Frattaglie in saldo #15

Una fan della prima ora esprime delusione per la svolta stilistica dei The Flight Of Sleipnir

Lore, esordio dei THE FLIGHT OF SLEIPNIR, era stato una delle vere sorprese del 2010: un tributo alla mitologia norrena affidato a un sound freddo, maestoso e sottilmente psichedelico, che sposava le suggestioni del doom classico con certo folk black metal etereo e riflessivo di più recente filiazione. Alla prova del secondo album, il duo del Colorado ha ridimensionato in modo netto la componente sabbathiana, con un risultato, per quanto godibile, un po’ meno originale e interessante. Le atmosfere glaciali e oniriche di brani come Transcendence e Nine Worlds difficilmente possono lasciare indifferenti, il problema è che oggi sembra di trovarsi di fronte a uno dei tanti gruppi nati sulla scia degli Agalloch e un lavoro, pur eccellente, come Essence Of Nine (Eyes Like Snow), rischia quindi di confondersi maggiormente nella pletora di uscite ispirate agli autori di The Mantle. Certo, se dopo quella boiata di Marrow Of The Spirit anche voi vi sentite orfani i The Flight Of Sleipnir sapranno come consolarvi. Ascolto comunque consigliatissimo. Se invece tutto quello di cui avete bisogno è una malsana overdose di ultraviolenza potete sempre rivolgervi agli ABORTED, che con il devastante Global Flatline (Century Media) hanno sfornato una delle loro prove più convincenti di sempre nonché una delle migliori uscite in campo estremo di questo primo scorcio di 2012. Il genere è sempre quello: un death metal cruento e carcassiano, reso ficcante e variegato (non al cioccolato ma alla merda: titoli come Fecal Forgery e Our Father, Who Art Of Feces fanno capire subito che aria tira) da una personale vena melodica che oggi si esprime più nei break e negli assoli che nel riffing, più quadrato e meno ‘scandinavo’ che in passato. Groovosi e divertenti da bravi figli bastardi dei Cannibal Corpse, i macellai fiamminghi sono come una tartare du chef con una montagna di patate fritte per contorno e un’ottima Leffe per accompagnare: nulla di particolarmente ricercato o memorabile ma sanguinolenti e sostanziosi quanto basta per farci alzare dal tavolo soddisfatti e con un sonoro rutto di apprezzamento. Che poi io mi sono sempre chiesto: se la tartare è cruda come fa ad essere du chef? Misteri del Belgio. Burp.

I membri degli Psycroptic si concedono uno spuntino durante una pausa in sala di registrazione

Prima di scoprire gli PSYCROPTIC ero del tutto all’oscuro dell’esistenza di gruppi provenienti dalla Tasmania, terra – nota quasi unicamente per ospitare il simpatico marsupiale necrofago che ha ispirato un celebre personaggio dei cartoni animati – che sta all’Australia più o meno come Carloforte sta alla Sardegna. Magari a Sydney raccontano le barzellette sui tasmaniani buzzurri come noi le raccontiamo sui carlofortini tirchi, dato che tutti gli abitanti dell’isola di San Pietro hanno origini genovesi (hanno pure i gagliardetti della Samp nei bar). Roba tipo: si ribalta un taxi a Carloforte, dodici morti. Però a Carloforte d’estate un po’ di vita c’è, alle brutte prendi il traghetto e in poco tempo raggiungi la civiltà; in Tasmania invece la sera non deve esserci davvero un cazzo da fare. Ne consegue che gli Psycroptic suonino death tecnico in quanto hanno un sacco di tempo libero per stare a casa a inanellare pentatoniche a millemila bpm mangiando arrosticini di ornitorinco. I momenti migliori di The Inherited Repression (Nuclear Blast), loro quinta fatica, sono quelli più schuldineriani, laddove nei frangenti più modernisti e meshuggosi, un po’ in stile ultimi Decapitated, si tira più di uno sbadiglio. Per il resto è il solito disco medio ben suonato, ben prodotto e ben arrangiato, che può piacere a tutti per mezz’ora ma del quale nessuno ha davvero bisogno. Insomma, gli Obscura sono un’altra cosa. Chissà se c’è un gruppo techno-death pure a Carloforte.

E parliamo ora di chi il techno-death ha contribuito a inventarlo, ovvero i CYNIC, che, attualmente al lavoro sul nuovo album, se ne escono con un ep che definire interlocutorio è un complimento. Traced In Air, formalmente perfetto, mi aveva lasciato piuttosto freddo. Non ne ho capito il senso. Lungi da me voler fare processi alle intenzioni e asserire che Paul Masvidal e compagni abbiano voluto lucrare sulla chiusura mentale del metallaro medio, che non si è mai approcciato in modo serio a generi esterni al rock, ma, sinceramente, se non ci fosse stato scritto sopra ‘Cynic’ in quanti se lo sarebbero filato?  Focus era un capolavoro irripetibile, che a ogni nuovo ascolto stupisce e svela spunti nuovi, e tale doveva restare. Gli alieni scendono sulla terra, insegnano all’uomo a costruire le piramidi e poi se ne tornano sul loro pianeta. Carbon-Based Anatomy (Season Of Mist) non mi ha detto niente. Tre pezzi su sei sono intermezzi etnici in stile Dead Can Dance dei poveri che potrebbero benissimo uscire dalle casse di un centro di massaggi shiatsu. Gli altri tre c’entrano poco anche col disco precedente. Non solo di metal non c’è più manco l’ombra (che ci può stare) ma sono pressoché spariti anche quegli elementi jazz/fusion caratteristici del loro sound. Quel che rimane è una sorta di dark wave alla Projekt che conserva in parte la componente post rock progghettona già presente in Traced In Air. Agli hipster piacerà. Chiudiamo nel segno dell’ignoranza con il recente video della fichissima Blood Ties, uno dei pezzi più spaccosi di Kill On Command, ultimo lavoro degli Jungle Rot (ne abbiamo parlato qua). Arimortis. (Ciccio Russo)

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