Music to light your joints to #2 – meglio tardi che mai

Blando tentativo di camuffaggio.

Mi approprio temporaneamente del format giornalettistico più fico della storia (come altro definire una rubrica i cui valori portanti sono il riff, la droga e Satana?) per passare in rassegna con atomico ritardo alcune delle uscite più notevoli dello scorso anno colpevolmente passate sotto silenzio.

Iniziamo alla grande la scorpacciata di sporcizia varia con i Gates of Slumber, la band non sbaglia la seconda uscita su Rise Above, le voci che volevano Hymns Of Blood And Thunder come l’album che avrebbe chiuso il ciclo classic metal per ributtarsi sul doom di stampo tradizionale si rivelano fondate: The Wretch ha più melma e meno testosterone fra i suoi solchi, filiazione diretta del sound americano di scuola Saint Vitus (tra l’altro attenzione che mo’ tornano anche loro); i suoni stessi hanno un che di cavernoso, l’album in genere comunica una cupezza che era mancata nella (comunque ottima) uscita precedente. Day Of Farewell possiede quel bel senso di fine imminente che ogni amante della musica del destino (di morte) non può  che apprezzare. Magia del lato artistico, perché poi quando lo incontri Karl Simon è un ciccione simpatico tutto birra e scuregge. (Letteralmente) grossi. Se siete veri alcolisti provate anche con i Devil, hanno una copertina con caproni ed un cantante chiaramente ubriaco, al conte Max piacciono, a me un po’ meno.

Dato che “i Black Sabbath non ci abbastano mai” si resta fuori dal tempo con i Lord Vicar, nati per volontà di Peter Vicar (qui sotto vero nome: Kimi Kärk) dei Reverend Bizzarre con la collaborazione di Lord Chritus dei Count Raven. Fin troppo ovvio dove possano andare a parare: doom ultra classico tutto religiosità e redenzione, la continuità con i RB non è diretta come si potrebbe pensare, decisamente meno estremi e più easy listening rappresentano un monito alla superiorità morale degli anni ‘70. Rullatone, assoli, vocals mega-ozzate e tutto il campionario della golden age, se vi erano piaciuti gli Orchid della prima puntata andate tranquilli pure con questi, Signs Of Osiris è più che consigliatissimo. Dall’espiazione dei Lord Vicar il passo all’inevitabile ricaduta negli abissi della depravazione è più breve di quel che si possa pensare. Black Fangs è un album lercio come non si ascoltavano da tempo e suonato con una delicatezza da metal-meccanici. Una vera zozzeria, dopo cinquanta minuti di ‘sta roba per darsi una pulita come minimo serve un bagno nell’acquaragia. 

L’asse del male.

Poiché comincio a scorgere i primi sudori freddi da crisi d’astinenza, rassicuro il nostro affezionato pubblico di tossicomani per annunciare che è finalmente giunto il momento di parlare della droga e dei suoi effetti benefici, in altre parole dell’ultimo (ancora per poco) lavoro dei White Hills: il mastodontico (almeno per durata) H-p1. Ci tengo a precisare che questi signori newyorkesi non mi hanno sul libro paga, cosa che si potrebbe anche dubitare poiché non faccio che magnificarne le qualità pressoché ovunque (sul blog, al bar, alle giostre e ovunque abbiate il dispiacere di incontrarmi). La verità invece è che ci sto in fissa, ma sono anche onesto e pure reputando H-p1 un gran disco devo ammettere che non è però al livello dell’omonimo del 2010, in alcuni punti la componente space-delirio-confusione prende eccessivamente il sopravvento e si rischia la narcolessia, questi purtroppo sono i rischi dell’abuso prolungato di sostanze stupefacenti. Prossimamente in uscita anche Live At Roadburn 2011 e poi nuovo album nel giro di un mese. Come direbbe Vladimir Luxuria: roba da leccarsi i cazzi.

Finalone con una delle sorprese dell’anno, i Ramesses, band che ho sempre reputato abbastanza indigeribile ma che ha tirato fuori un album davvero notevole, meno esasperazione e più desolazione per un disco che vince in primo luogo per il sound. Possessed By The Rise Of Magik suona così rozzo che è difficile da immaginare. Così rozzo da essere reale, quel suono gracchiante e da cantina che mi riporta alla mente tutto il metallo originale della prima metà degli anni (i Venom, il primo thrash, le borchie e le cinte di proiettili). Basico, con un rimbombo costante che lo fa sembrare registrato in qualche cripta umida con un mangiacassette. Brani come Duel, Sol Nocivo, Safety In Numbness (titolo dell’anno), la title-track sono opprimenti nella loro sensazione di vuoto. Un sound agghiacciante e cattivo che fa riflettere su quale sia uno degli elementi grandemente deficitarii nel metal di oggi: la povertà. Less is more, questo disco ne è la prova. Su un forum che frequento qualcuno diceva sembrano una sorta di Joy Division del doom, è tagliata con l’accetta ma rende abbastanza l’idea.

In chiusura il nuovo singolo dei quasi dimissionari Cathedral dal titolo Sabbadaius Sabbatum (olè) e direi che ce n’è abbastanza perché alla prossima riunione di condominio venga discussa una mozione per il vostro allontanamento dallo stabile. Quindi ricordate sempre: il vero sballo è dire NO! (Stefano Greco)

Tony, rimettiti presto. Non siamo pronti ad un mondo senza di te!

10 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...