Music to light your joints to #4

I più ferventi adepti del culto del sabba nero si saranno sicuramente già segnati a suo tempo il nome degli Orchid, autori nel 2011 del favoloso debutto Capricorn, uno dei più bei dischi di doom classico usciti negli ultimi anni, che aveva aperto nuove frontiere semantiche all’espressione ispirarsi spudoratamente ai Black Sabbath. Nel senso che a riciclare i riff di nonno Tony sono buoni tutti ma per scrivere un album dove quasi ogni singolo brano riprende, in modo più o meno scoperto, un classico ben preciso degli déi di Birmingham bisogna essere di una categoria superiore. Il quartetto californiano si è rifatto da poco vivo con Heretic, un ep di quattro tracce (una delle quali, He Who Walks Alone, già presente sul full) che segna il loro arrivo alla corte della Nuclear Blast. Arrivo che purtroppo comporta una produzione meno fangosa e analogica, ma magari questo infastidirà solo noi talebani nostalgici, che coltiviamo il sogno perverso di assumere Wino come tutore di nostro figlio, più o meno come fece Filippo il Macedone con Aristotele. Per il resto, le ottime impressioni iniziali sono più che confermate: ortodossia iommiana stemperata da un’ammaliante vena psichedelica a rammentarci che vengono pur sempre da San Francisco. Da avere. A proposito di ortodossia iommiana, ricordiamo che, sempre su Nuclear Blast, è appena uscito Legend, il nuovo album dei Witchcraft, del quale vi parlerà più diffusamente il sodale Stefano Greco a breve. Qua potete sentire il singolo It’s Not Because Of You, che promette piuttosto bene. Dopodiché ci spariamo questa Heretic che, mentre scrivo queste righe, sto ascoltando per la ventesima volta consecutiva. Non sto scherzando.

Ora mettiamo da parte streghe e caproni (eh, lo so, spiace) e partiamo per un sano viaggio interstellare con i The Sword. Per quanto qua dentro ci fossimo usciti pazzi un po’ tutti, non avevamo dedicato lo spazio adeguato al precedente Warp Riders. Rimediamo ora che è appena arrivato nei negozi Apocryphon (Razor & Tie), quarta fatica dei texani. Sono un loro tifoso sfegatato sin dall’esordio Age Of Winters e mi duole ammettere che non ci troviamo affatto di fronte a una delle loro prove migliori. Warp Riders era stato allo stesso tempo il disco della consacrazione e della svolta: oltre all’abbandono delle tematiche legate alla mitologia norrena, si era registrato anche un allentamento dei legami con le sonorità heavy classiche in favore di un approccio più moderno e imbevuto di suggestioni space rock. Apocryphon prova un po’ a conciliare le due anime della band, alternando squarci di doom incontaminato (Seven Sisters) che rimandano alle loro prime release a momenti più vicini allo stoner tout-court (la title-track), con una netta prevalenza dei primi sui secondi:

Resta un buon prodotto di genere che però non regge il confronto con il suo predecessore in termini di freschezza e testosterone. E, più in generale, ho la sensazione che da questa parziale marcia indietro stilistica il four-piece di Austin abbia guadagnato ben poco.

A restare in fissa con la mitologia norrena, pur venendo dal Colorado, sono invece i The Flight Of Sleipnir, che mi avevano letteralmente fatto saltare dalla sedia con il loro secondo album, l’eccezionale Lore, una commistione originale e sorprendentemente efficace di elementi stoner/doom e sonorità folk black metal eteree ed oniriche, sonorità che finiranno per prendere il sopravvento sul successivo, ancora splendido ma molto meno personale, Essence Of Nine, che perlomeno ha avuto il merito di riempire il vuoto lasciato dall’inesplicabile rincoglionimento degli Agalloch. Ad ogni modo, se come me li preferivate agli inizi, avrete di che consolarvi con Ascension (Eyes Like Snow), una raccolta che contiene la loro prima demo, Wisdom Calls For Sacrifice (con la cover di Echoes dei Pink Floyd presente in origine qua sostituita da una di Be Forewarned dei Pentagram) e l’ep Winter Solstice II, uscito nel 2009 subito dopo l’esordio autoprodotto Algiz, la cui title-track, in versione live, chiude le danze. Se siete già fan del duo statunitense sarete già corsi a procurarvi Ascension, se non conoscete ancora questa talentuosa band recuperate Lore e poi ripassate da qua.

