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HELLFEST 2016 – 17/19 giugno, Clisson, Francia

11 luglio 2016

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I Black Sabbath sono nel bel mezzo di un tour di addio, gli Ac/Dc stanno come sappiamo, Lemmy è morto. Per alcuni forse sarà un’eutanasia, per altri rischia di essere una fine improvvisa e impietosa. No, davvero, chi ci sarà il prossimo anno come headliner? I Korn? Quanti tour possono ancora reggere gli Iron Maiden? Siamo davvero destinati ai Metallica come headliner per i prossimi dieci anni? L’Hellfest 2016 più che un festival rischiava di essere un funerale, ma forse è proprio per questo che era necessario esserci. Io non ho nessuna voglia di starmene a casa la prossima estate ma veramente non so come mi convinceranno a prendere il biglietto, ci saranno tremila cose fichissime sui palchi piccoli ma se vuoi vendere i biglietti per questo tipo di eventi devi avere i nomi grossi, c’è poco da fare. Al netto delle congetture sul domani, quello che questo festival ci offre oggi è in linea con la solita opulenza degli ultimi anni e la cosa che lo rende più bello è che ogni anno ci sono sempre migliorie generali e perfezionamenti dal punto di vista dell’organizzazione. Per dire, quest’anno era tutto un bel praticello e i palchi coperti sono stati ampliati notevolmente per capienza. C’era la possibilità di pasteggiare a ostriche e moules mariniere (non sto scherzando). Per pagare hanno superato anche il sistema dei gettoni e ora tutto funziona con un sistema simile a carte di credito ricaricabili. Il problema della palude di piscio si può considerare quasi del tutto archiviato (questo un po’ mi dispiace) dato che le mangiatoie sono state posizionate in tutti i punti in cui la melma si era formata nelle edizioni precedenti.

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Il weekend in genere ha donato tanta gioia, soddisfazioni e canoscenza anche al di fuori dell’ambito strettamente musicale. Particolare brio è stato donato da i nostri nuovi ‘amici giovani’ conosciuti in loco che ci hanno narrato le loro peripezie a base di sexting, matches altri approcci cyber sessuali su Tinder e vari altri social nati per scopare. È stato davvero bello e istruttivo imparare che nella digital age un parametro per la valutazione femminile è il chilometraggio (sì, come le macchine usate) e che quindi la descrizione tipo della donna online è qualcosa come Delphine, 34 anni, Nantes, 6 chilometri di distanza. Ultima variante questa che può risultare determinante nel dare la propria approvazione o meno alla tipa in questione. Scusate la divagazione, torniamo alla cronaca. Gli eventi vedono Enrico, il conte e me stesso sbracare in quel di Rennes e arrivare per l’ora di pranzo del giovedì nel lussuoso Motel a forma di scatola di scarpe piazzato nel bel mezzo di un ameno incrocio autostradale. Affamati come lupi ci rechiamo al ristorante dell’albergo consapevoli che quello potrebbe essere l’ultimo pasto decente per i successivi tre giorni, tutto sembra carino, ci portano le birre e alla televisione danno una partita dell’Europeo. Calcio & birra, più o meno la mia idea di paradiso. Quello che seguirà è invece uno dei pasti più insoddisfacenti e più genuinamente stressanti che abbia avuto modo di ricordare. La partita è un tragico Germania – Polonia zero a zero, una rottura di coglioni incommensurabile e con buona probabilità la gara più brutta dell’intero torneo. L’attesa per ricevere il menu è estenuante, dopo un attesa di eoni veniamo informati che hamburger, entrecote e maiale sono terminati. La notizia ci getta nello sconforto più profondo e, pur di non perdere la priorità acquisita, scegliamo cose a caso da menu. Io opto per della roba che si chiama paupette sperando più che altro nell’assonanza con un grande classico della nostra tradizione. I tempi si dilatano a dismisura e vengono scanditi esclusivamente dal meccanico “du pain” rivolto dal prode Enrico alla cameriera. Alle 11 di sera abbiamo svuotato l’equivalente di una panetteria. Pane e birra, combinazione letale per una dieta di tipo medievale, in tempi meno fortunati di questi la gente moriva di pellagra a causa di un alimentazione del genere.

