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Frattaglie in saldo #21

4 aprile 2014

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Il periodo è un po’ moscetto, almeno in campo death. La maggior parte dei mostri sacri ha già dato l’anno scorso, il ritorno dei Massacre ci ha ispirato ben poco e ho aspettative piuttosto basse per il nuovo degli Autopsy (un po’ più di fiducia me la suscitano Misery Index e Aborted, anche se per questi ultimi non sarà semplicissimo replicare il colpaccio di Global flatline). Riflettevamo mestamente con Luca Bonetta che l’uscita più interessante di questo primo trimestre è stato il box set con l’opera omnia dei DEMILICH (ottima idea regalo per tutti gli uomini di buona volontà). Certo, dall’underground qualcosa di carino salta sempre fuori (all’ottimo debutto degli Artificial Brain, indispensabili se siete fan dei Gorguts, ho già accennato), quindi, dopo la mega operazione recupero della scorsa puntata, partiamo con un altro paio di uscite dell’anno passato che sarebbe disdicevole passare sotto silenzio, quantomeno per i nomi coinvolti. Perché, dai, pare brutto non scrivere due righe sull’ultimo disco dei MASTER. Paul Speckmann è una persona verso la quale provo una stima e un rispetto incommensurabili. Il barbuto frontman, dopo trent’anni di carriera, continua a essere un esempio di Attitudine con la A maiuscola, suonando nei locali più fetidi e incidendo per etichette sempre più sfigate ma continuando, nondimeno, a spaccare culi. Da quando, nel 2003, si è trasferito in Repubblica Ceca, rifondando la band con gente del luogo, la sua creatura è poi diventata ancora più prolifica: sei full negli ultimi dieci anni, l’ultimo dei quali, The witchunt (Fda Reckotz), esce ad appena un anno di distanza dallo sfasciosissimo The new elite.Se siete fan, continuerete ad alzare le cornine per il loro death metal vecchio stile, ruvido e senza fronzoli, groovoso e thrashettone. Il dischetto funziona un po’ meno del predecessore ma chi se ne frega. Supporto incondizionato sempre e comunque.

penchilemaleficeTutt’altro che prolifici furono invece i cileni Pentagram (oggi ribattezzatisi PENTAGRAM CHILE per non essere confusi con i doomster di Bobby Liebling), che il primo lp della loro carriera l’hanno inciso solo ora, ventisette anni dopo la prima demo, alla quale seguirono un ep e un altro paio di cassette che garantirono loro un posticino nella storia come uno dei primi gruppi estremi sudamericani, insieme a Sepultura e Sarcofago. Gettarono la spugna all’inizio degli anni ’90, si riunirono una prima volta nel 2001, pubblicarono un live e poi scomparvero di nuovo. Il cantante Anton, nel frattempo, si mantenne attivo con i Criminal finché, ex abrupto, recuperato alla causa il chitarrista Juan Pablo Uribe, non è uscito questo The malefice (Cyclone Empire) che – sapete una cosa? – è proprio fico. L’album è quello che ti aspetti: death primordiale in odor di zolfo, giocato soprattutto su tempi cadenzati, efficace e mai stantio nonostante i riferimenti datati, che poi sono sempre quelli (Possessed e Celtic Frost in primis). L’edizione speciale contiene un doppio cd con tutti i brani della vecchia produzione risuonati. Da avere. Bentornati. Restando in tema di recuperi dal 2013, già che ci siete, potreste dare un’ascoltatina a The dead still dead remain (Wilowtip), nuova opera di quegli allegri tritabudella degli IMPALED che, pur meno Carcass-dipendenti che in passato, hanno premuto ulteriormente sul pedale svedese, con un risultato a tratti simpatico ma alquanto sotto tono. Io li preferivo più cafoni ma tant’è. Iniziando, invece, a parlare di qualcosina di più recente, una rapida menzione la merita Trinity of falsehood (Unique Leader), secondo lp dei THE KENNEDY VEIL. I californiani riescono a rifuggire dai due viziacci che rendono insostenibili il 90% dei dischi di brutal death tecnico, ovvero la caciara fine a se stessa figlia della sciagurata moda slam e gli sfoggi gratuiti di perizia strumentale, infliggendoci undici mazzate tra capo e collo, brevi e ficcanti, debitrici dei soliti Dying Fetus e dei compagni di scuderia Deeds Of Flesh. Se apprezzate il genere, non fateveli scappare.

Concludiamo con una delle novità più stimolanti venute fuori di recente dall’underground italiano. Stiamo parlando degli SHORES OF NULL che, dimostrando di avere già le idee molto chiare, debuttano sulla lunga distanza ad appena un anno dalla formazione con l’interessantissimo Quiescence (Candlelight). La band romana lascia emergere con naturalezza le sue numerose influenze e riesce ad amalgamarle in una maniera abbastanza personale da non risultare di semplicissima classificazione. Il punto di partenza è un gothic/doom diretto e privo di orpelli, che guarda più alla scuola svedese dei vari Katatonia e October Tide che a quella britannica (il riffing scabro di pezzi come The heap of meaning richiama però alla mente i My Dying Bride più cupi) e si apre in maniera sorprendentemente fluida a suggestioni che vanno dal black metal (l’attacco di Ruins alive) al post-hardcore (il cantante Davide – ottime le sue sognanti clean vocals – è quello degli Zippo, il chitarrista Gabriele viene dagli altrettanto eclettici The Orange Man Theory), fino al cascadian metal di più recente filiazione. Quiescence vive di canzoni lineari e sfaccettate allo stesso tempo, che cambiano registro di continuo in maniera quasi impercettibile, colpendo al primo impatto ma svelando sfumature nuove a un ascolto ripetuto. I media stranieri si sono innamorati di loro e la sensazione è che, se conserveranno una simile padronanza dei propri mezzi, gli Shores of Null si toglieranno parecchie soddisfazioni. Arimortis.

 

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