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Buio pesto: DECAPITATED – Anticult

22 luglio 2017

I tour bus portano merda, lo sanno i Metallica e pure all’Est. Il problema per i Decapitated – oltre che di perdite affettive – è stato dover portare avanti un discorso con Vogg unico superstite della formazione di Winds of Creation. Che probabilmente è il musicista più influente del quartetto originale, ma anche quello il cui approccio wannabe rischia di mandare a puttane tutto. Chiariamolo da subito: sono favorevole all’ evoluzione del sound delle band, purchè le porti a fare qualcosa che riesce bene. Coi Decapitated sono sempre un po’ andato a cercare il pelo nell’ uovo, come quei vecchi in condominio che sostengono di aver sentito rumori strani anche mentre eri in ferie. Uscì Nihility e il suono della cassa era una cosa indecente, in Organic Hallucinosis non ho mai potuto sopportare la voce di Covan: la verità è che i primi quattro album erano -senza eccezioni- una bomba, e c’era solo da stare zitti. Adesso però c’è una formazione che conta il solo Vogg come reduce di quei tempi, un po’ come Andreas Kisser che sostiene che “si tratta dei Sepultura“, e naturalmente le cose stanno andando per il verso storto. Sopratutto perché Sauron era un tratto distintivo di vitale importanza. Carnival is Forever e Blood Mantra li ho ascoltati col piglio di chi non si aspetta niente di buono, salvo poi constatare che strappavano appena la sufficienza, e che soprattutto nel secondo c’era un’ evoluzione del sound diretta non proprio verso stili adatti ai nostri, ma comunque accompagnata da canzoni “forti” come Veins.

Qua è buio pesto. Anticult è pesantemente ruffiano ma intermezza il tutto con qualche bordata death metal per ribadire che “sono sempre i Decapitated“. E sono quasi quelli i momenti a sembrare più fuori contesto. Si va dai Fear Factory e Meshuggah, già influenze della band sin da certe cose dei primi album (Spheres of Madness) e in particolar modo nel quarto e nel quinto, a passaggi atmosferici già sentiti su Magma dei Gojira, passando per banalissime canzoni incentrate sul groove come sul precedente lavoro fu la title-track. Qua l’arduo compito tocca in particolar modo a Kill the Cult e Earth Scar (con relativo videoclip per quest’ultima), e purtroppo per essere -come la casa madre Nuclear Blast apprezzerà – la cosiddetta vetrina, non sono granchè ispirate. A funzionare meglio è probabilmente l’opener Impulse, ma anche lì siamo dalle parti dell’accozzaglia. Nella speranza che Vogg si ricordi cosa gli riesce fare meglio, per il momento chiudiamo un occhio e ripensiamo più volentieri a cose come The Negation. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. 22 luglio 2017 13:59

    Ah allora non l’unico che non sopporta queste pirlate….a pensare quello che erano, quello che è successo e quello che sono viene da piangere.

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