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Venerdì

Per nulla rinfrancati dalla notte insonne con un cinghiale sullo stomaco e vista la scarsità di altri intrattenimenti, all’ora di pranzo abbiamo già abbandonato il mezzo a bordo strada per varcare le soglie dell’inferno. Il tempo fa quasi cacare e con grande lungimiranza indossiamo tutti degli stivali di gomma tipo acqua alta a Venezia che però fa più fico chiamare festival boots. A parte i Sabbath la domenica, non ho quasi idea di cosa ci sia in programma; purtroppo è qualche mese che in ufficio mi stanno facendo lavorare e quindi sono del tutto impreparato su quello che mi aspetta. La cosa alla fine ha più risvolti positivi che altro perché tutto mi arriva come un inaspettato bonus round a Mario Bros. Il primo regalo sono i Nashville Pussy che si esibiscono in un orario in cui di solito probabilmente si trovano in piena fase Rem. Sempre fichi ma il loro contesto ordinario è l’opposto di questo, sono una band da locale-cacataoio con il soffitto basso e questa cornice è per loro innaturale. I Ramesses anche non mi dicono granché, anzi. Possessed By The Rise Of Magik mi aveva preso parecchio ma questo live è un passo indietro che li riporta nella categoria della roba indigeribile, peccato. A metà pomeriggio esce il primo nome di un certo livello: gli Anthrax. Una band dallo status enorme che però con gli anni ho rivalutato al ribasso, soprattutto dopo la reunion con Belladonna. Oggi comunque sono abbastanza in palla, i pezzi ce li hanno sempre avuti, tutto funziona. Non mirabilia, ma si comincia a ragionare. Tempo cinque minuti e sul palco adiacente salgono i Turbonegro e qui, amici miei, la faccenda improvvisamente diventa serissima. Il concerto più bello della giornata, una vittoria a mani basse su tutti i possibili contendenti. Quando decidi di aprire uno show con la pura gloria di Age Of Pamparius è poi del tutto naturale che il resto venga da sé. Nella scaletta ci sono i singoli nuovi, parecchi classici, qualche assenza grave ma il wall of death finale sulle note I Got Erection è il motivo per cui varrà sempre la pena di spendere quattrini per venire a queste mega feste. Siamo gente fatta così, ci piace fare casino.

buzzoIl cambio passo è evidente e come giusto che sia si comincia ad entrare anche mentalmente in quell’universo parallelo che è l’Hellfest. Si continua quindi con i Melvins come sempre divisi tra follia, pesantezza atomica e la venerazione dei Kiss. Anche la sorte sembra assisterci perché completamente assorti da King Buzzo e compagnia bella non ci accorgiamo nemmeno che chi non è sotto la tenda si sta beccando l’acquazzone peggiore del fine settimana. Ma noi tanto ci abbiamo le galosce. In prima serata ci sono circa 40 gruppi in conflitto a causa di un running order assemblato malissimo, io e il conte propendiamo per gli Overkill che adempiono al proprio lavoro di metal thrashing mad anche meglio degli Anthrax stessi, la situazione va abbastanza fuori controllo e ci sta un tizio che fa crowdsurfing in sedia a rotelle. Non so neanche io bene come siamo già al main event della giornata. A dire il vero a me i Rammstein hanno sempre fatto semi-cacare, Enrico cerca di convincermi in tutti i modi che dal vivo siano una cosa spettacolare e quindi decido di unirmi alla masnada per vedere di che si tratta. Dopo venti minuti il cantante si presenta vestito da Aldo Fabrizi e alla fine del brano si fa esplodere. La gente apprezza, io decido che per me è abbastanza e piuttosto mi vado a sorbire quella rottura di coglioni apocalittica che sono i Sunn O))). L’esperienza è disturbante dal punto di vista fisico, il volume illegale e le basse frequenze mi fanno letteralmente vibrare gli organi interni, con la scusa dell’impatto alla fine mi prendono abbastanza. Per favore però non mi venite a chiedere che pezzi hanno fatto perché rischiate di beccarvi uno sputo nell’occhio. Ennesima giravolta impossibile e per il finale della giornata ci si affida agli Offspring. Non sapevo esistessero ancora, un paio di album all’epoca li avevo apprezzati con un certo ardore, entusiasmo che si era spento all’epoca di obladi obladà e in concomitanza di un concerto pessimo quando erano all’apice della fama. Passato l’hype, oggi devono puntare su un minimo di professionalità, da questo punto di vista il nuovo batterista e la chitarra ritmica mestierante relegata in seconda fila fanno la loro parte. Come riportato dal sempre ottimo Masticatore, poco tempo fa Dexter Holland sta benino e se la cava. Certo non ha più il physique du role e mentre lo guardavo non potevo che immaginarmelo del tutto briatorizzato con completo bianco a bordo della sua piscina di Beverly Hills con qualche zoccola rifatta che gli serve margarita a getto continuo. Che poi è una gran bella fine, sia chiaro. La scaletta è abbastanza buona e anche i brani peggiori sembrano essere stati ingentiliti dal tempo (oddio non tutti), peccato per l’assenza di Meaning Of Life ma nell’economia della giornata tutto sommato è poca cosa. A tarda notte ci riuniamo anche al futuro sposo Michele  lo spagnosalentino e al ritorno in macchina ci vengono fatti visionare una serie di simpatici profili femminili: Stephanie, 39 anni, 45 km – scartata, Daphne, 29 anni, 12 km – ok e via così. Millenni di evoluzione, nuove tecnologie interconnettono il pianeta in tempo reale, ma alla fine tutto si riduce a rimediare una scopata. Tutto sommato, nel mondo c’è ancora speranza.

