Avere vent’anni: DECAPITATED – Winds of Creation

Il batterista era sedicenne, e i membri più anziani non superavano i venti. Ero abituato a osservare le band heavy metal come gente grande che aveva affrontato un percorso, raggiunto degli obiettivi, e che in certi frangenti si era sputtanata o aveva definitivamente mandato il gruppo all’aria: fica, accrescimento tecnico, il parere del manager, ognuno di questi aspetti rischiava di mandare tutto all’aria che tu fossi celebre o che ti conoscessero in cinque. In ogni caso non si sarebbe trattato di miei coetanei, poiché nel 2000 di anni ne avevo appena diciassette, un pischello sputtana-soldi che di notte alzava lo sguardo in cielo e vedeva volare i cd al posto degli Ufo di Pinotti. Ma c’è sempre l’eccezione, e loro furono una delle più eclatanti. I Decapitated mi misero di fronte a un’altra ottica: mentre io coverizzavo Sodomy and Lust c’erano questi ragazzini polacchi che andavano come le schegge, il che mi portò a riflettere sulle più logiche delle cose. Innanzitutto c’era quel Vitek, più giovane di me d’un anno e tecnicamente mostruoso, impostato, efficace. L’altro aspetto su cui feci mente locale era focalizzato sul loro futuro: un gruppo di teenager che debutta così, in seguito, che cosa riuscirà a fare? Misi da parte la questione in balia di problematiche più urgenti, come impacchettare il mio doppio pedale DW, il piatto china Ufip e rivendere tutto nel minor tempo possibile.

Dopodiché tornai ai Decapitated: generalmente un gruppo si evolve, aggiungendo man mano elementi che lo spingeranno fino al raggiungimento di un culmine. Si potrebbe dire che il terzo The Negation sia il loro album più completo e definitivo, e lo è, ma in realtà aveva soprattutto dovuto rimediare ad alcune esagerazioni e mosse frettolose presenti in Nihility, che è considerato un classico, ha dalla sua Spheres of Madness che è particolarmente famosa, eccetera eccetera. Ma i Decapitated pretesero troppo da sé stessi in Nihility, perché non vollero affrontare le cose procedendo per gradi. Nel loro caso rinnego tutto quel che ho sempre teorizzato sull’evoluzione di un gruppo: i polacchi li preferisco quando erano scarichi, primordiali, perché dopo avrebbero imboccato una lenta fase calante culminata con la dipartita di Sauron e il tragico incidente. Belli quei due album che ho menzionato qui sopra, ma Winds of Creation – e soltanto lui – è il capitolo irripetibile della loro discografia. È ispirato, perfetto in ogni suo frangente, anche se la prima canzone le batte un po’ tutte nonostante in scaletta non siano presenti degli evidenti cali di tono. Improbabile che una band possa dire le cose migliori a quell’età, ma con i Decapitated accadde proprio questo.

Mancava solo la prova del nove: vederli dal vivo. Ci sarei arrivato pochissimi anni più tardi, ben prima dell’incidente che smontò l’integrità e la voglia di andare avanti di questi giovanotti polacchi. Ero al Ministry, uno dei locali toscani con i suoni migliori che avessi mai sentito. Mi concentrai per tutto il tempo sull’impostazione di Vitek, e mi resi conto che avevo davanti delle macchine. Giovani, non ancora giunti a maturazione, ma pur sempre delle macchine. E le macchine non hanno bisogno di maturare, devono solo avere la possibilità di andare avanti. Maturare fu il loro primo grande problema. (Marco Belardi)

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