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ALICE IN CHAINS – The Devil Put Dinosaurs Here (Capitol)

21 giugno 2013

Alice-in-Chains-The-Devil-Put-Dinosaurs-Here-cover-en.wikipedia.org_Luca Bonetta: Tornare dopo uno scioglimento pluriennale e pubblicare un disco che prende a sberle in faccia chiunque come se il periodo d’oro non fosse mai finito non è da tutti. Riuscire a doppiare il successo di quel disco penso sia un compito che solo i migliori possono sperare di svolgere egregiamente. Gli Alice in Chains tornano a quattro anni di distanza da quel Black Gives Way To Blue con un album che merita ancora una volta il podio. Stilisticamente siamo sullo stesso sentiero tracciato dal predecessore, con forse una leggera flessione della componente metal a favore di atmosfere maggiormente stoner e malate. L’accoppiata DuVall-Cantrell al microfono continua a spaccare i culi riuscendo a sposarsi in modo eccellente con i pattern di chitarra, accompagnati da un drumming ipnotico come pochi. Colossali Stone e Voices, come pure il singolone di lancio Hollow. Per quanto mi riguarda, un altro centro per una band che ha saputo rialzarsi da un baratro nel quale molti altri sono sprofondati senza mai più uscirne.

Charles: Black Gives Way to Blue aveva inizialmente generato pareri contrastanti tra chi deprecava un ritorno dopo 14 anni di buio, giudicandolo sostanzialmente un irresponsabile gesto di affronto al mito, e chi lodava le intrinseche qualità del prodotto venuto fuori. Tipo certi sequel cinematografici che vengono osteggiati a prescindere dalla critica per motivi puramente ideologici  ma che poi trovano immediato riscontro nel pubblico pagante. Dopo il comune shock iniziale e dimenticata l’inutile amarezza al pensiero di come sarebbero andate le cose se Layne non fosse crepato prima del tempo e inevitabili baggianate di questo tipo, il giudizio divenne pressoché unanime: capolavoro. Si ebbe a quel punto la certezza del fondato sospetto che la vera anima degli Alice In Chains risiedesse principalmente in Cantrell. Non dico che The Devil Put Dinosaurs Here seguirà lo stesso destino del precursore, ma credo quasi. Prima di tutto perché per qualità intrinseca, quella di cui sopra, siamo purtroppo distanti dal precedente standard, secondo perché è inumano non farsi condizionare A) dalla sorpresa che diviene normalità e B) dall’essersi creati delle aspettative molto alte poi in parte disattese. Al primissimo ascolto, ammetto, avevo trovato il tutto sorprendentemente uniforme. Con la stessa sorpresa noto invece che l’album migliora, potendosene distinguere meglio le sfumature, ogni santa volta che si rimette play, diventando così il paradigma del ‘disco che cresce’. L’immediatezza non è proprio il marchio di fabbrica degli AIC e qui è proprio la mancanza di essa a rappresentare un po’ il cuore e il fil rouge di tutti i pareri più o meno originali che ho raccolto finora. Su questo mi trovo a concordare. Non mi associo invece alle facili critiche al cantante, che secondo alcuni non sarebbe nulla più di un bravo emulatore, mentre secondo altri è giusto, anzi dovuto, che lo sia. Che Duvall ricalchi il timbro del compianto è abbastanza evidente, soprattutto in Black (e non avrebbe potuto essere diversamente, se pensate un attimo al discorso che si accennava sopra sull’affronto all’immagine consolidata ecc. ecc.), ma lo è già molto meno ora. Del resto è impossibile che un cantante non ci metta farina del suo sacco, e poi questi non sono la cover band degli AIC, semmai, e non dico nulla di scandaloso, posso aver riscontrato un frequente autocitazionismo, oltre che la presenza di qualche brano dall’appeal davvero troppo easy listening. Ma le due cose, vi dirò, non arrivano manco a infastidire, perché in Dinosaurs prevale di gran lunga l’effetto trascinante, ovvero la sensazione di stare su di un nastro trasportatore che lentamente, ma in modo irreversibile, ti porta nelle viscere del suo essere.

Ciccio Russo: Ero partito con tutti i pregiudizi possibili. L’ultima volta che una band di questa grandezza era riemersa con un disco della madonna da un oblio altrettanto traumatico era stato nel 2006, quando i Celtic Frost tirarono fuori Monotheist. Subito dopo si sciolsero di nuovo. Gli Alice In Chains invece vogliono continuare a far parte della colonna sonora della nostra vita. Magari condensandone alcuni momenti, come ai tempi di Jar Of Flies. Black Gives Way To Blue non poteva non piacere ai fan: guardava avanti ma, allo stesso tempo, mostrava ancora le cicatrici di quella disperata negatività che rese Dirt uno degli album rock più emozionanti degli anni ’90. Quel lacerante spleen è oggi, per ovvie ragioni, non più replicabile. Per questo al primo impatto si resta disorientati. Il serpente ha completato la muta. Siamo di fronte a un gruppo inevitabilmente diverso: più rilassato, sornione, quasi solare, a tratti ruffiano. Nè potrebbe essere altrimenti. The Devil Put Dinosaurs Here non avrà i pezzoni del suo predecessore, non godrà dello stesso effetto sorpresa, quello che rimane davvero in testa non sarà moltissimo (anche se Voices e Pretty Done non smettono di perseguitarmi). Eppure, a fine ascolto, non riesco a non premere un’altra volta play.

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