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Sabato

Il fatto più rilevante di una mattinata indolente è la scoperta e conseguente ascolto di un nuovo singolo dei Turbonegro che era stato suonato il giorno precedente (Special Education – dal vivo sembrava meglio), nessun pensiero particolare occupa la mente e l’unica decisione da prendere è di quale gruppo indossare la maglietta. Sperduti nel nulla autostradale, la gita a Nantes non è un’opzione e quindi dopo una breve sosta colazione in autogrill siamo di nuovo in marcia verso i verdi pascoli del metallo. La fila per entrare è una cosa immonda e ci fa presentare con ampio ritardo all’appuntamento con i Discharge, per la prima di quelle che saranno molteplici visite allo Warzone. Il palco di area punk/hc quest’anno presentava una programmazione serissima (un vero e proprio festival nel festival), bazzicandoci un po’ più a lungo ci si accorge che ha una frequentazione di gente del tutto esterna al satanismo, persone che con buona probabilità se ne stanno qui fisse per tre giorni senza mischiarsi a noi ragazzi di belzebù. Come si diceva, i Discharge stanno suonando da un pezzo ma la cosa non fa granché differenza, i loro pezzi durano in media un minuto e mezzo e quindi in meno di mezz’ora suonano qualcosa come quattro album interi. Inizio ottimo. A seguire sono quasi certo che dopo ci fossero i Torche, ma magari mi sbaglio. Ennesimo clash triplo tra With The Dead (suonavano davanti a 3 persone), Sick Of It All ed una qualche reincarnazione degli Entombed, optiamo per questi ultimi e non ci pentiamo affatto della scelta. Il meglio ha tutto da venire però: doveva essere la giornata più scarsa e invece va a finire quasi tutto nella top five festivaliera. La prima bomba atomica sono dei Goatsnake in forma strepitosa, tra i migliori in assoluto visti quest’anno. A seguire se possibile si riesce ad alzare ancora il livello: i Bad Religion sparano un set commovente, Suffer, Generator, American Jesus, Sorrow cantate in coro al tramonto sono un mezzo momento di comunione col mondo. Ma non se ne esce più, il nostro idolo John Garcia a ‘sto giro resuscita gli Hermano e ci accompagna nella notte per il set più boogie di sempre con tutto il Valley a ballare che manco al bandiera gialla nei favolosi anni ’60.

