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GOATSNAKE – Black Age Blues (Southern Lord)

22 dicembre 2015

Goatsnake - Black Age BluesRiascoltando per l’ennesima volta Black Age Blues, primo album dei Goatsnake da quindici anni a questa parte, ho finalmente capito a cosa servono i Sunn O))). Lasciate perdere l’aura di soffocante misticità che circonda gli incappucciati di Seattle, dimenticatene gli eccessi sonori e simbolici. A dispetto di ciò che sostengono le più leccate riviste del settore, la vera funzione dei Sunn O))) consiste nel permettere a Greg Anderson di accumulare abbastanza riff per un nuovo disco dei Goatsnake. Fidatevi, non esiste altra spiegazione.

Dopo tre lustri di silenzio discografico pressoché totale (l’EP Trampled Under Hoof risale al 2004 e contiene solo tre brani inediti), Black Age Blues riprende il discorso dal punto esatto in cui il monumentale Flower of Disease l’aveva interrotto. E lo fa con una freschezza e una credibilità tali che il lasso di tempo tra i due dischi sembra poco più che un mero accidente cronologico.
La formazione è la stessa, escludendo l’avvicendamento al basso tra Stuart Dahlquist e il nuovo acquisto Scott Renner. Il produttore è lo stesso, quel Nick Raskulinecz che nel mentre ha prestato la propria opera a personaggetti del calibro di Danzig, Rush, Foo Fighters, Alice In Chains, Mastodon e Ghost. Il sound è lo stesso, classico ma riconoscibilissimo. Perfino lo spirito è lo stesso, come se i Goatsnake, una volta terminate le sessioni di registrazione di Flower of Disease, fossero usciti dallo studio giusto il tempo di una sigaretta, rientrandoci dopo qualche minuto e incidendo Black Age Blues con il sapore del tabacco ancora in bocca.

Il coro ancestrale che chiude Flower of Disease apre Black Age Blues, accompagnato dal tenebroso arpeggio del superospite David Pajo (deus ex machina degli immortali Slint). Questa esplicita linea di continuità potrebbe portare a rinchiudere frettolosamente Black Age Blues nell’alveo di una mera riproposizione di quanto già sentito a inizio millennio, una sorta di Flower of Disease – Vol. 2 che farebbe comunque sbrodolare ogni sabbathiano che si rispetti.
E invece, fin dalle prima note di Another River to Cross, emerge con prepotenza la reale portata dell’operazione. I Goatsnake fanno maledettamente sul serio e sfidano a viso aperto le enormi aspettative che la notizia del loro ritorno in studio aveva generato nella moltitudine di adepti cresciuti a pane e fuzz: d’altronde i segnali di un ritorno in grande stile apparivano già tra le pieghe dello splendido artwork di Samantha Muljat, ormai infallibile garanzia di qualità.

Goatsnake2015

Black Age Blues brilla di luce propria e nello spazio di nove tracce delinea un grandioso affresco del panorama musicale statunitense. Il blues di St. Louis si fonde con il country di Nashville, lo stoner di Palm Desert con il southern rock di Jacksonville, il tutto amalgamato in una cascata di riff iommici esaltante. Cinquanta minuti senza cali di tensione, una carrellata di instant classics che dal vivo scateneranno il panico.

Coffe & Whiskey diventa l’inno di innumerevoli domeniche mattina passate a cercare di dimenticare quello che è avvenuto la sera prima, mentre Jimi’s Gone onora Sua Maestà Jimi Hendrix con un doom tiratissimo, appena e addolcito dal gospel crepuscolare delle Dem Preacher’s Daughters.
Pete Stahl
sbraita al microfono come se si stesse esibendo con gli Scream sul palco del Forte Prenestino, tratteggiando uno scorcio della frontiera americana degno del miglior Cormac McCarthy.
A Killing Blues
chiude un viaggio potente, apocalittico, estremamente cupo. Le ultime note si confondono con gli scrosci di un temporale, nella migliore tradizione della musica che amiamo.

Il 4 dicembre è uscito Kannon, nuovo album dei Sunn O))). Magari Greg Anderson, fingendosi impegnato in estenuanti suite di soli feedback, sta già affastellando riff per il seguito di Black Age Blues. Magari non dobbiamo aspettare un altro quindicennio per sentir parlare nuovamente dei Goatsnake. Magari.

Buon fine Anno della Capra (serpente).

6 commenti leave one →
  1. zac permalink
    22 dicembre 2015 19:33

    watering these flowers of disease…
    ..a quanto pare i fiori hanno dato il germoglio malato che ci si aspettava.

    Ps.
    Live to Die è la canzone con il miglior intro di sempre. Rende onnipotenti.

    Mi piace

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