una media annua del 7,5 non avevano la benché minima credibilità, e, a ripensarci, nemmeno la nostra era bassissima. Non c’era niente di realmente programmato nel discorso legato ai voti, ma sono vent’anni che leggo carrellate di giudizi altissimi e forse un problema di fondo c’è sempre stato. Al contrario, se stroncavamo non avveniva mai per antagonismo verso un determinato gruppo o filone, ma rispecchiava la realtà: di robetta ne usciva già tanta, e questo fatto inconfutabile ha preso maggior vigore in concomitanza con l’incremento delle uscite del venerdì. Riassumendo ai minimi termini, credo che in alcune webzine i vari scribacchini si adeguassero inconsciamente alla tendenza a votare dettata dai più attivi ed influenti. E poi il sei, la cosiddetta sufficienza, era interpretato come una sorta di sfregio.

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Nello scrivere di gruppi italiani si entrava in un ulteriore meccanismo, quello dell’intoccabilità nazionale. Dai otto a una demo e magari avrai uno o due lettori occasionali in più. Assegna un sei e arriveranno componenti della band mascherati da fan in subbuglio e altre personalità similari. Si chiama cannoneggiamento, si legge disonestà. Generalmente lo strumento adoperato da coloro che volevano fartela pagare era il forum pubblico, il che materializzava un fallimentare tentativo di pubblicizzarsi in ripicca al parere negativo. Magari avevi davvero inciso una demo di merda, e così altra gente l’avrebbe ascoltata prendendone subito atto. Vi era un inaccettabile grado di comprensione del concetto di critica intesa come consiglio.

In molti pensavano che la webzine fosse una sorta di servizio: io ti mando il disco e tu mi fai pubblicità. La verità è questa: ciascuna webzine non è mai stata Alia, che, se hai dei rifiuti ingombranti, telefoni e te li viene a ritirare su appuntamento. Ma se qualcuna di esse è diventata un rifiuto, anziché portare avanti la passione di scrivere dell’heavy metal, è stato perché ha accettato di comportarsi come un servizio per il benestare di tutti coloro che ne avrebbero usufruito; e se questo è mai accaduto, e personalmente non lo so, quasi sicuramente è accaduto in modo non programmatico ma graduale e subdolo. Ecco perché una webzine con una media voto del 7,5 non poté essere attendibile nel rispetto dei suoi lettori.

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Al termine di quei raduni poteva capitare di perdere qualche lettore “per strada”

La soluzione era a portata di mano: via i voti dalle recensioni, via i promo, ed eventualmente anche gli accrediti ai concerti. Non doveva esserci alcuno scambio, e così, avremmo potuto finalmente scrivere in nome della stessa passione che ha un batterista nel momento in cui prende le bacchette in mano, e aggiusta lo sgabello. Non eravamo un servizio e non eravamo giornalisti, punto. Per Metal Skunk ho richiesto in totale un accredito nel 2019 e un paio nel 2018, sempre in coincidenza con proposte d’intervista o situazioni che avevano a che fare con la fotografia. Per Metalmaniacs avremmo dovuto smetterla di ricevere perfino le demo in cassetta, perché il tizio che era andato alle Poste a spedirtene una copia, spendendo tre euro, si sentiva automaticamente in debito di una qualche forma di pubblicità. Il sito chiuse prima di riuscire a spostare una sola di queste virgole.

Oggi MetalManiacs è stato hackerato da lungimiranti terroristi del web, che, nell’impossessarsi dei contenuti nonché di un marchio legalmente registrato da altri, neanche hanno voluto completare l’opera: veste grafica da sito d’abbigliamento, addirittura la sezione Informativa sulla PrivacyConformità alle leggi, una mia casella e-mail fasulla alla quale non potrete contattarmi, e giusto quattro o cinque articoli originali linkati in homepage di cui uno mio, logorroicissimo come da tradizione, sulla nascita del death metal melodico. Dopodichè devono essersi resi conto di cosa scrivevamo e hanno smesso di colpo, e quindi, ogni altra pagina risulta priva dei link al materiale di repertorio. In qualche modo, però, avevamo una veste grafica nuova.

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Si sopravvisse per anni grazie alla relativa assenza di perbenismo rispetto ai giorni odierni. Avevamo un forum che assomigliava a un centro di reclutamento per casi umani, dove tutti offendevano tutti come in un perverso Fight Club dell’heavy metal. Dovevo pure far finta di amministrarlo, ed oggi quel forum durerebbe meno di una settimana: sapevamo dare il giusto peso alle cose, o forse eravamo tanti teenager con qualche trentenne alla mercé di se stesso in mezzo all’ignobile branco, o forse il mondo giovanile era leggermente meno impostato che adesso. Ma tutto risultò più gestibile, godibile, e soprattutto ricollegabile al voler vivere e non sopravvivere a una passione.