FuManchuSetlistIl vero piatto forte della giornata però è il grande capolavoro di stronzaggine francese in salsa metal che consiste nella sovrapposizione perfetta fra Napalm Death, Twisted Sister e Fu Manchu. I Napalm escono al primo turno e mi ritrovo all’atroce ballottaggio tra chiome bionde: Dee Snider vs Scott Hill. La ragione e il cervello sono tutti dalla parte dei Twisted Sister (ultimo tour, prestazione impressionate l’ultima volta ecc) ma al cuor non si comanda e sento che devo andare a vedere i Fu Manchu, è un imperativo che viene da dentro e che mi fa seguire la via della California fin sotto al tendone. Scott Hill è identico a come era 20 anni fa stessi pantaloni stessa maglietta, io pure vado ancora vestito come negli anni ’90, lui però i capelli ce li ha ancora lunghi e continua a portare avanti la colonna sonora della cose belle della vita. Il sole, il mare, l’alta velocità, le tipe in bikini e gli ampli che fumano. Alla fine del concerto già so che non ascolterò altro per le prossime due settimane, beh siamo quasi a tre e sono ancora in pieno trip. Tornato a casa sono pure andato nell’armadio a ritirare fuori la maglietta di King Of The Road che saranno stati dieci anni che non la mettevo. Vengono in tour in Europa in autunno, non passano in Italia ma vi giuro che da qualche parte me li vado a vedere. Dopo un lungo panegirico dedicato alla memoria del più nobile uomo che abbia mai cavalcato questo monno ‘nfame, mi riunisco con mio fratello e ci andiamo a vedere quella puttanata di Gotterdamerung giusto perché pare ci sia Henry Rollins dal vivo e lui è un po’ il mio animale guida. Hot Animal Machine effettivamente è presente, il film sembra una mezza puttanata concettuale, se lo riesco a scaricare magari ne parliamo a parte in una finestra sul porcile.

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Domenica

Per la domenica le previsioni sono di bel tempo e una rapida occhiata fuori dalla finestra ci mostra un cielo azzurro coerente con le nostre app meteo. Nonostante tutte le indicazioni vadano nella direzione di una giornata con alte temperature, io e il conte decidiamo comunque di optare per gli stivali di gomma a causa di un qualche perverso senso di gratitudine che abbiamo maturato nei confronti delle nostre galosce. La discussione sulle calzature più idonee da indossare si ripropone intatta ogni cinquanta metri raggiungendo livelli di vero autismo. Alla fine ci arrendiamo all’evidenza di piedi in putrefazione e decidiamo che forse e meglio optare per qualcosa di differente. Pit stop alla macchina e il primo grosso problema della giornata è archiviato, il secondo è prendere qualche souvenir per prole, famiglie, fidanzate, amanti e tipe conosciute su Tinder. Purtroppo la fila per entrare rende l’accesso al metal market semi impossibile e, se ogni volta che esci ci metti minimo mezz’ora a rientrare, rischi di perderti di tutto per stare appresso a toppe e magliettine. Signori organizzatori dell’Hellfest, se volete che le gente spenda soldi mettete l’entrata prima del mercatino che così incasserete il triplo. Archiviata velocemente la questione acquisti si rientra per constatare un copione oramai consolidato: lo svacco generalizzato del terzo giorno. Passato il primo appuntamento con gli Unsane, non me lo faccio dire due volte e, trovato un posto un minimo confortevole, mi faccio una bella siesta pomeridiana con i Ratos De Porao in sottofondo. A seguire ci sono i Blind Guardian che seguo un po’ distrattamente, che l’attenzione è tutta per gli Slayer. Il male assoluto, se devo dirla tutta, stavolta mi sembra un po’ sottotono, soffrono dei suoni peggiori del weekend (la chitarra di Holt non si sentiva per niente) e suonare con la luce che non gli si addice granché. Tom Araya oramai è Osho e si lancia anche in un discorso sull’amore e il volemose bene, abbastanza straniante. Sparano parecchie bombe sul finale ma mi lasciano comunque un po’insoddisfatto; da questi non mi basta un po’ di violenza, io dagli Slayer pretendo la morte e l’omicidio. Detto questo, tra pochi giorni suonano a Roma e ovviamente ci andrò. Discorso opposto agli Slayer vale per i Megadeth, che fanno uno show ben al di sopra delle attese. Non me lo aspettavo per niente, alcune prestazioni deludenti del passato mi avevano reso diffidente nei confronti del roscio ma sono costretto a ricredermi. Aprono con Hangar 18 e chiudono con Holy Wars, ma non è solo una questione di scaletta, funzionano a vari livelli e poi chiaro che con i pezzi fichi vai sempre lontano. Appena si congedano, mi scatta l’interruttore e comincio a entrare in zona Black Sabbath, io e il conte facciamo sfoggio di tutta la nostra intelligenza tattica affinata in anni di Risiko e ci ritroviamo in breve con posti di pregio, vicinissimi e centrali. E se questo vuol dire vedere malissimo i Ghost converrete con noi che anche sticazzi.

