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La mensa di Odino #15

23 febbraio 2017

sepultura-machine-messiahLa verità è che si parla male dei SEPULTURA per partito preso, nessuno si ascolta più i dischi. E capisco anche il motivo, visto che sfido chiunque a rimanere serio quando ci si riferisce a questo gruppo chiamandolo Sepultura. A me però sono sempre rimasti simpatici, anche se ovviamente neanche io ho più ascoltato i loro dischi. Forse perché dall’altra parte della barricata c’era Max Cavalera, che considero IL MALE o giù di lì, ma a me l’idea di Andreas Kisser che suona con gente a caso nei localini fa abbastanza simpatia. Kisser da ragazzino mi sembrava l’unico serio di quella banda di scappati di casa; o quantomeno l’unico che ci tenesse a sembrare metallaro. E insomma metti su Machine Messiah, parte la titletrack sabbathiana che nella strofa richiama gli Alice in Chains e pensi che tutto sommato forse qualcosina te la sei persa. Poi la titletrack finisce, inizia il resto del disco e ti dici che no, è meglio rimanere nell’ignoranza. L’ignoranza è forza, come dice Felipe Melo. Questo sarebbe il momento di finire di scrivere (perché voglio dire, è un nuovo disco dei Sepultura. Che altra descrizione volete? È un nuovo disco dei Sepultura) ma devo purtroppo infierire sul cadavere della reputazione di Andreas Kisser segnalando la bonus giapponese, una terrificante cover della sigla originale di Ultraman, già coverizzata dai Ratos de Porao. Provate a immaginare cosa può esserne uscito fuori. Immaginate Derrick Green che canta la sigla di un programma giapponese, in lingua giapponese. Fatto? Direi che possiamo archiviare la pratica in modo definitivo.

Accogliamo il nuovo GRAVE DIGGER con l’ormai usuale atteggiamento di rassegnazione dovuto al fatto che questi paiono essere gli unici tedeschi a subire un normale declino stilistico col passare degli anni, proprio come succede a tutti i vecchietti nel resto del mondo. Qual è l’ultimo disco decente dei Grave Digger? Knights of the Cross? Excalibur? Si parla comunque di un’epoca in cui compravi una pizza con 4mila lire e se sentivi la parola cellulare pensavi alla camionetta della polizia. I problemi non sono solo meramente stilistici, che già basterebbero da soli perché in questo genere se non azzecchi riff e ritornelli finisci male: i Grave Digger suonano esattamente come suonavano trent’anni fa, come se il tempo non fosse passato; e se di solito questo concetto è inteso in maniera positiva, stavolta è diverso: come già detto nella recensione all’ultimo Running Wild, anche per suonare lo stesso genere devi renderti conto che gli anni sono passati; non per il metallo, che è eterno, ma per te stesso, che hai i capelli bianchi e le vene varicose. Parlo di sfumature di attitudine, quella sottile linea tra l’essere coerente e l’essere pacchiano; o, se volete, la differenza tra uno che a cinquant’anni va vestito come un truzzo ventenne e uno che alla stessa età rimane giovane e fresco dentro, ma non si mette in ridicolo con sopracciglia ad ali di gabbiano e risvoltini. La differenza tra Gianluca Vacchi e Gerard Depardieu, diciamo così.

E questo nuovo Healed by Metal non tradisce il disappunto: il primo pezzo sembra quasi che pompi, con la sua melodia un po’ kraut-western, ma ci mette pochissimo a scocciare, anche perché sembra che non ci credano più neanche loro. Poi elettroencefalogramma piatto per tutti e 43 minuti di durata, dal riff di Heavy Metal Breakdown ripescato per l’ennesima volta in Kill Ritual, o Free Forever con le chitarrine acustiche nel ritornello da peggiore osteria di Brandeburgo, fino alla conclusiva Bucket List in cui Boltendahl sfoggia una voce così devastata da sembrare Lemmy. Non li vedo dal vivo da parecchio ma spero che quantomeno in quella sede reggano ancora, perché altrimenti non avrebbero più davvero motivo di esistere.