Passiamo a qualcosa di decisamente più ruvido e tosto con i Serpentine Path, neonato supergruppo che raccoglie i membri dei defunti Unearthly Trance e l’ex Electric Wizard, oggi leader dei Ramesses, Tim Bagshaw, ai quali si è unito oggi, udite udite, addirittura il chitarrista dei Winter Stephen Flam. Con questi presupposti uno sarebbe portato a sperare in chissà quale discone. Io ero invece più propenso ad attendermi nulla più che un divertissement per amanti del genere piacevole e senza troppe pretese, quale è questo Serpentine Path (Relapse), otto tracce di doom claustrofobico e pesantissimo reso godibile più dal sound oscuro e melmoso che dal songwriting, mai troppo brillante o ispirato. L’album però funziona, a patto che non si nutrano aspettative troppo elevate, con l’ugola alla carta vetrata di Ryan Lipynsky (sicuramente parente del leggendario David Lipynsky, l’uomo che risolve problemi in Turingia) e il riffing dilatato e oppressivo di Bagshaw che danno vita ad atmosfere inquietanti e nerissime alle quali è difficile resistere se si ama ‘sta roba. Come cazzeggio di lusso va più che bene. E, restando in casa Relapse, una rapida segnalazione la meritano anche i Royal Thunder, quattro simpatici fattoni di Atlanta guidati dalla frontwoman Mlny Parsonz, in grado di passare con naturalezza da un salmodiare doomy da Ozzy in gonnella a una cazzimma punk da riot girl d’altri tempi. Un eclettismo espressivo che ben si presta all’hard rock poliedrico ai limiti del confusionario di CVI, dieci pezzi dove il quartetto georgiano riesce a infilare davvero di tutto, dalla psichedelia al grunge, dall’hard’n’blues al power pop, con un risultato non privo di fascino ma troppo diseguale per convincere davvero. Ancora acerbi ma con buoni margini di miglioramento, ammesso che riescano in futuro a mettere ordine nel loro coloratissimo e incasinato bagaglio di influenze.

Siccome prima abbiamo tirato in ballo il buon vecchio Wino, ascoltiamoci la sua ospitata su questo nuova canzone dei Blood Of The Sun, side-project che più retrò non si può di un altro membro dei Saint Vitus, il batterista Henry Vasquez, coadiuvato da Tony Reed dei Mos Generator. Non li avevo mai sentiti nominare e oggi scopro che hanno già fatto tre album. Il quarto, Burning On The Wings Of Desire, dal quale è estratto il pezzo di cui sotto, uscirà a fine novembre su Listenable:

Aumentiamo i dosaggi di sostanze illegali con gli Incoming Cerebral Overdrive, che si erano creati una certa nomea nell’underground con il precedente Controverso, uscito sotto l’egida della Supernatural Cat degli imprescindibili Ufomammut, etichetta il cui marchio è presente anche sul concept “astronomico” con il quale i toscani tagliano il traguardo della terza prova sulla lunga distanza. Pur avendo buone idee e una discreta abilità nel cimentarsi con una materia sonora così complessa senza perdere il filo, l’act di Pistoia si inserisce in una scena, quella nata sulla scia dei Neurosis, diventata però troppo affollata perché si riesca a emergere con un lavoro valido ma abbastanza nella media come Le Stelle: A Voyage Adrift. I momenti più arcigni e hardcoreggianti, dove i principali punti di riferimento appaiono i vari Breach e Cult Of Luna, sono anche i più derivativi; è invece quando la band dà sfogo alla sua vena più progressiva e psichedelica che ottiene i risultati migliori, anche se qua è pure questione di gusti. Comunque un nome da tenere d’occhio. Ci congediamo con la title-track di un album fuori già da qualche mese ma da noi colpevolmente ignorato, The Hunt, epico e arrembante ritorno in pista dei sempre affidabili Grand Magus. Alla prossima e nel frattempo, mi raccomando, non accettate caramelle drogate dagli sconosciuti. (Ciccio Russo)

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