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A una certa spengono tutto e alé, sai che è il momento. La cosa che preferisci al mondo ce l’avrai davanti nel giro di pochi minuti. In più questa volta c’è questa sensazione di un avventura che sembra volgere al termine ed è piuttosto semplice lasciarsi trasportare in mille pippe mentali. Da dove cazzo sono usciti? Come hanno fatto? E il nome che si sono scelti? L’unica risposta sensata è che non avevano minimamente idea di quello che stessero facendo, altrimenti non avrebbero mai tirato fuori nulla di così fico. Per celebrare la fine si parte dall’inizio, quindi ci sono la pioggia le campane e quelle tre note di Iommi. Da sentirsi male. Io e Massimo ci abbracciamo, è una cosa quasi tenera. Poi segue una selezione di brani allucinante in cui fanno comparsa anche un po’ di pezzi meno ovvi da sturbo totale (After Forever, Behind The Wall Of Sleep, Dirty Women). Per quest’ultimo giro di giostra li hanno tirati fuori dalla credenza e tirati a lucido come non mai negli ultimi anni, Ozzy così non lo si sentiva da un po’. Iommi non si commenta, ogni nota, ogni riff ogni assolo è come se ti facesse affacciare da qualche altra parte, in un posto che non conosci. Mi ha fatto tipo paura. In quella ressa e quel casino riusciva ad astrarti e farti sentire solo, ma in modo magnifico. Che tanto poi a riportarti alla realtà c’è sempre il cazzaro che ti parcheggia l’anfibio in fronte perché deve fare crowdsurfing. Ora io non è che voglia fare dell’etichetta su come si comporta al concerto rock, tutt’altro, è giusto e bello fare casino ma tu che hai come unico interesse fare il cazzone dovresti forse renderti conto che lì a dieci metri ci sta Tony Iommi che sta suonando la chitarra. E che tu quindi stai assistendo a uno cosa tipo Caravaggio che dipinge La vocazione di san Matteo. Faresti crowdsurfing davanti a Giotto che disegna un cerchio? No, tanto per capire. La cosa a cui stai assistendo la tua attenzione la merita per davvero, mio caro amico stronzone. Comunque i Black Sabbath sono una roba disumana, non ci sono iperboli per descriverli e quindi me ne starò zitto, che davanti a questi signori è l’unica cosa sensata. Nel mondo ordinario sarebbe tutto finito, qui invece siamo all’Hellfest e quindi, dato che non siamo mai sazi, arriva pure King Diamond per l’ennesimo show spettacolare (basta, mandatemi a casa!). Il palco stracolmo di ciarpame satanico, pentacoli, croci rovesciate fluo e pure due scale di marmo che pare la Sanremo del metal. Un po’ di classici per iniziare, e poi tutto Abigail. Bellissimo e suonato da paura. Alla fine sparano fuochi d’artificio che sembra la notte di Baghdad, nella tessera mi è rimasto solo un euro, direi che il festival è concluso. La folla si avvia verso l’uscita salutando qualsiasi cosa con urla belluine. Tutto davvero fantastico, il dubbio su cosa ci possano proporre il prossimo anno però è per certi versi più grande di prima. Di sicuro un’era è volta al termine, staremo a vedere. (Stefano Greco)

8 commenti leave one →
  1. golf_mit_uns permalink
    11 luglio 2016 16:11

    che incubo bellissimo…sto anno mi tocca la festo rock della salsizza con peones vari. Goduto mentalmente per Bad Religion, Fu Manchu, Turbonegro, ma anche tutto il resto…il prossimo anno, ci sono a mani bassi, sperando in una bill tossica come questa!

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  2. 13 luglio 2016 00:00

    Ma sono l’unico a cui stia PESANTEMENTE sul cazzo il batterista regazzino dei Black Sabbath?

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  3. sergente kabukiman permalink
    13 luglio 2016 17:12

    i sunn sono una delle più grosse pagliacciate di sempre, scopiazzando i primi earth si sono creati un culto con tutto ciò che ruota intorno alla band e quindi tutte cose non necessarie, sono inutili, fastidiosi nel concetto e probabilmente me li andrò a vedere a parma perchè sono più coglione di loro. neanche a me piace l’hippie di h&m che suona nei sabbath attuali.

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