Il suono di campane più finto del mondo ci introduce a Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα (pronunciato Pater Elie Mater Selàna, tradotto Padre Sole Madre Luna), il nuovo disco dei KAWIR, formazione ateniese che confesso di non aver mai sentito prima. Eppure i Nostri sono ormai al sesto disco in vent’anni, rientrando quindi in quella categoria di gruppi che si possono definire, almeno formalmente, come storici. Data la mia fascinazione per il black di scuola greca temo di essermi perso qualcosa; magari dopo l’obbligatorio recuperone saprò dirvi di più. Per adesso però Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα è un godibilissimo dischetto derivante direttamente dagli ultimi Rotting Christ, che mi ha fatto pensare a quanto debbano essere EROI i fratelli Tolis in Patria; e mi immagino le discussioni infinite tra i metallari greci ogniqualvolta esca il nuovo Rotting Christ, tipo come succede nel resto del mondo per gli Iron Maiden, con flame infiniti, amicizie infrante e accoltellamenti ai glutei. Nella fattispecie Πάτερ eccetera sembra stilisticamente un incrocio tra AEALO e Triarchy of the Lost Lovers, con le fascinazioni esotiche del primo e la secchezza del secondo, specie in alcuni riff. C’è tutto: i cori da stadio in pulito, gli assoli in wah-wah, gli elenchi di demoni sumeri, le nenie col coro femminile, gli UH-AH! UH-AH!, tutto. Già la prima Εις βασιλέα Ήλιον (To the Sovereign Sun) dà un senso di straniamento iniziale, perché ti viene prepotentemente in mente la band di Sakis Tolis, ma il suono è diverso, tutto è molto più semplice, senza troppa cura negli arrangiamenti e senza quella particolare cura nelle atmosfere. Però l’opener rappresenta benissimo il disco: una melodia principale in pieno stile AEALO, ripetuta all’infinito con quella tendenza ipnotica innata nel black metal e che ancora i RC si portavano dietro nei loro primi dischi; delle chitarre non perfettamente nitide, con un tocco di zanzarina che non si capisce sia dovuto a mancanza di fondi o scelta voluta; la sezione ritmica da stadio del male, tipo Noctis Era. Eccetera. Stesso discorso per il singolo, Χαίρε τρίμορφη θεά  – Hail to the Three-Shaped Goddess, con un video d’altri tempi. Il disco alla fine è carino, se vi piacciono i Rotting Christ; e spero che a tutti i ventiquattro lettori di Metal Skunk piacciano i Rotting Christ, altrimenti vorrebbe dire che abbiamo fallito.

E mi ero perso anche i LANCER, evidentemente, quintetto svedese di heavy metal veloce e melodico interpretato con quella particolare sottospecie di raffinatezza ottantiana che come prevedibile fa risultare il tutto ancora più cafone di quanto non sia. Esteticamente e concettualmente paiono figli di quello sguardo a posteriori sugli anni Ottanta che ha fatto la fortuna di band come Steel Panther o Enforcer, tra spandex, scarpe da pugile e pettinature imbarazzanti. A un certo punto come mascotte avevano uno struzzo, o qualcosa del genere. Mastery è il loro terzo disco, godibilissimo, ottimo quando bisogna passare un’ora a guidare in superstrada e tu stai ancora rintronato dalla nottataccia appena passata e hai bisogno di un po’ di metallo vecchia maniera per tirarti su, ché sei metallaro e non concepisci alcun altro modo per tirarti su. Carucci anche i video, Follow Azrael e soprattutto Mastery, che bisognerebbe far vedere a Chris Boltendahl per fargli capire che non ci vuole poi molto per tirare fuori qualcosa di decente, se ci si mette un po’ d’impegno. Se ce la fanno i Lancer, magari c’è qualche speranza pure per lui. (barg)

7 commenti leave one →
  1. 23 febbraio 2017 15:39

    Bè, non è che anche ad Andreas non piacessero i gruppi “alternativi”!

    Altrimenti, non si spiegherebbero quegli adesivi sulla chitarra e questa specie di cantante che si è preso per fare un certo tipo di hardcore di bassa lega.

    Comunque anche a me, subito dopo la prima, mi è venuto da grattarmi..

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  2. 23 febbraio 2017 19:17

    Sui Sepultura tutto vero, però Kisser è uno dei pochi chitarristi death con uno stile originale a livello sonoro, e bisogna riconoscerglielo. Se riuscisse a farsi aiutare (o a capire che deve farsi aiutare) in fase compositiva, magari ne uscirebbe qualcosa di buono.

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  3. weareblind permalink
    24 febbraio 2017 08:18

    Su Sepultura e Digger in accordo, gli altri mai sentiti. Mercoledì i Sep li ho sentiti al Live di Trezzo, e il batterista è un fabbro ferraio. Picchiava come se avesse dovuto aprire in 2 la batteria e i piatti, un mostro. quando s’è alzato, alla fine, gonfio di sangue, sembrava un pesista. Sudato, pompato e metallaro com’era, fossi stata una donna gli avrei fatto una pompa lì e subito.

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    • blackwolf permalink
      25 febbraio 2017 15:24

      Sto ridendo come un pirla per il finale del tuo messaggio… Comunque il batterista dei Sepultura l’ho sentito su youtube, in qualche live e concordo pienamente, legna davvero come non ci fosse un domani.. veramente un modo di suonare aggressivo e cazzuto…

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      • weareblind permalink
        5 marzo 2017 11:29

        Ahahhah ma guarda, io ancora non mi capacito, guardavo quasi solo lui. Non “colpiva” la batteria, picchiava come se la dovesse distruggere entro la fine del concerto.

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  4. blackwolf permalink
    25 febbraio 2017 15:29

    Trainspotting io ti voglio bene, ma adesso per colpa tua so chi è sto Gianluca Vacchi e di scoprire il clone invecchiato di Lapo, potevo anche farne a meno, mannaggia al clero… :)

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Trackbacks

  1. Buio pesto: DECAPITATED – Anticult | Metal Skunk

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