Dinamiche come quelle che ho descritto mi tolsero un po’ la voglia, e il resto lo fecero una grave perdita familiare e le dieci ore al giorno che lavoravo per poi perderne altre qua dietro, con energie e stimoli simultaneamente in caduta libera. Ma quanto mi ci sono divertito, grazie alle mie giornate perse, a tutti i collaboratori e pure al tizio in crisi epilettica con Damnation che però non sapeva chi fossero i Katatonia. (Marco Belardi)

12 commenti

  • bellissimo articolo Belà! Ho avuto a che fare anche io per un periodo con delle webzine, e mi ritrovo pienamente in quello che hai scritto. E ricordo benissimo come trovare un cazzo di webmaster affidabile fosse praticamente impossibile, per cui ogni tanto usciva fuori qualche cazzo di errore di impaginazione e dovevi smadonnare in sette lingue per risolverlo. Per quanto mi riguarda, l’unica differenza con la mia esperienza è che non frequentavo altri metallari dal lontano 2002 e non ho mai avuto interesse per i forum, così come oggi non ce l’ho verso i social, anche se per quel poco che ho visto dovevano essere uno spasso all’epoca.

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  • Ho scoperto da poco la vostra rubrica “avere vent’anni” e già ieri mi avete fatto venire qualche lacrimuccia leggendo alcune recensioni. Questi post sono fantastici, oltretutto mi torna la speranza di poter leggere dei post originali e ben scritti su un portale invece che dover per forza stare attaccato a un social (si ok, sono vecchio dentro e anagraficamente, lo ammetto).

    Bellissimo post. Avanti così!

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  • Ahahahahah. Sono stato citato, che onore!

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  • La cosa della “posa plastica” di Peppo, a rileggerla, ancora oggi mi fa perdere svariate settimane di vita.

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  • Andrew 'Old and Wise'

    Seguivo Metal Maniacs, è stata la mia prima webzine e quando è sparita ho versato una lacrimuccia

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  • E come non esserci, ho ancora in cantina i pacchi delle demo che mi mandavi, che passavano dal cd della coop rigato e quasi inascoltabile a megabox manco 15 anniversario di carriera. I promo con la loro immancabile custodia cartonata (quante madonne invece per i promo che avevano libretto e cd, che appena prendevi in mano sguisciava a terra e dovevi far miracoli per salvare. Gli insulti pesi sul forum, l’uomo dal cognome che poi divenne famoso che montò un caso degno di un film di spionaggio, le mistikyneheheheheh

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  • Lorenzo Mirani

    grande Bela, stima assoluta! Io però da ex recensore non ricordo molti dei meccanismi di cui parli… ma la mia memoria è una chiavica, questo potrebbe influire. Bei tempi comunque! Saludos!!

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  • Comunque, Dark mà, te sta robba l’hai recuperara post hoc, ergo propter hoc. Anche perché al tempo delle “labbra leccate” te c’hai avuto un momento di inborghesimento non indifferente. Tipo che t’eri buttato a capofitto nell’alternative, nelle discoteche rock e ascoltavi Radiohead e primi Coldplay, così come tu stesso hai ammesso tempo fa su queste stesse entusiasmanti pagine.
    Ma non è questo il punto.
    Piuttosto, Belà, dimmi: sei tu quello che nella prima foto di codesto post mostri il dito medio? Me pare de sì. E se così fosse come cazzo è che t’è continuato a cresce er naso? Lo deduco dalla foto attuale. La cosa mi preoccupa in prospettiva, perché mio figlio è nato già con una mezza frappa. E se tanto me dà tanto sono preoccupato…
    Ma soprattutto: fearxes è vivo? C’ha ancora la sala prove?
    Altra questione che mi sta molto a cuore: chi cazzo era l’Ernesto sparalesto che postò l’accorata lettera a Metal Shock di un giovane, epico e malefico, Steve_Harris?
    Gradirei una risposta sincera.
    Cordiali saluti, Fanta(recchia).
    P.s. Un saluto a Lord FLachi e ad Andrea (?) Karl Fungus.

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    • Non ho capito granché nella parte iniziale mista laziale/titoli dei dark funeral, ma ti confermo che ho sempre avuto quel naso lì. Sisi sono quello del dito medio col giubbotto di jeans, sotto era la t-shirt di Heartwork. Fearxes ha la play loud da parecchi anni insieme a alessandro, il chitarrista dei sickening

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